sabato, 25 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte VIII)

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INFERNO

Canto XXII

Vidi già una volta cavalieri togliere l’accampamento e dare inizio all’assalto, e sfilare in parata, e talvolta compiere una ritirata; vidi soldati fare scorrerie nella vostra terra, Aretini, e vidi scorrerie di cavalieri per far preda, combattimenti di squadre in torneo, e vidi correre la giostra: quando con trombe e quando con campane, con tamburi e con segnalazioni da castello a castello, con strumenti musicali italiani o stranieri, ma mai vidi soldati a piedi, né nave che naviga con la terra in vista o seguendo il segnale della stella polare, né cavalieri avanzare al suono di una cennamella, una cornamusa così strana come quella usata dal demone Malacoda per dare il comando alla schiera dei Malebranche.

Noi andavamo con i dieci demoni. Malvagia compagnia! Ma in chiesa con i santi e in taverna coi ghiottoni.

La mia attenzione era rivolta soltanto alla pece, per vedere ogni pena all’interno della bolgia e la gente che veniva bruciata lì dentro. Come i delfini quando curvano il dorso per avvertire i marinai di impegnarsi a salvare l’imbarcazione, talora, allo stesso modo, per cercare sollievo dalla pena qualcuno dei peccatori mostrava la schiena e la nascondeva di nuovo più velocemente di un lampo. E come stanno i ranocchi all’orlo dell’acqua di un fosso, solo col muso fuori, celando le zampe e il resto del corpo, così stavano i peccatori da ogni parte, ma appena Barbariccia si avvicinava si rituffavano sotto la pece bollente. E vidi uno -e ancora il cuore ne prova raccapriccio- che aspettava al modo delle rane, che una resta e l’altra salta giù nell’acqua, e Graffiacane che gli stava di fronte gli arroncigliò le chiome impastate di pece e lo trasse su che mi parve una lontra. Sapevo già il nome di tutti i Malebranche perché li avevo tenuti a mente quando erano stati scelti da Malcoda per guidarci, e quando essi si chiamarono l’un l’altro stetti attento al modo in cui lo fecero.

«Rubicante, mettigli gli unghioni addosso e scuoialo!», gridavano tutti insieme i maledetti. E io: «Maestro mio cerca di sapere, se puoi, chi è lo sciagurato finito nelle mani dei suoi nemici». Virgilio gli si accostò da un lato, gli domandò chi fosse e quello rispose: «Sono nato nel regno di Navarra e sono Ciampolo. Mia madre, che mi aveva generato da un ribaldo suicida e dissipatore dei propri beni, mi mise al servizio di un signore. Poi fui domestico del buon re Tebaldo: alla sua corte navarrese mi misi a fare baratteria, di cui pago la colpa in questo calore». E Ciriatto, al quale usciva da ogni lato della bocca una zanna come al cinghiale, gli fece sentire come anche una sola di esse fosse in grado di lacerare le carni. Il sorcio era finito tra gatte malvagie, ma Barbariccia lo strinse tra le sue braccia e disse: «State in là mentre lo inforco». E si voltò verso il mio maestro: «Domanda ancora», disse, «se desideri sapere di più da lui, prima che uno di questi demoni lo faccia a brandelli». Allora la mia guida chiese allo spirito: «Dimmi: degli altri dannati conosci qualcuno che sta sotto la pece e che sia italiano?». E quello: «È poco che mi sono separato da uno che è stato nelle vicinanze dell’Italia. Fossi ancora coperto con lui dalla pece, ora non dovrei temere né le unghie né gli uncini dei Malebranche!». E Libicocco: «Abbiamo già pazientato troppo», disse, e gli artigliò il braccio col ronciglio e, stracciando, ne portò via un pezzo di carne. Anche Draghignazzo lo volle colpire giù nelle gambe, per cui Barbariccia, il capo della squadra, si voltò intorno con piglio minaccioso per farli smettere.

Quando gli altri demoni si acquietarono un poco, Virgilio senza indugio domandò a Ciampolo che si guardava la ferita: «Chi fu in vita lo spirito dal quale, per tua sventura, ti sei separato per venire qui a riva?». Ed egli rispose: «Fu frate Gomita, quello di Gallura ricettacolo di ogni malizia, che ebbe tra le mani i Pisani, nemici del signore Nino Visconti, Giudice del Giudicato di Gallura, e se ne compiace ogni pisano perché il frate accettò il denaro e li lasciò andare senza ostacoli, dopo un giudizio sommario -e alla morte del Visconti proprio i Pisani occuparono quelle terre; e anche negli altri atti del suo ufficio di vicario del Visconti, egli non fu il più piccolo dei barattieri ma il sovrano. In sua compagnia è il signore Michele Zanche di Logudoro: le loro lingue non sono stanche di raccontare della Sardegna. Povero me, guardate l’altro demonio che digrigna i denti: io parlerei ancora ma temo che quello si stia preparando a grattarmi la tigna».

