giovedì, 21 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte IV)

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Canto X

Ora il mio maestro Virgilio s’incammina per una strada solitaria, tra il muro della città di Dite e i sepolcri, e io alle sue spalle. «Somma virtù che mi conduci attraverso gli empi cerchi», cominciai, «parlami come vuoi, ma soddisfa il mio desiderio di sapere. È possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri? Tutti i coperchi sono già sollevati e nessuno monta la guardia». Ed egli a me: «Saranno tutti serrati quando dalla vallata di Giòsafat -che si trova tra il monte del Tempio a Gerusalemme e il monte degli Ulivi- gli spiriti torneranno qui il Giorno del Giudizio con i loro corpi che hanno lasciato lassù sulla Terra. Da questa parte hanno la loro sepoltura con Epicuro tutti i suoi seguaci, che ritengono l’anima morta assieme al corpo. Perciò la domanda che mi poni sarà qui dentro subito soddisfatta, assieme al desiderio che ancora mi taci». E io: «Buona guida, non ti nascondo il mio cuore che per timore di parlare troppo: la tua reazione mi ha portato a questo, e non solo ora».

«Toscano che da vivo cammini attraverso la città del fuoco parlando con dignità, ti piaccia fermarti qui. La tua lingua dimostra che sei nato a Firenze, in quella nobile patria alla quale, forse, arrecai troppo fastidio e danno». All’improvviso questo suono uscì da uno dei sepolcri, perciò, con timore, mi accostai un po’ di più alla mia guida che mi disse: «Voltati! Che fai? Vedi là Farinata che si è drizzato: lo vedrai interamente dalla cintola in su». Io avevo già fissato il mio sguardo nel suo: egli si ergeva col petto e la fronte alti come se non tenesse l’Inferno in alcun conto. E le mani sollecite e pronte di Virgilio mi spinsero tra le sepolture verso di lui, dicendo: «Le tue parole siano avvedute».

Come fui ai piedi della sua tomba, mi guardò un poco e poi, quasi sprezzante, mi domandò: «Chi furono i tuoi antenati?». Io, che desideravo ubbidire, non glielo tenni nascosto e gli dissi tutto; allora egli alzò un po’ le ciglia, poi disse: «Furono accaniti avversari miei, dei miei avi e della mia fazione, così che per due volte li ho messi in fuga». «Se furono cacciati, pure tornarono da ogni parte, la prima e la seconda volta», gli risposi, «mentre i vostri non hanno appreso bene l’arte di far ritorno dall’esilio».

