sabato, 25 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte IX)

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INFERNO

Canto XXV

Al termine del suo discorso Vanni Fucci il ladro alzò le mani facendo le fiche -pollice tra l’indice e il medio e le altre dita piegate-, e gridando: «Prendi, Dio, che le faccio su misura per te!». Da allora in poi le serpi mi furono amiche perché una gli si avvolse al collo come per dire non voglio che tu parli ancora”, e un’altra alle braccia, e lo legò annodandosi anche sul davanti, in modo che stretto da entrambe non poteva fare un movimento.

Ah Pistoia, Pistoia, perché non decidi di incenerirti mettendo così fine ai tuoi giorni, poiché nel fare il male superi i discendenti di Catilina che si ribellò a Roma: i tuoi padri? Non avevo ancora visto attraverso tutti i cerchi scuri dell’Inferno uno spirito tanto superbo contro Dio, neppure Capaneo che a Tebe cadde giù dalle mura fulminato dal cielo mentre le scalava per prendere la città, sfidando anche Giove che provasse a ostacolarlo -era uno dei sette re che, insieme, la assediarono.

Non potendo più parlare, Vanni Fucci andò via correndo, e io vidi venire un centauro pieno di rabbia, che chiedeva: «Dov’è, dov’è il sacrilego?». Non credo che Maremma abbia tante bisce quante ne aveva costui sulla groppa, fin dove comincia l’aspetto umano. Sulle spalle, dietro la nuca, gli stava un dragone con le ali aperte che incenerisce chiunque incontri. Il mio maestro disse: «Questo è Caco, che sotto la spelonca del monte Aventino fece spesso un lago con il sangue delle sue vittime. Non va per la stessa strada assieme ai suoi fratelli perché sconta il furto, che commise con frode, del grande armento che trovò a pascolare vicino alla sua spelonca: per questo le sue perverse imprese ebbero fine sotto la mazza di Ercole che forse gli diede cento colpi ma egli era già morto prima che gli venisse inferto il decimo».

Mentre così diceva e Caco si allontanava, tre spiriti giunsero sotto di noi: né io né la mia guida ci accorgemmo di loro se non quando gridarono: «Chi siete voi?»; al che il nostro discorso si interruppe e badammo solo ad essi. Non li conoscevo, ma accadde, come casualmente capita, che uno di essi volle nominare un altro, dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?». Allora io, per attirare l’attenzione di Virgilio, mi portai il dito su dal mento al naso.

Se tu ora, Lettore, non crederai subito a ciò che dirò, non mi meraviglierò perché io stesso che vidi quel che sto raccontando, consento appena a me stesso di crederlo. Mentre tenevo lo sguardo su di loro, un serpente con sei zampe -in quello si era trasformato l’anima di Cianfa Donati, guelfo e cavaliere fiorentino, e ladro- si lanciò dinanzi ad uno degli altri tre avvinghiandosi interamente a lui: Angelo Brunelleschi era stato il nome da vivo del ghibellino di Firenze che si era fatto seguace dei guelfi Neri, ladro anch’egli. Con le zampe di mezzo gli avvolse la pancia e con gli arti anteriori gli prese le braccia; poi gli addentò le guance, allungò le zampe posteriori verso le sue cosce, gli passò la coda tra di esse e la tese di nuovo, su per le reni. Mai edera fu così abbarbicata a un albero come l’orribile mostro avviticchiò le sue membra a quelle dello spirito. Poi si fusero insieme, come fossero stati di calda cera, e mischiarono il loro colore, e già nessuno dei due -né Cianfa Donati né Angelo Brunelleschi- sembrava più ciò che era: allo stesso modo in cui prima che giunga la fiamma, sulla carta di papiro un colore bruno che non è ancora nero si sposta in avanti mentre il bianco muore.

Gli altri due spiriti -Buoso che ricoprì a Firenze cariche pubbliche di cui approfittò per rubare, e Puccio Sciancato che rubava malgrado non potesse fuggire- lo guardavano e gridavano: «Angelo, come ti trasformi! Vedi che non sei né due né uno». Le due teste erano divenute una sola quando ai nostri occhi apparvero due figure mescolate in un solo volto in cui erano due le anime perdute. Di quattro arti anteriori si formarono due braccia: le cosce con le gambe, il ventre e il torace divennero membra mai viste prima. Ogni originario aspetto venne cancellato: l’immagine perversa sembrava due e nessuno, e così se ne andò lentamente.

