sabato, 25 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XI)

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INFERNO

Canto XXXI

Una medesima parola prima mi ferì tanto da farmi rosse tutte e due le guance, e poi mi porse la medicina: così qualcuno mi raccontò che agiva la lancia di Achille e di suo padre, prima ferendo e poi risanando.

Volgemmo la schiena al misero vallone su per l’argine che lo cinge intorno, attraversandolo senza far parola. Qui non era né notte né giorno, sicché lo sguardo andava avanti solo un poco, ma io sentii il suono di un corno forte tanto da far sembrare debole quello di ogni tuono, che rivolse i miei occhi verso un punto opposto al luogo da cui proveniva il suono. Orlando non suonò in modo così lacerante dopo la dolorosa rotta di Roncisvalle -nel valico dei Pirenei-, quando Carlo Magno fu sconfitto nella santa impresa contro i Saraceni di Spagna. Per poco tempo tenni volto il capo in quella direzione e mi parve di vedere molte alte torri, al che: «Maestro, dimmi, che città è questa?», chiesi. Ed egli: «Poiché spingi lo sguardo troppo lontano nelle tenebre, avviene poi che la tua percezione si confonda. Vedrai bene, se arrivi fin là, quanto la vista si inganna da lontano; perciò accelera il passo». Poi caramente mi prese per mano e disse: «Prima di procedere oltre, affinché la cosa ti sembri meno strana, sappi che quelle non sono torri ma giganti, e sono tutti quanti dall’ombelico in giù dentro il pozzo circondato dall’argine».

Come quando si dissipa la nebbia, lo sguardo a poco a poco distingue quel che il vapore addensato nell’aria nasconde, così attraversando l’atmosfera densa e scura, a mano a mano che mi avvicinavo verso la sponda, l’errore si allontanava da me e la paura mi cresceva dentro, perché come Monteriggioni in val d’Elsa si corona di torri sulla cerchia tonda delle sue mura -così munita dai Senesi contro Firenze-, allo stesso modo sulla proda che circonda il pozzo torreggiavano con la metà del corpo i giganti che dal cielo Giove minaccia ancora quando tuona. E io di qualcuno già scorgevo la faccia, le spalle, il petto e gran parte del ventre, ed entrambe le braccia, giù, lungo i fianchi. Certo, quando la natura cessò di creare questi esseri, fece assai bene perché privò Marte di tali strumenti di guerra. E se essa non si pente di aver creato elefanti e balene, chi guarda le cose in profondità la giudica più giusta e accorta, perché dove la forza della mente si aggiunge alla volontà di far del male e alla forza fisica, nessuno può trovare difesa.

La faccia del gigante mi appariva lunga e grossa come la punta della Basilica di San Pietro a Roma, e le altre membra erano proporzionate ad essa, così che l’orlo del pozzo, che faceva da perizoma dalla metà del corpo in giù, mostrava al di sopra tanta parte di quelle membra che tre alti Frisoni si sarebbero ingiustamente vantati, salendo uno sulle spalle dell’altro, di arrivare alla chioma del gigante: e io ne vedevo più di sette metri dalla testa in giù, fin dove, alla clavicola, si affibbia il mantello.

«Raphèl maì amècche zabì almi!» cominciò a gridare la feroce bocca alla quale non si addicevano salmi più dolci. E la mia guida a lui: «Anima sciocca, divertiti con il corno e sfogati con quello quando ti prende l’ira o altra passione! Cercati al collo, anima confusa, e troverai la cinghia che lo tiene legato e lo vedrai che ti fascia il gran petto». Poi disse a me: «Egli stesso si mostra per quello che è: egli è Nembrot e a causa del suo malvagio progetto -la torre di Babele- nel mondo non si parla una lingua sola. Lascialo stare e non parliamo a vuoto, perché per lui ogni lingua è come la sua per gli altri, che nessuno riesce a comprendere».

