venerdì, 22 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XV)

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PURGATORIO

CANTO X

Varcammo quindi la soglia della porta che l’amore disordinato lascia in disuso facendo apparire diritta una via tortuosa, e sentii che si richiudeva dietro di noi. Se l’avessi guardata, quale degna scusa avrei dovuto trovare per aver peccato trascurando l’ammonimento dell’angelo?

Salivamo attraverso una fenditura della roccia che si inerpicava da una parte e dall’altra come l’onda che fugge dalla riva e le si appressa. «Qui, per evitare le sporgenze della roccia, bisogna usare un po’ di abilità accostandosi ora da una parte ora dall’altra al lato che se ne discosta» disse Virgilio, la mia guida. E ciò rese tanto lenti i nostri passi che l’ultimo quarto di luna raggiunse il suo letto all’orizzonte per coricarsi di nuovo -erano da poco passate le dieci del mattino-, prima che noi fossimo fuori da quella cruna. Ma quando uscimmo all’aperto, su dove il monte si restringe indietro, io stanco ed entrambi incerti sulla strada da prendere, restammo su un ripiano più solitario delle vie che attraversano il deserto. Dal suo orlo, dove confina con il vuoto, fino alla parete dell’alto monte che sale sempre, il ripiano misurerebbe tre volte un corpo umano: e tale cornice mi appariva sempre di questa misura per quanto il mio occhio poteva vedere volando sul fianco sinistro e su quello destro del ripiano. Non ci eravamo ancora mossi lassù quando mi accorsi che l’orlo intorno, meno ripido, era di marmo candido e adorno di intagli al punto che non solo il famoso scultore Policleto ma persino la natura in quel luogo proverebbe vergogna per non essere capace di tanto.

L’arcangelo Gabriele, che venne sulla terra con l’annuncio della pace per tanto tempo lacrimata nell’attesa della nascita di Cristo, e che aprì il cielo liberandolo dal divieto che sanzionò il peccato originale, era qui scolpito nella dolcezza del gesto e appariva così vero dinanzi a noi che non sembrava una immagine silenziosa. Chiunque avrebbe giurato che dicesse “Ave!”, perché nell’altorilievo era raffigurata anche Maria che girò la chiave che dischiuse per noi l’amore di Dio; e nell’atteggiamento dell’arcangelo sembravano impresse le parole “Ecce ancilla Dei/Ecco l’ancella di Dio”, proprio come l’immagine del sigillo appare impressa sulla cera. «Non fermare la tua attenzione solo su un punto» disse il dolce maestro rivolgendosi a me che mi trovavo alla sua sinistra, dalla parte dove la gente ha il cuore. Allora mossi lo sguardo e, nella direzione in cui si trovava la mia guida, vidi dietro Maria un’altra storia scolpita nella roccia: superai Virgilio e mi accostai per vederla bene. Nel marmo stesso era intagliato il carro con i buoi che, per volere di David re d’Israele, porta a Gerusalemme l’Arca santa, intoccabile da chi non sia autorizzato, come scoprì a suo danno il giovane Oza: in un punto in cui i buoi avevano cominciato a recalcitrare, egli aveva allungato la mano impedendo la caduta dell’Arca e per questo era stato punito da Dio con la morte perché il diritto di toccare l’Arca era riservato ai membri della tribù di Levi che avevano il compito di custodirla. Dinanzi, nell’altorilievo, appariva gente divisa in sette cori, e l’immagine colpiva il mio udito e la mia vista in modo da far sostenere al primo “No, non canta”, e “Si, canta”, alla seconda. Allo stesso modo, al fumo dell’incenso che vi era raffigurato, gli occhi credevano che esso fosse reale, mentre il naso lo smentiva. Lì davanti all’Arca benedetta danzava l’umile salmista, David stesso che in quella condizione era qualcosa di più e di meno di un re: capace con la sua danza seminuda di umiliarsi di fronte a Dio e di rendersi ridicolo agli occhi delle serve che assistevano. Di fronte, effigiata nell’atto di affacciarsi alla finestra di un grande palazzo, sua moglie Micòl osservava la scena indispettita e contrariata.

