mercoledì, 16 Giugno, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte VI)

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INFERNO Canto XVI

 

Lasciato il cerchio in cui sono puniti i sodomiti, ero già nel luogo in cui si udiva il rimbombo dell’acqua che cadeva nell’altro cerchio, simile al rombo che fanno le arnie, quando tre ombre correndo insieme si separarono da una schiera che passava sotto la pioggia della dura pena. Venivano verso di noi, e ciascuna gridava: «Fermati! Tu che dall’abito sembri uno della nostra città corrotta». Ahimè, quali piaghe, recenti e vecchie, vidi nei loro corpi bruciati dalle fiamme! Il solo ricordarle ancora mi provoca dolore. Il mio sapiente Virgilio fece attenzione a quelle grida, voltò il viso verso di me e «Ora aspetta», disse, «bisogna essere cortesi con queste anime. E se non fosse per il fuoco che qui saetta, direi che la fretta di dialogare converrebbe più a te che a loro».

Come ci fermammo, esse ricominciarono a urlare, e quando ci raggiunsero tutte e tre fecero di se stesse un cerchio. Come son soliti fare i campioni della lotta nudi e unti, cogliendo il momento giusto per la presa e per avvantaggiarsi, prima di battersi e di colpirsi, ciascuna ruotando in tal modo drizzava lo sguardo verso di me, sicché la testa si muoveva sempre al contrario rispetto ai piedi. «Se la miseria di questo luogo sabbioso esige di disprezzare noi e le nostre preghiere, e il nostro viso annerito e nudo», cominciò una di loro, «sia la nostra fama a indurre il tuo animo a dirci chi sei, tu che con tale sicurezza strusci i piedi per l’Inferno. Questo spirito, nudo e bruciato, le cui orme mi vedi calpestare, fu un personaggio più grande di quanto tu possa credere: fu nipote della buona Gualdrada, si chiamò Guido Guerra, e in vita compì molte imprese con l’ingegno e con le armi. L’altro che calpesta la sabbia dopo di me è Tegghiaio Aldobrandi, e il mondo avrebbe dovuto ascoltare la sua voce. E io che assieme a loro sono messo in croce, fui Iacopo Rusticucci, e la mia perversa moglie mi arreca danno più di ogni altra cosa».

Se fossi stato al riparo dal fuoco mi sarei gettato di sotto tra di loro, e credo che il saggio Virgilio me lo avrebbe permesso. Ma poiché mi sarei bruciato e arso, la paura vinse il desiderio che mi rendeva smanioso di abbracciarle. Poi cominciai: «Non appena la mia guida mi disse parole che mi fecero pensare che sarebbero venute verso di noi anime degne di onore quali voi siete, la vostra condizione mi ha confitto nel cuore non il disprezzo ma il dolore, e tanto grande che ci vorrà tempo prima che si dilegui del tutto. Sono originario della vostra terra, e sempre con commozione ho pronunciato e udito le vostre opere e i vostri nomi. Con questo viaggio abbandono il fiele e vado verso i dolci frutti che mi ha promesso la mia guida veritiera, ma prima devo scendere fino al centro dell’abisso». «Possa la tua anima lungamente guidare il tuo corpo», rispose lo spirito di quello ancora, «e la tua fama brillare dopo di te, dimmi: cortesia ed eccellenza d’animo dimorano sempre nella nostra città, o l’hanno abbandonata? Te lo chiedo perché Guglielmo Borsieri, che soffre qui con noi da poco tempo, e va là con la sua schiera, ci tormenta assai con le sue parole». «La gente nuova venuta in città e i guadagni realizzati velocemente hanno generato orgoglio e sfrontatezza, in te, Firenze, al punto che già ne sei pentita!». Questo gridai col volto alzato, e i tre che ascoltarono la mia risposta si guardarono l’un l’altro come si guarda alla verità. «Se ti costa sempre così poco soddisfare gli altri», risposero tutti e tre insieme, «felice te se puoi parlare con tanta franchezza! Perciò, se scamperai a questi luoghi bui e tornerai a rivedere le belle stelle ricordati, quando racconterai del tuo viaggio, di parlare di noi alla gente».