Percorremmo, dunque, un tratto più lungo del tragitto, volti a sinistra, e alla distanza del tiro di una balestra trovammo un altro gigante molto più feroce e grande. Chi fosse il mastro che lo incatenò non so dire, ma gli teneva legato il braccio sinistro davanti e il destro dietro con una catena che lo teneva avvinto dal collo in giù, avvolta intorno al suo corpo con cinque giri. «Questo superbo volle sperimentare la sua forza contro il sommo Giove», disse la mia guida, «e ora gode tale merito. Si chiama Efialte, e mise in atto la grande sfida quando i Giganti fecero paura agli dei dando l’assalto all’Olimpo: non potrà mai più muovere le braccia che usò con tanta violenza». E io a lui: «Se è possibile, vorrei vedere lo smisurato Briareo». Al che egli rispose: «Potrai vedere Anteo qui vicino che parla ed è libero, e ci porrà nel fondo dell’Inferno. Il gigante che vuoi vedere è molto più in là ed è legato e fatto come questo, salvo che sembra avere l’espressione più feroce».

Non ci fu terremoto tanto violento che scuotesse una torre così forte, come quello provocato da Efialte che si scosse veloce. Allora più che mai temetti la morte, e ad uccidermi sarebbe bastata la paura se non avessi visto le catene. Allora avanzammo e raggiungemmo Anteo il cui corpo emergeva dalla parete rocciosa per sette metri e mezzo, senza contare la testa.

«Tu che nella valle fortunata di Zama -in Tunisia- dove Publio Cornelio Scipione, proconsole romano, ereditò la gloria quando il comandante cartaginese, Annibale, fuggì con i suoi, recasti un tempo una preda di mille leoni per sfamartene, e che, se avessi partecipato alla guerra dei tuoi fratelli contro gli dei, è ancora opinione comune che avrebbero vinto i Giganti, figli della Terra: mettici giù dove Cocito congela il freddo, non rifiutarti di farlo. Non costringerci ad andare da Tizio o da Tifèo, tuoi fratelli: costui che è con me può donare quel che qui si desidera: perciò chinati, e non torcere il volto. Egli, che vive e che conta di vivere ancora a lungo se la grazia di Dio non lo chiama a sé prima del tempo, può ancora assicurarti fama nel mondo». Così disse il maestro Virgilio, e quello distese in fretta le mani, delle quali già Ercole sentì la grande stretta lottando con lui, e lo prese. Quando si sentì afferrare, la mia guida mi disse: «Avvicinati, in modo che io possa prenderti»; poi mi strinse a sé e fummo un fascio lui ed io.

Come a Bologna la torre Garisenda, osservandola dal basso del lato verso cui pende, quando una nuvola le passa sopra sembra venire addosso a chi guarda, così mi parve Anteo che scrutavo con attenzione mentre si chinava, e il momento fu così terrificante che avrei voluto andare per un’altra strada. Ma egli ci depose lievemente sul fondo che inghiotte Lucifero con Giuda, e non rimase lì chinato ma si innalzò come l’albero di una nave.

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Canto XXXII

Se fossi capace di rime aspre e dure quali converrebbero al buco abbietto sopra il quale poggiano tutte le altre rocce dell’Inferno, spremerei il succo del mio pensiero in maniera più completa, ma poiché non ne sono capace, non senza timore mi appresto a raccontare: perché descrivere a fondo tutto l’universo non è impresa da prendere a gabbo né che possa essere realizzata da una lingua così giovane come quella che uso qui, da riuscire solo a nominare “mamma” o “babbo”. Assistano il mio verso, dunque, quelle medesime donne, le Muse, che aiutarono Anfione a chiudere Tebe tra le mura costruite staccando le pietre dal monte Citerone con la sola seduzione della sua cetra: esaudiscano la mia richiesta, in modo che il racconto non sia diverso dal fatto.