Mi mossi da quel luogo per guardare da vicino un’altra storia che attirava la mia attenzione biancheggiando dietro Micòl. Qui era istoriata l’alta gloria del principe romano il cui valore portò papa Gregorio alla sua grande vittoria: parlo dell’imperatore Traiano, al fianco del cui cavallo era raffigurata una vedovella piangente e addolorata. Attorno a lui il terreno era calcato da zoccoli e pieno di cavalieri, e le aquile delle insegne imperiali si muovevano nell’oro, al vento, visibili sopra di essi. In mezzo a questa folla la miserella sembrava dire: “Signore, vendicami per l’assassinio di mio figlio, per il quale mi dispero”; e l’imperatore sembrava risponderle: “Attendi solo che io torni”; e lei “Mio signore”, rispondeva insofferente di ogni indugio, per il dolore, “e se non torni?”. E lui: “Chi sarà al posto mio ti vendicherà”; e lei: “A cosa ti gioverà il merito di un altro se dimentichi il tuo dovere?”; al che lui: “Ora consolati: ho capito che prima di partire devo adempiere al mio dovere: lo vuole la giustizia, e la pietà mi trattiene”. Questo dialogo che si può vedere lo ha prodotto Dio di fronte ai cui occhi nulla mai è nuovo, ed è nuovo per noi uomini invece, perché un tale dialogo sulla Terra non si trova. Per questo, mentre passeggiava nel Foro Traiano, papa Gregorio Magno rimase colpito dalla vicenda di Traiano e della povera donna narrata da un bassorilievo e pregò Dio perché concedesse all’imperatore capace di umiliarsi la salvezza dell’anima, e fu accontentato.

Mentre mi dilettavo ad ammirare le immagini di tante umiliazioni, care a vedersi per la virtù del loro fabbro che è Dio, «Ecco molte persone venire a passi lenti da questa parte» mormorava il poeta: «ci indirizzeranno ai gradoni più alti». I miei occhi pur felici di ammirare quelle scene scolpite, non furono lenti nel volgersi verso Virgilio per vedere le novità di cui erano impazienti. Non voglio però, lettore, che ti distragga dal buon proposito, per ascoltare invece come Dio vuole che paghiamo il nostro debito. Non attendere di sapere in cosa consiste la pena: pensa piuttosto al suo termine, pensa che dopo il Giudizio universale nessuna di queste anime potrà peggiorare la sua condizione.

«Maestro», cominciai, «quel che vedo venire verso di noi non mi sembrano persone, non saprei dire cosa mi sembra, tanto confusa ho la vista». E lui a me: «Il peso della loro pena li costringe a rannicchiarsi in terra, e non credevo ai miei occhi prima che si avvicinassero. Guarda fisso là e con gli occhi separa il masso da ciò che si muove sotto di esso venendo dalla nostra parte: sono anime, e puoi già vedere come ognuna si batte il petto».

Cristiani superbi, miseri infelici che, privi della luce dell’intelletto, fiduciosamente camminate all’indietro: non vi accorgete che siamo vermi nati per dar vita all’angelica farfalla che vola indifesa verso la giustizia? E che, galleggiando in alto il vostro animo, diventate superbi e rimanete insetti imperfetti come un bruco in cui non si attui la metamorfosi? Come, a sostegno del solaio o del tetto, talvolta si vede una statua congiungere le ginocchia al petto, impiegata come un puntello, la quale fa nascere in chi la vede un vero rammarico per il suo errato utilizzo: così fatte vidi quelle anime quando feci attenzione ad esse. È vero che erano più o meno rattrappite, a seconda del peso maggiore o minore che avevano addosso; e chi tra esse mostrava nell’atteggiamento una rassegnazione più grande, sembrava dire piangendo: “Non ne posso più”.