Quindi interruppero la ruota: nell’affrettarsi le loro gambe snelle sembravano ali. Un amen non si sarebbe potuto pronunciare tanto rapidamente quanto fu veloce la loro sparizione, per cui al maestro parve opportuno allontanarsi. Io lo seguivo: avevamo fatto poca strada e il rumore dell’acqua ci giungeva così vicino che, nel parlare, ci saremmo uditi appena. Come quel fiume che prima ha un proprio corso, dal Monviso verso l’Occidente, dalla costa sinistra dell’Appennino, e che in alto, prima di scendere nella valle, si chiama Acquacheta, e a Forlì non ha più quel nome -e si chiama Montone-, e che rimbomba là sopra San Benedetto dell’Alpe nel Casentinese, per cadere in una sola uscita dove invece, per la grande portata d’acqua, potrebbe essere accolto in mille cascate, così giù da una ripa scoscesa sentimmo risuonare l’acqua sporca del Flegetonte, tanto che in poco tempo ci avrebbe assordato.

Io avevo una corda ai fianchi, e con essa ho pensato una volta di catturare la lonza dalla pelle screziata. Dopo averla tutta sciolta, come mi aveva ingiunto di fare la mia guida, gliela porsi avvolta come una matassa. Egli si voltò verso destra e la lanciò giù, in quel profondo burrone, molto lontano dalla sponda sulla quale ci trovavamo. «Qualcosa certo risponderà al gesto che il maestro segue con lo sguardo» dicevo tra me e me. Quanto devono essere cauti gli uomini nei confronti di coloro che non solo comprendono il significato degli atti esteriori, ma grazie alla saggezza che posseggono guardano fin dentro i pensieri altrui! Egli mi disse: «Presto giungerà là sopra colui che attendo e che il tuo pensiero vede ancora confusamente, come in sogno: presto si mostrerà ai tuoi occhi».

Finché si può, bisogna tacere quella verità che sembra menzogna, perché fa apparire bugiardi senza che se ne abbia colpa; ma qui non la posso tacere: e ti giuro, lettore, per i versi di questa commedia -che essi possano ottenere un duraturo gradimento- che io vidi attraverso quell’aria densa e scura una figura da destare stupore in ogni cuore saldo, tornare nuotando in su, come torna colui che si immerge, talvolta, a liberare l’ancora aggrappata a uno scoglio o a qualcos’altro nascosto nel mare, e che con le braccia si distende e ritrae poi verso di sé le gambe, a nuoto.

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Canto XVII

«Ecco Gerione, la bestia con la coda acuminata, che supera i monti e frantuma muri di case e di fortezze! Ecco la fiera che ammorba tutto il mondo!». Così la mia guida cominciò a parlarmi, e fece cenno alla bestia che venisse sull’orlo del girone, vicino all’estremità degli argini di pietra che avevamo percorso. E quella sozza immagine di frode venne da noi e sulla riva trasse la testa e il corpo ma non la coda. La sua faccia era di uomo giusto, tanto benevolo mostrava l’aspetto esteriore, e di serpente era tutto il resto del corpo. Aveva due zampe ricoperte di peli fino alle ascelle, il dorso e il petto ed entrambi i fianchi aveva dipinti di nodi e di rotelle. Mai Tartari o Turchi fecero drappi ricoperti sul fondo e in superficie con una tale varietà di colori, né mai simili tele furono tessute da Aracne. La grande tessitrice della Lidia aveva superato la dea Minerva nella gara della tessitura suscitandone l’ira: la dea distrusse la tela di Aracne che, per l’offesa, si impiccò ma sopravvisse trasformata da Minerva in ragno.