Come il ramarro sotto la grande sferza dei giorni canicolari, cambiando siepe si sposta veloce come una folgore attraversando la strada, altrettanto veloce un serpentello infuocato, livido e nero come un grano di pepe, veniva verso il ventre degli altri due: si era trasformata così l’anima di un altro ladro, Francesco Cavalcanti, ucciso dalla gente del castello di Gaville in Valdarno e vendicato poi con strage dai familiari. E a Buoso trafisse l’ombelico, poi cadde giù disteso innanzi a lui. Buoso lo guardò ma non disse nulla, anzi, smettendo di camminare, cominciò a sbadigliare come assalito da sonno o febbre. Guardava il serpente e quello guardava lui: mandavano fuori molto fumo, l’uno dalla ferita e l’altro dalla bocca, e il fumo urtava contro il fumo.

Taccia Lucano là dove narra del misero Sabello e di Nasidio, i soldati di Catone uccisi dal morso di un serpente in Libia, e stia attento ad ascoltare quello che ora verrà narrato. Non narri Ovidio di Cadmo che fondò Tebe, e di Aretusa la ninfa che sfuggì alla voglia del fiume Alfeo: io non lo invidio se egli nelle Metamorfosi, il suo poema, trasforma il primo in serpente e la seconda in fonte, perché mai ha immaginato, come invece racconto io, di scambiare due nature, l’una di fronte all’altra, così che entrambi gli esseri fossero pronti a trasformare i loro caratteri specifici.

All’uomo e al serpente stava accadendo di trasformarsi insieme così che il secondo fendette la coda in due come una forca, mentre le gambe del ferito si fusero insieme. Queste si congiunsero con le cosce e in poco tempo l’articolazione del ginocchio non mostrò più alcun segno di separazione. La coda biforcuta assumeva la forma delle gambe che l’uomo stava perdendo, e la sua pelle si faceva morbida, mentre quella dell’altro si induriva. Vidi le braccia dell’uomo entrare nelle ascelle, mentre si allungavano le due corte zampe anteriori della bestia, tanto quanto si accorciavano le braccia dell’uomo. Poi, avvolte insieme, le zampe posteriori della serpe diventarono il pene, mentre il disgraziato uomo aveva ricavato dal suo membro le due zampe della nuova serpe in cui andava trasformandosi. Intanto che il fumo copriva l’uno e l’altro, dando alla pelle un nuovo colore, e generando il pelo su una pelle mentre lo toglieva dall’altra, il corpo della serpe divenuta uomo si alzò e l’altro cadde giù, non smettendo però entrambi di fissarsi reciprocamente con gli occhi empi sotto i quali essi cambiavano aspetto. All’essere che era in piedi -e che stava riacquistando le fattezze di Francesco Cavalcanti- il volto si ritrasse verso le tempie, e dalla carne in eccesso uscirono gli orecchi sulle tempie che ne erano prive, e la carne che non si ritrasse diede alla faccia il naso e ingrossò le labbra quanto necessario. Buoso Donati che invece giaceva per terra allungò il muso in avanti e ritirò gli orecchi nella testa come fa la lumaca con le corna, e la lingua che prima aveva unita e veloce nel parlare, si divise, mentre quella che nell’altro era biforcuta si unì, e il fumo cessò. L’anima divenuta bestia fuggì sibilando nella valle, e l’altro dietro di essa parlando sputava. Poi le voltò le spalle, formate in quel momento, e disse a Puccio Sciancato: «Voglio che Buoso corra carponi per questo luogo, come ho fatto io».

Così vidi le anime della settima bolgia mutare e scambiarsi le nature, e qui la novità dell’avvenimento mi valga come scusa se la penna impiega qualche espressione non chiara. I miei occhi restarono molto confusi, e l’animo turbato, ma quelle anime non poterono fuggire tanto nascostamente che io non riconoscessi Puccio Sciancato: era l’unico dei tre compagni di prima a non essere trasformato; l’altro, che aveva riacquistato le fattezze umane, era Francesco Cavalcanti a causa del quale tu, Gaville, piangi.

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Canto XXVI

Godi, Firenze, perché sei così grande che batti le ali per mare e per terra, e il tuo nome si diffonde per l’Inferno!

Tra i ladroni trovai cinque tuoi cittadini di tale specie che ne provo vergogna, e tu non ne sali in grande onore. Ma se quando si avvicina il mattino si sogna la verità, di qui a breve sentirai ciò che Prato, e altri, desiderano con forza. E se il loro desiderio di sottrarsi al tuo dominio si è già realizzato, ebbene ciò è avvenuto troppo tardi. E così fosse, visto che così dev’essere! Perché più invecchio e più soffrirò per questo.

