mercoledì, 16 Giugno, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte X)

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INFERNO

Canto XXVIII

Chi mai, pur con parole sciolte dal vincolo dei versi, potrebbe dire in maniera esaustiva del sangue e delle piaghe che io vidi a questo punto -lasciata l’ottava bolgia-, per quanto provi a sviluppare il racconto? Ogni linguaggio verrebbe certamente meno perché la nostra lingua e la nostra mente hanno poca capacità di comprendere tanto.

Se anche tutta la gente che un tempo versò il proprio sangue sulla terra del Sud Italia combattendo contro i Romani discendenti dai Troiani, e nella lunga guerra punica che fece un così grande bottino di anelli a Canne dove i Cartaginesi fecero strage dei Romani, come scrive Livio che non sbaglia, se anche tutta si radunasse assieme alla gente che sentì il dolore dei colpi ricevuti opponendosi al normanno Roberto il Guiscardo che conquistava il Mezzogiorno, e all’altra le cui ossa si raccolgono ancora a Ceprano, sul fiume Liri dove ogni barone pugliese al servizio di Manfredi re d’Italia tradì cedendo agli angioini la roccaforte; e a Tagliacozzo in Abruzzo dove il vecchio Alardo vinse con l’astuzia prima che con le armi, consigliando a Carlo d’Angiò come aver la meglio su Corradino venuto dalla Germania per riprendersi il regno d’Italia, morto il fratellastro Manfredi, e ristabilirvi la discendenza dell’imperatore Federico: Alardo di Valéry ordinò a un cavaliere di vestire le insegne del re di Napoli Carlo I d’Angiò così che, avuta la meglio sugli uomini rimasti con lui e ucciso il finto re, gli imperiali di Corradino festeggiassero sicuri di aver vinto la battaglia e colti di sorpresa venissero massacrati dagli angioini; ebbene, se tutta questa gente che si è combattuta sui campi di battaglia -Romani e Sanniti, Cartaginesi, Normanni e Longobardi e Saraceni, Svevi e Angioini- mostrasse le proprie membra perforate o mozzate, sarebbe comunque impossibile eguagliare la sozza condizione delle anime nella nona bolgia.

