lunedì, 21 Giugno, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte VII)

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INFERNO

Canto XIX

O Simon mago, o miseri praticanti delle cose di Dio che devono essere spose della bontà, e che voi rapaci adulterate in cambio di oro e di argento, è venuto il tempo di suonare la tromba per voi che state nella terza bolgia.

Eravamo già montati nella bolgia successiva, su quella parte dello scoglio che sta a piombo esattamente nel mezzo del fosso. Somma sapienza, quanta arte mostri in cielo, in terra e nel mondo maligno, e quanto giustamente la tua virtù distribuisce a ciascuno la sua parte! Vidi lungo le pareti laterali della bolgia e sul fondo la livida pietra piena di fori di uguale grandezza, tutti circolari. Mi sembravano ampi e grandi come quelli che sono nel mio bel Battistero di San Giovanni, fatti per i pozzetti dei battezzatori; l’uno dei quali, non molti anni fa, ruppi per salvare un bambino che vi stava annegando dentro: e sia detto perché tutti lo sappiano con certezza.

Fuori dalla bocca di ciascun foro emergevano i piedi e le gambe di un peccatore, fino al polpaccio, e il resto rimaneva dentro. A tutti erano infiammate le piante dei piedi, al che le gambe guizzavano così velocemente che avrebbero spezzato funi di vimini e corde fatte di ginestra. Come la fiamma avanza su per la superficie delle cose unte, così le fiamme bruciavano muovendosi dai calcagni alle punte dei piedi.

Chiesi: «Chi è quello, maestro, che si infuria guizzando più degli altri suoi sodali, e al quale più rossa la fiamma brucia le gambe?». E Virgilio: «Se vuoi che ti porti laggiù su quell’orlo più basso, saprai da lui stesso di sé e delle sue colpe». E io: «A me va bene quanto a te piace: sei tu il signore, sai che non mi allontano dalla tua volontà, e comprendi anche ciò che non dico».