Oh plebaglia, la più malcreata di tutte, che stai nel luogo di cui è terribile parlare, meglio se qui fossi stata pecora o capra! Come fummo giù nell’oscuro pozzo, assai più in basso dei piedi del gigante -e io guardavo ancora verso Anteo alto come il muro di una fortezza-, mi sentii dire: «Attento a come procedi, va avanti in modo da non calpestare le teste dei miei disgraziati fratelli». Al che mi voltai, e mi vidi davanti e sotto i piedi un lago che a causa del gelo aveva l’apparenza del vetro e non dell’acqua. Non il Danubio in Austria d’inverno, né il Don là sotto il freddo cielo, hanno mai coperto il loro corso con un velo di ghiaccio così spesso come quello che era qui: che se i monti Apuani di Tambernicchi o di Pietrapana, sulla Versilia, vi fossero caduti sopra, non avrebbero fatto un’incrinatura neppure sul margine.

E come la rana resta a gracidare col muso fuori dall’acqua, nella stagione in cui la contadina spesso pensa a quando spigolerà, nella distesa di ghiaccio erano livide le ombre dolenti fin là dove appare la vergogna, fino al volto, e battevano i denti producendo un suono simile a quello che fa la cicogna quando batte il becco. Ciascuna teneva il volto rivolto verso il basso: in loro, il freddo e la sofferenza del cuore sono testimoniati dallo sbattere delle mascelle e dagli occhi che lacrimano. Eravamo nell’Antenora, la seconda zona del Cocito ghiacciato dove sono puniti i traditori della patria e della propria parte. Dopo essermi ben guardato intorno, mi guardai ai piedi e vidi due così stretti tra di loro che avevano i capelli fusi insieme. «Ditemi, voi che avete i petti tanto uniti», chiesi, «chi siete?». E quelli piegarono i colli, e dopo aver alzato i volti verso di me, i loro occhi che prima erano umidi solo all’interno gocciarono sulle labbra, e il gelo strinse le lacrime tra le palpebre che subito rinserrò. Una spranga non serrò mai con tanta forza un legno con un altro legno, ed essi presi da un’ira immensa cozzarono l’un contro l’altro come due capri. E uno che per il freddo aveva perduto entrambi gli orecchi, pur col viso in giù disse: «Perché ti specchi tanto in noi? Se vuoi sapere chi sono questi due sappi che la valle per la quale scende il Bisenzio affluente dell’Arno fu loro e del loro padre il conte di Vernio e Mangona Alberto V degli Alberti. Ebbero una stessa madre, Gualdrada: sono i fratelli Alessandro -guelfo- e Napoleone -ghibellino- che si uccisero disputando l’eredità paterna, e in tutta la Caina potrai cercare ma non troverai ombra più degna di loro d’essere confitta nel ghiaccio: non Mordred al quale un colpo di Artù, suo padre, ruppe il petto e con esso l’ombra -e dalla ferita passava la luce del sole; non Focaccia -così era chiamato il guelfo pistoiese Vanni dei Cancellieri- che uccise per strada, a tradimento, un cugino di suo padre; non questi che mi copre con il capo impedendomi di vedere, ed era chiamato Sassol Mascheroni: se sei toscano sai bene chi fu: assassinò il nipote Ubertino che aveva in tutela e fu per questo giudicato a Firenze e messo in una botte irta di chiodi e poi decapitato. E affinché tu non mi coinvolga in troppi discorsi, sappi che io fui Camicione de’ Pazzi -che uccisi uno a coltellate dopo averlo travolto col mio cavallo-, e aspetto Carlino, ghibellino di Valdarno come me e mio consanguineo, che con le sue colpe mi farà apparire innocente: egli ha tradito la sua parte e la sua Casata vendendo ai guelfi Neri il castello di Piantravigne sulle balze del Valdarno Superiore».

