domenica, 17 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XII)

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PURGATORIO

CANTO I

Ormai la navicella del mio ingegno alza le vele per navigare acque migliori, lasciando dietro di sé un mare tanto crudele. E canterò di quel secondo regno dove lo spirito umano si purga e diventa degno di salire al cielo. Ma qui, o sante Muse, risorga la poesia che è morta nell’Inferno: ascoltatemi poiché io sono vostro. E Calliope, Musa della poesia epica, si elevi tanto da accompagnare il mio canto con quel suono di cui le misere Piche sentirono così duramente il colpo da non poter sperare di salvarsi, le nove figlie di Pierio re di Emazia, trasformate in gazze per aver osato sfidarvi nel canto.

Un dolce colore di zaffiro orientale che si diffondeva fino al primo cielo nel sereno aspetto dell’aria pura, mi restituì la delizia della vista appena fui uscito fuori dall’aura morta che mi aveva afflitto gli occhi e il cuore. Venere, il bel pianeta che sospinge ad amare, faceva sorridere tutto l’Oriente, velando la costellazione dei Pesci che la scortava.

Mi volsi a destra e posi mente all’altro Polo, Antartico, e vidi quattro stelle mai viste prima se non da Adamo ed Eva, le quattro virtù cardinali della Prudenza, della Giustizia, della Fortezza e della Temperanza. Il cielo sembrava godere delle loro fiammelle. Polo settentrionale, sei veramente vedovo poiché non puoi ammirarle! Come mi allontanai dalla loro vista, volgendomi un poco in direzione del Polo opposto, là dove il Carro dell’Orsa Maggiore era già sparito, mi vidi vicino un vecchio, solitario, degno all’aspetto di tanta riverenza quanta nessun figlio ne deve di più al padre. Portava la barba lunga, mista a pelo bianco, simile ai suoi capelli due ciocche dei quali cadevano sul petto. I raggi delle quattro luci ornavano il suo volto di tanta luminosità che lo vedevo come se il sole gli stesse davanti.

«Chi siete voi che risalendo il fiume avvolto dalle tenebre siete fuggiti dalla prigione eterna?» chiese scuotendo l’onesto capo. «Chi vi ha guidati? Chi vi illuminò la via traendovi fuori dalla notte profonda che fa sempre nera la valle dell’Inferno? Sono infrante fino a questo punto le leggi dell’abisso? O in cielo è mutata la legge permettendo che, dannati, veniate alle mie grotte?». La mia guida allora con fare energico, con parole, gesti e cenni mi indusse a inginocchiarmi e ad abbassare lo sguardo in segno di rispetto. Poi gli rispose: «Non sono venuto per mia volontà: dal cielo è scesa una donna, Beatrice, per le cui preghiere ho soccorso costui facendogli da guida. Ma poiché vuoi che sia spiegata ancora meglio la verità della nostra condizione, la mia volontà non può negartelo. Quest’uomo non ha mai visto l’ultima sera, ma a causa della sua follia fu ad essa così vicino che poco tempo mancava alla sua morte. Così come ho detto, sono stato mandato da lui per salvarlo; e non c’era altra via che questa per la quale mi sono messo. Gli ho mostrato tutta la gente dannata, e ora intendo mostrargli quegli spiriti che si purificano sotto la tua potestà. Come io l’abbia guidato fin qui, sarebbe lungo a dirti: scende dall’alto la virtù che mi aiuta a condurlo a vederti e ad ascoltarti. Ora ti piaccia gradire il suo arrivo. Egli sta cercando la libertà che è tanto cara come sa chi per lei rifiuta la vita. Tu lo sai, Catone, tu a cui non fu amaro morire per essa in Utica dove lasciasti il tuo corpo, la veste che il gran giorno del Giudizio sarà tanto chiara -nella tunisina Utica ti togliesti, infatti, la vita per non soggiacere alla tirannide di Cesare, venuta meno in te ogni speranza di opporsi ad essa. Le leggi eterne non sono violate a causa nostra, perché questi vive, e me Minosse non tiene avvinto nell’Inferno: appartengo infatti al cerchio nel quale sono i casti occhi della tua Marzia che ancora ti prega, o santo cuore, di tenerla come tua. In nome del suo amore, dunque, accoglici. Lasciaci attraversare i tuoi sette regni; dirò a lei del favore che ci hai accordato, se ti degni di essere ricordato laggiù». «Marzia» disse egli allora, «piacque tanto ai miei occhi durante la vita terrena, che, quante grazie volle da me tante gliene esaudii. Ora che dimora di là dal fiume del male, non può più indurmi a muovermi, in forza di quella legge che fu sancita quando fui portato via dal Limbo, la quale ha diviso per sempre i beati da coloro che sono esclusi dalla grazia di Dio. Ma se ti manda e ti sostiene una donna del cielo, come dici, non c’è bisogno d’altro: è ben sufficiente che a suo nome tu mi rivolga la richiesta. Va dunque, e cingi costui di un giunco privo di nodi, e lavagli il viso in modo da liberarlo da ogni sudiciume, perché sarebbe sconveniente presentarsi con gli occhi offuscati dalla nebbia davanti al primo dei ministri di questo regno che incontrerai, che è un angelo del Paradiso. Questa isoletta, tutto intorno alla spiaggia, laggiù dove la batte l’onda, ha dei giunchi sul fondo bagnato: nessun’altra pianta con fronde o con tronco che non si piega agli urti delle onde vi può vivere. Compiuto ciò, non tornate da questa parte; il sole che ormai sorge vi mostrerà dove è più agevole salire sul monte». Detto questo sparì, e io mi alzai senza parlare, stringendomi alla mia guida e rivolgendo su di lui lo sguardo. E Virgilio cominciò: «Segui i miei passi: volgiamoci indietro perché questa pianura discende da qui verso la spiaggia».

