giovedì, 5 Agosto, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte V)

0

Canto XIII

Nesso, il centauro, non era ancora arrivato di là dal guado, quando ci inoltrammo per un bosco che non era segnato da alcun sentiero. Le fronde non erano verdi ma di colore scuro, i rami non lisci e dritti ma nodosi e avvolti, e non vi erano frutti ma stecchi avvelenati. Non hanno per tana sterpi così pungenti e così folti quelle fiere selvagge che, tra Cecina nel mezzo della costa toscana, e Corneto, l’antica Tarquinia, evitano i luoghi coltivati. Qui fanno i loro nidi le brutte Arpìe che cacciarono i Troiani dalle isole Strofadi nel mare Ionio, con il terribile annuncio delle future sventure per avere razziato le loro greggi: una di esse, Celeno, predisse che avrebbero sofferto la fame prima di cingere Roma di mura. Le arpìe hanno larghe ali e colli e volti umani, piedi con artigli, e pennuto il grande ventre; mandano spaventosi lamenti da sopra gli alberi. E il buon maestro: «Prima di addentrarti di più, sappi che sei nel secondo girone del settimo cerchio», cominciò a dirmi, «e ci resterai finché non sarai giunto all’orribile distesa di sabbia. Perciò guarda bene, così vedrai cose che toglierebbero credibilità alle mie parole se le raccontassi».

Sentivo lamenti provenire da ogni parte e non scorgevo persona che li facesse; al che, smarrito, mi fermai. Credo che Virgilio credette che io credessi che tante voci venissero tra quei pruni da gente che si nascondesse a noi. Perciò il maestro disse: «Se spezzi qualche piccola frasca di una di queste piante, i dubbi che hai saranno risolti». Allora sporsi un po’ avanti la mano e colsi un ramicello da un grande pruno, e il suo tronco gridò: «Perché mi schianti?». Quando poi fu macchiato da sangue scuro, riprese a dire: «Perché mi laceri? Sei del tutto privo di pietà? Fummo uomini e ora siamo fatti sterpi: la tua mano dovrebbe essere ben più misericordiosa se fossimo state anime di serpi».

Come accade di un tizzo verde che venga arso da uno dei capi, che geme e sfrigola dall’altro per l’aria che sibila via, così dalla scheggia spezzata uscivano insieme parole e sangue: perciò, assalito dalla paura, lasciai cadere il ramo. «Se egli avesse potuto credere prima ciò che ha pur visto nel mio poema, anima ferita», rispose ad essa il mio saggio Virgilio, «non avrebbe rivolto la mano contro di te; ma la tua condizione incredibile mi ha indotto a chiedergli di fare qualcosa che pesa a me stesso. Digli chi fosti, così che, non potendo risarcirti con denaro, egli rinfrescherà la tua fama nel mondo dove gli è consentito fare ritorno». E il tronco: «A tal punto mi adeschi con le dolci parole che non posso tacere, e non vi disturbi se mi intrattengo a ragionare un poco. Sono Pier della Vigna, colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico imperatore, quella del si e quella del no, che serrando e aprendo girai così soavemente che quasi tutti tenni lontani dalle sue decisioni segrete: fui tanto fedele nel glorioso ufficio che per esso perdetti il sonno e la vita. La meretrice invidia, morte comune e vizio delle corti, che mai distolse dalla Corte imperiale gli occhi di puttana, infiammò tutti gli animi contro di me; e gli infiammati infiammarono tanto l’imperatore che i lieti onori divennero per me tristi lutti. Il mio animo, mosso da un’amara ribellione, credendo di fuggire il disprezzo con la morte, mi indusse a essere ingiusto contro me stesso giusto: e mi tolsi la vita. Vi giuro per le nove radici di quest’albero che mai ruppi il vincolo di fedeltà al mio signore che fu così degno di onore. E se qualcuno di voi tornerà nel mondo conforti la mia memoria che è ancora atterrata dal colpo che le inferse l’invidia».