Poi vidi mille volti resi paonazzi dal freddo, per cui provo ancora raccapriccio, e lo proverò sempre, per i guadi gelati. E mentre ci dirigevamo verso il centro della gravitazione universale nel quale si raccolgono tutti i pesi fisici e morali -e io tremavo nell’eterno freddo- non so se fu per volontà, destino o fortuna, ma passeggiando tra le teste colpii forte con il piede il volto di una di quelle ombre. Piangendo essa mi sgridò: «Perché mi pesti? Se non sei venuto ad accrescere la vendetta di Montaperti dove tradii i guelfi Fiorentini, perché mi molesti?». E io rivolto a Virgilio: «Maestro mio aspettami qui, in modo che io mi levi un dubbio su costui, poi, se vorrai, mi farai fretta». Virgilio si fermò, e io dissi a quello che ancora duramente bestemmiava: «Chi sei tu che rimproveri gli altri con tanta asprezza?». «Chi sei tu, invece, che te ne vai per l’Antenora», rispose, «percuotendo i volti altrui, in modo tale che sentirei molto dolore anche se fossi vivo?». «Vivo sono io», fu la mia risposta, «e tu potresti aver caro, se cerchi la fama, che metta il tuo nome tra le altre cose che ho annotato». Ed egli a me: «Io desidero il contrario. Va’ via da qui e non infastidirmi più, perché usi lusinghe sbagliate in questo luogo!». Allora lo presi per la collottola e dissi: «Ti conviene dire chi sei, o non ti resterà più un capello». Al che mi rispose: «Poiché mi strappi i capelli non ti dirò chi sono né te lo mostrerò anche se mi colpisci sul capo mille volte». Io avevo già i capelli avvolti in mano e gliene avevo strappati più di una ciocca, mentre lui latrava con gli occhi rivolti in basso, quando un altro gridò: «Che hai, Bocca degli Abati, non ti basta suonare con le mascelle sbattendole per il freddo? Devi anche latrare? Quale diavolo ti colpisce?». «Ormai», intervenni io, «non voglio più che parli, malvagio traditore, e porterò di te, per la tua vergogna, notizie veritiere: a Montaperti mozzasti il braccio al portabandiera dei guelfi fiorentini che avevi al tuo fianco, e provocasti così lo sbandamento dei militi di Firenze consegnando la vittoria ai suoi nemici ghibellini di Arezzo e ai Tedeschi al servizio di Manfredi». «Va’ via», rispose, «e racconta ciò che vuoi, ma se uscirai da qua dentro non tacere di colui che ebbe ora la lingua così pronta. Egli piange qui l’argento dei Francesi di Carlo I d’Angiò che lo ripagarono per il suo tradimento dei ghibellini di Manfredi: Io vidi”, potrai dire, “Buoso da Dovera là dove i peccatori stanno al fresco”. E se ti fosse chiesto “Chi altro vi era?”, sappi che hai da un lato Tesauro di Beccheria, priore dell’Ordine di Vallombrosa in Toscana, al quale Firenze tagliò il collo perché si era accordato con gli esuli ghibellini. Gianni de’ Soldanieri, cavaliere ghibellino di Firenze che insorse con il Popolo contro la propria parte, credo che sia più in là con Gano che tradì Carlo re dei Franchi a Roncisvalle, e con Tebaldello degli Zambrasi ghibellino che aprì le porte di Faenza ai guelfi bolognesi quand’era immersa nel sonno».

Ci eravamo già divisi da lui quando vidi due ghiacciati in una buca, messi in modo tale che il capo dell’uno faceva da cappello all’altro, e come si mangia il pane per la fame, così quello che stava sopra mise i denti sull’altro nel punto in cui il cervello si congiunge con la nuca: Tideo, uno dei sette re mossisi contro Tebe al seguito di Polinice, divorò per spregio il capo di Melanippo tebano, non diversamente da quanto faceva quello con il teschio e il resto. «Tu, che con atto così bestiale mostri l’odio per colui che ti mangi, dimmene il motivo», chiesi, «a tale patto, che se la lingua con cui parlo non si seccherà, se tu piangi te stesso per causa sua e vorrai dirmi chi siete e il suo peccato, io ti contraccambierò portando il tuo nome nel mondo».