L’alba vinceva l’ora mattutina che le fuggiva davanti, e io percepii il tremolare della marina. Camminavamo per la pianura solitaria come chi cerchi di riprendere la strada perduta, al quale sembra di procedere a caso finché non l’ha trovata. Quando fummo là dove la rugiada resiste al sole e non evapora poiché è in parte in ombra, il mio maestro poggiò lievemente entrambe le mani distese sull’erbetta, per cui, accortomi del suo gesto, porsi verso di lui il mio volto commosso: lì egli fece riemergere il colore del mio viso che l’Inferno aveva offuscato. Giungemmo quindi sul lido deserto che non vide mai uomo solcare le sue acque che fosse poi capace di tornare indietro. Qui mi cinse i fianchi con il giunco, come Catone aveva voluto: meraviglia! L’umile pianta che egli scelse rinacque subito là dove l’aveva strappata.

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CANTO II

Il sole era già giunto all’orizzonte il cui cerchio meridiano col suo punto più alto copre Gerusalemme; e la notte, che segue un corso opposto al sole, usciva fuori dal Gange con le bilance della costellazione della Libra che le cadono di mano nell’equinozio d’autunno, quando supera in durata il giorno e la costellazione non l’accompagna più; così che là dove mi trovavo, le guance bianche e vermiglie della bella Aurora per il tempo trascorso divenivano arancioni.

Ci trovavamo ancora presso il mare, come chi pensando al cammino che deve fare si muove con il cuore mentre con il corpo resta fermo. Ed ecco, come Marte rosseggia sorpreso dal mattino per i densi vapori che lo circondano sopra il mare, verso Occidente, simile mi apparve una luce -che possa rivederla ancora- venire per il mare così velocemente che nessun volo può eguagliare la rapidità del suo movimento. Come da essa ebbi distolto un po’ lo sguardo per interrogare Virgilio, la mia guida, la rividi più luminosa e più grande. Poi mi apparve da ogni lato di essa un non sapevo che bianco, e di sotto usciva a poco a poco altro bianco. Mentre le prime aure bianche apparivano ali, il mio maestro restava ancora in silenzio; quando poi riconobbe bene il nocchiero, mi gridò: «Piegati, mettiti in ginocchio: ecco l’angelo di Dio, congiungi le mani: sono questi ormai i custodi che vedrai. Guarda come sdegna i mezzi umani facendo a meno dei remi e di ogni vela che non siano le sue ali, tra lidi così lontani. Guarda come le ha drizzate verso il cielo, muovendo l’aria con le penne eterne che non mutano come il pelo degli esseri mortali».

