martedì, 21 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XIV)

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PURGATORIO

CANTO VII

Ripetuta tre, quattro volte, l’accoglienza cortese e lieta nei confronti di Virgilio che aveva riconosciuto mantovano come lui, Sordello fece una pausa e chiese: «Voi chi siete?». «Prima che le anime degne di salire a Dio fossero indirizzate su questo monte, le mie ossa furono sepolte per ordine di Ottaviano, il principe della pace sotto il cui impero è nata la pace, è nato Cristo. Io sono Virgilio, e ho perduto il cielo per nessun altro peccato che quello di non avere la fede». Rispose così, allora, la mia guida. E Sordello da Goito, il poeta in lingua provenzale, se ne stava come chi vede davanti a sé una cosa che gli si presenta improvvisa, per cui si meraviglia, e crede e non crede a ciò che vede, e tra sé dice: “è…non è…”; e poi abbassò lo sguardo e ritornò con atteggiamento umile verso Virgilio e lo abbracciò dove c’è meno da cingere, al di sotto delle braccia. «O gloria del Latino», lo apostrofò, «grazie al quale la lingua umana mostrò tutto il suo potere, o eterno pregio del mondo in cui sono vissuto, quale merito o quale grazia rende possibile che ti mostri a me? Se sono degno di ascoltare le tue parole dimmi se vieni dall’Inferno e da quale cerchio». Ed egli rispose: «Sono giunto qui attraversando tutti i cerchi del regno del dolore: la virtù del cielo mi ha inviato e con essa sono giunto qui. Non per aver fatto qualcosa ma per non averla fatta ho perduto la possibilità di vedere quell’alto sole che tu desideri e che io ho conosciuto troppo tardi. Vi è laggiù, nell’Inferno, un luogo che non soffre il martirio ma soltanto le tenebre, dove i lamenti non suonano come grida ma sono sospiri. Lì sto io, assieme ai pargoli innocenti morsi dai denti della morte prima che fossero liberati dalla colpa dell’uomo, il peccato originale; sto con coloro che non si vestirono delle tre virtù sante, teologali, della fede, della speranza e della carità, ma che conobbero senza difetto le altre quattro -fortezza, giustizia, prudenza e temperanza, le virtù morali- esercitandole tutte. Dacci ora, se sai e se puoi, qualche indicazione che ci consenta di raggiungere più rapidamente il punto in cui il Purgatorio ha il suo vero inizio». Rispose: «A noi non è imposto un luogo fisso in cui stare, mi è lecito salire e andare intorno: ti farò quindi da guida per quanta libertà ho di muovermi. Ma guarda come già declina il giorno; andar su di notte non si può, perciò è bene pensare a un buon riposo. A destra, lontane, ci sono delle anime, se mi consenti ti condurrò ad esse, e conoscerle ti piacerà». Gli fu risposto: «Com’è possibile? Chi volesse salire di notte sarebbe impedito da altri o non riuscirebbe?». E il buon Sordello sfregò il dito in terra dicendo: «Vedi? Andato via il sole tu non oltrepasseresti questa sola riga: nient’altro che la tenebra notturna ti impedirebbe la salita, imbrigliando la volontà con l’impossibilità. Con le tenebre, mentre l’orizzonte tiene rinchiuso il giorno, si può solo tornare giù e percorrere il fianco del monte girandogli intorno». Allora, quasi meravigliato, il mio signore disse: «Portaci dunque là dove hai detto che troveremo piacere nella sosta».

Ci eravamo di poco allontanati quando mi accorsi che il monte era incavato come i valloni incavano i monti. «Andremo là dove il fianco si avvalla e sembra un grembo, e là attenderemo il nuovo giorno» disse quell’ombra. Tra la salita e il piano vi era un sentiero sghembo che ci portò sul bordo più basso della valletta verso la quale il monte, digradando, avvicina al fondo più della metà del suo orlo. Oro e argento fino, carminio e biacca, indaco, pietra orientale lucente e chiara, smeraldo fresco come quando si macera: ciascuno di questi colori sarebbe superato dal colore dell’erba e dei fiori che sono in quella vallata, come il minore è superato dal maggiore. La natura in quel luogo non ha soltanto dipinto, ma dalla soavità di mille odori ne produce uno sconosciuto e indefinibile.