E il grande capo Barbariccia, rivolto a Farfarello che stralunava gli occhi pronto a ferire, disse: «Fatti in là, malvagio uccello!». «Se volete vedere o ascoltare», ricominciò l’anima spaurita, «farò venire Toscani o Lombardi, ma i Malebranche se ne stiano un po’ in disparte, così che essi non temano le loro minacce. Io, sedendomi qui, ne farò venire sette quando fischierò, come siamo soliti fare quando uno di noi fa capolino dalla pece». A queste parole Cagnazzo alzò il muso scuotendo il capo, e disse: «Senti che malizia ha escogitato per rituffarsi sotto!». Al che Ciampolo, che disponeva di inganni in gran quantità, rispose: «Sono proprio un gran malizioso se ai miei compagni procuro un tormento maggiore di quello che già soffrono!». Alichino non si trattenne e, in disaccordo con gli altri, gli disse: «Se tu fai per calarti nella pece, io non ti verrò dietro a piedi ma mi alzerò in volo su di essa. Noi lasceremo l’orlo del pendìo ed esso farà da scudo a noi e a te, e vediamo se tu da solo vali più di noi e riuscirai a sfuggirci».

Tu che leggi, ora sentirai raccontare di un’insolita gara: ciascuno voltò gli occhi verso l’argine opposto: per primo Cagnazzo che non avrebbe voluto farlo. Il Navarrese colse il momento giusto: puntò i piedi per terra e in un attimo saltò liberandosi dalla stretta del capo dei demoni. Ogni diavolo si sentì in colpa per questo, e Alichino che più degli altri fu la causa di quella sconfitta si lanciò gridando: «Sei preso!». Ma gli valse poco, perché le ali non poterono superare in velocità la paura, così l’uno, Ciampolo, si tuffò sotto la pece e l’altro, volando, drizzò in su il petto avendo mancato la presa: non diversamente si tuffa l’anatra sotto il pelo dell’acqua quando il falcone si avvicina, ed esso torna su pieno d’ira e affaticato. Arrabbiato per la beffa subita, Calcabrina gli tenne dietro volando, contento che Ciampolo si salvasse, così da avere un pretesto per azzuffarsi con Alichino, e come il barattiere fu scomparso rivolse gli artigli contro il suo compagno, e con lui fece rissa sopra il fosso. Ma l’altro fu davvero uno sparviero adulto e combattivo artigliandolo con forza, ed entrambi caddero nel mezzo dello stagno bollente. Il caldo li separò subito, ma non riuscivano ad alzarsi in volo, a tal punto avevano le ali invischiate di pece. Barbariccia, addolorato assieme agli altri suoi diavoli, ne fece volare quattro verso l’orlo opposto della riva, muniti di uncini, e da entrambi gli argini i diavoli discesero assai velocemente al luogo indicato, e porsero gli uncini verso i compagni avviluppati dalla pece, che erano già cotti dentro la crosta. Virgilio ed io li lasciammo così impacciati.

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Canto XXIII

In silenzio, soli, senza scorta ce ne andammo l’uno davanti e l’altro dietro, come vanno i frati minori in processione. Sollecitato da quella rissa, il mio pensiero era rivolto alla favola della rana e del topo: perché, se con attenzione si mettono bene insieme inizio e fine della favola, non c’è più differenza tra “mo” e “issa” -ovvero tra due modi di dire “ora”-, di quanto ce ne sia tra la favola e l’episodio dei demoni. E come il primo pensiero scaturisce dall’altro, così da questo ne nacque un altro ancora che raddoppiò in me la prima paura. Pensavo: «A causa nostra i demoni hanno subìto un tale scherno e un tale danno che, penso, li avranno irritati molto. Se l’ira fa matassa con la loro volontà malvagia, essi ci staranno inseguendo più crudeli del cane che sta per addentare la lepre».