Allora giungemmo sul quarto argine, voltammo e discendemmo a sinistra, laggiù verso il fondo foracchiato e stretto. Il buon maestro non mi mise giù finché mi portò vicino al foro dov’era quello che dimenava le gambe. «Chiunque tu sia, che il disopra tieni sotto, anima dannata piantata come un palo», cominciai a dire, «parla, se puoi». Io stavo come il frate che confessa il perfido assassino il quale, conficcato a testa in giù nella fossa, lo richiama per confessarsi rinviando così il momento dell’esecuzione. Ed egli gridò: «Sei già arrivato qui, dritto, sei già qui, Bonifacio? Di parecchi anni mi mentì il libro del futuro. Ti sei così presto saziato di quelle ricchezze per le quali non temesti di prendere con l’inganno la bella donna -la Chiesa- e poi di straziarla?». A queste parole mi feci come chi si vergogni per non aver compreso ciò che gli è stato risposto, e non sa replicare. Allora Virgilio mi esortò: «Digli subito: “non sono quello, non sono chi credi». E io risposi come mi fu imposto. Per la qual cosa lo spirito torse entrambi i piedi, poi, sospirando e con voce di pianto, mi disse: «Dunque che mi chiedi? Se ti interessa sapere chi io sia al punto da percorrere l’orlo della bolgia per questo, sappi che io, Niccolò III, fui vestito del gran manto papale; e fui un vero discendente degli Orsini, tanto desideroso di favorire gli orsacchiotti miei nipoti che sulla terra ho messo le ricchezze nella borsa, e in questa buca ho messo me stesso. Sotto di me stanno conficcati gli altri che mi precedettero nella pratica della simonia vendendo e comprando le cariche ecclesiastiche, appiattiti nelle buche della pietra. Cascherò anch’io là sotto quando verrà papa Bonifacio VIII, colui che credevo tu fossi quando ti ho posto quella domanda improvvisa. Ma è più lungo il tempo in cui mi sono già cotto i piedi, e durante il quale sono stato sottosopra in questo modo, di quanto non resterà lui piantato qui con i piedi infiammati: perché dopo di lui verrà da occidente, colpevole di un’opera più sporca, un pastore di anime senza legge, Clemente V, che ricoprirà lui e me. Sarà un nuovo Giasone, quel Giosuè ebreo di cui si legge nel Libro dei Maccabei -nella Bibbia– che comprò dal re la carica di sommo sacerdote; e come con quello fu troppo condiscendente il suo re, così sarà il re di Francia con Clemente che trasferirà da Roma ad Avignone la sede del Papato». Non so se a questo punto fui troppo temerario nel rispondergli: «Dimmi ora: quanto denaro volle nostro Signore da san Pietro prima di consegnargli le chiavi del Paradiso? Certo non chiese se non “Vienimi dietro”. Né Pietro né gli altri tolsero a Matteo oro o argento, quando egli fu accolto tra gli apostoli, in mezzo ai quali l’anima malvagia di Giuda trovò la dannazione. Perciò resta qua, che è la giusta punizione; e fa’ buona guardia al denaro maltolto che ti servì per contrastare Carlo II d’Angiò re di Sicilia. E se non fosse che ancora me lo vieta la venerazione che ho per le somme chiavi che tenesti quando eri in vita, userei parole ancora più gravi, perché il vostro desiderio di possesso offende il mondo calpestando i buoni e innalzando i malvagi. Si accorse di voi pastori Giovanni Evangelista quando vide la Chiesa, che siede sopra le acque, puttaneggiare con i re: quella che nacque con le sette teste dei Sacramenti e trasse forza dai dieci corni dei Comandamenti, finché a suo marito il papa piacque la virtù. Vi siete fatti un dio d’oro e d’argento: quale differenza c’è tra voi e l’idolatra se non che egli prega un dio e voi cento? Ah Costantino, di quanto male fu madre non la tua conversione ma quella dote che ricevette da te il primo ricco pontefice!». E mentre gliela cantavo in questo modo, egli spingeva forte con entrambi i piedi, che lo mordesse l’ira o la coscienza. Credo bene che alla mia guida, che aveva assistito con espressione contenta e sempre attenta, piacesse il suono delle parole veritiere che pronunciai. Perciò mi afferrò con entrambe le braccia, e dopo avermi preso sul petto risalì per la via da cui era disceso. Né si stancò di tenermi abbracciato a sé, e mi portò così nel mezzo del ponte sul quale si transita dal quarto al quinto argine. Qui pose dolcemente il suo carico, delicatamente ponendomi sullo scoglio malagevole e ripido che sarebbe un difficile passaggio persino per le capre. Quindi si rivelò ai miei occhi un altro vallone.

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Canto XX

Devo far versi su di una pena nuova, e dare argomento al ventesimo canto della prima cantica, che riguarda gli indovini, che sono sommersi.

Ero pronto a guardare nel fondo scoperto della bolgia che si bagnava di pianto angoscioso, e vidi venire, al passo delle processioni, gente dal vallone circolare, che taceva e lacrimava. Come rivolsi lo sguardo più in basso verso quella folla, ciascuna anima mi apparve stravolta in modo incredibile tra il mento e la sommità del petto, perché il volto era rivolto dalla parte delle reni, ed essa doveva camminare all’indietro perché impedita di vedere avanti. Forse è già avvenuto che qualcuno sia stato in tal modo completamente stravolto a causa della paralisi, ma io non l’ho visto, e non credo che un tal caso esista. Lettore, se Dio ti permetterà di trarre frutto dalla lettura del mio poema, cerca di immaginare ora come avrei potuto evitare di piangere quando vidi da vicino la nostra immagine di uomini così contorta che le lacrime scorrevano lungo il solco delle natiche. È naturale che piangessi, poggiato a una sporgenza del duro scoglio, al punto che Virgilio, la mia scorta mi disse: «Sei sciocco anche tu come gli altri? Qui la pietà opera quand’è morta: chi è più scellerato di colui che vuol sottomettere il giudizio divino al proprio interesse? Drizza il capo, drizzalo, e guarda colui al quale si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani, mentre tutti gridavano: “Dove sprofondi, Anfiarao? Perché abbandoni la guerra?”. Ed egli non smise di sprofondare giù finché giunse davanti a Minosse cui nessuno sfugge. Sprofondò negli Inferi perché la terra si aprì improvvisa davanti al suo carro mettendo fine alla strage di Tebani di cui non era ancora sazio, costretto a partecipare alla guerra dei Sette contro Tebe: gli era stato dato il compito di conquistare la settima porta della loro città, ma sua moglie lo aveva tradito in cambio della collana dell’eterna giovinezza, indicando a Polinice re della città il suo nascondiglio. Guardalo ora come ha fatto delle spalle il petto: poiché volle vedere troppo avanti, ora guarda dietro e fa la strada a ritroso.