«Salve, Regina» vidi cantare qui anime sedute che non apparivano all’esterno nascoste dall’avvallamento. «Non chiedetemi di condurvi tra di esse», cominciò il mantovano che ci aveva guidati, «prima che il sole, come sta per fare, rientri nel suo nido. Di tutte quante conoscerete le azioni e le identità meglio restando su questa balza che giù, in mezzo ad esse, nel fondo della valle. Quello che siede più in alto e ha l’espressione di chi non si è curato di far ciò che doveva, e che non partecipa ai canti degli altri, fu Rodolfo l’imperatore che poteva sanare le piaghe che hanno ucciso l’Italia -egli che aveva messo fine all’interregno in cui era caduto il Sacro Romano Impero alla morte di Federico II-, sicché qualcun altro tenterà ma troppo tardi. Quell’altro, che lo conforta, governò la terra dei Cechi dove scaturisce l’acqua che il fiume Moldava porta nell’Elba e l’Elba in mare: il suo nome fu Ottocaro, e fu assai migliore, lui ancora nelle fasce, di suo figlio Venceslao che gli succedette sul trono di Boemia da adulto, con la barba, nutrito dalla lussuria e dall’ozio. E quel nasetto che sembra preso da un’animata discussione con quello che ha un aspetto tanto bonario, morì fuggendo nel tentativo di conquistare l’Aragona, e disonorando la Casa reale di Francia che vide strappare il suo giglio. Guardate là come si batte il petto! E guardate l’altro che sospira e ha fatto del palmo della mano letto per la sua guancia. Filippo III re di Francia, il primo, ed Enrico il Grasso sovrano di Navarra, il secondo: il padre e il suocero del male di Francia Filippo il Bello. Ne conoscono la vita viziata e sporca che è la lancia che gli infligge il dolore. Quello che ha membra tanto grandi e cantando accorda la voce con la voce di quello dal maschio naso -che è Carlo I d’Angiò re di Sicilia- è Pietro III d’Aragona e portò intorno alla veste la corda cinta di ogni valore; e se dopo di lui fosse rimasto re Alfonso III, il giovinetto che siede dietro di lui, il valore si sarebbe trasmesso di padre in figlio, ciò che non si può dire degli altri suoi eredi, Giacomo II re d’Aragona e Federico re di Sicilia quando da questa fu separato il regno di Napoli: ebbene entrambi hanno i regni ma nessuno di loro possiede l’eredità migliore, la virtù morale del padre. Di rado la nobiltà umana risorge nei discendenti: così vuole che sia Colui che la dona, perché da Lui si possa ottenerla pregando. Le mie parole riguardano il nasuto, non meno che l’altro che canta con lui: per la morte di Carlo già soffrono il regno di Sicilia e la Provenza, i suoi domini. Carlo II, suo figlio, è pianta tanto inferiore al suo seme quanto il vanto che Costanza porta del marito Pietro III è maggiore del vanto di Beatrice per il primo Carlo e di Margherita per Carlo II d’Angiò. Guardate il re dalla vita semplice, Enrico d’Inghilterra, sempre là, solo: nei suoi rami ha migliori sviluppi, e avrà una migliore discendenza nel figlio Edoardo I. Quello che siede più in basso, in terra, e guarda in su, è il marchese Guglielmo VII di Monferrato: la sua morte ha portato il figlio Giovanni nella guerra contro Alessandria, per la quale piangono il Monferrato e il Canavese».

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CANTO VIII

Era già l’ora che rinnova nei naviganti il desiderio del ritorno, e il ricordo del giorno in cui hanno detto addio ai loro amici intenerisce il cuore; l’ora che strazia d’amore il nuovo pellegrino se ode di lontano la campana che sembra piangere il giorno che muore; fu allora che cominciai a non prestare più attenzione alle parole di Sordello, per osservare una delle anime levatasi in piedi, che chiedeva con la mano di essere ascoltata. Congiunse e alzò entrambe le mani, guardando fisso verso l’Oriente come se dicesse a Dio: “Non desidero altro che pregare”. «Te lucis ante/Te prima che finisca la luce» le uscì di bocca così devotamente e con tali dolci note che mi fece dimenticare di me stesso. E le altre anime poi dolcemente e devote la seguirono per tutto l’intero inno di Compieta che saluta la fine del giorno, rivolgendo gli occhi alle sfere supreme dei cieli.