Come stanno talvolta in acqua le piccole barche, di cui una parte è in acqua e una parte sulla riva, e come là fra i tedeschi crapuloni il castoro si prepara a fare la sua caccia, allo stesso modo quella che è fra tutte le fiere la peggiore, si era poggiata sull’argine di pietra che cinge il sabbione infuocato. La sua coda guizzava nell’aria, torcendo in su la forca velenosa che armava la punta come quella dello scorpione. La mia guida disse: «Ora il nostro cammino deve piegarsi un po’, fino a quella bestia malvagia che sta coricata là». Perciò scendemmo verso destra, e facemmo dieci passi sull’orlo per evitare la sabbia e le fiamme. E quando giungemmo dove si trovava la bestia, vidi poco più oltre sedere sulla rena anime vicine al pendìo del burrone. Qui il maestro mi disse: «Perché tu possa riportare una piena esperienza di questo girone va e osserva la loro condizione. Il tuo conversare là con esse sia breve; nel frattempo io parlerò con questa bestia perché ci conceda le sue forti spalle».

Così me ne andai tutto solo su per l’orlo di quel settimo cerchio, là dove sedeva quella gente triste. La loro sofferenza scoppiava fuori dagli occhi; da una parte e dall’altra con le mani tentavano di ripararsi ora dal fuoco ora dalla sabbia rovente: non diversamente fanno i cani d’estate, ora col muso, ora con le zampe, quando sono morsi da pulci, mosche o tafani. Rivolto lo sguardo verso alcuni usurai sui quali cadeva il doloroso fuoco, non ne riconobbi nessuno, ma mi accorsi che dal collo di ciascuno pendeva una borsa che aveva un certo colore e un certo disegno, e di essa sembra che si nutrano i loro occhi. E mentre camminavo guardando tra loro, vidi su una borsa il leone azzurro in campo giallo dei guelfi Gianfigliazzi, fiorentini del quartiere di Santa Trinita. Poi, scorrendo con lo sguardo, ne vidi un’altra rossa come sangue, che mostrava l’oca più bianca del burro dei ghibellini Obriachi, fiorentini anch’essi ma fuoriusciti. E Reginaldo Scrovegni, che aveva il suo sacchetto bianco con il disegno di una grossa scrofa azzurra, mi disse: «Che ci fai tu in questa fossa? Vattene. E siccome sei ancora vivo sappi che il mio vicino Vitaliano del Dente, padovano, siederà qui alla mia sinistra. Io che sto con questi fiorentini, sono padovano: essi spesso mi intronano le orecchie gridando: “Venga qui il sommo cavaliere Gianni Buiamonte, fiorentino, Gonfaloniere di giustizia, che recherà la borsa con tre capri!». A questo punto storse la bocca e cacciò fuori la lingua, come un bue che si lecchi il naso.

Io, temendo che l’indugiare oltre facesse adirare Virgilio che mi aveva ammonito di restare poco, mi separai da quelle anime stanche. E trovai la mia guida che era già salita sulla groppa del feroce animale, e che mi disse: «Ora devi essere forte e coraggioso. Stiamo per scendere su questa specie di scale. Monta davanti, che io voglio stare in mezzo in modo che la coda di scorpione non possa colpirti». Come chi ha tanta febbre quartana da aver già le unghie prive di colore, e trema tutto al solo guardare un luogo fresco, così accadde a me ascoltando quelle parole; ma la vergogna, che rende coraggioso il servo dinanzi a un buon signore, mi minacciò. Mi accomodai su quelle spallacce, e volevo dire “abbracciami”, ma le parole non vennero fuori come credetti. Virgilio, che già un’altra volta in questo viaggio mi aveva soccorso sottraendomi a un altro rischio, mi avvinse appena montai e mi sostenne con le braccia, e disse: «Gerione, ora va: compi giri larghi e fa’ che la discesa sia lenta; pensa al nuovo peso che porti addosso».

Come una piccola imbarcazione si allontana dalla riva all’indietro, così Gerione si staccò da lì, e quando si sentì completamente libero rivolse la coda dove prima aveva il petto, e la mosse tesa come un’anguilla, e con le zampe raccolse l’aria verso di sé. Non credo che Fetonte abbia provocato una paura maggiore quando abbandonò i freni del carro del sole al punto che il cielo bruciò, come ancora si vede; né quando Icaro disgraziato si sentì spennare le spalle -private a poco a poco delle ali- perché la cera si scioglieva al calore, mentre il padre Dedalo gli gridava: Stai tenendo una via pericolosa!: pericolosa come la mia quando mi resi conto di essere circondato da ogni parte dall’aria, e mi fu impedita ogni vista tranne quella della bestia.

