domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XIII)

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PURGATORIO

CANTO IV

Quando per il piacere o per il dolore, che riguardino una delle nostre facoltà -tre per Aristotele: la vegetativa che presiede al funzionamento dell’organismo, l’intellettiva che guida coscienza e conoscenza, e la sensitiva che dà forma e percepisce gli oggetti esterni-, quando l’anima si concentra su una di esse, pare allora che abbandoni le altre: e ciò confuta l’errore di chi crede che in noi si accenda un’anima sull’altra, come se l’uomo fosse dotato di più anime. E perciò, quando si ascolta o si vede qualcosa che trattenga con forza l’anima a sé, il tempo va e non ce ne accorgiamo, perché una facoltà è quella che ascolta e che vede, e un’altra è quella che tiene assorta l’anima intera: questa è quasi legata al suo oggetto, e quella invece è libera di percepire anche più oggetti insieme. Di ciò ebbi esperienza vera ascoltando e ammirando lo spirito di Manfredi, perché il sole era salito di ben cinquanta gradi -tre ore e venti minuti dopo l’alba: alle ore 9 e 20 della Pasqua del 1300- e io non me ne ero accorto, quando giungemmo dove quelle anime insieme ci gridarono: «Qui è il luogo di cui avete chiesto».

Quando l’uva matura, il contadino chiude con una piccola forca di pruno spinoso l’apertura della siepe che è spesso più larga di quanto lo era il sentiero da cui salimmo, soli, la mia guida Virgilio e io dietro, appena la schiera delle anime si divise da noi. Sono sufficienti i piedi per andare su per l’altura di San Leo, e scendere da Noli, e salire sull’Appennino a Bismantova e a Cacume sui monti Lepini nel Lazio, ma qui devo volare: dico con le ali agili e le piume di un grande desiderio, condotto dietro colui che mi dava speranza e mi faceva luce.

Salivamo per il sentiero scavato nella roccia le cui sporgenze ci stringevano da ogni lato, e la salita ci costringeva a mettere mani e piedi al suolo. Giunti sull’orlo superiore della parete, in un’area scoperta, chiesi: «Maestro mio, che via prendiamo ora?». Ed egli mi rispose: «I tuoi passi non inciampino nell’errore: procedi dietro di me su per il monte finché ci si mostri una scorta sapiente».

La sommità si trovava tanto in alto da essere irraggiungibile alla vista, e i fianchi ripidi del monte molto più della linea inclinata di quarantacinque gradi che si ottiene tirandola dal centro di un quadrante, quarta parte del cerchio. Ero sfinito quando dissi: «Dolce padre volgiti e osserva come resto da solo se non ti fermi». «Trascinati fin qua figlio mio» mi disse additandomi un ripiano poco più su, che girava tutto intorno a quel lato del monte. Le sue parole mi spronarono e mi sforzai di continuare, carponi, dietro di lui, finché raggiunsi il pianoro. Qui entrambi ci mettemmo a sedere rivolti a Levante, da dove eravamo saliti: si sa che porta giovamento soffermarsi a guardare il percorso compiuto. Dapprima rivolsi gli occhi verso il basso, poi li alzai al sole e mi meravigliai che ne venissero colpiti dal lato sinistro. Il poeta si accorse bene che restavo stupito a guardare il carro della luce che entrava tra noi e lo spazio dove spira Aquilone, il vento settentrionale. Perciò mi disse: «Se Castore e Polluce -la costellazione dei Gemelli-, fossero in compagnia dello specchio solare che illumina la Terra sopra e sotto, vedresti lo Zodiaco rosseggiare, e il sole ruotare ancora più vicino alle Orse, a meno che non uscisse fuori dal suo antico percorso. Raccogliti in te stesso se vuoi cercare di capire come ciò accada, e immagina che Sion -Gerusalemme- e questo monte del Purgatorio stiano insieme sulla Terra in modo che entrambi abbiano un unico orizzonte ed emisferi diversi – l’una stando agli antipodi dell’altro-, e ti accorgerai, se il tuo intelletto vede con chiarezza, come il cammino del sole che Fetonte guidandone il carro non seppe tenere, procede da un lato di questo monte quando dall’altro fianco va in direzione opposta». Io dissi: «Maestro mio, mai ho visto così chiaramente come ora, proprio quando la mia capacità di comprensione sembrava venir meno, che il cerchio mediano del cielo più alto, che una scienza chiama Equatore e che rimane sempre tra il sole e l’inverno, per la ragione che tu dici si allontana dal monte del Purgatorio verso il Settentrione di quanto gli Ebrei a Gerusalemme lo vedevano lontano verso il Mezzogiorno. Ma vorrei proprio sapere, se ti piacerà rispondermi, quanta strada dobbiamo percorrere, perché il monte sale più di quanto non possano i miei occhi». Ed egli a me: «Questa montagna all’inizio, in basso, è sempre dura da salire, e quanto più si va su meno affatica. Perciò, quando ti sembrerà tanto dolce che salire ti sarà leggero come discendere la corrente con una barca, allora sarai giunto alla fine di questo sentiero, e potrai riposarti dall’affanno. Non aggiungo altro: quanto ti ho detto lo so per certo».