Allora dalla tomba scoperchiata emerse un’ombra visibile fino al mento: credo che si fosse sollevata sulle ginocchia. Guardò intorno alla mia persona, come se volesse vedere se qualcun altro fosse con me; e quando non ebbe più dubbi chiese piangendo: «Se in virtù del tuo alto ingegno puoi attraversare questo cieco carcere, dimmi dov’è mio figlio, e perché non è con te?». E io a lui: «Non vengo in virtù dei miei meriti: colui che aspetta là mi conduce verso Beatrice la quale forse il vostro Guido non volle seguire poiché non riconobbe in lei lo strumento della grazia divina». Le sue parole e le modalità della pena alla quale era sottoposto mi avevano fatto capire che si trattava di Cavalcante dei Cavalcanti, il padre di Guido: per questo la mia risposta fu così sicura. Improvvisamente drizzatosi in piedi gridò: «Come? Hai detto “non volle”? Non vive egli ancora? La dolce luce sulla Terra non colpisce più i suoi occhi?». Avvertito l’indugio che aveva ritardato la mia risposta, ricadde giù supino e non riapparve più fuori. Ma Farinata, quell’altro grande alla cui richiesta ero rimasto, non mutò espressione, non mosse il capo né il busto, e riprendendo il suo discorso, disse: «Se i miei hanno imparato male quell’arte, ciò mi tormenta più di questa tomba. Ma il volto della regina degli Inferi Proserpina -la luna- non sarà stato illuminato cinquanta volte dal plenilunio -e non saranno trascorsi dunque cinquanta mesi-, che tu sperimenterai quanto sia difficile quell’arte. E dimmi, e che tu possa tornare nel dolce mondo: perché il popolo fiorentino è così ingiusto nei confronti dei miei, con ogni sua legge?». Gli risposi: «Lo strazio e la grande strage che colorò di rosso il fiume Arbia a Montaperti dove i Fiorentini furono sconfitti dai ghibellini fuoriusciti, tra i quali eri tu, e dagli imperiali di Manfredi, spinge i nostri Consigli ad approvare quelle leggi che per noi sono sacre come preghiere nelle chiese». Dopo aver mosso il capo sospirando, «Nella strage non fui solo», continuò, «né certo senza motivo mi sarei mosso con gli altri contro Firenze. Ma soltanto io la difesi a viso aperto, nella riunione di Empoli in cui tutti gli altri avevano accolto la proposta di distruggerla». «Che un giorno la vostra discendenza possa trovare riposo», pregai, «scioglietemi il nodo che mi mantiene nel dubbio. Sembra che voi, se ho compreso bene, prevediate il futuro, mentre non conoscete il presente». «Come quelli che non posseggono una buona vista», rispose Farinata, «noi vediamo le cose che ci stanno lontane; di tanto ci illumina la somma guida di Dio. Quando le cose si avvicinano o accadono, il nostro intelletto si rivela inutile, e se altri dannati non ci recano notizie, nulla sappiamo della vostra condizione sulla terra. Perciò puoi comprendere che la nostra preveggenza verrà meno dal momento in cui la porta del futuro sarà chiusa con il Giudizio universale». Allora, pentito della mia colpa, dissi: «Ora dunque potete dire a quell’anima che si è prostrata, che suo figlio si trova ancora con i vivi; e se prima ho indugiato nel rispondere, fategli sapere che lo feci perché ero preso dal dubbio che mi avete risolto».

E già il mio maestro mi richiamava, per cui pregai lo spirito che mi dicesse più rapidamente chi si trovava con lui. Mi rispose: «Qui giaccio con più di mille: qua dentro stanno l’imperatore Federico II e il cardinale Ottaviano degli Ubaldini che contro Federico combatté riconquistando i domini del papa in Pianura Padana, e degli altri taccio». Quindi si dileguò, e io tornai verso l’antico poeta ripensando alle parole di Farinata che mi erano parse ostili. Egli s’incamminò, e poi mi chiese: «Perché sei così smarrito?». E io risposi alla sua domanda. «La tua mente custodisca ciò che hai ascoltato contro di te», mi ordinò quel saggio; «e ora attendi qui», e drizzò il dito: «quando sarai dinanzi al dolce raggio di Beatrice i cui begli occhi vedono tutto, da lei conoscerai il corso della tua vita».

Poi si diresse verso sinistra: lasciammo le mura e andammo verso il centro per un sentiero che conduce a una valle che fino a lì faceva giungere il suo fetore.

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Canto XI

Sull’estremità di un alto orlo fatto di grandi massi spezzati in cerchio, giungemmo al di sopra di una folla più crudele; e qui, per l’orribile eccesso del puzzo che veniva dal profondo abisso, ci tirammo indietro, verso il coperchio di una grande tomba, sul quale vidi una scritta che diceva: CUSTODISCO PAPA ANASTASIO CHE FOTINO ALLONTANÒ DALLA VIA MAESTRA. Il diacono di Tessalonica credeva come i monofisiti nella sola natura umana di Cristo.