Attese un po’, e allora il poeta mi disse: «Dal momento che egli tace non perder tempo, parla e chiedigli quanto più ti piace». Io dissi: «Chiedigli tu quel che credi che mi soddisfi, perché io non potrei, tanta angoscia mi pesa nel cuore». Perciò Virgilio ricominciò: «Ti sia concesso quanto hai richiesto, spirito incarcerato, ma ti piaccia dirci ancora come l’anima si lega a questi tronchi contorti; e dicci, se puoi, se mai alcuna di tali anime si libera». Allora il tronco emise un forte soffio e poi quel vento si trasformò in queste parole: «Brevemente vi risponderò. Quando l’anima feroce si diparte dal corpo da cui essa stessa si è strappata, Minosse la manda al settimo cerchio. Cade nella selva, senza poter scegliere il luogo, ma germoglia come il seme di spelta che subito attecchisce, là dove il caso la scaraventa. Sorge nella pianticella della salvia come nell’albero selvatico: le Arpìe, poi, nutrendosi delle sue foglie, provocano sofferenza e ferite. Come le altre anime verremo nella selva dopo il Giudizio universale con i nostri corpi, ma senza potercene rivestire perché non è giusto che l’uomo ottenga di nuovo ciò di cui si è privato da sé. Li trascineremo qui ed essi saranno appesi nella triste selva, ciascuno al pruno della sua ombra molesta».

Noi ci trovavamo ancora in attesa accanto al tronco credendo che volesse dire altro, quando fummo sorpresi da un rumore, come chi sente arrivare in corsa il cinghiale e i cani e i cacciatori sulle sue tracce, e ode le bestie e stormire i cespugli. Ed ecco sopraggiungere due, da sinistra, nudi e graffiati, che fuggivano così velocemente da spezzare ogni cespuglio della selva. Quello davanti: «Ora accorri, accorri, morte!» gridava. E l’altro, a cui sembrava di non essere abbastanza veloce: «Lano, alle gare del Toppo le tue gambe non furono così veloci!». E poiché forse gli venne meno il respiro, fece un unico groviglio di sé e di un cespuglio, gettandovisi dentro. Dietro di loro la selva era piena di nere cagne, bramose e veloci come levrieri liberati dalla catena. Aggredirono a morsi quello che s’appiattò nel cespuglio e lo fecero a pezzi, brano a brano; poi si portarono via quelle membra dolenti. Dissipatore di ricchezze costui, in territorio di Padova, come l’altro, Lano senese che trovò la morte in un’imboscata degli Aretini a Pieve del Toppo in Valdichiana.

La mia scorta mi prese allora per mano e mi condusse al cespuglio che invano piangeva per le ferite sanguinanti. «Iacopo da Sant’Andrea», diceva, «a che ti è giovato usarmi come schermo? Che colpa ho io della tua vita malvagia?».

Il maestro si fermò sopra di esso e chiese: «Chi fosti che assieme al sangue, attraverso tante cime troncate soffi parole dolorose?». Ed egli a noi: «Anime venute qui per vedere lo strazio crudele che in questo modo ha svelto da me le mie fronde, raccoglietele alla base dell’infelice cespuglio. Io fui di Firenze, la città che cambiò il suo primo patrono, Marte, nel Battista, e per questo il dio la farà sempre soffrire con la guerra. E se non fosse che sul ponte dell’Arno resta di lui ancora qualche immagine, sarebbe stato vano il lavoro di quei cittadini che poi rifondarono la città sopra la cenere che rimase della distruzione compiuta da Attila. Quanto a me, io feci della mia casa un luogo di supplizio impiccandomi».