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CANTO XI

«Padre nostro che sei nei cieli, non limitato in essi ma in ragione del più grande amore che provi per le prime creature del tuo Creato che sono del regno dei cieli, sia lodato il tuo nome e il tuo valore da ogni creatura, com’è giusto che si renda grazie alla tua dolce sapienza. Venga a noi la pace del tuo regno perché, con tutto il nostro ingegno, non possiamo ottenerla da soli se essa non viene a noi. Come i tuoi angeli hanno sacrificato a Te la loro volontà cantando “Osanna”, così facciano gli uomini con la propria. Dacci oggi la manna quotidiana, il nostro cibo spirituale, senza il quale procede a ritroso chi si affanna ad avanzare attraverso questo aspro deserto della nostra vita terrena. E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sofferto, anche Tu perdona benevolo, e non guardare se abbiamo meritato. Non mettere alla prova con l’antico avversario la nostra virtù che cede facilmente, ma liberaci da lui che la sprona al male. Signore caro, quest’ultima preghiera non è fatta a nostro beneficio, perché non si deve, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi e sono ancora sulla Terra». Così mormorando per se stessi e per noi uomini una rampogna a fin di bene, quelle ombre procedevano sotto il peso che è simile a quello che talvolta ci opprime nell’incubo, stanche e girando tutte su per la prima cornice del Purgatorio, più o meno oppresse dal masso che portavano, purificandosi dalla caligine del mondo.

Se nel Purgatorio si prega sempre per noi, cosa possono sulla Terra dire e fare per queste anime di superbi, coloro la cui buona volontà è ben radicata nella grazia di Dio? Le si deve aiutare a lavare le macchie che hanno portato qui, in modo che le anime, ripulite e leggere, possano giungere alle sfere stellate.

«Che giustizia e pietà vi sgravino subito dal peso che vi opprime, così che muovendo le ali possiate sollevarvi al cielo, come desiderate, mostrateci da quale parte è la via più breve verso la seconda cornice, e se c’è più di un varco indicateci quello meno ripido, perché costui che viene con me è lento nel salire, e non vorrebbe esserlo, a causa del peso del suo corpo, la carne di Adamo di cui è vestito». Non si vide da chi venissero le parole che risposero a queste pronunciate da Virgilio che io seguivo; ma fu detto: «Venite con noi a destra, lungo la parete della cornice, e troverete il passo che può salire anche una persona viva. E se non fossi impedito dal masso che doma il mio capo superbo costringendomi a portare in basso il mio volto, guarderei bene costui che vive ancora e che non ha detto il suo nome, per vedere se lo conosco e impietosirlo col mio fardello. Io sono stato italiano, nato da un grande Toscano: mio padre fu Guglielmo degli Aldobrandeschi, non so se il suo nome è mai giunto fino a voi. L’antico sangue e le opere cavalleresche dei miei antenati mi resero così arrogante che, trascurando la nostra comune origine da una stessa madre, disprezzai tutti gli uomini fino a morirne, come sanno i Senesi che posero il mio castello sotto assedio, e come sa ogni bambino in val d’Ombrone, nel borgo di Campagnatico, dove fui ucciso durante quell’assedio. Io sono Omberto, e la superbia non ha condannato soltanto me, ma ha tratto con sé nella sventura tutti i miei consanguinei. E a causa sua è necessario che, qui dove mi trovo, io porti questo peso, per tanto tempo quanto piacerà a Dio, qui, tra i morti, poiché non ho espiato la mia colpa tra i vivi».