Una botte che abbia perduto la doga centrale o una laterale, non si squarcia nel modo in cui vidi uno, rotto dal mento fino al punto del corpo da cui si emette aria. Le budella gli pendevano tra le gambe, e apparivano il cuore e il ripugnante sacco che fa merda di ciò che si mangia. Mentre l’osservavo con attenzione, mi guardò e si aprì il petto con le mani dicendo: «Ora sta’ a vedere come mi apro! Guarda com’è storpiato Maometto profeta dell’Islam! Dinanzi a me se ne va piangendo Alì, mio genero e seguace -quarto califfo e Imam della setta degli Sciiti-, spaccato nel volto dal mento al ciuffetto sulla fronte. E tutti gli altri che tu vedi qui, seminatori di discordia e divisione, furono vivi e perciò sono così spaccati. Qua dietro c’è un diavolo che ci concia per le feste in modo così crudele, sottoponendo ogni anima di questo gruppo al taglio della spada, quando abbiamo svoltato questa strada di dolore, e le ferite si richiudono prima che qualcuno di noi gli ritorni dinanzi. Ma chi sei tu che sporgi il volto dal masso, forse per ritardare il momento in cui sarai colpito dalla pena stabilita per le tue colpe?». «La morte non lo ha ancora raggiunto, né lo porta qui la pena seguita al giudizio perché sia sottoposto al tormento», rispose il mio maestro, «ma per dargli una conoscenza piena, io che sono morto devo condurlo per l’Inferno quaggiù di cerchio in cerchio: e questa è la verità, così come te la dico». Furono più di cento che, udendo queste parole, si arrestarono nel fosso a osservarmi meravigliati e dimentichi del martirio cui erano sottoposti. «Tu che forse vedrai tra breve il sole, di’ all’eretico frate Dolcino che se non vuole subito seguirmi qui, si rifornisca tanto di vettovaglie in modo che l’ingombro della neve non rechi la vittoria al vescovo di Novara e ai Novaresi che sul monte Rubello danno la caccia a lui e ai disperati della setta degli Apostolici: una vittoria altrimenti difficile». Maometto mi rivolse queste parole dopo aver puntato un piede sul tallone, quindi per andar via ne distese la pianta in terra. Un altro che aveva la gola bucata e il naso mozzo fin sotto le ciglia, e non aveva che un orecchio solo, rimasto a guardare stupito assieme agli altri, davanti a loro si aprì la gola che di fuori era rossa in ogni parte, e disse: «Tu che nessuna colpa condanna, e che io ho conosciuto in terra d’Italia, se la grande somiglianza non m’inganna, ricordati di Pier da Medicina se mai tornerai a vedere la dolce pianura che scende per la china da Vercelli al castello veneziano di Marcabò in Romagna. E fai sapere ai due uomini migliori di Fano -messer Guido del Cassero e Angiolello da Carignano- che se qui la facoltà di prevedere non sbaglia, essi saranno messi in un sacco con una pietra e gettati fuori dalla loro imbarcazione presso Cattolica, traditi da un malvagio tiranno. Il dio Nettuno non vide mai un delitto così feroce compiuto da pirati o da greci tra l’isola di Cipro e Maiorca, tra i limiti orientale e occidentale del Mediterraneo. Malatestino Malatesta, quel traditore che vede con un solo occhio e signoreggia su Rimini, la terra che Curione, che è qui con me, vorrebbe non aver visto mai, li farà venire a parlamentare, poi farà in modo che ad essi non sarà più necessario far voti e preghiere al vento di Focara perché soffi dalla collina sopra Pesaro». E io: «Se vuoi che io porti sulla Terra notizie di te, spiegami e chiarisci chi è colui che si addolora di aver visto Rimini». Allora il signore del borgo di Medicina -fra Bologna e Lugo di Romagna-, pose la mano alla mascella di un suo compagno e gli aprì la bocca gridando: «È questo qui, il tribuno Curione, e non parla. Scacciato da Roma quando il Senato dichiarò Cesare nemico dello Stato, lo raggiunse e, sostenendo che colui che è pronto all’azione patì sempre a proprio danno l’attesa, tolse a Cesare il dubbio di passare il Rubicone».

Quanto mi appariva addolorato con la lingua tagliata nella strozza, Curione che era stato con Cesare così ardito nel parlare! E uno che aveva mozze l’una e l’altra mano, alzando i moncherini nell’aria tetra, tanto che il sangue ne insozzava la faccia, gridò: «Ricordati anche del Mosca che, misero, disse Cosa fatta capo ha”, e ciò produsse cattivi frutti per la gente toscana, accendendo a Firenze la faida poiché con le mie parole convinsi gli Amidei a vendicarsi di Buondelmonte dei Buondelmonti che non aveva mantenuto la promessa di sposare una giovane di quella famiglia per riparare a un’offesa». E io aggiunsi: «E produsse anche la fine dei Lamberti, la tua discendenza». Allora egli, accumulando dolore a dolore, se ne andò afflitto e fuori di sé. Ma io rimasi a osservare lo stuolo dei seminatori di discordia e vidi cosa che avrei timore di raccontare senz’altra prova che la mia testimonianza: sennonché Virgilio rassicurava la mia coscienza, la buona compagna che rende l’uomo coraggioso, difesa dalla corazza della sua purezza. Vidi chiaramente, e ancora mi sembra di vederlo, un busto senza capo procedere come le altre anime dell’infelice gregge: reggeva per i capelli il capo tronco, tenuto sospeso in aria con la mano, come una lanterna: e quello ci guardava e diceva: «Povero me!». Di sé faceva lume per se stesso, ed erano due in uno e uno in due: come ciò possa essere lo sa solo Dio che lo ha deciso. Quando fu esattamente sotto il ponte, alzò in alto il braccio con la testa per farci più vicine le sue parole, che furono: «Ora vedi la pena dolorosa tu che, respirando, viaggi guardando i morti: vedi se qualcuna è grande come questa. E perché tu possa portare notizie di me, sappi che sono Bertran de Born, colui che diede i suoi consigli al giovane re Enrico III d’Inghilterra. Resi discordi tra loro il padre Enrico II, e il figlio: con le sue malvagie insinuazioni Achitofèl non peccò più di me mettendo il figlio Absalom contro il padre David, il re di Israele del quale era consigliere. Poiché ho diviso persone tanto unite, porto -povero me!- il mio cervello diviso dal midollo che è in questo troncone. Così si attua in me la legge del contrapasso che vuole la colpa punita con la medesima pena patita da colui al quale è stata fatta subire».