Guarda Tiresia che mutò aspetto quando divenne femmina da maschio che era, trasformando ogni suo membro, per avere impedito l’unione di due serpi, e dovette poi colpire di nuovo con la verga i due serpenti avvolti prima di potere riavere le sembianze maschili. Arunte è quello che gli viene dietro, che ebbe come dimora la spelonca tra i bianchi marmi dei monti di Luni dove sale con la roncola per fare legna il Carrarese che abita a valle: da lassù aveva la vista libera verso le stelle e verso il mare. E quella che con le trecce sciolte ricopre le mammelle che non vedi, e ha dall’altro lato del corpo quelle parti della pelle che sono ricoperte di peli -nuca e pube- fu Manto che andò pellegrina di terra in terra, finché si fermò là dove nacqui io. Perciò desidero che mi ascolti un po’. Dopo la morte di suo padre Tiresia, e dopo che Tebe, la città di Bacco, fu assoggettata da Creonte, ella andò per molto tempo in giro per il mondo. Su nella bella Italia giace un lago ai piedi delle Alpi che delimitano il confine con la Germania, sopra il Tirolo, che ha nome Benaco. Attraverso mille e più fonti, credo, la giogaia delle Alpi tra Garda e Val Camonica e Pennino è bagnata dall’acqua che stagna in quel lago. In mezzo ad esso vi è un’isola dove confinano le diocesi dei vescovi di Trento, di Brescia e di Verona sicché se essi vi andassero potrebbero tutti e tre impartire la benedizione. Dove la riva è più bassa sta Peschiera, bella e munita fortezza in grado di fronteggiare Bresciani e Bergamaschi. Lì avviene che l’acqua che il grembo del lago di Benaco non riesce a contenere, trabocchi e si faccia fiume giù per i verdi pascoli. Appena l’acqua si mette a correre, non più Benaco ma Mincio si chiama fino a Govérnolo dove cade nel Po. Non ha corso molto che trova una lama nella quale si distende impaludandola, e che di solito in estate si fa malsana. Passando da qui, la terribile vergine Manto vide in mezzo alla palude una terra incolta e priva di abitanti. Lì, per fuggire la presenza umana, rimase con i suoi servi dedicandosi alle sue arti divinatorie, e visse, e vi lasciò da morta il suo inutile corpo. In seguito, gli uomini che vivevano sparsi nei dintorni si raccolsero in quel luogo che era imprendibile grazie alla palude che lo circondava. Fecero la città sopra quelle ossa morte; e per onorare colei che per prima scelse il luogo la chiamarono Mantova, senza tirare a sorte per decidere il nome. I suoi abitanti erano già numerosi prima che la follia di Alberto da Casalodi, reggente della città, cadesse nell’inganno di Pinamonte de’ Bonacolsi che lo indusse a esiliare la nobiltà e approfittò poi dello scontento per prendere il potere. Ti avverto in modo che, se tu ascoltassi mai un racconto diverso sull’origine della mia terra, nessuna menzogna possa frodare la verità». E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti sono per me così chiari e mi convincono al punto che le argomentazioni altrui sarebbero per me quali carboni spenti. Ma dimmi se vedi qualcuno degno di nota tra la gente che cammina, perché solo questo la mia mente desidera sapere». Allora mi rispose: «Quello che porge la barba sulle spalle scure fu indovino quando la Grecia restò priva di maschi poiché erano tutti alla guerra di Troia, e rimasero appena i loro bambini nelle culle: in Aulide, nella Beozia, diede con Calcante l’auspicio richiesto dai Greci indicando il momento propizio per salpare. Si chiamava Euripilo, e così lo canta la mia alta tragedia, l’Eneide, in qualche parte: lo sai bene tu che la conosci tutta. Quell’altro che è così scarso di fianchi fu Michele Scoto, che veramente conobbe il gioco delle arti magiche, e fu presso la corte dell’imperatore Federico II. Guarda Guido Bonatti, che predisse la vittoria dei ghibellini fiorentini a Montaperti, guarda Asdente -chiamato “senzadenti” perché ne aveva la bocca così piena da non riuscire quasi a parlare-, che ora vorrebbe essersi occupato di cuoio e spago, gli strumenti del suo mestiere di ciabattino, più di quanto non fece, ma si pentì troppo tardi di essersi prestato a fare da astrologo per il vescovo di Parma. Guarda le malvagie donne che lasciarono l’ago, la spola e il fuso per farsi indovine: fecero malìe con le erbe e con le immagini di cera delle persone. Ma ora vieni con me perché la luna tocca il confine dei due emisferi e il mare sotto Siviglia -è l’inizio dell’ora prima, le sei del mattino-, e già ieri notte fu piena: te ne devi ricordare perché una volta proprio grazie alla luna sei scampato alla fitta selva».