Ci allontanammo, e Virgilio, la mia guida, risalì su per i gradini che prima, scendendo, ci avevano fatto impallidire, e mi trasse a sé; e proseguendo la via solitaria tra le pietre scheggiate e i blocchi di roccia dello scoglio, il piede non riusciva ad avanzare senza l’aiuto della mano che cercava appoggio sul masso. Allora mi rattristai, e ora provo di nuovo dolore quando volgo la mente a ciò che vidi, e tengo a freno l’ingegno ancor più di quanto non sia abituato a fare, perché esso non corra avanti senza la guida della virtù: così che se la buona stella o qualcosa di ancora migliore hanno riservato per me quel bene dell’ingegno, non sia io stesso a privarmene.

Quante lucciole vede giù per la pianura il contadino che si riposa sulla collina, là dove egli vendemmia e ara, nel tempo d’estate in cui il sole che rischiara il mondo ci nasconde meno il suo volto, quando al tramonto la mosca cede alla zanzara: di tante fiamme l’ottava bolgia risplendeva tutta, come mi accorsi appena giunsi dove si vedeva il fondo. E come il profeta Eliseo, che si vendicò facendo sbranare dagli orsi i ragazzi che si facevano beffe di lui, vide il carro di Dio che portò via il suo maestro Elia innalzarsi, quando i cavalli si levarono tanto alti nel cielo da non poter seguirlo con gli occhi, e scorgendo nient’altro che la sola fiamma salire in su come una nuvoletta, allo stesso modo le fiamme si muovono per la gola di quel fosso: nessuna mostra ciò che sta rubando e ognuna porta via un peccatore.

Stavo ritto in piedi sopra il ponte, e se non avessi afferrato una pietra sporgente sarei caduto giù senza essere stato urtato. E la guida che mi vide tanto attento disse: «Gli spiriti sono dentro i fuochi, ciascuno si fascia della fiamma dalla quale è arso». «Maestro mio», risposi, «ascoltandoti sono più sicuro, ma mi ero già reso conto che le cose stanno così, e volevo chiederti: chi è che in quel fuoco viene diviso in due sulla cima in tal modo che sembra sorgere dalla pira dove Eteocle fu messo col fratello Polinice -i due figli maschi di Edipo-, e dove persino la fiamma che li bruciò entrambi, essendosi dati l’un l’altro la morte per il trono di Tebe, si divise a causa dell’odio che perdurava tra di loro?». Mi rispose: «Là dentro si sottopone al tormento Ulisse e Diomede: stanno insieme nella vendetta divina come lo furono nell’ira, e dentro la loro fiamma gemono per l’inganno del cavallo che aprì la porta di Troia da cui fuggì Enea, il nobile seme dei Romani. Dentro la fiamma piangono l’astuzia a causa della quale Deidamia, una delle figlie di Licomede re dell’isola di Sciro, da morta si affligge ancora per Achille che le fu portato via -e furono essi, i re di Itaca e di Argo, Ulisse e Diomede, a svelare l’identità dell’eroe travestito da donna perché la madre Teti non voleva che partisse per la guerra di Troia, mostrandogli un cesto pieno di armi-; e dentro quella fiamma essi scontano anche la pena meritata per il furto della statua di Atena a Troia, il Palladio». «Se possono parlare dall’interno di quelle fiamme», dissi, «maestro, ti prego e ancora ti prego, e la mia preghiera ne valga mille, non negarmi il permesso di aspettare finché la fiamma biforcuta sarà giunta qua: vedi come il desiderio mi attrae verso di essa!». Ed egli a me: «La tua preghiera è degna di molta lode, e perciò l’accolgo, ma frena la tua lingua. Lascia parlare me che ho capito ciò che vuoi: forse essi preferirebbero evitarti perché furono Greci e arroganti».

Giunta la fiamma dove parve a Virgilio fossero il tempo e il luogo adatti per rivolgersi ad essa, lo sentii parlare in questo modo: «Voi che siete due dentro un fuoco, se in vita ho acquistato merito presso di voi, se presso di voi ho meritato molto o poco quando nel mondo scrissi gli alti versi dell’Eneide, fermatevi, e uno di voi racconti dove, a causa di se stesso, perduto andò a morire».