«Conviene che ritardiamo la nostra discesa, in modo che prima l’olfatto si abitui un po’ alla orrenda esalazione, poi non ci faremo più caso». Così Virgilio, il maestro; e io gli chiesi: «Trova un modo per non lasciare che il tempo trascorra inutilmente». Ed egli: «Vedi che ci sto pensando. Figlio mio», iniziò poi a dire, «tra queste rocce ci sono tre piccoli cerchi, come quelli che hai lasciato ma di diametro inferiore. Sono tutti colmi di spiriti maledetti, ma perché ti sia poi sufficiente il solo vederli, comprendi ora come e perché essi sono condannati. Il fine di ogni malizia che in cielo è odiata, è l’ingiustizia, e tale scopo opprime gli uomini con la violenza o con la frode. Ma poiché la frode è un male proprio dell’uomo, spiace di più a Dio, e perciò i fraudolenti stanno giù e soffrono di più. Il primo dei tre cerchi è tutto dei violenti, ma poiché si fa violenza a tre persone, è diviso e organizzato in tre gironi. Si fa violenza a Dio, a se stessi, al prossimo, dico agli altri e alle loro cose, come ascolterai con chiarezza. Al prossimo si dà una morte violenta o si infliggono ferite dolorose, e si colpisce il suo avere distruggendolo, rapinandolo, estorcendolo; per cui il primo girone sottopone tutti ai tormenti in diverse schiere: gli omicidi, chi produce ferite con intenzione malvagia, i briganti e i predoni. L’uomo può essere violento contro se stesso e i suoi beni, e perciò nel secondo girone chiunque nel vostro mondo terreno priva se stesso della vita, sperpera e consuma i propri beni, e piange mentre avrebbe dovuto essere felice, è costretto a pentirsi, e senza alcun vantaggio perché dall’Inferno non si esce. Si può far violenza contro la divinità, negandola con il cuore e bestemmiandola, e disprezzando la natura e la sua bontà; e dunque il girone più piccolo imprime il suo sigillo sia su Sodoma il luogo dei peccatori contro natura- che su Cahors -la città degli usurai-, e su chi parla disprezzando Dio col cuore. L’uomo può esercitare la frode, che morde ogni coscienza, verso chi si fida di lui e verso chi non ha motivo di tale fiducia. Questa seconda specie di frode sembra che spezzi anche il vincolo d’amore che la natura ha posto in noi: per cui nel secondo cerchio si annidano ipocrisia, lusinghe, fattucchieri, falsificazione, furto e simonia, ruffiani, barattieri e simile lordura. A causa del primo tipo di frode viene dimenticato l’amore naturale e quello che in seguito vi si aggiunge, e da cui ha origine la fiducia specifica, per i parenti, gli amici, gli ospiti, la patria: perciò nel cerchio più piccolo, dove si trova il punto dell’universo in cui è confitto Lucifero, sono sottoposti al tormento eterno i traditori di ogni specie».

E io: «Maestro, la tua ragione procede con molta chiarezza, e con grande precisione distingue le varie zone di questo baratro e la folla che è in suo possesso. Ma dimmi: quelli della grassa palude, quelli trasportati dal vento, quelli sferzati dalla pioggia, e quelli che si incontrano urlandosi ingiurie -tutti gli spiriti che ci siamo lasciati indietro nel cammino- perché non vengono puniti dentro la città rosseggiante di fuoco, se Dio è in collera con essi? E se non li odia, perché subiscono la condizione in cui si trovano?». Ed egli rispose: «Perché tanto delira il tuo ingegno, discostandosi dalla retta via che è solito seguire? O cosa distrae la tua mente? Non ricordi le parole con le quali l’Etica di Aristotele, che hai fatto tua, tratta a fondo le tre disposizioni condannate dal cielo, incontinenza, malizia e matta bestialità? E come l’incontinenza offende meno Dio e riceve minor biasimo? Se rifletti bene su questa opinione, e ricordi chi sono coloro che subiscono la pena più sopra, fuori dalla città di Dite, capirai bene perché sono separati da questi ribelli, e perché la divina vendetta li tormenti con ira minore».

«Sole che sani la vista offuscata, mi soddisfi tanto quando risolvi le mie incertezze che l’avere dubbi mi rende felice non meno che il sapere. Rivolgi la tua mente ancora un po’ indietro», chiesi io, «là dove dici che l’usura offende la divina bontà, e sciogli il nodo». «A chi la comprende», mi rispose, «la filosofia indica, e non in una parte soltanto del libro di Aristotele, come la natura prenda il suo corso dall’intelligenza divina e dal suo atto. Se interpreti correttamente la tua Fisica aristotelica troverai, dopo non molte pagine, che l’operosità umana segue la natura, per quanto le è possibile, come fa il discepolo con il maestro; così che il lavoro umano è quasi nipote di Dio perché è figlio della natura che è figlia di Dio. È necessario ricavare da questi due, la natura e il lavoro dell’uomo, i mezzi per vivere e progredire, se ricordi l’inizio del Genesi; e poiché l’usuraio si comporta diversamente, disprezza sia la natura in se stessa, sia l’industria umana, ponendo la sua speranza in altro. Ma ora seguimi, che è bene muoversi, perché la costellazione dei Pesci guizza su per l’orizzonte, e il Carro dell’Orsa maggiore sta nella parte del cielo dove soffia il Maestrale -è la terza ora dopo la mezzanotte e mancano due ore all’alba-, e il punto in cui scendere per questo orlo scosceso è un po’ lontano da qui».