Mi sentivo già arricciare tutti i peli dalla paura e mi voltavo indietro a spiare la strada, quando dissi: «Maestro, se al più presto non trovi un nascondiglio per te e per me, temo che i Malebranche ci raggiungeranno. Li abbiamo già alle spalle: lo immagino perché li sento già arrivare». Ed egli a me: «Se io fossi di vetro piombato come uno specchio, rifletterei la tua immagine esterna non più velocemente di quanto rifletta il tuo stato d’animo. Proprio ora i tuoi pensieri sono venuti tra i miei, e tanto simili ad essi che li ho uniti in una sola decisione. Dunque, se il margine destro della bolgia è pendente tanto da renderci possibile scendere nell’altra fossa, riusciremo a fuggire la caccia che abbiamo entrambi immaginato».

Aveva appena finito di comunicarmi tale decisione che vidi venire i demoni da non molto lontano, con le ali tese, per ghermirci. Virgilio mi prese subito, come la madre destata dal rumore che vede divampare accanto a sé le fiamme, e prende il figlio e fugge e non si ferma perché ha cura di lui più che di se stessa, tanto che ha indosso solo una camicia. Giù dall’orlo del duro pendìo Virgilio si abbandonò supino alla roccia in pendenza che chiude uno dei lati della nuova bolgia. Mai corse così velocemente l’acqua per un canale a imprimere il movimento alla ruota di un mulino di terraferma, quand’essa più si avvicina alle pale, come fece il mio maestro per l’estremità di quel pendìo, portando me sopra il petto come un figlio più che come un compagno di viaggio. Appena i suoi piedi ebbero toccato, giù, il fondo della bolgia, i demoni erano ormai giunti sull’argine sopra di noi, ma lì dov’eravamo non c’era più da temere: perché l’alta Provvidenza che li volle guardiani della quinta bolgia, impedisce loro di allontanarsi da quel luogo.

Trovammo laggiù gente colorata che si muoveva intorno con passi molto lenti, piangendo e nell’aspetto stanca e vinta. Quelle anime avevano mantelli con i cappucci abbassati sugli occhi, fatti come quelli che usano i monaci dell’abbazia di Cluny, in Borgogna. Di fuori sono dorati tanto da abbagliare, ma dentro sono tutti di piombo, e tanto pesanti che quelli imposti da Federico II imperatore ai condannati, al confronto sarebbero sembrati di paglia. Mantello eternamente faticoso! Insieme con quelle anime che piangevano dolorosamente, ci volgemmo ancora a sinistra ma quella gente stanca procedeva così lentamente per il peso che portava addosso, che noi, ad ogni muover d’anca, ad ogni passo ci trovavamo al fianco una nuova compagnia di anime. Per cui dissi alla mia guida: «Mentre procedi guardati intorno e trova qualcuno riconoscibile per le sue azioni o per il suo nome». E uno che intese l’accento toscano, gridò dietro di noi: «Fermate i piedi, voi che tanto correte per l’aria scura! E tu, forse da me avrai quello che chiedi». Perciò Virgilio, la mia guida, si voltò e mi disse: «Aspettalo, e poi procedi secondo il suo passo».

Mi fermai e vidi due il cui viso mostrava la gran fretta che il loro animo aveva di intrattenersi con me, ma il loro carico e la via stretta li attardava. Quando mi raggiunsero mi osservarono per lungo tempo con sguardo bieco, senza far parola, poi dissero parlando tra loro: «Costui sembra vivo al respiro, e se invece sono entrambi morti, per quale privilegio possono muoversi liberi dalla pesante stola che noi portiamo addosso?». Poi dissero a me: «Toscano che sei venuto tra gli ipocriti afflitti, non indugiare più e dicci chi sei». E io a loro: «Sono nato e cresciuto nella grande città sopra il bel fiume d’Arno, e sono qui con il corpo che ho sempre avuto. Ma voi, ai quali tanto dolore a quel che vedo stilla giù per le guance, chi siete? E che pena è la vostra che è così accesa?». E uno dei due mi rispose: «I mantelli dorati sono così pesanti di piombo da farci gemere come i pesi fanno cigolare le bilance. Fummo frati gaudenti, e bolognesi: di nome io Catalano e questi Loderingo, ed eletti insieme podestà dalla tua città, come di norma si elegge podestà un uomo solo per tutelare la pace cittadina: e come ci siamo comportati si vede ancora presso il Gardingo, la torre antica ai piedi della quale furono distrutte le case degli esuli Uberti». Io allora cominciai: «O frati, i vostri mali…», ma non aggiunsi altro perché mi corse alla vista la figura di uno crocifisso in terra con tre pali. Quando questi mi vide si contorse tutto, soffiando sospiri nella barba, e il frate Catalano dei Malavolti che si accorse di ciò -l’altro era Loderingo degli Andalò-, mi disse: «Quell’anima confitta in terra è Caifa, il sommo sacerdote del Tempio di Gerusalemme, che consigliò i Farisei di mettere un solo uomo al martirio per salvare il popolo ebraico dall’accusa delle Autorità romane di proteggere gli agitatori. Come vedi è posto di traverso sulla via, nudo, ed è costretto a sentire il peso di chiunque passi sopra di lui. Alla stessa maniera in questa fossa soffre suo suocero Anna che fu sommo sacerdote prima di lui, e gli altri del Gran Sinedrio che decidendo la morte di Gesù fu causa di dolori e di rovine per i Giudei -e la distruzione di Gerusalemme ne fu la prova». Allora vidi Virgilio meravigliarsi sopra colui che era disteso in croce in modo tanto umiliante, nell’eterno esilio infernale. Poi rivolse al frate queste parole: «Se vi è lecito, non vi dispiaccia dirci se c’è a destra qualche uscita che possiamo prendere senza costringere gli angeli neri a venire in questa fossa per portarci fuori». Rispose Catalano: «Oltre ogni tua speranza è vicino uno scoglio che dal grande cerchio passa sopra i crudeli valloni: è rotto soltanto sopra di questo e quindi non lo sormonta. Potrete salire su per le macerie che poggiano sull’argine e si elevano dal fondo della bolgia». La mia guida stette un po’ col capo chino, poi disse: «Malacoda, che uncina i peccatori che stanno in questa bolgia, ci aveva raccontato il falso». E il frate: «Ho già sentito dire a Bologna dei tanti vizi del diavolo, tra i quali che è bugiardo e padre della menzogna».