Lettore, a questo punto aguzza bene lo sguardo verso la verità, perché ora il velo della narrazione è tanto sottile che trapassarlo penetrandone il senso è certamente agevole. Io vidi quell’esercito gentile, silenzioso, guardare poi di nuovo verso l’alto, quasi aspettando, pallido e umile. E vidi venir fuori dall’alto e scendere giù due angeli con spade infuocate, tronche e prive della punta. Avevano vesti verdi come fogliolette appena nate che si traevano indietro, agitate e ventilate dalle verdi penne degli angeli. L’uno venne a porsi un po’ al di sopra di noi, e l’altro scese sull’orlo opposto, e le anime si raccolsero nel mezzo. Distinguevo bene in essi la testa bionda, ma nel guardare il loro viso l’occhio si smarriva, come il senso che diventa impotente se la sensazione è troppo forte.

«Vengono entrambi dal grembo di Maria», disse Sordello il poeta, «a far la guardia alla valle per difenderla dal serpente che verrà tra poco». Io, che non sapevo da quale parte sarebbe venuta la serpe, mi guardai intorno gelato di paura, e mi accostai stretto alle fidate spalle di Virgilio. E Sordello ancora: «Ora scendiamo nella valle tra le grandi ombre, per parlare con esse: gradiranno molto vedervi».

Credo di essere sceso solo tre passi e fui subito sul fondo della valle, e vidi uno che mi guardava intensamente, come se volesse riconoscermi. Era ormai il tempo in cui l’aria si oscura, ma non al punto da impedire di vedere chiaramente i nostri volti che prima aveva nascosto. Lo spirito si fece verso di me e io verso di lui: giudice Nino, gentile Ugolino Visconti, quanto mi fu gradito vederti tra coloro che non sono dannati! Non tralasciammo alcun gesto di affetto tra di noi; poi egli domandò: «Da quanto tempo sei venuto dalle acque lontane del mare fino ai piedi del monte?». «Oh!», gli risposi, «Sono arrivato stamani, attraversando i luoghi infelici, e sono ancora nella prima vita malgrado mi disponga all’altra con questo viaggio». Udita la mia risposta, Sordello e quell’altro si ritrassero indietro come persone colte da improvviso smarrimento. Il primo si rivolse a Virgilio, e l’altro gridando a uno che sedeva lì: «Su, Corrado Malaspina! Vieni a vedere cosa ha voluto la grazia di Dio». Poi rivolto a me: «Per quella singolare gratitudine che devi a Colui che tiene celata la prima ragione delle sue azioni tanto che non si può arrivare a comprenderla, quando sarai al di là delle larghe onde dell’oceano dì a mia figlia Giovanna che preghi per me il cielo, dove si risponde agli innocenti. Non credo che sua madre, Beatrice d’Este mia moglie, mi ami più da quando ha tolto dal capo le bianche bende della vedovanza, che, misera, dovrà rimpiangere. Il suo esempio rende molto facile comprendere quanto dura nella femmina il fuoco dell’amore se la vista o il tatto non l’accendono spesso. Non le farà una sepoltura bella Giangaleazzo, il ghibellino Visconti di Milano decorandola con la vipera del suo stemma, quanto quella che le avrei fatto io dei Visconti di Pisa, guelfo in esilio, con il gallo del Giudicato di Gallura ereditato da mio padre». Questo diceva, col volto segnato dall’impronta di quel giusto sdegno che con misura divampa nel cuore.