Il corno più grande dell’antica fiamma cominciò a scuotersi mormorando, come la fiamma mossa dal vento; quindi, dimenando qua e là la punta come se a parlare fosse la lingua di fuoco, gettò di fuori la voce e disse: «Quando mi separai da Circe che mi sottrasse al mare per più di un anno là presso Gaeta, prima che così la chiamasse Enea, né la dolcezza di un figlio -il mio Telemaco- né il rispetto e la devozione per il vecchio padre, Laerte, né il dovuto amore che doveva rendere lieta Penelope mia moglie, poterono vincere dentro di me la smania che ebbi di divenire esperto del mondo e dei vizi e del valore dell’uomo: ma mi misi in mare aperto solo con una nave e con quella piccola compagnia che non mi abbandonò. Da un lido all’altro vidi infine la Spagna, il Marocco, la Sardegna e le altre isole che quel mare bagna. Eravamo ormai invecchiati e stanchi, io e i miei compagni, quando arrivammo allo stretto braccio di mare dove Ercole segnò i suoi limiti perché l’uomo non li oltrepassasse; a mano destra mi lasciai Siviglia, dall’altra avevo già lasciato Ceuta, sulla costa del Marocco. “O fratelli”, dissi, “che attraverso centomila pericoli siete giunti all’Occidente, non vogliate negare al poco che ci è rimasto da vivere, l’esperienza del mondo disabitato, seguendo il sole. Considerate la vostra origine: non foste fatti per vivere come bruti, ma per seguire virtù e conoscenza”. Con queste poche parole disposi i miei compagni così pronti al viaggio che sarei riuscito a trattenerli a stento; e, volta nel mattino -a est- la nostra poppa, dei remi facemmo ali per il folle volo, procedendo sempre verso sinistra. La notte vedeva già tutte le stelle del Polo antartico, e la nostra stella polare tanto bassa che non si elevava dalla superficie del mare. Cinque volte fu accesa, e tante volte spenta, la luce che illumina la faccia inferiore della luna, da che eravamo entrati nello stretto tra le colonne d’Ercole -erano trascorsi quasi cinque mesi-, quando ci apparve una montagna, scura per la distanza, e mi sembrò alta quanto non ne avevo mai vista alcuna: era il Purgatorio. Ci rallegrammo, ma la gioia si mutò subito in pianto perché dalla terra sconosciuta si generò un turbine che percosse la prua della nave. Per tre volte fece girare in un vortice d’acqua la nostra imbarcazione: alla quarta sollevò in su la poppa e sprofondò la prua, come a Dio piacque, finché il mare si richiuse sopra di noi».

§§§

Canto XXVII

La fiamma era già dritta e immobile perché lo spirito che conteneva non disse altro, e già si allontanava da noi con il congedo del dolce poeta Virgilio, quando un’altra, che veniva dietro di essa, ci fece volgere gli occhi alla sua punta per un confuso suono che ne usciva fuori.

Come il bue siciliano -strumento di tortura costruito per Falaride tiranno di Agrigento- che mugghiò la prima volta con il pianto di colui che l’aveva perfezionato con il suo lavoro di lima, muggiva con la voce dell’afflitto che teneva chiuso dentro, al punto che, malgrado fosse di rame, anch’esso sembrava trafitto dal dolore, così, poiché le tristi parole delle anime dentro il fuoco non avevano via d’uscita né foro, si trasformavano dapprima in un muggito. Ma quando ebbero trovato la strada su per la punta della fiamma, dandole quel guizzo che al loro passaggio aveva dato la lingua di fuoco, udimmo dire: «Tu a cui rivolgo la mia voce, e che ora parlavi da Lombardo dicendo Istra ten va, più non t’adizzo/Ora va non ti sprono a parlare ancora”, non ti spiaccia restare a parlare con me, benché forse io sia giunto molto in ritardo: vedi che a me non dispiace, eppure io brucio! Se solo ora sei caduto in questo cieco mondo da quella dolce terra latina dalla quale sono venuto sotto il peso di tutta la mia colpa, dimmi se i Romagnoli stanno in pace o in guerra, perché io fui dei monti là tra Urbino e le catene montuose da cui sgorga il Tevere».

Ero ancora attento e chino verso il fondo quando la mia guida mi toccò nel fianco dicendo: «Parla tu, costui è italiano». E io che avevo già pronta la risposta cominciai senza indugio a parlare: «Anima che sei nascosta laggiù, la tua Romagna non è, e non fu mai, senza guerra nel cuore dei suoi tiranni, ma ora non vi ho lasciato nessun conflitto manifesto. Ravenna sta come è stata per molti anni: la signoria dei da Polenta la domina estendendo il suo potere anche su Cervia. Forlì, che un tempo col ghibellino Guido da Montefeltro sostenne il lungo assedio e fece sanguinoso mucchio dei Francesi dell’esercito del papa, si ritrova sotto il dominio degli Ordelaffi, ghibellini. E Malatesta il vecchio, con il giovane Malatestino di Verrucchio, che fecero giustiziare il Montagna, capo dei ghibellini di Rimini, abituati a estorcere i beni altrui fanno dei denti un succhiello per dilaniare gli avversari. Maghinardo Pagani, capitano ghibellino che cambia alleanza dall’estate all’inverno, governa Faenza, città del fiume Lamone, e Imola, città del Santerno. E Cesena a cui il Savio bagna il fianco, così come siede tra il piano e il monte vive fra la tirannia e la libertà a causa di Galasso da Montefeltro che è insieme podestà e capitano del popolo. Ora ti prego di dirci chi sei: non essere reticente più degli altri, e che il tuo nome duri a lungo nel mondo».