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Canto XXXIII

La bocca sollevò dal feroce pasto quel peccatore, pulendola ai capelli del capo che aveva rosicchiato da dietro. Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi il dolore disperato che mi opprime il cuore già al solo pensiero, prima ancora che ne parli. Ma se le mie parole devono essere il seme che frutti l’infamia al traditore che mi vedi tritare con i denti, mi vedrai parlare e lacrimare insieme. Non so chi sei né in che modo sei venuto quaggiù, ma quando odo la tua voce veramente mi sembri fiorentino. Devi sapere che fui conte Ugolino della Gherardesca, di Pisa, e questi è l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, e ora ti dirò perché sono per lui un così disumano vicino. Non è necessario dire come, per la sua malvagità, fidandomi di lui, io venissi catturato e poi ucciso: perciò ascolterai quello che non puoi aver saputo: come fu cruda la mia morte, e saprai allora se egli mi ha offeso. Uno stretto pertugio dentro la torre della Muda a Pisa, che per me ha il nome della fame, e che rinchiuderà altri ancora, attraverso il suo foro mi aveva già mostrato il trascorrere dei mesi, quando feci il terribile sogno che mi squarciò il velo del futuro. Costui, l’arcivescovo, mi sembrava il signore e il capo della caccia al lupo e ai suoi cuccioli, verso il monte che impedisce ai Pisani la vista di Lucca. Aveva messo dinanzi allo schieramento i ghibellini Gualandi con i Sismondi e i Lanfranchi, con cagne magre, intente a spiare la preda, e astute. Il padre lupo e i figli mi sembrarono stanchi dopo una breve fuga, e mi pareva di vedere le zanne aguzze delle cagne lacerarne i fianchi. Quando mi svegliai, prima del mattino, sentii piangere nel sonno i miei figli, che erano con me, e domandare pane. Sei ben crudele se fin d’ora non provi dolore pensando a ciò che si annunciava al mio cuore, e se non piangi, per che cosa ti avviene di piangere? Ormai i miei figli erano svegli, e si avvicinava il momento in cui di solito ci veniva portato il cibo, e ciascuno, per ciò che aveva sognato, aveva un presentimento: e io sentii inchiodare, di sotto, la porta dell’orribile torre, e guardai i miei figli in volto senza far parola. Non piangevo, tant’ero impietrito dentro: piangevano essi. E il mio Anselmuccio disse: “Guardi in un modo, padre! Che hai?”. Malgrado ciò non versai lacrime e non risposi per tutto quel giorno e la notte successiva, fino al nuovo sorgere del sole. Come un po’ di luce entrò nel tormentoso carcere, e potetti scorgere il mio proprio aspetto rispecchiato nei quattro volti dei miei figli, per il dolore mi morsi entrambe le mani, ed essi, pensando che lo facessi per fame, subito si alzarono e dissero: “Padre, sarà molto meno doloroso per noi se ti sfamerai di noi: tu hai vestito queste nostre misere carni, e tu ora spogliale”. Allora mi calmai per non renderli più tristi: quel giorno e il successivo restammo tutti in silenzio. Ah dura terra, perché non ti apristi? Arrivati al quarto giorno, Gaddo mi si gettò disteso ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi aiuti?”. E morì. E come tu puoi vedere me, io vidi cadere gli altri tre ad uno ad uno, tra il quinto e il sesto giorno, poi, ormai cieco, cominciai a brancolare sopra ciascuno di essi e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti. Infine, più che il dolore poté il digiuno».

Detto ciò, con gli occhi torvi, riprese il misero teschio tra i denti che, come quelli di un cane, giunsero forti a spezzare l’osso.