A mano a mano che si avvicinava a noi, l’uccello divino appariva più luminoso: tanto che da vicino gli occhi non ne sostennero la vista, e dovetti chinare lo sguardo; e quello se ne venne a riva come un vascello agile e leggero al punto che l’acqua non ne inghiottiva nulla. Stava a poppa il nocchiero celestiale, e sembrava avesse iscritta nel volto la sua beatitudine; dentro la barca sedevano più di cento spiriti: «In exitu Isräel de Aegypto/Quando Israele uscì dall’Egitto» cantavano tutti insieme, a una voce, con quanto poi segue nel Salmo 113 dell’Antico Testamento. Poi l’angelo fece loro il segno della croce santa, ed essi si riversarono tutti sulla spiaggia: ed egli se ne andò veloce com’era venuto.

La folla che restò lì sembrava estranea al luogo e si guardava intorno come chi fa esperienza di cose nuove. Da ogni parte il sole saettava il giorno, dopo aver cacciato con le nobili frecce la costellazione del Capricorno al di là del meridiano, quando quella gente nuova del luogo alzò lo sguardo verso di noi chiedendoci: «Se la conoscete mostrateci la via che porta al monte». E Virgilio rispose: «Credete forse che siamo esperti di questo luogo, ma siamo pellegrini come voi. Siamo giunti qui solo un po’ prima di voi, per un’altra via che fu per noi così difficile e dura che ora la salita ci sembrerà un gioco». Le anime che si accorsero di me e, dal mio respiro, che ero ancora vivo, si fecero pallide per la meraviglia. E come la gente si appressa al messaggero che reca l’ulivo, per ascoltare le notizie, e tutti si addossano gli uni agli altri, così quelle anime fortunate si fissarono tutte quante al mio volto, quasi dimenticando di dover andare a purificarsi. Vidi una di esse farsi avanti per abbracciarmi con così grande affetto da indurmi a fare lo stesso. Ombre vacue fuorché nell’apparenza! Tre volte avvinsi le mani dietro di lei, e altrettante tornai con esse al petto. Credo di essermi dipinto di meraviglia, per cui l’ombra sorrise e si ritrasse, e io, seguendola, mi spinsi avanti. Soavemente mi chiese di fermarmi; allora seppi chi era e la pregai che indugiasse un po’ per parlarmi. Mi rispose: «Come ti ho amato nel mio corpo mortale, ti amo ora che ne sono sciolto: perciò mi fermo; ma tu perché sei in cammino?». «Casella mio, faccio questo viaggio per poter tornare di nuovo, salvo, qui dove sono» dissi, «ma perché ti è stato sottratto così lungo periodo di espiazione, e sei soltanto ora sulle rive del Purgatorio benché morto da tempo?». Ed egli a me: «Nessun torto mi è stato fatto se l’angelo che prende nel suo vascello chi e quando gli piace, mi ha più volte negato questo passaggio; la sua volontà segue quella della giustizia: tuttavia da tre mesi -dall’inizio del Giubileo nel dicembre dell’anno 1300- senza difficoltà egli ha preso chi ha voluto entrare nella sua barca. Così io che ero volto verso il mare dove diventa salata l’acqua del Tevere che vi si immette, sono stato raccolto da lui benevolmente. Verso quella foce egli ora ha drizzato le ali perché lì si raduna sempre chiunque non scenda verso l’Acheronte infernale». E io: «Se una nuova legge non ti cancella la memoria o non ti impedisce l’amoroso canto che soleva lenirmi tutti i dolori, ti piaccia consolare con esso la mia anima che, venendo qui con il suo corpo, è tanto stanca!». «Amor che nella mente mi ragiona» cominciò egli allora così dolcemente che ancora la dolcezza mi risuona dentro. Il mio maestro, io stesso, e quelle anime che erano con lui, eravamo tanto contenti che la mente di nessuno di noi era toccata da altro. Eravamo tutti fissi e attenti alle sue note, quand’ecco giungere il grido di Catone, l’onesto vegliardo: «Cos’è questo, spiriti lenti? Quale negligenza, quale indugio è questo? Correte al monte a spogliarvi della scorza che impedisce che Dio vi si manifesti!».