I miei occhi tanto desiderosi andavano sempre al cielo, sempre verso il Polo australe, dove le stelle sono più lente come i raggi della ruota più vicini al mozzo. E la mia guida: «Figliuolo che guardi lassù?» mi chiese. Gli risposi: «Quelle tre fiammelle che fanno ardere tutto quanto il Polo antartico». Al che, lui: «Le quattro stelle chiare che vedevi stamane, dall’altra parte sono basse sull’orizzonte, e queste sono salite dove prima erano quelle». Mentre egli parlava, Sordello lo trasse a sé dicendo: «Guarda là il nostro avversario», e drizzò il dito perché guardasse nella direzione indicata. Nella parte, in basso, dove la piccola valle non ha riparo, c’era una biscia, forse proprio quella che offrì ad Eva l’amaro cibo. Avanzava tra l’erba e i fiori quella striscia dannata, volgendo la testa di quando in quando, e leccandosi il dorso come una bestia che si liscia. Non vidi -e perciò non posso dirlo- come si mossero gli astori celestiali, ma una volta che si furono levati in volo vidi bene entrambi gli angeli. Il serpente fuggì sentendo le verdi ali fendere l’aria, e gli angeli tornarono indietro ai loro posti a volo, insieme. L’ombra che si era accostata al giudice quando questi l’aveva chiamata, non smise mai di guardarmi durante l’assalto degli angeli. «Dammi notizie vere, se ne hai, di Val di Magra o dei territori vicini, dove un tempo sono stato uno dei grandi», disse, «e che possa, la lucerna che ti guida verso l’alto, trovare nella tua volontà tanta cooperazione quanta è necessaria per giungere fino alla cima del monte smaltata di verde. In vita fui conosciuto col nome di Corrado Malaspina: non quello antico, ma un suo discendente. Ai miei congiunti portai l’amore che viene purificato qui». «Oh!», dissi, «Non sono mai stato nelle vostre terre, ma c’è un luogo abitato in tutta Europa dove essi non sono conosciuti? La fama che onora il vostro Casato celebra i signori e la contrada di Lunigiana al punto che la conosce anche chi non c’è stato, e io vi giuro -che possa raggiungere la vetta del Purgatorio- che la vostra onorata gente non ha perduto la qualità della liberalità né quella della spada. La consuetudine al bene, e la disposizione naturale, l’hanno tanto privilegiata che, per quanto il mondo torca il capo malvagio dalla via maestra, essa procede diritta, da sola, e disprezza la strada del male». E lui: «Ora va, che il sole non si sarà coricato sette volte nel letto che l’Ariete copre e inforca con tutte e quattro le zampe della sua costellazione -non saranno passati sette anni-, e questa cortese opinione ti si inchioderà in mezzo alla testa con chiodi più grossi delle parole altrui, perché sarai ospite dei Malaspina, se il giudizio divino non ferma il suo corso».

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CANTO IX

Aurora, moglie amante dell’antico eroe Titone -il bellissimo figlio di Laomedonte che ella rapì donandogli l’immortalità-, s’imbiancava già al balcone d’Oriente, slacciatasi dall’abbraccio del suo dolce amico; la sua fronte luccicava di stelle come gemme disposte in forma di scorpione, quel freddo insetto che punge la gente con la coda; mentre la notte, nel luogo dove ci trovavamo, aveva percorso quasi tre ore del suo cammino: due passi aveva fatto di quelli con cui vola nel cielo, e il terzo chinava già le ali in basso -alle otto e tre quarti della sera- quando io, appesantito dal portare con me l’eredità di Adamo, il mio corpo, mi chinai vinto dal sonno sull’erba dove eravamo seduti tutti e cinque, con me Virgilio, Sordello, Corrado Malaspina e Nino visconti.

Nell’ora vicina al mattino, in cui la rondinella dà inizio ai suoi canti infelici, forse per ricordare il suo primo lamento, quando Filomela mutata in quell’uccello sfuggì alla vendetta di Tèreo a cui aveva servito il figlio come pasto, dopo essere stata da lui violentata; in quell’ora in cui la nostra mente, più lontana dalla carne e meno assillata dai pensieri, è quasi profetica nelle sue visioni, mi sembrò in sogno di vedere sospesa nel cielo un’aquila dalle penne d’oro, con le ali aperte e pronta a calare; e mi sembrava di essere alle falde del monte Ida dove Ganimede abbandonò i suoi amici rapito da Giove in forma d’aquila, che se ne era innamorato, e condotto nel sommo concilio degli dei. Pensavo tra me, in sogno: “Forse quest’aquila cattura le sue prede soltanto in questo luogo, per abitudine, e forse non le piace rapirle altrove e portarsele in cielo tra gli artigli”. Poi mi sembrava che, compiuto un piccolo giro, scendesse terribile come una folgore e mi rapisse portandomi su fino alla sfera del fuoco. Qui pareva che bruciassimo insieme, io e l’aquila, e l’incendio che immaginavo ardeva tanto che il sogno dovette interrompersi. Non diversamente Achille si svegliò rivolgendo intorno gli occhi che aveva riaperto senza sapere dove si trovasse, quando la madre lo sottrasse al centauro Chirone che lo richiedeva per la guerra, portandolo nel mare Egeo mentre dormiva nelle sue braccia, fino a Sciro l’isola dalla quale poi i Greci lo condussero via perché combattesse i Troiani. Non diversamente mi destai appena il sonno mi fuggì davanti, e divenni smorto come chi agghiaccia per lo spavento. Al mio fianco avevo solo Virgilio, il mio conforto, e il sole era già alto da più di due ore e io avevo lo sguardo rivolto alla marina. «Non aver paura», disse il mio signore, «fatti forza perché siamo a buon punto: non trattenere il tuo vigore, liberalo tutto. Ormai sei giunto al Purgatorio: guarda là l’orlo che lo racchiude intorno; guarda l’entrata nel punto dove l’orlo sembra interrotto. Prima, durante l’alba che precede il giorno, quando la tua anima dormiva sui fiori di cui la valle dei Principi laggiù è adorna, venne una donna e disse: “Io sono Lucia, lasciatemi portar via costui che dorme, così potrò aiutarlo nel cammino”. Rimasero lì Sordello e le altre anime gentili: ella ti portò via e, come il giorno si rischiarò, venne su e io dietro di lei. Qui ti posò, ma prima i suoi begli occhi mi mostrarono quella porta aperta; poi lei e il sonno se ne andarono insieme».