Ascoltavo tenendo il volto piegato verso il basso, e una di quelle anime -non questa che parlava- si torse sotto il peso che le impaccia tutte, e mi vide e mi riconobbe e mi chiamava tenendo a fatica gli occhi fissi su di me che, tutto chino, procedevo insieme con esse. «Oh!» mi rivolsi a lei, «non sei tu Oderisi, l’onore di Gubbio e di quell’arte della miniatura che a Parigi chiamano arte di illuminare?». «Fratello», rispose lui, «ridono più delle mie le carte dipinte da Franco Bolognese: ora l’onore è tutto suo, mio solo in piccola parte. Certo, quando ero vivo, per il gran desiderio di eccellere che teneva prigioniero il mio cuore non sarei stato così cortese. Qui si sconta la pena per tale superbia, e io non sarei qui se, quando avevo ancora l’occasione di peccare, non mi fossi rivolto a Dio. Oh vanagloria delle opere umane! Quanto poco dura il verde sulla cima dell’albero se non sopraggiungono tempi ottusi! Cimabue credette di tenere il campo nella pittura, e ora invece Giotto primeggia e la fama del primo è oscurata. Così un Guido -Cavalcanti- ha tolto all’altro Guido -Guinizelli- la gloria della lingua, e forse è nato chi caccerà dal nido l’uno e l’altro. La fama, rumore del mondo, non è che un fiato di vento, che ora viene da questa parte ora va dall’altra, e cambia nome secondo la direzione da cui spira. Quale fama avrai più, tu, prima che siano passati mille anni, sia che ti separi dalla tua carne ormai vecchio o prima ancora di smettere di dire “pappo” e “dindi” come i neonati? Mille anni, che di fronte all’eternità sono un tempo più breve di quanto lo è un batter di ciglia rispetto al giro che il cielo delle stelle fisse, l’ottavo, compie più lentamente degli altri cieli -impiegando tremilaseicento anni per girare intorno ai poli dell’eclittica, il circolo più ampio della sfera celeste che gira intorno alla terra-. Tutta la Toscana risuonò del nome di colui che avanza così lentamente davanti a me, e ora se ne bisbiglia appena, a Siena, di cui era signore quando a Montaperti fu sconfitta l’alterigia di Firenze che a quel tempo era superba come ora è puttana. La vostra fama ha il colore dell’erba, che viene e va, e la scolora quello stesso sole che la tira fuori acerba dalla terra». E io a lui: «Le tue parole di verità mi insinuano nel cuore la buona umiltà, e con esse mi sgonfi il grande tumore che mi premeva; ma di chi stavi parlando ora?». «È Provenzan Salvani», rispose, «ed è qui perché ebbe la presunzione di tenere tutta Siena nelle sue mani. Ha camminato in questo modo e continua a camminare senza posa da quando è morto: tale moneta ripaga chi sulla Terra ha osato troppo». E io: «Se lo spirito che per pentirsi attende di essere sull’orlo della vita, deve restare quaggiù ai piedi del monte e non può salire quassù se non viene aiutato da una buona preghiera, prima che trascorra tanto tempo quanto egli ne visse: come è stato possibile a Provenzan Salvani giungere qui?». «Mentre era al colmo della gloria», rispose quell’anima, «deposta ogni vergogna, di propria volontà si piantò sulla piazza del Campo di Siena, e lì, per sottrarre un suo amico alla pena che soffriva nella prigione di Carlo d’Angiò, si ridusse a chiedere l’elemosina necessaria a pagare il riscatto, tremando in tutto il corpo. Non aggiungerò più nulla e so di parlare in maniera oscura, ma passerà poco tempo che i tuoi concittadini faranno in modo che tu possa interpretare le mie parole. Sappi che fu quell’atto a liberarlo dal confino nell’Antipurgatorio».

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CANTO XII

Come buoi che vanno sotto il giogo procedevo di pari passo assieme a quell’anima gravata dal peso, finché me lo permise Virgilio, il dolce pedagogo. Ma quando egli disse «Lascialo e va oltre, che qui è bene che ciascuno spinga come può la propria barca, con le vele e con i remi», mi misi di nuovo dritto, come per camminare normalmente, ma i miei pensieri restarono chini verso terra e spogli.