Come avviene quando i colombi radunati per la pastura, beccando biada o loglio, quieti, senza mostrare l’abituale orgoglio, lasciano subito il cibo se appare qualcosa di cui abbiano paura, perché vengono assaliti da una preoccupazione più grande, così vidi fare a quella recente famiglia di anime che abbandonò il canto e si diresse verso il pendìo del monte, come chi proceda senza sapere dove giungerà; né fu meno rapida la nostra partenza.

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CANTO III

L’immediata fuga disperse le anime per la campagna, in direzione del monte dove la giustizia divina le giudica, e io mi tenni stretto a Virgilio, la mia fidata compagnia: e come avrei potuto correre senza di lui? Chi mi avrebbe condotto su per la montagna? Mi sembrava che provasse rimorso, indottovi dalla coscienza. Dignitosa e pura coscienza, fino a che punto un piccolo errore diventa per te un morso amaro! Quando i suoi piedi abbandonarono la fretta che di ogni atto diminuisce il decoro, la mia mente, rivolta dapprima al solo pensiero di quanto era avvenuto, si fece più attenta, desiderosa del nuovo, e rivolsi il mio viso verso il monte che si solleva più alto nel cielo. La luce del sole che fiammeggiava rosso dietro di noi si interrompeva davanti alla mia persona, trovando in me l’ostacolo dei suoi raggi. Con la paura di essere abbandonato mi voltai da un lato quando vidi che la terra era scura soltanto davanti a me; e allora colui che è il mio conforto cominciò a dirmi, tutto proteso verso di me: «Perché dubiti ancora? Non mi credi con te, e che io ti guidi? Vespero è già là dov’è sepolto il corpo dentro il quale facevo ombra -sono le ore fra le tre e le sei del pomeriggio. Napoli possiede il mio corpo, dopo che è stato portato via da Brindisi. Ora, se dinanzi a me non c’è ombra, non meravigliarti più del fatto che i cieli non ostacolano il passaggio dei raggi tra l’uno e l’altro. La virtù stabilisce che i corpi immateriali delle anime soffrano tormenti, caldo e gelo, ma non vuole che ci venga svelato come essa lo rende possibile. È folle chi spera che la nostra ragione possa percorrere la via infinita al cui termine c’è una sola sostanza in tre persone. Uomini, accontentatevi del quia, di sapere che le cose esistono, perché se aveste potuto avere cognizione di tutto non sarebbe stato necessario che Maria partorisse; e avete visto individui tali desiderare invano quel che avrebbe acquietato il loro desiderio e che invece dura eterno in essi come un lutto: dico di Aristotele e di Platone e di molti altri che non hanno ottenuto la conoscenza della prima causa di ogni cosa». E qui chinò la fronte turbato, e non parlò più.

Giungemmo intanto ai piedi del monte, e qui trovammo la roccia così ripida che invano le gambe si appresterebbero a salirla. Al confronto, i dirupi più scoscesi e aridi tra Lerice e Turbìa sono una scala agevole e accessibile -tra il golfo di La Spezia a oriente e il punto opposto delle Alpi Marittime a occidente. «Ora, chi sa da quale mano si abbassa il pendìo così che vi possa salire anche chi non vola?» si chiese il mio maestro fermandosi. E mentre tenendo il viso basso rifletteva sul modo di procedere, e io scrutavo verso l’alto, guardando tutto intorno al monte mi apparve da sinistra una folla di anime che veniva verso di noi e non sembrava, tanto lentamente avanzava.