§§§

Canto XIV

Preso dalla compassione per avere in comune con lui il luogo di nascita, radunai le fronde sparse e gliele restituii mentre la sua voce andava spegnendosi. Quindi io e Virgilio procedendo giungemmo all’estremità in cui il secondo girone si distingue dal terzo, dove si manifesta l’arte terribile della giustizia. Per raccontare con chiarezza le cose di cui non ho ancora parlato, dico che giungemmo a una distesa di campagna che impedisce che sul suo terreno attecchisca qualsivoglia pianta. Le fa da ghirlanda tutto intorno la selva dolorosa, come a questa l’orribile fossato di sangue del Flegetonte: ci fermammo qui, proprio sull’orlo. Il fondo era occupato da una sabbia arida e compatta, non diversa da quella che fu calcata dai piedi di Catone in Africa quando egli vi si rifugiò per organizzare la resistenza contro Cesare. Vendetta di Dio, quanto devi essere temuta da chiunque legga quel che si manifestò chiaramente ai miei occhi! Vidi molte schiere di anime indifese che piangevano tutte molto miseramente, e ciascuna schiera sembrava soggiacere a un diverso modo di subire la pena. Alcuni stavano sdraiati supini per terra, alcuni sedevano raccolti in se stessi, e altri camminavano senza posa. La schiera che si muoveva intorno era più numerosa, meno numerosa invece quella che giaceva sottoposta al tormento ma che più urlava per il dolore. Sopra l’intero sabbione piovevano, lentamente cadendo, larghe falde di fuoco, come di neve sulla montagna, senza vento. Allo stesso modo in cui Alessandro Magno vide le fiamme cadere sopra il suo esercito, solide fino a terra, in quelle regioni calde dell’India, e con i suoi soldati prese a calpestare il suolo così che, una alla volta, le fiamme si spegnevano meglio: così scendevano le fiamme eterne, a causa delle quali la sabbia si accendeva come l’esca percossa dall’acciarino, a raddoppiare il dolore. Senza riposo era la danza delle misere mani, ogni anima scuotendo via da sé la fresca arsura -le fiamme più recenti-, ora da una parte ora dall’altra.

Cominciai: «Maestro, tu che hai superato ogni difficoltà fuorché gli irriducibili demoni che ci vennero incontro per impedirci l’entrata della porta di Dite, chi è quel grande che sembra non curarsi dell’incendio e giace sdegnoso e contorto, in modo tale che la pioggia non sembra tormentarlo?». E quello, che si accorse che alla mia guida stavo chiedendo di lui, gridò: «Come fui vivo così sono morto. Se Giove impegnasse il suo fabbro Vulcano, dal quale prese furibondo la folgore acuminata che mi colpì il giorno che mise fine alla mia vita; o se anche impegnasse i ciclopi, ad uno ad uno, nella nera fucina in Mongibello, sull’Etna, invocando “Buon Vulcano, aiutami, aiutami!”, come fece nella battaglia di Flegra dove gli dei sconfissero i giganti, e con tutta la sua forza scagliasse contro di me le sue saette: nemmeno allora da me potrebbe avere facile soddisfazione per la sua vendetta». A questo punto Virgilio, la mia guida, parlò con tanta forza nella voce che mai l’avevo udito così veemente: «Capaneo, proprio perché la tua superbia non si spegne, sei punito di più. Nessuna pena, se non la tua stessa rabbia, sarebbe un’adeguata punizione per il tuo furore». Poi si rivolse a me con espressione pacata: «Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe quando Polinìce rivendicò il trono tenuto contro i patti dal fratello Etéocle, ed ebbe, e pare che ancora abbia, disprezzo di Dio, e Gli tributa ancora poca gloria; ma, come gli ho detto, la sua malevolenza gli sta addosso come un ornamento assai adeguato. Ora seguimi, e sta’ attento a non mettere i piedi nella sabbia infuocata, ma cammina sempre rasente al bosco».