Mi ero mosso e seguivo volentieri i passi del mio maestro, ed entrambi apparivamo leggeri rispetto alle anime dei superbi oppresse dai macigni, ed egli mi disse: «Guarda in basso: osservare il suolo dove poggi i piedi ti gioverà a rendere meno faticosa la via».

Come le tombe poste a fior di terra portano scolpita sopra le pietre sepolcrali l’effigie dei defunti perché resti un ricordo di loro, per cui molte volte si ritorna in quei luoghi a piangere, stimolati dalla memoria che insegue soltanto i buoni, così vidi lì scolpito il suolo, ma con migliore esito artistico, per quanto sporge il monte all’esterno. Vedevo da una parte colui che fu creato più nobile di ogni altra creatura precipitare tra le folgori giù dal cielo, Lucifero. Dall’altra parte vedevo Briareo, il gigante trafitto nell’assalto al cielo dal dardo divino, giacere pesantemente in terra nel gelo della morte. Vedevo il dio Apollo che anche la città di Timbra venera, nella Troade; vedevo Atena e Marte, ancora armati al fianco del padre loro, Giove, osservare le membra sparse dei giganti. Vedevo il gigante Nembrot ai piedi della sua opera colossale: smarrito guardava la gente parlare all’improvviso lingue diverse e incomprensibili, che come lui superba lo aveva aiutato a costruire a Sennaàr la torre di Babele per raggiungere il cielo. Niobe, figlia di re Tantalo di Lidia, con quali occhi dolenti ti vedevo scolpita sulla via tra i sette e sette tuoi figli morti! I sette maschi li uccise Apollo e le sette femmine Diana perché pretendesti di essere più feconda della loro madre Latona. O Saul re degli Israeliti come qui apparivi morto sulla tua propria spada, quando ti togliesti la vita sconfitto dai Filistei sopra il monte Gelboé che poi, maledetto per questo da David, non ricevette mai più pioggia né rugiada. Folle Aracne, ti vedevo mutata già per metà in ragno, infelice sugli stracci della tela che per te fu una condanna: la dea Atena ti punì perché osasti sfidarla nella tessitura e distrusse la tua opera su cui figuravano gli amori degli dei. O Roboamo re di Giuda, qui la tua immagine non appare più minacciosa come quando rigettasti con arroganza le richieste delle tribù di Israele, causando la divisione del regno, ma anzi un carro la porta in fuga colma di spavento malgrado nessuno la scacci. Il duro pavimento della cornice mostrava anche come Alcmeone fece pagar caro alla madre Erifile il gioiello donatole da Polinice perché gli rivelasse il nascondiglio del marito Anfiarao nella guerra dei sette contro Tebe: così Polinice che voleva riprendersi Tebe da cui lo aveva scacciato il fratello Eteocle, costrinse Anfiarao a combattere contro la città dove l’eroe trovò la morte alla quale sapeva di essere destinato; e per questo Alcmeone uccise Erifile. Il pavimento mostrava come i figli si gettarono sul padre Sennacherib re di Assiria mentre pregava gli idoli dentro il tempio dove lo lasciarono dopo averlo ucciso: aveva bestemmiato Dio, e il suo esercito era stato distrutto nell’assedio di Gerusalemme, come racconta l’Antico Testamento. Mostrava anche la devastazione e lo scempio crudele che fece di Ciro re di Persia la regina dei Massageti, Tamiri, quando, sconfitti i Persiani, immerse la sua testa mozzata in un otre colmo di sangue umano dicendo: “Avevi sete di sangue e io di sangue ti sazio”. Così vendicò il figlio che si era tolto la vita per la vergogna di essere stato catturato con un tranello dal re persiano. Il pavimento mostrava come fuggirono in rotta gli Assiri invasori della Giudea, dopo l’uccisione di Oloferne, e anche i resti della strage: il loro comandante si era innamorato dell’ebrea Giuditta che lo ubriacò e gli tagliò la testa nel sonno. Vedevo Troia in cenere e in macerie, ridotta a caverne; Ilio -Troia-, distrutta dagli Achei, quanto umiliata e vile ti mostrava la raffigurazione che lì si può vedere incisa per terra! Chi fu il maestro di pittura o di intaglio che ritrasse in quel luogo le ombre e i loro lineamenti che avrebbero stupito un ingegno sottile? Morti apparivano i morti, e vivi i vivi: non vide meglio di me chi fu testimone dei fatti narrati in quei disegni, e vide la verità di ciò che io calpestai finché camminai ricurvo per ammirare quelle figurazioni. Insuperbite ora, e andate a testa alta, figli di Eva, e non chinate il volto per vedere la strada di perdizione che percorrete!