Essa va nuotando lenta lenta, gira e scende, ma non me ne accorgo se non perché l’aria mossa dal volo mi soffia sul viso e al di sotto. Già sento a destra il Flegetonte fare sotto di noi un orribile scroscio, così che sporgo in basso la testa per vedere. Allora, alla vista del fuoco e all’udire i gemiti, ebbi paura di staccare le cosce da Gerione, per cui, tremando, mi strinsi tutto con le gambe alla bestia. Poi, spingendo in giù lo sguardo, poiché davanti non vedevo, scorsi la discesa e il giro che la bestia compiva attraverso i grandi mali puniti nei cerchi che si avvicinavano da diversi punti. Come il falcone che ha volato molto, e che senza essere richiamato dal logoro, l’uccello da richiamo, o senza aver visto la preda, fa lamentare il falconiere Stai già scendendo!”, scende stanco nel luogo dove si muove svelto, facendo cento ruote, e si ferma sdegnoso e irato, lontano dal suo addestratore, così Gerione ci pose sul fondo, rasente la roccia tagliata a picco e, scaricate le nostre persone, si dileguò come la freccia dalla corda dell’arco.

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Canto XVIII

C’è un luogo nell’Inferno chiamato Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno come la riva che lo cinge intorno. Nel centro preciso del campo maligno si apre il vuoto di un pozzo assai largo e profondo del quale, a tempo e a luogo, descriverò la struttura. Il Il cerchio che resta tra il pozzo e il piede dell’alta parete rocciosa, è tondo e ha il fondo suddiviso in dieci valli. Esse presentavano l’immagine di quei fossati che cingono i castelli a guardia delle mura, e come dalle soglie di quelle fortezze partono i ponti levatoi fino all’argine esterno, così dal piede della roccia si staccavano scogli che attraversavano gli argini e i fossati fino al pozzo centrale che li troncava e li raccoglieva. Ci trovammo in questo luogo scesi dalla schiena di Gerione: il poeta si incamminò a sinistra e io gli venni dietro. A destra vidi nuova sofferenza, nuovo tormento e nuovi demoni flagellatori, di cui era colma la prima bolgia. Sul fondo i peccatori, ruffiani e seduttori, erano nudi. Dal centro lungo l’argine esterno ci venivano di fronte, mentre lungo l’argine interno camminavano nella nostra stessa direzione, ma con passi più veloci dei nostri, come i Romani che l’anno del Giubileo -l’anno 1300-, per far passare la grande folla di persone sul ponte, hanno trovato questa soluzione: che, da uno dei lati, sono tutti rivolti verso Castel Sant’Angelo e vanno a San Pietro, mentre dall’altro vanno verso il Gianicolo.

Vidi demoni cornuti da una parte e dall’altra, sopra la pietra scura, con grandi sferze, che battevano i peccatori crudelmente da dietro. Ah, come gli facevano alzare i calcagni fin dalle prime percosse! Nessuno aspettava le seconde. Mentre camminavo i miei occhi finirono su uno, e subito dissi tra me: Non è certo la prima volta che lo vedo”. Perciò mi fermai per rintracciare mentalmente la sua immagine, e Virgilio, la dolce guida, si fermò con me e consentì che tornassi un po’ indietro. E quell’anima che veniva sferzata credette di nascondersi abbassando il volto, ma gli valse a poco, e dissi: «Tu che getti lo sguardo a terra, se le tue fattezze non sono false sei Venedico Caccianemico, di parte guelfa, e podestà in molte città. Cosa ti ha portato a queste fosse di morti così aspre?». Ed egli: «Ti rispondo malvolentieri, ma mi costringe il tuo parlar chiaro che mi riporta alla mente il mondo antico. Fui colui che condusse sua sorella Ghisolabella a soddisfare i desideri del marchese Obizzo II d’Este, al di là di come venga raccontata questa sconcia vicenda. E qui non sono il solo bolognese che piange, anzi questo luogo è tanto pieno di bolognesi che tra i fiumi Savena e Reno tante lingue non hanno ancora imparato a dire “sipa” -“sia”-: e se vuoi certezza o testimonianza di ciò, ricorda la brama di ricchezza di noi bolognesi». Mentre parlava, un demonio lo percosse con la frusta e disse: «Via, ruffiano! Qui non ci sono femmine da ricavarne denaro».