Così mi parlava, e intanto camminavamo.

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Canto XXI

Così di ponte in ponte parlando d’altro che la mia commedia non si cura di cantare, procedemmo, e seguivamo il culmine del ponte quando ci fermammo per vedere la successiva fenditura di Malebolge e gli altri inutili pianti: e la vidi incredibilmente oscura. Come nell’arsenale dei Veneziani d’inverno bolle la pece appiccicosa di cui vengono nuovamente spalmate le loro imbarcazioni in cattivo stato -stanno lì perché non possono navigare-, invece di andar per mare c’è chi fabbrica la sua nuova barca, chi riempie con la stoppa le falle del battello di chi ha fatto più viaggi, chi ribatte i chiodi a proda e chi a poppa; altri fanno i remi e altri avvolgono i cordami, chi rattoppa la vela minore del terzarolo e quella mezzana dell’artimone: così, non a causa del fuoco ma per arte divina bolliva laggiù una pece densa che copriva da ogni parte con il suo strato vischioso le due coste rocciose. Vedevo la pece ma in essa non scorgevo altro che le bolle sollevate dal bollore che prima la gonfiava tutta e poi la riportava al livello originario. Mentre guardavo intensamente laggiù la mia guida mi trasse verso di sé invitandomi a lasciare il luogo in cui mi trovavo, e dicendo: «Guarda! Guarda!». Allora mi voltai come un uomo preso dall’ansia di vedere ciò da cui deve fuggire, a cui l’improvvisa paura toglie ogni energia, ma che, per vedere, non si affretta ad allontanarsi: e vidi dietro di noi venire correndo su per lo scoglio un diavolo nero. Ah, quant’era feroce nell’aspetto! E quanto mi appariva crudele nella corsa, con le ali aperte e leggero sui piedi! Una delle sue spalle, aguzza e rialzata, caricava un peccatore con le gambe a cavalcioni, ghermito ai piedi dal diavolo. Dal nostro ponte gridò: «Malebranche, ecco uno degli anziani di Santa Zita, uno dei magistrati di quella santa città di Lucca che venera la giovane vergine Zita! Mettetelo sotto, che intanto io torno di nuovo in quella città che ne è ben fornita: lì sono tutti barattieri, eccetto Bonturo Dati -e lo dico con sarcasmo perché è il peggiore d tutti. Tra le mura di Lucca col denaro si comprano i voti». Detto questo buttò il peccatore laggiù nella pece, si voltò sul duro scoglio e mai un mastino fu sciolto con tanta fretta perché inseguisse un ladro. Quello intanto era finito sott’acqua e tornò su di schiena, come in atto di pregare, ma i demoni che erano sotto il ponte gli gridarono: «Qui non c’è il Santo Volto della Basilica di san Martino da pregare! Qui si nuota in modo diverso da come si fa nel fiume Serchio che bagna la tua città! Se non vuoi le nostre uncinate, non venire a galla sopra la pece». Dopo averlo addentato con più di cento roncigli, lo schernirono: «Devi ballare sotto, se ti riesce, così potrai arraffare di nascosto, come facevi sempre quando eri vivo». Non diversamente i cuochi fanno tuffare la carne in mezzo alla caldaia, dai loro servi, con gli uncini, in modo che non galleggi.