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Canto XXIX

La moltitudine di gente e le piaghe avevano a tal punto ubriacato i miei occhi che essi desideravano piangere. Ma Virgilio mi disse: «Che cosa continui a guardare? Perché il tuo sguardo indugia ancora laggiù tra le disgraziate ombre smozzicate? Non ti sei comportato così nelle altre bolge. Pensa che la valle abbraccia, se vuoi contarle, 22 miglia. E già la luna è sotto i nostri piedi, sul meridiano del Purgatorio, ed è quasi trascorsa un’ora dal mezzogiorno: ci è concesso ormai poco tempo e tu devi vedere cose che non hai ancora visto». «Se avessi fatto attenzione al motivo che mi induceva a guardare», risposi subito, «forse mi avresti permesso di restare ancora». Intanto Virgilio s’incamminava e io lo seguivo soggiungendo: «Dentro quella cava dove tenevo ora lo sguardo così fisso, credo che uno spirito del mio stesso sangue pianga la colpa che viene scontata con tanto dolore laggiù». Allora il maestro disse: «Da qui in avanti non fissare il tuo pensiero su di lui. Fa’ attenzione ad altro, ed egli resti là perché l’ho visto ai piedi del ponticello indicarti e minacciarti con veemenza con il dito, e l’ho sentito chiamare Geri del Bello. Tu eri in quel momento così attento a Bertran de Born che un tempo fu signore di Hautefort che, fino a quando non si è allontanato, non hai guardato dall’altra parte». «Oh Virgilio, Geri è risentito per la sua morte violenta che nessuno ha ancora vendicato», dissi, «per questo, credo, se n’è andato senza parlarmi, e così facendo mi ha reso più benevolo nei suoi confronti perché ne capisco lo sdegno».

Questo dicemmo fino al primo argine che, se vi fosse più luce, dallo scoglio mostrerebbe l’altra valle sino al fondo. Quando fummo sopra l’ultimo chiostro di argini di Malebolge, così che alla nostra vista apparvero i suoi dannati, essi saettarono verso di me lamenti mai ascoltati che avevano le frecce armate di pietà: per cui mi coprii le orecchie con le mani. Quale il dolore che uscirebbe se in una fossa tutti insieme venissero messi i mali degli ospedali di Valdichiana, di Maremma e di Sardegna, tra luglio e settembre, tale era il dolore qui, e ne veniva fuori un puzzo quale di solito viene da membra putrefatte. Discendemmo lungo l’ultimo argine del lungo ponte di roccia, mantenendo la sinistra, e allora i miei occhi videro meglio, giù, verso il fondo, dove la ministra dell’alto Sovrano, l’infallibile giustizia, punisce i falsari dopo averne registrato il nome nel mondo terreno.

Non credo che il vedere tutta la popolazione dell’isola di Egina, nel golfo del mare Egeo che è di fronte ad Atene, colpita dalla pestilenza originata dalla gelosia di Giunone per Giove, quando il cielo fu così pieno di germi pestiferi che li animali morirono tutti, fino al piccolo verme -quell’antico popolo poi, come sanno i poeti, si rigenerò dal seme delle formiche grazie alla preghiera del re Eaco a suo padre Giove che in forma d’aquila l’aveva concepito dalla ninfa Egina-, non credo, dunque, che la vista di tale spettacolo di morte provocasse un’angoscia più grande di quella causata dal vedere in quell’oscura valle languire gli spiriti in strani mucchi. Chi giaceva sul ventre e chi sulle spalle dell’altro, e chi si muoveva carponi per quel luogo di afflizione.

Andavamo passo passo, senza parlare, guardando e ascoltando quegli spiriti ammalati che non potevano alzarsi. Vidi due seduti, appoggiati l’uno all’altro -come si poggia teglia contro teglia per riscaldarle entrambe- macchiati di croste da capo a piedi: e mai ho visto strigliare così velocemente un cavallo da un garzone atteso dal suo signore, né da uno stalliere che resta sveglio di malavoglia, come ciascuna di quelle anime si graffiava con le unghie per il gran prurito che non può avere un sollievo diverso: e le unghie scrostavano la scabbia come fa il coltello con le squame della scardova o di altro pesce che le abbia molto grosse.

«Tu, che ti togli le croste con le dita», si rivolse a uno di essi Virgilio, «e che a volte usi le mani come tenaglie, dicci se tra questi che sono qua dentro ce n’è qualcuno italiano, e che le unghie ti bastino in eterno per questo lavoro». «Italiani siamo noi che tu vedi qui, entrambi così marci», rispose uno dei due piangendo, «ma chi sei tu che chiedi di noi?». E la mia guida rispose: «Sono uno che, di cerchio in cerchio, scende giù con quest’uomo vivo, e intendo mostragli l’Inferno». Allora il reciproco appoggio che teneva insieme i due spiriti si sciolse, e tremando entrambi si voltarono verso di me, assieme ad altri che, di rimbalzo, avevano ascoltato Virgilio. Il buon maestro mi si fece vicino dicendo: «Dì loro ciò che vuoi». E io, seguendo la sua volontà, cominciai: «Che la memoria di voi non fugga dalle menti degli uomini nel mondo, e resti viva per molto tempo, ditemi chi siete e di quale popolo. La vostra pena sconcia e fastidiosa non vi impedisca di farvi conoscere da me». «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo», rispose Griffolino, uno dei due, «ma non mi trovo qui a causa della mia morte. È vero che gli dissi per scherzo: “Saprei alzarmi in volo nel cielo”; e quello, che cercava nuove esperienze e aveva poco giudizio, volle che gli mostrassi il modo, e solo perché non feci di lui un altro Dedalo, egli mi fece ardere dal vescovo di Arezzo che lo considerava un figlio. Ma Minosse, che non può commettere errori, mi condannò all’ultima delle dieci bolge, per l’alchimia di cui feci uso sulla Terra». Io allora dissi rivolto a Virgilio: «C’è mai stata gente così vuota come la senese? Nemmeno i Francesi lo sono così tanto!». Al che, l’altro lebbroso, che mi aveva sentito, rispose alle mie parole: «Si, se si fa eccezione per il senese Stricca, podestà e capitano del popolo a Bologna, che sperperò i suoi beni con moderazione -si fa per dire-, e per suo fratello Niccolò Salimbeni che per primo scoprì il costoso uso del garofano nelle pietanze, a Siena, l’orto dove attecchisce questo seme dello sperpero; ed eccetto la brigata -la combriccola dei dodici giovani di Siena- per la gioia della quale Caccia d’Ascian dei Cacciaconti signori in Val d’Ombrone, scialacquò vigne e boschi, e l’Abbagliato -Bartolomeo de’ Folcacchieri- dissipò i suoi averi dando prova della sua accortezza. Ma se vuoi sapere chi condivide il tuo giudizio contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me in modo che una risposta chiara ti venga dal mio volto: ti accorgerai così che io sono l’ombra di Capocchio che falsificò i metalli con l’alchimia, bruciato vivo a Siena, e, se ti riconosco bene, ricorderai certo come fossi in grado di scimmiottare la natura contraffacendola».

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Canto XXX

Un tempo Giunone si infuriò contro i Tebani, gelosa di Semele, la figlia di Cadmo che fu sedotta da Giove, come mostrò una prima volta e poi ancora un’altra, incenerendo lei e facendo impazzire Atamante re di Orcomeno che con la moglie aveva allevato e protetto Bacco, il frutto dell’unione di Semele e di Giove. Atamante fu portato alla pazzia al punto che, vedendo venire la moglie Ino con i due figli tra le braccia, gridò: Adesso tenderò le reti per catturare al varco la leonessa e i leoncini“; e poi allungò gli artigli spietati afferrando uno dei figli che si chiamava Learco, e ruotandolo in aria lo scagliò contro un masso, mentre Ino per sfuggirgli si annegò gettandosi in mare con l’altro figlio. E quando la fortuna piegò verso il basso l’orgoglio dei Troiani che osava tutto, così che assieme al regno perì anche il re Priamo, sua moglie Ecuba afflitta, infelice e prigioniera dei Greci, dopo aver visto la sua Polissena morta e scoperto con immenso dolore il suo Polidoro ucciso sulla spiaggia, fuori di sé latrò come un cane, tanto il dolore le stravolse la mente. Ma non si videro mai in alcun essere vivente, né in Tebe né fra i Troiani, furori tanto crudeli assalire bestie o uomini, quali li vidi io in due ombre smunte e nude che, mordendo, correvano alla maniera del porco quando è liberato dal porcile. Una delle due ombre raggiunse Capocchio, l’eretico alchimista, e lo azzannò alla nuca e, tirando, gli fece grattare il ventre sul fondo duro della bolgia. E l’aretino alchimista, Griffolino, rimasto incolume mi disse tremando: «Quel folletto maligno è Gianni Schicchi, cavaliere fiorentino, e pieno di rabbia se ne va sconciando gli altri in questo modo». «Se l’altro folletto che vedo non ti ficcherà i denti addosso», gli dissi, «non ti costi fatica dire chi è, prima che se ne vada da qui». E quello: «È l’anima antica della scellerata Mirra che divenne amante del padre Cinira re di Cipro, oltrepassando il limite dell’amore lecito. Costei arrivò a peccare col genitore falsificando il proprio aspetto in quello di un’altra donna, così come fece Gianni Schicchi che se ne va da quella parte, il quale, per ottenere la mula migliore dell’armento e le ricchezze di Buoso Donati, ebbe l’impudenza di falsificare la propria persona in quella di Buoso che era appena morto senza figli, facendo testamento al posto suo e in questo modo rendendolo legale».

Quando furono passate le due anime rabbiose sulle quali avevo tenuto gli occhi, rivolsi l’attenzione verso gli altri spiriti colpevoli. Vidi uno fatto come un liuto, se solo avesse avuto le gambe troncate nel punto in cui si dividono. La grave idropisia che rende le membra disarmoniche per l’irregolare distribuzione dell’umore del corpo -dei liquidi che si accumulano nell’addome-, tanto che il volto risulta sproporzionato rispetto al ventre, lo costringeva a tenere le labbra aperte come fa il tisico che, per la sete, rivolge l’un labbro verso il mento e l’altro in su.

«Voi che siete nel mondo infelice senza essere sottoposti ad alcuna pena, e non ne capisco la ragione», ci disse, «guardate e prestate attenzione alla miseria di Maestro Adamo: da vivo ebbi molto di ciò che desideravo, e ora, disgraziato, bramo un goccio d’acqua. I ruscelletti che scendono dai verdi colli del Casentino giù in Arno, irrorando e refrigerando i propri letti, mi stanno sempre davanti, e non senza effetto considerato che la loro immagine mi provoca arsura più del male che mi dimagra il volto. L’inflessibile giustizia che mi tormenta trae proprio dal luogo dove peccai il modo per farmi sospirare di più. Là è Romena, il castello in Casentino dei conti Guidi dove falsificai il fiorino suggellato dall’immagine del Battista, e per questo lasciai sulla Terra il mio corpo arso sul rogo. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido, di Alessandro o di un altro dei quattro fratelli Guidi, non rinuncerei a quella visione neppure per l’acqua della fonte Branda, meraviglia di quei luoghi. Se le ombre arrabbiate che girano qui intorno dicono la verità, una delle anime di quei fratelli è già qui dentro; ma a che mi vale se ho le membra irrigidite? S’io fossi agile ancora solo tanto da potermi spostare di una inezia in cent’anni, già mi sarei messo per il sentiero cercando quell’anima tra questa gente sconcia, con tutto che la bolgia abbracci undici miglia e sia larga non meno di mezzo miglio. A causa loro, infatti, mi trovo in mezzo a una famiglia di questa specie: furono essi a indurmi a battere i fiorini che avevano tre carati di metallo vile».