Dopo che il fuoco ebbe, al suo modo, muggito molto, la punta aguzza della fiamma mosse di qua, di là, e poi emise questo soffio: «Se io credessi che la mia risposta fosse diretta a persona che tornasse nel mondo, questa fiamma arderebbe senza più scosse, ma poiché da questo abisso non tornò mai vivo nessuno, se ho udito il vero, ti rispondo senza timore di dovermene vergognare. Fui uomo d’arme, e poi fui francescano credendo di fare ammenda dei peccati col cingere il cordone da frate. Mentre ero in vita, le mie imprese non furono di leone ma di volpe. Conobbi tutte le manovre e le vie segrete, e tanto utilizzai la loro arte che la mia fama arrivò all’estremo limite della Terra. Quando mi vidi giunto in quella fase della vita nella quale ciascuno dovrebbe calare le vele e raccogliere le sartìe, ciò che prima mi piaceva a quel punto mi dispiacque, e pentito e confesso mi feci frate. Ah misero infelice! E quella scelta mi sarebbe stata certo di giovamento. Ma il principe dei nuovi Farisei, papa Bonifacio VIII, facendo guerra non con i Saraceni né con i Giudei ma presso il Laterano, a Prenestino -che da mesi teneva sotto assedio: vi si erano rifugiati i cardinali Pietro e Iacopo Colonna che avevano proclamato illecita l’elezione di papa Bonifacio-: lì portava guerra Bonifacio perché ogni suo nemico era cristiano e nessuno di essi aveva combattuto contro i crociati ad Acri né era stato mercante nella terra del sultano, ebbene egli non ebbe riguardo per il suo sommo compito né per gli ordini sacri che ricopriva, né, per quanto concerne me, per quel cordone che cingevo e che di solito rendeva più magri quanti lo allacciavano. Ma come l’imperatore Costantino mandò a chiamare papa Silvestro sul monte Soratte per guarire dalla lebbra, così costui mi richiese come medico perché lo guarissi dalla sua febbre di superbia. Mi chiese consiglio, e io tacqui perché le sue parole mi parvero ubriache. E poi disse: Il tuo cuore non provi paura, ti assolvo da ora, ma tu insegnami ad abbattere Prenestino. Come sai è in mio potere chiudere e aprire il cielo per gli uomini: sono due, infatti, le chiavi che Celestino V, il mio predecessore, dimostrò di non aver care rinunciando al pontificato. Quegli argomenti decisivi mi spinsero allora fin là dove il tacere mi sembrò la decisione peggiore, e dissi: Padre, dal momento che mi liberi da quel peccato nel quale ora dovrò cadere, ecco il mio consiglio: promettere molto e mantenere poco ti farà trionfare sull’alto seggio pontificio. Quando poi cessai di vivere, Francesco si mosse per me, il santo fondatore del mio Ordine, ma uno dei cherubini neri gli disse: “Non portarlo con te, non farmi torto. Questo se ne deve venire giù tra i miei infelici perché diede il consiglio di frode, e da quel momento fino ad ora gli sono stato addosso poiché non si può assolvere chi non si pente, né è possibile, senza cadere in contraddizione, pentirsi e insieme volere ciò di cui ci si pente”. Me pieno di angoscia! Come mi risvegliai dall’illusione quando il diavolo mi prese dicendomi: “Forse non pensavi ch’io fossi maestro di logica!”. Mi condusse davanti a Minosse, e quello otto volte la coda attorcigliò intorno alla sua dura schiena, e dopo essersela presa a morsi per la gran rabbia, disse: Costui è di quei colpevoli da punire col fuoco che rapisce i dannati nelle sue fiamme”. Per cui io sono perduto là dove vedi, e soffro vestito di fiamme».

Quand’ebbe terminato il suo discorso, la fiamma del conte Guido da Montefeltro si allontanò straziata, torcendo e dibattendo la punta aguzza. Noi passammo oltre, io e la mia guida, su per lo scoglio fin sopra l’altro ponte che copre la fossa in cui sono puniti coloro che seminando discordia si guadagnano una pena più pesante.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

 

 

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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