Ah Pisa, infamia delle genti d’Italia, il bel paese dove il ‘si’ suona sulla bocca di chi afferma, poiché i tuoi vicini sono lenti nel punirti si muovano le isole di Capraia e di Gorgona e facciano da argine all’Arno, sulla sua foce, in modo che esso anneghi ogni tuo abitante! Perché se il conte Ugolino aveva fama di averti privato dei castelli che aveva ceduto a Lucca e a Firenze per evitarti la distruzione, tu non dovevi inchiodare i suoi figli a una simile croce. Pisa, novella Tebe -perché come essa sei crudele-, la giovane età rendeva innocenti Uguccione e il Brigata e gli altri due che il canto nomina più sopra.

Io e la mia guida passammo oltre, là dove la distesa ghiacciata avvinghia un’altra schiera di anime, non rivolte con il volto verso il basso, ma completamente supine. Siamo nella Tolomea, la terza zona del nono cerchio che prende il nome dal governatore di Gerico che tradì Simone Maccabeo e i suoi figli -capi della resistenza palestinese all’influenza siriana- facendoli uccidere durante un banchetto, e per questo si punisce qui il tradimento degli ospiti e degli amici fiduciosi.

Lo stesso pianto in quel luogo impedisce il piangere, e il dolore che trova ostacolo sugli occhi, si riversa dentro e accresce la pena: perché le prime lacrime fanno un groppo e come visiere di cristallo riempiono tutta la cavità sotto le ciglia. E sebbene il mio viso a causa del freddo avesse perduto ogni sensibilità, come un callo, mi sembrava già di avvertire un forte vento, per cui chiesi: «Maestro mio, chi lo provoca? Non è estinto quaggiù ogni vapore?». Al che egli: «Presto sarai dove l’occhio ti darà la risposta scorgendo la causa che fa venire il vento». E uno degli infelici della fredda crosta ci gridò: «Anime crudeli, visto che vi dirigete verso l’ultimo luogo dell’Inferno, toglietemi dal viso il velo del ghiaccio così che possa sfogare il dolore che mi gonfia il cuore, almeno un po’ prima che il pianto lo raggeli». Al che gli risposi: «Se vuoi che ti soccorra dimmi chi sei, e se non ti libererò, che io finisca nel fondo della ghiacciaia». Rispose dunque: «Sono frate Alberigo, frate gaudente di Faenza, quello della frutta dell’orto malvagio, che mi servì per ingannare e uccidere i miei parenti che invitai a banchetto in segno di pace dopo essere stato da loro offeso, e qui raccolgo i frutti migliori: datteri invece di fichi, perché più perfetta della mia colpa è la pena che patisco». «Sei già morto?», gli chiesi. Ed egli: «Come il mio corpo sia rimasto nel mondo, non so come sia stato possibile. Questo è il vantaggio del luogo in cui mi trovo, la Tolomea: che spesso l’anima vi precipita prima che Atropo, la Parca che recide il filo della vita, le dia l’ultima spinta. E affinché tu più volentieri mi tolga dal volto le lacrime di vetro, sappi che appena l’anima compie un tradimento, come feci io, il suo corpo le viene sottratto da un demonio che poi lo domina fino a quando il suo tempo sia interamente compiuto. L’anima rovina allora in questa terribile cisterna; e forse sulla Terra appare ancora il corpo dell’ombra che sverna qua, dietro di me. Devi conoscerla, se vieni quaggiù proprio ora: è ser Branca Doria -ghibellino di Genova- e sono trascorsi più anni da quando fu rinchiuso in questo ghiaccio». Gli risposi: «Credo che tu mi stia ingannando perché Branca Doria non è affatto morto, e mangia e beve e dorme e veste panni». «Sopra, nel fosso dei Malebranche, là dove bolle la pece vischiosa, non era ancora giunto Michele Zanche -il suocero che egli uccise per togliergli il Giudicato di Logudoro in Sardegna-, che Branca Doria lasciò il diavolo al posto suo, nel proprio corpo, e nel corpo di un suo parente che con lui aveva commesso il tradimento. E ora distendi in qua la mano, aprimi gli occhi». Ma io non glieli aprii, e fu cortesia essere villano nei suoi confronti.