«Non devono accorgersi della tua presenza», mi disse Virgilio, il buon maestro, «acquattati giù, dietro una sporgenza della roccia per nasconderti, e qualsiasi offesa ti venga fatta non temere, perché so come vanno qui le cose essendo venuto un’altra volta al contrasto con questi demoni». Poi passò di là dall’estremità del ponte, e giunto sull’orlo della sesta bolgia dovette mostrarsi imperturbabile. Con quel furore e con quella furia con cui i cani si lanciano addosso al poverello che smette subito di avvicinarsi e si acconcia a chiedere l’elemosina da lontano, i demoni Malebranche uscirono da sotto il ponticello e rivolsero contro di lui tutti gli uncini. Ma egli gridò: «Non siate crudeli! Prima che mi afferri il vostro uncino, venga avanti uno di voi per ascoltarmi, e poi decida pure di straziarmi con i ramponi». Tutti gridarono: «Vada Malacoda!»; al che uno si mosse -mentre gli altri rimasero fermi- e gli si accostò borbottando tra sé: «Che gli giova cercare di prendere tempo con le chiacchiere?». «Tu credi, Malacoda», disse il mio maestro, «di vedermi giunto fin qui, al sicuro da tutti gli ostacoli dell’Inferno, senza la volontà divina e la benevolenza del destino? Lasciami andare perché nel cielo si vuole che io mostri a qualcuno questo aspro cammino». Allora il suo orgoglio fu tanto abbattuto che egli lasciò cadere l’uncino ai piedi, e disse agli altri: «Nessuno lo ferisca». E la mia guida a me: «Tu che te ne stai quatto quatto tra le grosse sporgenze rocciose del ponte, ora puoi raggiungermi senza timore». Allora mi mossi e lo raggiunsi velocemente, e i diavoli si fecero tutti avanti così che temetti non mantenessero il patto.

Vidi già i soldati che uscivano da Caprona assediata con il patto di aver salva la vita, aver paura allo stesso modo vedendosi circondati da tanti nemici. Mi accostai con tutta la persona stretto alla mia guida, senza distogliere lo sguardo dai demoni malvagi. Essi abbassavano gli uncini e «Vuoi che lo colpisca sul groppone?», chiedeva l’uno all’altro, e rispondevano: «Si, assestaglielo un colpo». Ma quel demonio che parlò con la mia guida si voltò velocemente e disse: «Fermati, fermati, Scarmiglione!». Poi aggiunse: «Non è possibile avanzare più oltre per questo scoglio perché il sesto arco di pietra giace sul fondo completamente a pezzi. E se desiderate comunque continuare il cammino, andatevene su per questa roccia: nei suoi pressi c’è un altro scoglio che fa da strada. Ieri, ormai cinque ore oltre quest’ora – a mezzogiorno-, il crollo compì mille duecento sessantasei anni. Manderò in quella direzione qualcuno dei miei a controllare se qualche truffatore si sciorina all’aria come un panno. Voi andate con loro, che non saranno crudeli». E cominciò rivolto ai Malebranche: «Fatevi avanti, Alichino e Calcabrina, e tu Cagnazzo, e Barbariccia guidi la schiera di dieci demoni. Venite oltre Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto zannuto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante irrequieto. Cercate intorno alla pece bollente: portate costoro in salvo fino all’altro scoglio che tutto intero attraversa le bolge». «Povero me, maestro mio, cosa vedo?», dissi, «ti prego, se conosci la strada andiamoci da soli, senza scorta, che da parte mia non la desidero. Se sei attento come di solito sei, non ti accorgi che digrignano i denti e minacciano dolori con lo sguardo?». Ed egli a me: «Non voglio che tu abbia paura, lasciali pure mostrare i denti come gli piace, perché lo fanno per incutere timore alle anime dolenti messe a lessare nella pece».

I demoni voltarono per l’argine sinistro, ma prima, rivolti alla loro guida, ciascuno aveva tirato fuori la lingua tra i denti per segnalarle che erano pronti: e quella aveva fatto del culo trombetta.

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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