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Canto XII

Il luogo in cui venimmo a scendere il dirupo era selvaggio e tale, per la presenza di chi si trovava lì, che gli occhi preferirebbero guardare altrove. Come quella frana che percosse l’Adige nella sponda di qua da Trento a causa del terremoto o per un crollo, al punto che dalla cima del monte da cui si mosse la frana fino al piano dell’Adige la roccia è così dirupata che potrebbe offrire una via qualsiasi a chi venisse giù dalla sommità: simile era la discesa di quel burrone, e sull’orlo superiore del fianco spaccato del dirupo stava disteso il disonore di Creta, il Minotauro, che fu concepito da Pasifae nella finta vacca di legno che si era fatta costruire per congiungersi con Giove presentatosi a lei nelle sembianze di un toro bianco; e quando il mostro ci vide si dette di morso, vinto dentro dalla rabbia. Il saggio Virgilio gli gridò: «Credi forse che sia qui Teseo, il re di Atene che lassù nel mondo ti uccise dentro il labirinto in cui eri rinchiuso? Fatti in là, bestia, perché costui non è stato preparato da tua sorella Arianna come lo fu nel labirinto Teseo al quale ella diede il filo per uscirne, ma viaggia per vedere le vostre pene».

Come il toro che si scioglie dalle funi nel momento in cui ha ricevuto il colpo mortale, barcolla e saltella qua e là, vidi fare lo stesso al Minotauro, e Virgilio, pronto, gridò: «Corri al varco: è bene che tu discenda mentre è preso dalla furia».

Così ci facemmo strada giù per lo scarico di quelle pietre che si muovevano spesso sotto i miei piedi per il nuovo peso che dovevano sostenere. Scendevo riflettendo, e Virgilio disse: «Forse pensi a questo dirupo che è custodito da quell’ira bestiale che or ora ho domato. Sappi che l’altra volta che discesi quaggiù nell’Inferno profondo, questa roccia non era ancora franata. Ma certo, se ben ricordo, poco prima che venisse Cristo a sottrarre a Lucifero la grande preda delle anime del Limbo nel primo cerchio, la profonda e sozza vallata tremò da ogni parte così che pensai che l’universo provasse quell’amore in virtù del quale il filosofo Empedocle crede che più volte il mondo torni al caos originario; e in quel momento della morte di Cristo questa antica roccia si rovesciò, qui e altrove. Ma ora ficca lo sguardo nella valle in cui resta a bollire chiunque offenda l’altro con la violenza».

Cieca cupidigia e folle ira, che tanto ci spronate nella breve vita, e poi con tanta angoscia nella vita eterna ci mettete a mollo nel bollore! Vidi un’ampia fossa piegata in forma d’arco che abbracciava tutta la pianura, come aveva detto la mia guida; e tra la base del dirupo ed essa, in schiera correvano i centauri, armati di saette, come erano soliti andare a caccia sulla terra. Vedendoci scendere, si fermarono tutti e dalla schiera in tre si staccarono con archi e dardi già estratti dalla faretra, e uno gridò da lontano: «A quale pena venite voi che scendete la costa? Rispondete lì dove siete, altrimenti vi colpirò con l’arco». Il mio maestro di rimando: «Risponderemo da vicino a Chirone: sei stato troppo irruente e precipitoso». Poi mi toccò, e disse: «Quello è Nesso, che morì per la bella Deianira, e fece di se stesso lo strumento della vendetta con la sua pelle avvelenata inducendo la donna a farne una veste per il marito Ercole. E quello di mezzo, con la testa china, è il grande Chirone che nutrì Achille; quell’altro è Folo, che fu tanto pieno d’ira. Vanno a migliaia intorno alla fossa, saettando contro le anime che si sporgono fuori dal fiume di sangue bollente -Flegetonte- più di quanto è loro imposto in base alla loro colpa».