Mi ricongiunsi con la mia guida e in pochi passi giungemmo a uno scoglio che si staccava dall’orlo della bolgia. Vi salimmo sopra agevolmente e, diretti verso destra sopra la pietra scheggiata, abbandonammo quei cerchi eterni. Quando fummo nel punto in cui lo scoglio ha sotto di sé il vuoto per lasciar passare i flagellati, la guida mi disse: «Fermati, e fa’ in modo che ti vedano questi altri malnati di cui non hai ancora scorto il volto perché hanno camminato nella nostra stessa direzione». Da quell’antico ponte guardavamo la schiera che veniva verso di noi dall’altro lato, e che la frusta dei demoni scaccia allo stesso modo degli altri. E Virgilio, il buon maestro, senza che io domandassi mi disse: «Guarda quel grande che viene e che non sembra spargere lacrime per il dolore: quanta regalità conserva ancora nell’aspetto! È Giasone che col coraggio e con l’ingegno privò del vello d’oro sacro a Marte gli abitanti della Colchide. Passò per l’isola di Lemno dove le ardite e spietate femmine uccisero tutti i loro maschi, e con modi di innamorato e parole leggiadre ingannò Isifile, la giovinetta che tempo prima aveva raggirato tutte le altre: con l’inganno ella aveva salvato il padre dall’eccidio che le sue compagne fecero degli uomini dell’isola. Qui la lasciò, gravida e sola: questa colpa lo condanna a tale martirio; e anche di Medea si fa qui vendetta, che Giasone abbandonò dopo averla sedotta. Con lui vanno coloro che ingannano con la seduzione. E ciò ti basti sapere della prima valle e di coloro che essa azzanna».

Già eravamo là dove lo stretto passaggio del ponte s’incrocia con l’argine della seconda bolgia e con esso forma il sostegno di un altro arco. Qui sentimmo gente che si lamenta nell’altra bolgia e che mangia con ingordigia e batte se stessa con le palme delle mani. Gli orli della bolgia erano ricoperti di una muffa per l’esalazione che vi si impasta venendo da sotto, e che provocava disgusto tanto alla vista quanto all’olfatto. Il fondo è così buio che nessun luogo in esso ci è sufficiente per poter vedere se non la sommità dell’arco sulla quale montammo, nel punto dove lo scoglio sovrasta maggiormente il fondo. Salimmo lì sopra, e vidi giù nel fosso gente tuffata in uno sterco che sembrava quello delle latrine. Mentre scruto laggiù di sotto, vidi uno con la testa così sporca di merda che non riuscivo a capire se fosse laico oppure chierico e avesse il capo rasato sulla punta. Egli mi sgridò: «Perché sei così ingordo di guardare me più degli altri sozzi che sono qui?». E io: «Perché, se ben ricordo, ti ho già visto con i capelli asciutti: sei Alessio Interminelli da Lucca, perciò ti osservo più di tutti gli altri». Ed egli, allora, battendosi la zucca: «Quaggiù mi hanno sommerso le lusinghe che la mia lingua non si stancò mai di fare». Dopo di ciò: «Vedi di spingere lo sguardo un po’ più avanti», mi disse Virgilio, «fin là, quasi a toccare con gli occhi la faccia di quella sporca e scarmigliata meretrice che si graffia con le unghie merdose, e ora s’accoscia ora è dritta in piedi. È Taide, la puttana che al suo amante che le chiese “È grande il tuo trasporto per me?”, rispose: “Anzi, meraviglioso!”. E ora ci basti ciò che abbiamo visto da questo punto della roccia».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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