E io a lui: «Chi sono i due disgraziati che fumano come in inverno le mani bagnate, distesi e stretti alla tua destra?». «Li ho trovati qui», rispose Maestro Adamo, «e da allora, da quando sono piovuto in questo luogo selvaggio, non si sono mai mossi, e credo che per l’eternità non si muoveranno più. L’una è la bugiarda moglie di Putifar consigliere del faraone d’Egitto, che accusò Giuseppe, figlio di Giacobbe, di averle fatto violenza e per questo Giuseppe, patriarca degli Israeliti, rimase per due anni in un carcere sotterraneo; l’altro è il menzognero Sinone, greco ma anche troiano grazie alla fiducia, folle, che in lui ripose il re di Troia Priamo: egli convinse i Troiani a introdurre dentro le mura il cavallo di legno; entrambi, la moglie di Putifar e Sinone, hanno il fiato puzzolente a causa della febbre alta».

Uno di essi, offeso forse per essere stato nominato in maniera tanto poco onorevole, gli colpì con un pugno il ventre teso che suonò come un tamburo, e di rimando Maestro Adamo gli percosse il volto con la mano che non sembrò meno dura, dicendogli: «Malgrado mi sia impedito il movimento delle membra irrigidite, ho ancora il braccio libero per colpire». E quello rispose: «Non l’avevi così veloce mentre eri condotto al rogo, ma lo era molto di più quando coniavi monete false». E l’idropico: «Riguardo a questo tu dici il vero: ma non fosti così veritiero testimone quando a Troia ti fu chiesta la verità». «Se io dissi il falso, tu falsificasti la moneta», replicò Sinone, «e io mi trovo qui per un peccato, ma tu per molti di più di qualunque altro demonio!». «Ricordati del cavallo di Troia, spergiuro», rispose quello che aveva il ventre gonfio, «e ti sia di tormento che tutto il mondo ne conosce la storia». «E a te», disse il greco, «ti strazino la sete che ti crepa la lingua, e l’acqua marcia che ti gonfia il ventre davanti agli occhi sollevandolo come se fosse una siepe!». Allora il falsificatore di monete: «Come al solito la tua bocca si squarcia per vomitare disprezzo: ma se io ho sete e il liquido mi gonfia, tu hai la febbre e la testa che ti fa male e non servirebbero molte parole per invitarti a leccare lo specchio di Narciso, l’acqua di fonte».

Ero tutto intento ad ascoltarli quando il maestro mi disse: «Continua pure a guardarli, che poco manca che non mi adiri con te!». Quando lo sentii parlarmi con ira mi voltai verso di lui con una tale vergogna che ancora mi torna viva alla memoria. Come chi sogna la propria disgrazia e sognando desidera che il suo sia sogno e non realtà, così che desidera ciò che è come se non lo fosse, così accadde a me che, non potendo parlare, mentre desideravo scusarmi mi scusavo comunque con il mio atteggiamento pur non credendo di farlo. «Una vergogna minore lava un peccato più grande di quanto lo sia stato il tuo», mi disse il maestro, «perciò non rattristarti più. E conta sul fatto che ti sarò sempre vicino, se avverrà ancora che il caso ti faccia trovare dove ci sia gente coinvolta in un simile litigio: poiché volerlo ascoltare è un basso desiderio».

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

 

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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