Dopodiché Virgilio se ne andò a gran passi, un po’ turbato dall’ira, per cui mi separai dagli spiriti sopraffatti dal peso, e seguii le care orme.

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Canto XXIV

In quella parte dell’anno ancora giovinetto durante la quale, nell’equinozio di primavera, il sole intiepidisce i suoi raggi, e già le notti durano la metà del giorno, quando sulla terra la brina imita l’immagine della sua bianca sorella neve, ma al sole resiste poco, il villanello cui manca il foraggio per le bestie, si alza, e guarda, e vede biancheggiare tutta la campagna, per cui sconfortato si batte l’anca, ritorna in casa e si lamenta come un poveretto che non sa che fare. Poi esce di nuovo e nella cesta mette la speranza perché vede che in poco tempo il mondo ha cambiato aspetto; e presa la sua verga caccia fuori le pecorelle a pascolare. Così mi fece sbigottire il maestro, Virgilio, quando lo vidi corrugare in quel modo la fronte, e altrettanto presto giunse il rimedio al male, perché, come arrivammo al ponte rotto, la mia guida si rivolse a me con quel piglio dolce che gli vidi per la prima volta ai piedi del colle fuori della selva.

Dopo aver deciso tra sé, dapprima osservando bene la rovina, aprì le braccia e mi prese. E come sembra che preveda sempre tutto chi insieme agisce e valuta, così, sollevandomi sulla cima di un masso, egli aveva adocchiato un’altra roccia sporgente e mi disse: «Tieniti aggrappato a quella, ma prima prova se ti regge».

Non era una via da percorrere vestiti di mantello poiché potevamo appena montare su, di sporgenza in sporgenza, egli leggero e io sospinto da lui. E se non fosse che da quell’argine il pendìo era più breve che dall’altro, non so lui ma io non ce l’avrei fatta. Ma poiché Malebolge pende tutta verso la bocca del bassissimo pozzo centrale, la conformazione di ogni bolgia è tale che un argine si leva più in alto dell’altro. Alla fine giungemmo sulla sporgenza più elevata da cui si protende l’ultima roccia.

Quando arrivai su, la forza dei miei polmoni era venuta meno a tal punto da non poter procedere oltre, e, appena arrivato, mi sedetti. «Ora devi scuoterti», disse il maestro, «perché non si raggiunge la fama sedendo sulle piume o restando sotto le coltri del letto. Chi consuma la propria vita senza raggiungere la fama lascia di sé una testimonianza sulla Terra quale il fumo nell’aria e la schiuma nell’acqua. Perciò alzati, e vinci l’affanno con l’animo che trionfa in ogni battaglia se non si accascia per il peso del corpo. Bisogna salire una scala più lunga, non ci basta esserci allontanati. Se mi comprendi, ti sia di aiuto la mia esortazione». Allora mi alzai mostrandomi provvisto di energia più di quanta me ne sentissi, e dissi: «Va, che sono forte e ardito».