Avevamo già girato intorno al monte e il cammino del sole era compiuto assai più di quanto non si avvedesse l’animo intento ad altro, quando colui che sempre davanti procedeva attento, cominciò a dire: «Drizza la testa, non è più tempo di camminare così, in meditazione. Vedi là un angelo che si appresta a venire verso di noi: vedi che la sesta ancella torna dal servizio del giorno -sei ore sono trascorse dall’inizio della giornata-. Atteggia il viso e gli atti a riverenza, così che gli piaccia indirizzarci sopra. Pensa che questo giorno non tornerà più». Ero abituato al suo ammonimento a non perder tempo, e le sue parole quindi non mi risultarono oscure.

La bella creatura veniva verso di noi vestita di bianco, ed era in volto come la stella del mattino che appare tremolando. Aprì le braccia, poi aprì le ali, e disse: «Venite, i gradini sono qui vicino, e ormai si sale agevolmente. Assai pochi ascoltano questo mio invito: uomini nati per volare su nel cielo, perché cadete così facilmente a un debole soffio di vento?». Ci portò dove la roccia era intagliata: qui mi batté le ali sulla fronte, poi mi promise che il cammino sarebbe stato sicuro. Come per salire sulla destra il monte dov’è la chiesa di san Miniato che domina Firenze, la città ben governata, sopra il ponte di Rubaconte la ripidità della salita si attenua grazie alle scalinate che furono fatte all’epoca in cui non venivano falsificati gli atti comunali e le misure, così la parete che qui scende molto ripida dalla cornice di sopra, diviene più agevole grazie alla scala incisa nel fianco. Ma da una parte e dall’altra la roccia alta sfregia chi sale. Mentre andavamo verso quel punto, «Beati pauperes spiritu!/Beati i poveri di spirito!» cantavano delle voci in un modo che le parole non possono descrivere. Quanto sono diversi quei varchi da quelli infernali! Qui si entra con i canti, e laggiù con feroci lamenti.

Salivamo già su per i santi gradini e mi sembrava di essere molto più leggero di quanto fossi prima, quando avevo attraversato la pianura. Perciò chiesi: «Maestro dimmi, di quale peso mi sono liberato, tanto che camminando non sento quasi nessuna fatica?». Rispose: «Quando le “P” che sono rimaste ancora, quasi cancellate, sulla tua fronte, saranno del tutto eliminate assieme al peccato di superbia, i tuoi piedi saranno tanto sottomessi alla buona volontà che non solo non sentiranno la fatica ma, al contrario, sentiranno il piacere di essere sospinti verso l’alto». Allora feci come quelli che procedono avendo sul capo qualcosa di cui non sanno se non perché glielo fanno sospettare i cenni altrui: per cui la mano si aiuta nell’accertare, e cerca e trova e adempie alla funzione che non può essere svolta dalla vista; e con le dita disgiunte della mano destra trovai solo sei delle lettere che mi aveva inciso sopra le tempie l’angelo custode delle chiavi: osservando ciò che facevo la mia guida sorrise.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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