Come chi passa dal dubbio alla certezza, e muta la sua paura in conforto dopo che gli è stata svelata la verità, così mi accadde di cambiare, e appena la mia guida mi vide fiducioso, si mosse su per il balzo e io dietro verso la cima. Lettore, vedi bene come elevo la materia della mia poesia, e dunque non meravigliarti se la rinforzo con arte migliore.

Ci avvicinammo al monte e giungemmo in un punto dal quale come una fenditura che divide il muro, là dove prima la roccia mi sembrava aperta, vidi una porta e tre scalini per salire ad essa, di colori diversi, e un custode che taceva. Come lo guardai meglio, vidi che era seduto sullo scalino più alto, ed era tale nel volto che non riuscii a sostenerne la vista; in mano aveva una spada nuda che rifletteva la luce su di noi così intensamente che invano cercai più volte di sollevare lo sguardo verso di essa. «Da lì dove siete, rispondete: che cosa volete?», domandò il custode, «Dov’è la vostra scorta? Attenti che non vi nuoccia il venire su». «Una donna del cielo, esperta di queste cose, proprio poco fa ci ha detto: “Andate là, là è la porta» gli rispose il mio maestro. «Ed ella assecondi i vostri passi verso il bene», ricominciò il cortese custode: «Venite dunque dinanzi ai nostri scalini». Ci andammo, e il primo scalino era di marmo bianco tanto pulito e terso che mi specchiai in esso così come appaio. Il secondo era nero più del nerosangue, di pietra ruvida e arida, crepata per lungo e di traverso. Il terzo, che al di sopra forma una massicciata, mi sembrava porfido, fiammeggiante come sangue che sbocchi fuori da una vena. Sopra di esso teneva entrambi i piedi l’angelo di Dio, sedendo sulla soglia che mi appariva di diamante. La mia guida mi condusse -e io lo seguii volentieri- su per i tre scalini dicendomi: «Chiedi umilmente che apra la porta». Io mi gettai devoto ai santi piedi; mi appellai alla misericordia divina e chiesi che mi aprisse la porta, ma prima mi battei tre volte il petto. Con la punta della spada l’angelo mi segnò sette “P” sulla fronte e disse: «Quando sarai dentro, lava queste piaghe».

Cenere o secca terra di scavo era il colore della sua veste, e da un lembo di essa l’angelo prese due chiavi, l’una era d’oro e l’altra d’argento; e prima con quella bianca e poi con quella gialla armeggiò sulla porta soddisfacendo il mio desiderio. «Ogni volta che una di queste chiavi fallisce non girando bene nella toppa», ci spiegò, «questo accesso non si apre. L’una è più preziosa ma l’altra per aprire richiede un sovrappiù di perizia e di acume, perché è essa che sblocca la serratura. San Pietro me le ha affidate, e mi disse di sbagliare pure, aprendo la porta invece di tenerla serrata, a condizione che le anime si inginocchino ai miei piedi». Poi spinse il battente della porta sacra dicendo: «Entrate, ma vi avverto che chi si guarda indietro torna fuori». E quando gli spigoli di quel sacro portone, di metallo sonante e forte, girarono sui cardini, rugghiarono molto più della porta del tempio di Saturno, sulla rupe Tarpea, che non fu così dura ad aprirsi quando restò priva del suo tesoro e del buon custode Cecilio Metello che voleva impedirne il saccheggio da parte di Cesare, come racconta Lucano.

Io mi rivolsi attento al primo rumore che proveniva dall’interno e mi sembrò di sentire «Te Deum laudamus/Noi Ti lodiamo Dio», da una voce che si fondeva con la dolce melodia. Tale sensazione mi rendeva appunto ciò che udivo, quale si prova quando si canta con l’organo, che le parole si sentono ora si ora no.

 

 

 

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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