«Maestro» dissi, «alza lo sguardo: ecco da questa parte giungere chi ci consiglierà, se non arrivi da solo a una soluzione». Allora guardò e con volto sereno rispose: «Andiamogli incontro perché procedono piano; ma tu frena la speranza, dolce figlio». Percorsi noi mille passi, quella folla restava ancora lontana quanto lo spazio del tiro di una pietra fatto da mano esperta, quando a un tratto si strinse tutta ai duri massi del ripido pendìo, e rimase stretta e ferma come un uomo che, preso dai dubbi, si ferma a guardare.

«O voi che siete finiti bene, morti in grazia di Dio, voi spiriti già eletti» cominciò Virgilio, «in nome di quella pace che so attendervi tutti, diteci dove il monte si fa più basso, in modo che ci sia possibile salirlo, perché a chi più conosce più dispiace perdere tempo». Come le pecorelle escono dallo stazzo a una, a due, a tre, e le altre se ne stanno esitanti tenendo gli occhi e il muso a terra, e ciò che fa la prima fanno tutte, addossandosi a lei se essa si arresta, semplici e timide, e non sanno il perché; così vidi allora muoversi verso di noi la testa di quella mandria fortunata, umile in volto e dignitosa nel muoversi. Appena quelli che erano davanti videro alla mia destra la luce interrompersi, così che l’ombra cadeva da me verso la roccia, si fermarono e si trassero alquanto indietro, e senza sapere il perché fecero altrettanto tutti coloro che venivano dopo. «Senza che me lo chiediate vi confesso che ciò che vedete è un corpo umano: a causa sua la luce del sole è rotta in terra. Non meravigliatevi ma credete che non senza il sostegno della virtù che viene dal cielo egli cerca di salire questa parete». Così il maestro, e quella folla degna, facendo segni con le mani, disse: «Voltatevi, e andate avanti». E uno di loro cominciò: «Chiunque tu sia, mentre cammini guardami: rifletti se nel mondo mi hai mai visto».

Mi voltai verso di lui e lo guardai fisso: era biondo e bello e di gentile aspetto, ma una ferita aveva diviso una delle sue sopracciglia. Quando umilmente negai di averlo mai visto, egli disse: «Guarda ora», e mi mostrò una ferita in cima al petto. Poi aggiunse sorridendo: «Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza, per cui ti prego, quando ritornerai nel mondo recati dalla mia bella figlia, madre di Pietro, il re che è l’onore di Sicilia e d’Aragona, e dille la verità, se altro di me si racconta. Quando il mio corpo fu ucciso da due colpi mortali, mi abbandonai piangendo a Colui che perdona volentieri. I miei peccati furono orribili ma la bontà infinita ha braccia tanto grandi da accogliere chi si rimette a lei. Se il pastore di Cosenza, il cardinale Bartolomeo Pignatelli che Clemente IV mise allora alla mia caccia, avesse letto bene nelle Sacre Scritture questo aspetto di Dio, le mie ossa sarebbero ancora in capo al ponte presso Benevento, sotto la guardia di un cumulo di pietre. Ora invece le bagna la pioggia, e il vento le disperde, fuori dal regno, quasi lungo il Verde -il fiume Garigliano-, dove il cardinale le trasportò di notte. Non si perde l’amore eterno per la maledizione del papa o dei vescovi, che non può impedire alla speranza di tornare mentre è ancora verde. Vero è che chi muore scomunicato dalla Santa Chiesa, anche se morendo si pente, deve restare fuori da questa riva del Purgatorio trenta volte il tempo in cui è rimasto nella sua presunzione, salvo se tale decreto non consenta una abbreviazione della pena in virtù di buone preghiere. Vedi dunque se puoi accontentarmi rivelando a mia figlia, la buona Costanza, in quale condizione mi hai visto e anche questo divieto che mi colpisce, perché qui procurano un grande vantaggio le preghiere dei vivi nel mondo».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

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Claudio Rocco ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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