Ci avviammo su per lo scoglio che aveva sporgenze ed era stretto e malagevole, e molto più ripido di quello che avevamo lasciato. Per non apparire debole camminavo parlando, e a un tratto dall’altro fosso uscì una voce inadatta a pronunciare parole. Non so cosa disse, nonostante fossi già sulla sommità dell’arco che valica questo punto: chi parlava sembrava che lo facesse mentre camminava. Guardai in giù, ma gli occhi di un essere umano non potevano raggiungere il fondo attraverso il buio, e allora «Maestro, arriva all’altro argine», chiesi, «e scendiamo dalla sommità del ponte, perché come qui sento ma non capisco, così guardo verso il basso e non distinguo nulla». «Ti risponderò con l’azione», disse, «perché la domanda onesta si deve soddisfare con i fatti, tacendo».

Discendemmo il ponte dall’estremità che si congiunge con l’ottavo argine, e poi la bolgia si manifestò ai miei occhi: e dentro vidi un terribile ammasso di serpenti e di così strana specie che il ricordo mi guasta ancora il sangue. Non si vanti più del suo deserto la Libia, perché se produce serpi come chelidri, iaculi, faree, cencri e anfisibene, mai, neppure assieme all’intera Etiopia e al deserto arabico al di sopra del Mar Rosso, mostrò tanti animali velenosi e così mortali come quelli che vidi io in quel luogo. Anime nude e spaventate correvano in mezzo a questa terrificante e crudelissima moltitudine di serpi, senza speranza di trovare un buco per nascondersi o l’elitropia, la pietra magica che cura dal veleno: avevano le mani legate con serpenti che ficcavano la coda e la testa lungo le reni ed erano annodati sul davanti. Ed ecco che un serpente si avventò su uno che stava presso la base dell’argine, e lo trafisse là dove il collo si congiunge alle spalle. Mai tanto velocemente fu scrittoooppurei, come egli si accese e bruciò, e cadendo si trasformò tutto in cenere, e poi che fu così disfatto a terra, la polvere si raccolse da se stessa e di botto riprese la forma che quello aveva prima. I grandi saggi sostengono che allo stesso modo la fenice muore e poi rinasce, quando si avvicina al cinquecentesimo anno; in vita non si ciba di erba né di biada ma solo di incenso, di lacrime e dell’odorosa sostanza chiamata amomo, mentre il nardo e la mirra sono per essa l’ultimo lenzuolo di morte: la fenice vi si sdraia preparandosi alla fine dopo aver costruito il suo ultimo nido. E come sta chi cade e non sa come -per la forza di un demonio che lo tira in terra o a causa di un’ostruzione delle vene che lo immobilizza-, e quando si alza e si guarda intorno tutto smarrito per la grande angoscia sofferta, e guardando sospira, così stava il peccatore che poi si era alzato. Quant’è severa la potenza di Dio, che infligge tali colpi per vendetta!

Virgilio gli domandò chi fosse, ed egli rispose: «È poco tempo che sono piovuto dalla Toscana in questa gola feroce. Mi piacque condurre vita bestiale e non umana, come si addice al mulo che sono stato. Sono Vanni Fucci bestia, e Pistoia fu la mia degna tana». Io chiesi alla mia guida: «Digli che non scappi e chiedi quale colpa lo spinse quaggiù: io l’ho conosciuto come uomo sanguinario e violento». E il peccatore, che intese, non esitò ma rivolse verso di me l’animo e il volto, e si dipinse di amara vergogna; poi disse: «Mi addolora di più che tu m’abbia sorpreso nella miseria in cui mi vedi, che quando fui tolto dalla vita terrena. Non posso negarti quanto chiedi: sono messo tanto in giù perché rubai i begli arredi nella sagrestia della cattedrale di Pistoia, e il furto venne falsamente attribuito ad altri. Ma affinché tu non goda di vedermi, se mai uscirai da questi luoghi bui, apri le orecchie alla mia profezia e ascolta. Dapprima Pistoia si spopolerà di guelfi Neri, poi Firenze rinnoverà il suo popolo e la sua condizione perché i guelfi Neri vi faranno ritorno e i Bianchi verranno esiliati. Dalla Val di Magra avvolta da torbide nuvole, Marte dio della guerra trarrà un fulmine -e sarà il marchese di Lunigiana Moroello Malaspina capitano dei Neri- con il quale, mentre sopra Campo Piceno si combatterà con impetuosa e violenta tempesta, egli spezzerà con forza la nebbia, e ogni Bianco ne resterà ferito, i pistoiesi come i fiorentini. Lo dico per farti provare dolore!».

 

 

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

 

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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