Come ebbe finito di parlare, risuonò vicina una voce: «Forse prima dovrai sederti!». Al suono di essa ci voltammo e vedemmo a sinistra un grosso masso del quale né io né Virgilio ci eravamo accorti prima. Ci portammo là dov’erano anime che stavano all’ombra dietro il masso come chi indugia per indolenza. E una di loro, che mi sembrava sfinita, sedeva e abbracciava le ginocchia tenendo il viso giù, basso, tra di esse. «Mio dolce signore» dissi, «guarda bene quello spirito che si mostra più svogliato di quanto sarebbe se la pigrizia fosse sua sorella». Allora quello si voltò facendo attenzione a noi e, alzando lo sguardo rasente la coscia, disse: «Vai tu su, che sei capace!». Allora lo riconobbi, e quell’affanno che ancora un po’ mi accelerava il respiro, non mi impedì di raggiungerlo; e quando fui da lui egli alzò appena la testa dicendo: «Hai osservato bene come il sole conduce il carro da sinistra?». I suoi gesti pigri e le parole brevi mossero un po’ le mie labbra al riso, poi risposi: «Belacqua, vedendoti qui non provo più dolore per te, ma dimmi: perché te ne stai seduto in questo luogo? Attendi una scorta o sei ricaduto nelle tue abitudini?». E lui: «Fratello, a che pro salire? L’angelo di Dio che siede alla porta del monte non mi lascerebbe accedere ai tormenti. Poiché alla fine della mia esistenza ritardai il pentimento, è stabilito che, prima, trascorra tanto tempo quanto ne ho vissuto, e il cielo giri intorno a me che resto fuori dalla porta del Purgatorio tanto quanto fece quando ero in vita, se non mi aiuta ad abbreviare l’attesa una preghiera che sgorghi da un cuore vivo nella grazia, non un’altra: a che vale infatti una preghiera che non è ascoltata in cielo?».

E già il poeta ricominciava a salire dinanzi a me, dicendomi: «Vieni ora: vedi che il meridiano è toccato dal sole, e sulla riva dell’Oceano la notte già copre con il piede il Marocco».

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CANTO V

Mi ero già separato da quelle ombre e seguivo le orme della mia guida, quando dietro di me qualcuno gridò drizzando il dito: «Guarda come il raggio che viene da sinistra sembra che non illumini la via sotto i suoi piedi, e guarda come egli sembra comportarsi da persona viva!». Al suono di queste parole mi voltai e vidi le ombre guardare meravigliate verso di me, si, verso di me e verso la luce interrotta dal mio corpo. «Perché il tuo animo resta tanto impigliato» disse il maestro, «che rallenti il cammino? Che ti fa ciò che si bisbiglia qui? Vienimi dietro e lascia parlare la gente: tu sta come una torre ferma che non muove mai la sua cima per il soffiare dei venti, perché l’uomo in cui un pensiero si sovrappone all’altro allontana da sé il suo obiettivo, la foga dell’uno rendendo vano l’altro».

Cosa avrei potuto replicare se non «Vengo»? Lo dissi con il volto soffuso del colore che talvolta rende l’uomo meritevole di perdono. E intanto venivano per il pendìo, di traverso rispetto a noi, e di poco sopravanzandoci, anime che cantavano «Miserere/misericordia» verso a verso. Quando si accorsero che il mio corpo impediva il passaggio dei raggi del sole, mutarono il canto in un «oh!» lungo e roco. E due di loro come messaggeri ci corsero incontro e ci chiesero: «Fateci conoscere la vostra condizione». E il mio maestro: «Potete tornare da chi vi ha mandato dicendo loro che il corpo di costui è vera carne. Se si sono fermati per vedere la sua ombra, come credo, la loro curiosità è stata ben soddisfatta: siano cortesi con lui ed egli potrà essergli caro pregando per loro».

Non vidi mai vapori di fiamma, stelle cadenti, fendere di notte il sereno, né, al calare del sole, passare attraverso le nuvole di agosto così velocemente come, in un tempo ancora più breve, quelle anime tornarono su. E giunti là, come una schiera che corre disordinata si voltarono tornando con gli altri verso di noi. «Questa gente che ci si accalca attorno è molta e viene a pregarti, ma tu cammina e mentre vai ascolta» disse il poeta. «Anima che viaggi per raggiungere la letizia con le membra con cui sei nato» venivano gridando, «ferma per un poco il passo. Guarda se hai mai visto qualcuno di noi, così da portare nel mondo notizie di lui: perché continui a camminare? Perché non ti fermi? Fummo tutti uccisi, e peccatori fino all’ultima ora, quando una luce del cielo ci risvegliò sì che, pentendoci e perdonando, uscimmo dalla vita pacificati con Dio che ci strugge con il desiderio di vederlo». E io: «Guardandovi in viso non riconosco nessuno di voi, ma se desiderate qualcosa che è in mio potere fare, ditelo, spiri bennati, e io lo farò in nome di quella pace che si vuole io cerchi di mondo in mondo dietro i passi di questa grande guida». E uno cominciò: «Si fidano tutti della tua promessa senza che tu debba giurarla, sempre che l’impossibilità di mantenerla non impedisca la tua volontà. Per cui io, Iacopo del Cassero, che parlo, unico davanti agli altri, ti prego, se mai vedrai quel paese che sta tra la Romagna e il regno di Napoli tenuto da Carlo II d’Angiò, di essere generoso di preghiere per me a Fano, e di invocare Dio per me perché io possa purificarmi dalle mie gravi colpe. Nacqui a Fano, ma le ferite profonde da cui uscì il sangue nel quale aveva sede la mia anima, mi furono inferte nel grembo degli Antenori, là dove credevo di essere più sicuro, nel territorio di Padova popolato dai discendenti di Antenore troiano che la fondò. Ne fu responsabile Azzo VIII, il signore d’Este, che mi aveva in odio molto più di quanto ne avesse il diritto. Ma se fossi fuggito verso Mira quando raggiunsi Oriago, in territorio di Venezia, sarei ancora nel mondo dove respirano gli uomini. Corsi invece nella palude e le cannucce e il fango mi impigliarono facendomi cadere, e lì vidi il mio sangue farsi lago in terra». Poi un altro disse: «Voglia Dio che si compia il desiderio che ti porta verso l’alto monte, e tu pietosamente esaudisci il mio! Fui del Montefeltro e sono Buonconte; né Giovanna mia moglie né altri si cura di me: perciò vado a fronte bassa tra questi spiriti». E io gli chiesi: «Quale forza o quale caso fortuito ti allontanò tanto fuori da Campaldino -mentre si combatteva ancora- che non si seppe mai dove sei stato sepolto?». «Oh!» rispose, «Ai piedi del Casentino scorre perpendicolare un’acqua che ha nome Archiano, che nasce nell’Appennino, sopra l’Eremo di Camaldoli. Giunsi là, nel punto in cui il suo nome diventa inutile perché le sue acque si gettano nell’Arno confondendosi con esso, ferito alla gola, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura, lontano dal campo di battaglia dove i ghibellini di Arezzo furono sconfitti dai guelfi Fiorentini. Qui persi la vista, e la parola che si spense nel nome di Maria; e qui caddi e il mio corpo rimase solo. Dirò la verità, e tu riportala tra i vivi. Mi prese l’angelo di Dio mentre quello dell’Inferno gridava: “O tu del cielo perché me lo sottrai? Ti porti via la sua anima per una lacrimetta di pentimento, ma un ben diverso trattamento riserverò al suo corpo!”. Sai bene come nell’aria si raccoglie quell’umido vapore che ridiventa acqua appena è salito dove lo coglie il freddo. Giunse dunque quella volontà malvagia che con la ragione persegue soltanto il male, e mosse il vapore e il vento grazie al potere che possiede per natura. Quindi, come finì il giorno, ricoprì di nebbia la valle di Pratomagno, al grande giogo dell’Appennino, e fece il cielo denso di nubi al punto che l’aria gonfia di umidità si convertì in acqua; cadde la pioggia e riempì i fossati con l’acqua che la terra non riuscì ad assorbire; e come essa si riversò nei torrenti, precipitò tanto velocemente verso il maggiore dei fiumi di Toscana, nulla potendo trattenerla. L’impetuoso Archiano trovò sulla foce il mio corpo gelato e lo spinse nell’Arno e sciolse dal mio petto la croce che feci di me stesso nel momento del trapasso; mi travolse per le rive e per il fondo, poi mi fece sua preda coprendomi e tenendomi avvinto».

«Quando sarai tornato nel mondo, riposato dal lungo cammino», subentrò il terzo spirito al secondo, «ricordati di me che sono la Pia. Siena mi fece e Maremma mi disfece: lo sa bene colui che prima di togliermi la vita mi rese sua sposa inanellandomi con la sua gemma nuziale». La Pia e tanto basta: dei Tolomei? Dei Malavolti? E chi la uccise fu Nello dei Pannocchieschi, capitano della Lega guelfa, per poter sposare Margherita dei conti Aldobrandeschi, signori della Toscana meridionale? O furono gli stessi assassini di Tollo signore ghibellino di Prata in Massa Marittima, vassallo dei conti, suo più probabile coniuge?

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CANTO VI

Quando finisce il gioco della zara il perdente resta col dispiacere, e impara, ripetendo i tiri dei dadi, pieno di amarezza. Tutti gli spettatori vanno via con l’altro: chi gli si mette davanti, chi lo prende da dietro, e chi gli si fa presente da un lato; ma lui, il vincitore, non si ferma, e ascolta tutti; le persone cui fa una regalìa smettono di fargli ressa intorno, e così egli si difende dalla calca. Allo stesso modo io stavo in mezzo a quella densa folla di anime, volgendo il viso verso di loro, qua e là, e facendo promesse, me ne liberavo. Qui si trovava Benincasa da Laterina, l’aretino giudice in Siena, che ebbe la morte dalle mani fiere di Ghino di Tacco -il brigante che vendicò suo padre e suo zio mandati a morte dalla sentenza di Benincasa-, e l’altro che annegò nell’Arno correndo a caccia dei Bostoli, guelfi fuorusciti di Arezzo: Guccio dei Tarlati, signore del castello aretino di Pietramala. Qui pregava Federico Novello dei conti Guidi di Casentino, con le mani protese, ucciso dai Bostoli, e il pisano Gano, dei guelfi Scornigiani di Pisa, che da morto mostrò quanto forte fosse suo padre, il buon Marzucco, fattosi francescano in Santa Croce, che ne sopportò con animo la perdita: il figlio era stato ucciso nella rissa con un gruppo capeggiato da Nino il Brigata, della famiglia della Gherardesca. Vidi conte Orso -degli Alberti dei conti di Mangona assassinato dal cugino Alberto il cui padre, Alessandro, era morto uccidendo il fratello Napoleone; e vidi quell’anima che era stata divisa dal suo corpo a causa dell’astio e dell’invidia, come raccontava, non per aver commesso qualche colpa: dico l’anima di Pier della Broccia ciambellano di re Filippo III di Francia: al riguardo dia testimonianza la signora di Brabante, Maria la moglie del re, a condizione che non faccia parte del gregge dei peggiori quali sono i falsi accusatori -lei che lo aveva falsamente accusato di intesa con il re di Castiglia, nella guerra per la Navarra, e di aver tentato di sedurla.

Come mi liberai da tutte quelle ombre che pregavano solo perché altri pregassero in modo che si affrettasse la loro santificazione, dissi a Virgilio: «Mi sembra, o mia luce, che in un passo del tuo Libro -il VI dell’Eneide, dove Palinuro, il pilota di nave morto senza sepoltura e perciò condannato ad attendere per cento anni di poter passare nel regno dei morti, implora invano la Sibilla di esservi condotto-, in quel passo tu neghi che la preghiera possa modificare il decreto del cielo; eppure questa gente prega solo per questo: la loro speranza sarebbe dunque vana, o non ho compreso bene le tue parole?» E lui: «La mia scrittura è chiara, e la speranza di costoro non sbaglia, se guardi con la mente libera da errori: l’altezza del giudizio divino non si abbassa se il fuoco dell’amore dei credenti compie nell’istante di una preghiera il tempo dell’espiazione assegnata alle anime che dimorano qui; e là dove affermai questo punto non c’era compenso per la colpa, attraverso la preghiera, perché la preghiera non riguardava Dio. Davvero non indugiare in questo arduo dubbio poiché te lo scioglierà colei che sarà per te la luce tra la verità e l’intelletto. Non so se capisci: parlo di Beatrice. Su la vedrai, ridere felice sulla vetta di questo monte». E io: «Signore, procediamo con maggior fretta che già non sento come prima la fatica, e vedi ormai che il monte proietta l’ombra». «Andremo avanti prima che venga notte» rispose, «quanto più potremo; ma la cosa sta diversamente da quanto pensi. Prima di arrivare lassù vedrai tornare il sole che già si copre dietro i fianchi del monte al punto che la tua persona non rompe più i suoi raggi. Ma vedi là sola soletta un’anima che guarda verso di noi: lei ci insegnerà la via più rapida». La raggiungemmo: o anima lombarda, come te ne stavi altera e sdegnosa, e nel muovere lo sguardo onesta e lenta! Non ci rivolgeva la parola ma ci lasciava andare guardandoci soltanto, come un leone quando si riposa. Tuttavia Virgilio le si accostò pregando che ci mostrasse il punto migliore per salire, e lei non rispose alla sua domanda ma ci chiese del nostro paese e della sua vita. E la mia dolce guida iniziò: «Mantova…» e l’ombra, tutta chiusa in se stessa, balzò in piedi verso di lui dal luogo dove si trovava, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello della tua terra!», e si abbracciarono, a vicenda.

Ah serva Italia, dimora del dolore, nave senza nocchiero in mezzo a una grande tempesta, non signora di terre ma bordello!

Quell’anima gentile fu così pronta nel far festa qui al suo concittadino, solo per aver ascoltato il dolce accento della sua città: e invece ora, Italia, in te non c’è chi non viva in guerra, e si contrastano l’un l’altro anche quanti sono stretti da una sola cerchia di mura e da un solo fossato. Cerca intorno alle coste, misera, le tue marine, e poi guardati dentro per vedere se qualche parte di te goda della pace. A che vale che l’imperatore Giustiniano ti aggiustasse il freno, se la sella è vuota? Senza il freno della legge sarebbe minore la vergogna. Ah gente che dovresti essere fedele e lasciare che Cesare, l’imperatore, sieda in sella, se intendi bene quel che Dio ti comanda, guarda come questa bestia è ribelle perché non è corretta dagli speroni del cavaliere, poiché hai preso tu nelle tue mani le briglie. O Alberto d’Asburgo imperatore tedesco che abbandoni questa Italia divenuta indomita e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni: questo giudizio cada dalle stelle sul tuo sangue, con una punizione nuova e che tutti vedano, tale che il tuo successore la tema! Perché tu e tuo padre Rodolfo I, trattenuti dalla brama di potere là in Germania, avete tollerato che il giardino dell’impero venisse devastato. Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uomo incurante del dovere: quelli, casati ormai già abbattuti, e questi, con la paura di esserlo! Vieni, crudele, vieni e osserva il travaglio dei tuoi nobili, e provvedi alle loro colpe: e vedrai come s’è fatto buio Santafiora, il castello degli Aldobrandeschi! Vieni a vedere la tua Roma che piange vedova e sola, e notte e giorno invoca: “Cesare mio perché non sei con me?”. Vieni a vedere la gente quanto si ama! E se nessuna pietà hai di noi, vieni almeno per riparare al discredito in cui è caduta la tua fama. E se mi è lecito: o sommo Dio che sulla Terra fosti crocifisso per noi, i tuoi occhi giusti sono rivolti altrove? O nella profondità del tuo volere stai preparando un bene troppo lontano dalla nostra capacità di comprensione? Tutte le città d’Italia sono piene di tiranni, e ogni villano divenuto capo di una fazione si crede un Marcello, ritenendosi capace di gloria e di coraggio come il console romano che morì combattendo contro Annibale.

Firenze mia, puoi essere ben contenta di questa digressione che non ti tocca grazie al tuo popolo che s’ingegna. Molti hanno nel cuore la giustizia, ed essa scocca lenta, per non venire inopportuna all’arco: ma il tuo popolo l’ha invece sulla punta della bocca. Molti rifiutano gli incarichi pubblici, ma il tuo popolo sollecito risponde senza essere chiamato, e grida: “Mi sobbarco io di quest’onere!”. Sii lieta, Firenze, che ne hai ben donde: tu ricca, tu in pace, tu ben governata! Se dico la verità i fatti non possono nasconderlo. Atene e Sparta che fecero le antiche leggi e furono così civili, resero al bene pubblico un piccolo contributo in confronto a te che emani provvedimenti tanto sottili che non dura fino a metà novembre quello che fai a ottobre. Quante volte, del tempo che ricordi, hai mutato legge, moneta, uffici e abitudini, e persino gli abitanti! E se ben ricordi e rifletti, ti vedrai simile a quella inferma che non può trovare riposo sul letto e cerca sollievo al suo dolore voltandosi e rivoltandosi.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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