Ci avvicinammo a quelle fiere veloci: Chirone prese una freccia, e con la cocca scostò indietro la barba per scoprire la bocca. Quando l’ebbe liberata disse ai compagni: «Vi siete resi conto che quello che sta dietro muove ciò che tocca camminando? Non fanno questo i piedi dei morti». E la mia buona guida, che gli era giunta già all’altezza del petto dove si congiungono le due nature, quella umana e quella equina, rispose: «Egli è ben vivo, e bisogna mostrargli la buia valle. La necessità ve lo spinge, non il piacere. Una grande donna smise di cantare l’Alleluia per assegnarmi questo nuovo impegno: non è un brigante, e io non sono l’anima di un ladro. Ma in nome di quella virtù per cui muovo i miei passi per una via così selvaggia, dammi uno dei tuoi, a cui noi staremo accanto, che ci mostri il punto del guado e che porti costui sulla groppa, perché non è uno spirito che possa volare nell’aria». Chirone si girò verso destra e disse a Nesso: «Volgiti indietro e guidali, e se un’altra schiera dovesse ostacolarvi la via, falla scansare». Così ci muovemmo con la scorta fidata lungo la proda del bollore rosso di sangue, dove i bolliti mandavano strida acute. Vidi gente che stava sotto fino agli occhi, e il gran centauro disse: «Sono tiranni che sottrassero vita e averi. Qui piangono i danni che hanno compiuto senza pietà; qui stanno Alessandro il grande re dei Macedoni conquistatore del mondo, e il fiero Dioniso -il tiranno di Siracusa- che fece vivere anni dolorosi alla Sicilia. E quella testa che ha i capelli così neri è di Ezzelino da Romano signore ghibellino della Marca Trevigiana, fedele alleato dell’imperatore Federico; e quell’altro che è biondo è il guelfo Obizzo d’Este signore di Ferrara, il quale in verità fu ucciso dal figliastro Azzo, su nel mondo». Allora mi rivolsi al poeta per avere conferma ma egli mi disse: «Qui devi credere a lui, io vengo dopo». Poco più oltre il centauro si fermò al di sopra di gente che pareva uscisse fino alla gola dal bollore di sangue. Ci mostrò da una parte un’ombra solitaria, dicendo: «Costui ferì in grembo a Dio il cuore che sul Tamigi -a Londra- si venera ancora. È l’anima di Guido di Montfort che dentro la chiesa di san Silvestro a Viterbo spaccò il cuore di Enrico di Cornovaglia fratello di quell’Edoardo I d’Inghilterra che, non ancora re, aveva ucciso a Evesham suo padre: ne vendicò così la morte». Poi vidi gente che teneva fuori dal fiume la testa e tutto il torace, e tra costoro ne riconobbi molti. Così quel fiume di sangue si faceva sempre più basso, tanto da cuocere solo i piedi. Per di qua trovammo il guado del fosso.

«Come vedi diminuire costantemente la fiumana bollente da questa parte», disse il centauro, «sappi che da quest’altra essa abbassa il fondo del suo letto sempre più giù fino a giungere al luogo dove sono puniti i tiranni. In quel punto la giustizia divina colpisce quell’Attila re degli Unni che sulla terra fu un flagello, e Pirro re dell’Epiro che minacciò la sopravvivenza di Roma, e Sesto il figlio di Pompeo Magno che ne continuò la lotta contro Cesare in Spagna; e in eterno tale giustizia spreme fuori dagli occhi le lacrime che provoca col bollore a Rinieri da Corneto e a Rinieri dei Pazzi i quali resero tanto insicure con le loro violenze le campagne di Lazio e Toscana».

Poi si voltò di nuovo indietro e ripassò il guado.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Claudio Rocco

Giornalista.https://www.avantionline.it/oh-divina-una-prosa-settimanale-per-capire-dante-parte-iii/
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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