Tacendo giungemmo là dove, fuori dalla selva, scaturisce un fiumicello il cui rossore ancora mi suscita raccapriccio. Come dalla polla d’acqua ribollente esce l’acqua del ruscello che le ortolane si dividono tra di loro, nei solchi fatti in terra, per lavorare, così il Flegetonte scorreva giù per la sabbia. Il suo letto, entrambi i pendii delle sponde e i margini di queste, erano di pietra; dal che mi accorsi che il passaggio era proprio lì. «Fra tutto ciò che ti ho mostrato dopo essere entrati per la porta il cui accesso non è negato a nessuno, i tuoi occhi non hanno visto niente di più notevole di questo ruscello che spegne tutte le fiammelle che vi piovono sopra». Queste le parole della mia guida, per cui lo pregai che mi fornisse tutta la conoscenza necessaria a comprendere. «In mezzo al mare vi è un Paese in rovina che si chiama Creta», disse egli allora, «sotto il cui re Saturno il mondo fu senza peccato. Vi è una montagna che un tempo fu lieta d’acqua e di piante, che si chiamò Ida: ora è deserta come una cosa vecchia. Rea, moglie di Saturno, la scelse un tempo per culla fidata del suo figliuolo Giove e, per nasconderlo meglio al marito quando piangeva, imponeva che dentro si facesse rumore con suoni e canti perché non lo divorasse come gli altri figli, essendogli stato predetto che un figlio lo avrebbe spodestato. All’interno del monte sta in piedi un gran vecchio che tiene le spalle volte verso l’Egitto, e guarda Roma come nello specchio -a indicare il percorso di degradazione della storia umana, dall’impero orientale a quello occidentale, che culmina in Roma imperiale e sede del Papato. La testa del veglio è di oro fino, e le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino alla biforcazione del busto; da lì in giù è tutto di puro ferro salvo il piede destro che è di terracotta, e si tiene dritto più su quello che sull’altro. Ogni sua parte, eccetto quella d’oro, è rotta da una fessura che goccia lacrime le quali, raccolte, si aprono un passaggio in quella grotta. Il loro corso discende in questa valle di roccia in roccia, ed esse formano Acheronte, Stige e Flegetonte; poi se ne vanno giù per questo stretto canale, e infine là dove non si scende più formano Cocito: e come sia quello stagno lo vedrai con i tuoi occhi, perciò non te lo dico qui». E io: «Se questo ruscello proviene in tal modo dal nostro mondo, perché ci appare soltanto in questo orlo interno dell’Inferno?». Virgilio mi rispose: «Tu sai che l’Inferno è tondo, e malgrado tu ne abbia percorso gran parte, procedendo da destra a sinistra, scendendo giù verso il fondo, non hai percorso ancora tutta la circonferenza del baratro, sicché non devi meravigliarti se ci appare qualcosa mai vista prima». E io ancora: «Maestro, dove si trovano Flegetonte e Lete? Lo chiedo perché del primo non dici nulla, e del secondo hai detto che si origina da questa pioggia». «Mi piaci davvero per tutte le questioni che poni», rispose, «ma il bollore dell’acqua rossa doveva ben risolvere la prima delle questioni che hai posto. Lete lo vedrai, ma fuori da questa fossa, là dove, nel Paradiso terrestre, le anime vanno a lavarsi quando la colpa di cui si è pentiti è cancellata». Poi aggiunse: «Ormai è tempo di allontanarsi dal bosco. Vienimi dietro: i margini che non sono infuocati e sopra i quali si spengono i vapori del fuoco, ci indicano la via».

§§§

Canto XV

Ora è uno dei duri margini a condurci, e il vapore che sale da uno dei ruscelli di sangue fa nebbia salvando l’acqua e gli argini dalle fiamme che piovono dall’alto. I Fiamminghi tra Wissant, a sud di Calais, e Bruges, all’estremità opposta di quella costa, temendo le onde che si avventano contro di loro, erigono una barriera perché il mare torni indietro; e i Padovani alzano terrapieni lungo il Brenta per difendere le loro città e i loro castelli, prima che con il caldo si sciolgano le acque della Carinzia: a somiglianza delle dighe fiamminghe e degli argini padovani erano fatte quelle scarpate infernali, malgrado non così alte né così grosse le avesse fatte l’artefice, chiunque egli fosse.

Già eravamo lontani dalla selva tanto che io non avrei potuto più vederla se anche mi fossi rivolto indietro, quando incontrammo una schiera di anime che venivano lungo l’argine, e ciascuna ci osservava come si è soliti di sera guardare gli altri sforzando la vista sotto la scarsa luce del novilunio: e così esse aguzzavano lo sguardo verso di noi, come fa il vecchio sarto per appuntire il filo nella cruna dell’ago. Adocchiati in questo modo da quella gente, io fui riconosciuto da uno che mi prese per il lembo della veste e gridò: «Quale meraviglia!». E quando distese il suo braccio verso di me guardai con intensità nel suo viso bruciato così che il volto arroventato non poté impedire che lo riconoscessi, e chinando la mano verso quel volto, risposi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». Ed egli: «Figliuolo mio non ti dispiaccia se Brunetto Latini ritorna un po’ indietro con te e lascia la fila degli altri dannati». Gli risposi: «Ve ne prego, anzi, quanto posso, e se volete che mi segga con voi lo farò, se non dispiace a costui con il quale sono in cammino». «Figliuolo», disse, «chi di questa schiera si ferma un momento, giace poi cento anni senza difesa quando il fuoco lo brucia. Perciò prosegui: io ti verrò vicino, e poi raggiungerò la mia masnada che piange la sua pena eterna».