Ah Genovesi, uomini lontani da ogni regola, e pieni di ogni vizio, perché non siete tolti via dal mondo? Perché assieme al peggiore spirito di Romagna trovai uno di voi tale che, per i suoi delitti, come anima già si bagna nel Cocito mentre sulla Terra, in quanto corpo, sembra ancora vivo?

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Canto XXXIV

«Vexilla regis prodeunt inferni/I vessilli del re dell’Inferno avanzano verso di noi», disse il mio maestro, «perciò guarda se più avanti riesci a vederli».

Come quando si addensa una spessa nebbia, o quando nel nostro emisfero si fa notte, da lontano mi parve allora di vedere un ordigno simile a un mulino azionato dal vento; poi per ripararmi da quel vento mi strinsi dietro a Virgilio, la mia guida, non essendoci lì alcuna roccia. Ero ormai nel luogo dove le ombre erano tutte coperte dal ghiaccio e trasparivano come un fuscello di paglia nel vetro: con paura lo racconto in versi. Altre giacciono, altre stanno dritte, quali con il capo sopra, quali con i piedi, qualcun’altra come un arco piega il volto ai piedi. È la Giudecca, la quarta zona del nono cerchio che prende il nome da Giuda Iscariota, dove si puniscono i traditori dei benefattori e dell’autorità umana e divina.

Quando ci fummo fatti avanti tanto quanto volle il mio maestro per mostrarmi la creatura che ebbe l’aspetto più bello di tutte le altre, Virgilio mi si tolse davanti e mi fermò dicendo: «Ecco Lucifero, ed ecco il luogo dove devi armarti di coraggio».

Quanto allora mi gelai e mi mancarono le forze, non domandarlo, Lettore, perché non lo scrivo essendo inadeguata ogni parola. Non morii ma non restai vivo: considera da solo, se hai un po’ d’ingegno, come divenni, così non morto e non vivo.

L’imperatore del doloroso regno usciva con metà del corpo fuori dalla distesa di ghiaccio, e più facilmente posso paragonare me stesso a un gigante, di quanto possano i giganti paragonare se stessi alle sue braccia: pensa quanto dev’essere colossale nell’insieme per essere proporzionato a tali membra. Se fu bello come ora è brutto, e alzò lo sguardo contro il suo creatore, certamente deve venire da lui ogni male.

Quanto mi parve incredibile vedere tre facce nella sua testa! L’una davanti, ed era rossa, le altre due, che si congiungevano a questa sulla metà di ciascuna spalla, si univano nella linea mediana del capo: la destra appariva tra bianca e gialla, la sinistra era di colore nero. Sotto ciascuna uscivano due ali grandi quanto si conveniva a un così grande uccello: non vidi mai simili vele di mare. Non avevano penne ma la loro forma era di pipistrello, e le agitava nell’aria così che tre venti si muovevano da lui: quindi il fiume Cocito gelava interamente. Piangeva con sei occhi e il pianto misto a sanguinosa bava gocciava su tre menti. In ciascuna bocca faceva a pezzi con i denti un peccatore, come una gramola, così da straziarne tre. A quello dinanzi, essere preso a morsi era nulla in confronto ai graffi che riceveva tanto che la schiena talvolta rimaneva del tutto priva di pelle.

«Quell’anima lassù, che soffre di più», disse il maestro, «è Giuda Iscariota, che ha il capo dentro le fauci di Lucifero, e fuori agita le gambe. Degli altri due, che hanno il capo rivolto verso il basso, quello che pende dal ceffo nero è Bruto: guarda come si torce e non fa parola! E l’altro è Cassio, che sembra così grande di membra. Hanno tradito e ucciso Cesare, come il primo tradì Gesù il figlio di Dio. Ma la notte ricomincia e ormai dobbiamo andare perché abbiamo visto tutto».

Come a lui piacque mi avvinghiai al suo collo, ed egli scelse il momento e il luogo più favorevoli, e quando le ali del re dell’Inferno furono molto aperte si appese ai fianchi pelosi di Lucifero, poi discese di ciuffo in ciuffo tra il folto pelo e le pareti gelate del pozzo. Quando fummo nel punto in cui la coscia si unisce al grosso dell’anca, Virgilio, con fatica e con angoscia, girò la testa dove esso aveva le zampe, e si aggrappò al pelo come per salire, così che credetti di ritornare nell’Inferno. «Tieniti forte perché è per simili scale che dobbiamo separarci da tanto male», disse il maestro ansimando per la stanchezza. Poi uscì fuori attraverso la fessura tra Lucifero e la roccia, e mi pose a sedere sull’orlo; quindi con passo sicuro si fermò accanto a me. Io alzai gli occhi e credetti di vedere Lucifero come lo avevo lasciato, e gli vidi tenere le gambe in su, e se allora mi confusi, si meravigli di ciò la gente ignorante che non conosce il punto che avevo superato. «Alzati in piedi», disse il maestro, «la via è lunga e il cammino malvagio, e già il sole è a metà dell’ora terza, sorto da circa un’ora e mezza».

Non era una sala da ricevimento il luogo in cui ci trovavamo, ma un budello naturale che aveva un suolo accidentato e scarsa luce. «Prima che io mi strappi dall’abisso, maestro mio», dissi alzandomi, «parlami ancora un po’ per trarmi dall’errore: dov’è la distesa ghiacciata? E Lucifero come mai è ficcato così sottosopra? E come in così poco tempo il sole ha compiuto il viaggio dalla sera al mattino?». Ed egli a me: «Tu immagini di essere ancora di là dal centro, dove mi afferrai al pelo del verme dannato che buca il mondo. Sei rimasto di là per il tempo in cui io sono sceso: quando mi sono capovolto tu hai superato il centro della Terra, il punto da cui vengono attratti da ogni parte i pesi. E ora sei giunto sotto l’emisfero australe, meridionale, che è contrapposto a quello che ricopre la Terra libera dalle acque e sotto il cui culmine sta Gerusalemme dove fu ucciso l’uomo che nacque e visse senza peccato: tu hai i piedi sul piccolo cerchio di roccia che corrisponde al cerchio della Giudecca nell’opposto emisfero. Qui è mattino quando di là è sera, e Lucifero che ci fece da scala col pelo, è confitto ancora com’era prima. Cadde giù dal cielo da questa parte, nell’emisfero australe, e la Terra che in origine emergeva da qui, per paura di lui si fece scudo del mare e si ritrasse nel nostro emisfero boreale, e forse è stata la Terra che appare di qua e che corse verso l’alto per fuggirlo, formando la montagna del Purgatorio, a lasciare lo spazio vuoto del budello che ora stiamo percorrendo».

Nelle viscere della Terra vi è un sentiero tanto lontano da Belzebù quanto si sviluppa la tomba dell’Inferno: si sa -non perché lo si vede ma perché se ne percepisce il suono- che quel sentiero è fiancheggiato da un piccolo ruscello, il Lete, che scende qui con la tortuosità del suo corso e una scarsa pendenza, attraverso il foro della roccia che ha eroso. Virgilio e io ci inoltrammo per quel sentiero nascosto, per ritornare nel mondo rischiarato dalla luce, e senza curarci di riposare salimmo su, egli primo e io secondo, tanto che vidi attraverso un tondo pertugio le cose belle che porta il cielo. E finalmente uscimmo a rivedere le stelle.

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Claudio Rocco

Giornalista

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

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Claudio Rocco ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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