Io non osavo scendere dall’argine per camminare con lui, e tenevo il capo chino procedendo con atteggiamento rispettoso. Egli cominciò: «Quale caso o destino ti porta quaggiù prima dell’ultimo giorno? E chi è costui che ti mostra il cammino?». «Lassù di sopra, nella vita serena», risposi, «mi smarrii in una valle, prima che la mia vita fosse nel suo pieno. Soltanto ieri mattina le voltai le spalle: costui che mi sta accanto mi apparve mentre ricadevo nella selva, e mi ricondusse sulla retta via per questo passaggio». Ed egli: «Se segui la tua stella non puoi fallire, e giungerai alla gloria se giudicai bene quand’ero in vita; e se non fossi morto troppo presto, vedendo il cielo così benevolo nei tuoi confronti ti avrei sostenuto nella tua opera. Ma quell’ingrato popolo maligno che discese da Fiesole in tempi remoti, ed è ancora rozzo e duro come i macigni da cui proviene, ti si farà nemico a causa del tuo ben fare, e ciò non desta stupore perché in mezzo ai sorbi dal sapore aspro il dolce fico non può produrre frutti. Una fama antica nel mondo definisce ciechi i Fiorentini: è gente ingorda, invidiosa e superba: fa’ in modo di non farti contaminare dal loro modo di vivere. Il tuo destino ti riserva tanto onore che l’una e l’altra fazione vorranno divorarti, ma a quel punto l’erba sarà lontana dal capro. Le bestie fiesolane facciano di se stesse foraggio, e non tocchino la pianta -se qualcuna tra il loro letame ne sorge ancora-, in cui possa rivivere il santo seme di quei Romani che rimasero in Firenze quando vi fu creato il nido di tanta corruzione». «Se il mio desiderio fosse interamente soddisfatto», gli risposi, «voi non sareste ancora privato della vita, perché mi sta incisa nella mente, e ora mi commuove, la cara e buona immagine paterna di voi che nel mondo, di quando in quando, mi insegnavate come l’uomo acquista gloria eterna. E quanta gratitudine io conservi mentre vivo, voglio che si veda chiaramente nelle mie parole. Ciò che narrate della vita che mi resta, scrivo e conservo perché venga interpretato, assieme a un’altra profezia, da una donna che ne sarà capace, semmai arriverò fino a lei. Desidero solo che vi sia chiaro, sempre che la mia coscienza non mi rimproveri, che sono pronto, qualunque cosa accada, a sopportare i colpi della instabile Fortuna. Non è nuova alle mie orecchie tale profezia: perciò la Fortuna giri la sua ruota come le piace, e il villano la sua zappa».

Allora il mio maestro si voltò indietro verso destra e mi guardò, poi disse: «È buon ascoltatore chi serba nella mente e ricorda ciò che ha udito». Nondimeno, parlando, m’incammino con ser Brunetto, e chiedo chi sono i suoi compagni più famosi e importanti. Ed egli a me: «É bene sapere di qualcuno di essi: degli altri sarà lodevole tacere perché il tempo non basterebbe a enumerarli tutti. Insomma sappi che furono tutti chierici e grandi letterati e di gran fama, sporchi nel mondo di un medesimo peccato. Prisciano, grammatico, va con quella misera folla, e anche Francesco d’Accorso, giurista, e se avessi desiderato vedere un tale ribaldo, avresti potuto riconoscere il vescovo Andrea de’ Mozzi che Bonifacio VIII, il servo dei servi, trasferì dall’Arno al fiume Bacchiglione, da Firenze a Vicenza, dove morendo egli lasciò il proprio membro ritto in modo sconveniente. Direi di più, ma il camminare e il discutere non possono protrarsi oltre perché vedo là nuovo vapore sorgere dal sabbione. Si avvicinano anime con le quali non devo mescolarmi. Ti raccomando il mio Tesoro -il Livre dou Tresor scritto nell’esilio francese- nel quale io vivo ancora, e non chiedo di più». Poi si voltò e parve uno di quelli che a Verona partecipano alla corsa del drappo verde nella campagna: e di essi sembrò quello che vince, non quello che perde.

§§§

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply