venerdì, 22 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XVI)

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PURGATORIO

CANTO XIII

Eravamo in cima alla scala, nel punto in cui per la seconda volta il monte si restringe e le anime, salendo, si purificano dalla colpa: lì un ripiano incornicia, come il primo, la montagna tutto intorno, sennonché disegna un arco più stretto. In quel luogo non appaiono immagini o raffigurazioni: l’orlo e la via si mostrano lisci e del colore livido della roccia.

«Temo che se aspettiamo qui qualcuno a cui chiedere», ragionava Virgilio, il poeta, «forse dovremo attendere troppo prima di scegliere la via da prendere». Poi rivolse gli occhi fissamente al sole e girò su se stesso verso destra piegando il lato sinistro del corpo. «Dolce lume in cui confido iniziando il nuovo cammino, guidaci», diceva, «e insegnaci come s deve proseguire qui dentro. Tu riscaldi il mondo, risplendi su di esso, ci guidino sempre i tuoi raggi se qualche ragione non lo impedisce».

Avevamo già percorso quanto sulla Terra si calcola in un miglio, in breve tempo grazie al nostro vivo desiderio di procedere; e si sentirono, ma non si videro, volare verso di noi spiriti che invitavano cortesi alla mensa dell’amore. La prima voce che passò volando disse: «Vinum non habent/Non hanno vino», e, superandoci, lo ripeté più volte, con le parole che Maria rivolse a Gesù alle nozze di Cana. E prima che per la distanza non si potesse udirlo più del tutto, un’altra passò gridando: «Sono io Oreste», e anch’essa non si fermò, dopo aver pronunciato il nome dell’uomo che uccise la madre Clitennestra e l’amante di lei per vendicare l’assassinio del padre Agamennone re di Micene. Catturato Oreste insieme con Pilade e sul punto di essere giustiziati, furono entrambi salvi per la gara di amicizia che commosse il loro giudice, l’uno accusando se stesso di essere il vero Oreste, per salvare l’altro. «Padre, che voci sono queste?» chiesi. E come domandai ecco la terza passare dicendo: «Amate coloro che vi hanno fatto del male». E il buon maestro: «Questa cornice del Purgatorio sferza la colpa dell’invidia, e per questa ragione le corde della frusta sono mosse dalla carità. Un suono tutto diverso avrà il morso che trattiene dal peccato: lo sentirai, credo, per quanto posso prevedere, prima di giungere al passo del perdono, all’imbocco della seconda cornice. Ma ora ficca gli occhi ben fissi nell’aria e vedrai gente sedersi davanti a noi: ciascuno seduto a ridosso della roccia». Allora aprii gli occhi più di prima, guardai innanzi a me e vidi ombre con indosso mantelli di colore non diverso dalla pietra. E quando fummo un po’ più avanti udii gridare: «Maria, prega per noi»; e gridare: «Michele» e «Pietro», e «Tutti i santi».

Non credo che sulla Terra oggi cammini un uomo così duro da non provare compassione per quel che vidi poi; perché, quando mi fui avvicinato a loro tanto da distinguerne chiaramente l’atteggiamento, un dolore forte mi munse lacrime. Mi apparvero spiriti coperti di vile panno, e l’uno sorreggeva l’altro con la spalla, e tutti si sostenevano alla roccia. Così i ciechi, che mancano di ogni cosa, stanno presso le chiese nei giorni delle indulgenze chiedendo la carità, e l’uno poggia il capo sull’altro, perché subito sorga la pietà nei passanti, non soltanto al suono delle parole ma alla vista che non implora meno. E come ai ciechi non giunge il sole, così la luce del cielo qui non vuol donarsi alle ombre, a quelle di cui sto parlando: a tutte un filo di ferro fora e cuce le palpebre, come si fa col selvaggio sparviero per ammaestrarlo finché non si ferma quieto. Camminando accanto ad esse mi sembrava di offenderle perché le vedevo senza essere visto, per cui mi voltai verso il mio saggio consigliere. Egli sapeva bene cosa volesse dire il mio silenzio, e perciò non attese la mia domanda ma disse: «Parla, e sii breve e arguto».

Virgilio mi camminava vicino, da quella parte della cornice da cui si può cadere perché nessuna sponda le fa da ghirlanda; dall’altra parte mi stavano le ombre devote, con gli occhi premuti tanto dall’orribile cucitura da bagnare di lacrime le gote. Mi volsi a loro e dissi: «Ombre sicure di vedere la luce suprema che il vostro desiderio ha come suo unico oggetto, che la grazia cancelli subito le macchie della vostra coscienza, in modo che scorra limpido attraverso di essa il fiume della memoria, ditemi -e mi sarà gradito e caro il saperlo- se c’è tra di voi un’anima italiana; se verrò a saperlo potrò esserle forse di aiuto». «Fratello mio, ciascuna di esse è cittadina di un’unica città vera, la città celeste; ma tu vuoi dire di un’anima che vivesse in Italia come pellegrina in attesa di venire quassù». Questo mi sembrò di udire rispondere da molto più avanti del luogo in cui mi trovavo, per cui avanzai verso quel punto. Tra le altre vidi un’ombra che attendeva, come capivo dall’aspetto, e se qualcuno volesse sapere come giungessi a capirlo, dirò che alla maniera dei ciechi alzava il mento in su. «Spirito che per salire ti sottoponi a questa pena, se sei colui che mi ha risposto», dissi, «fatti riconoscere, o per il luogo della tua nascita o per il tuo nome». «Fui senese», rispose, «e con questi altri rammendo qui la vita trascorsa in colpa, supplicando in lacrime Dio che si conceda a noi. Non sono stata saggia malgrado fossi chiamata Sapìa, e fui molto più lieta delle disgrazie altrui che della mia fortuna. E perché tu non creda che ti inganni, ascolta se fui come ti dico folle mentre discendevo già l’arco dei miei anni. I miei concittadini, ghibellini, erano schierati contro il nemico presso Colle Valdelsa, sul campo di battaglia, e io pregavo Dio che si facesse la sua volontà. Qui furono messi in rotta e costretti all’amara fuga dai guelfi di Carlo d’Angiò e dai Fiorentini, e io, osservando l’inseguimento, provai un godimento superiore a ogni altro, tanto che volsi in su la faccia sfrontata gridando a Dio: “Ormai non ti temo più!”, come fece il merlo cantando arrogante e illuso che un po’ di bel tempo in pieno inverno annunciasse la bella stagione. Alla fine della mia vita volli far pace con Dio e la penitenza non avrebbe ancora diminuito il mio debito se Pier Pettinaio non mi avesse ricordato nelle sue sante preghiere, il caritatevole terziario francescano che era addolorato per me. Ma tu chi sei che vai facendo domande sulla nostra condizione e, come credo, hai gli occhi liberi e parli respirando?». Risposi: «Anche a me qui verranno cuciti gli occhi, ma per poco tempo perché poco è stato il male che ho fatto puntandoli con invidia sul prossimo. Troppa è più la paura che mi tiene l’anima sospesa per il tormento che si soffre nella cornice sottostante, e già me ne sento addosso il peso». E lei: «Chi dunque ti ha condotto tra noi quassù, se credi che tornerai giù?». E io:«Costui che è con me e che non fa parola. Io sono vivo e perciò chiedimi pure, spirito eletto, se vuoi che ritornato nel mondo mi rechi per te in qualche luogo». Rispose: «Oh, questa è una cosa così nuova a sentirsi che, certo, dimostra l’amore di Dio per te; perciò di tanto in tanto aiutami con la tua preghiera. In nome di ciò che più desideri ti chiedo, se mai ti troverai in Toscana, che tu mi rimetta nella buona fama presso i miei parenti. Li vedrai tra quella gente sciocca che spera di far fortuna investendo nel porto di Talamone e perderà più speranza che nel cercare sotto il suolo di Siena il fiume Diana; ma più di tutti saranno gli ammiragli a perdere speranze e denaro».

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CANTO XIV

«Chi è costui che sale girando intorno al nostro monte prima che la morte lo abbia involato, e apre e chiude gli occhi a suo piacimento?». «Non so chi sia ma so che non è solo; domandaglielo tu che gli sei più vicino, e accoglilo con dolcezza in modo che parli». Così, alla mia destra, chini l’uno sull’altro, due spiriti dicevano di me. Poi per parlarmi piegarono indietro la testa, e uno di loro disse: «Anima che ancora conficcata dentro il corpo te ne vai verso il cielo, per carità consolaci e dicci da dove vieni e chi sei, perché la grazia di cui godi ci meraviglia quanto nessun’altra cosa mai vista». E io: «Attraverso la Toscana si fa strada un fiumicello che nasce sul monte Falterona e non gli basta un corso di cento miglia. Sono nato sopra di esso, ma dirvi chi sono sarebbe parlare invano perché il mio nome non è ancora molto famoso». Allora mi rispose quello che mi si era rivolto: «Se arrivo con l’intelletto a mordere ciò che intendi dire, tu stai parlando dell’Arno». E l’altro gli chiese: «Perché costui non ha pronunciato il nome del fiume, parlandone invece come si fa soltanto con le cose che provocano orrore?». L’ombra cui fu posta la domanda rispose così: «Non lo so, ma è giusto che il nome di quella valle muoia, perché la virtù viene da tutti fuggita come una biscia nemica lungo l’intero corso del fiume, dalla sorgente così ricca di acque dell’Appennino -il quale in pochi luoghi oltrepassa l’altezza della cima da cui s’è staccato il monte Peloro sull’estrema punta orientale della Sicilia, tra lo Ionio e il Tirreno-, fin là dove Arno si getta nel mare per ristorarlo di quel che il cielo gli toglie col vapore acqueo da cui i fiumi ricevono poi l’acqua che portano. E se la virtù viene fuggita ciò avviene a causa della sventura che grava sul luogo o a causa dell’abitudine al male che stimola la sua gente al vizio: per cui gli abitanti di quella misera valle hanno a tal punto cambiato la loro natura che sembra li abbia mandati al pascolo la maga Circe, trasformati in animali. Dapprima quella valle dirige il suo disgraziato corso tra brutti porci -i Casentinesi- più degni di ghiande che di ogni altro cibo da uomini. Poi, scendendo, trova piccoli cani, ringhiosi più di quanto glielo consente la loro dimensione -gli Aretini-, e da essi la valle distoglie lo sguardo sdegnoso. Continua scendendo, e quanto più ingrossa la maledetta e sventurata fossa dell’Arno trova cani trasformati in lupi -i Fiorentini. Discesa poi per molti bui anfratti, trova volpi così gonfie di inganni che non temono congegno che possa intrappolarle: sono i Pisani. E non smetterò di parlare soltanto perché questo qui che si purifica insieme con me, mi sente; e bene sarà per te, pellegrino, ricordare fin d’ora ciò che mi rivela lo spirito di verità. Io vedo, anima che hai gli occhi cuciti come i miei, tuo nipote Fulcieri da Calboli diventare cacciatore di quei lupi sulla riva di quel fiume terribile, e terrorizzarli tutti. Li vende ancora vivi, poi li uccide come si fa con gli animali vecchi: ne priva molti della vita, e se stesso priva dell’onore mandando a morte come podestà di Firenze molti fuoriusciti guelfi e ghibellini. Esce insanguinato da Firenze, selva malvagia, e la lascia in condizioni tali che da qui a mille anni non tornerà com’era in origine».

Come all’annuncio di dolorose disgrazie il volto di chi ascolta mostra turbamento, da qualunque parte il pericolo lo minacci, così vidi turbarsi l’altra anima che era intenta ad ascoltare, e farsi triste una volta ch’ebbe udite queste parole. Il discorso dell’una e la vista dell’altra mi resero desideroso di conoscere i loro nomi e ne feci richiesta pregandole; al che lo spirito che prima mi aveva parlato ricominciò: «Tu vuoi che io mi riveli dicendo a te quel che tu non vuoi dire a me. Ma dal momento che Dio vuole che in te traspaia in così grande misura la sua grazia, non sarò renitente: perciò sappi che fui Guido del Duca di Ravenna, giudice. Il mio sangue fu così arso dall’invidia che se avessi visto gioire qualcuno, tu mi avresti visto cosparso di livore. Questa è la paglia dell’espiazione che mieto dei semi dei miei peccati. Uomini, perché mettete il cuore là dove le cose non possono essere condivise con altri? Questo qui che è con me è Rinieri, podestà di Faenza e in altri comuni, guelfo, avversario di Guido da Montefeltro a cui non riuscì a strappare Forlì: è lui il vanto e l’onore del Casato di Calboli dove nessuno ha poi ereditato il suo valore. E tra il Po e l’Appennino, tra il mare Adriatico e il fiume Reno, non solo il sangue suo, la sua discendenza, si è spogliato delle virtù necessarie a una vita che persegua la verità senza rinunciare alla gaiezza: infatti dentro questi confini la terra è piena di serpi velenose e ormai è tardi per estirparle, per quanto si tentasse di rimetterla a coltura. Dov’è il buon Lizio di Valbona, guelfo di Romagna che fallì la presa di Forlì? E Arrigo Mainardi? Pietro Traversaro podestà di Ravenna, fedele all’Impero e amico dell’arte, e il nobile guelfo Guido di Carpegna? Ah, Romagnoli fatti bastardi! Quando tornerà a nascere a Bologna un Fabbro Lambertazzi, capo dei ghibellini di Bologna e podestà in numerose città? Quando a Faenza un Bernardino di Fosco, gentile germoglio nato da una insignificante gramigna? Toscano non meravigliarti se piango quando ricordo, con Guido da Prata che, di umili origini, si mise in luce a Ravenna, Ugolino d’Azzo, che visse con noi, Federico Tignoso e la sua brigata, la Casata Traversaro e gli Anastagi -l’una famiglia e l’altra prive di eredi-, alle quali invogliavano amore e cortesia là dove i cuori sono ora così malvagi. Bertinoro perché non fuggi -borgo tra Forlì e Cesena-, perché non sparisci, dal momento che i Mainardi, la tua famiglia, con molta altra gente se ne sono andati per non corrompersi? Fa bene -tra Lugo e Ravenna- Bagnocavallo che non fa più figli dei conti Malavicini, e fa male Castrocaro che continua a farne dei propri conti, e fa peggio il castello di Conio presso Imola, che si prende la briga di mettere al mondo la discendenza degenerata dei conti di Barbiano. Faranno bene i Pagani di Faenza a non far più figli dal momento in cui morirà Maghinardo, il loro demonio, che cacciò i guelfi da Faenza e da Imola facendosene signore: ma non per questo resterà pura la loro memoria. Ugo dei Fantolini cavaliere di Faenza e suo podestà -signore guelfo della valle del Lamone-, il tuo nome è sicuro perché non ti succederanno i tuoi figli che, degenerati, lo avrebbero reso oscuro: poco dopo la tua morte ti hanno raggiunto, loro che presero Faenza a tradimento, con i bolognesi Geremei. Ma ora va’ via, Toscano, perché desidero piangere molto più che parlare, a tal punto i nostri discorsi mi hanno angustiato la mente».

Sapevamo, io e Virgilio, che quelle care anime ci sentivano muoverci, perciò tacendo esse ci confermavano che la direzione presa era quella giusta. Quando procedendo restammo soli, una voce mi venne incontro come una folgore che fende l’aria, dicendo: «Chiunque mi riconoscerà mi ucciderà», e fuggì come il tuono che presto si dilegua se squarcia subito la nube. Appena non la sentimmo più, eccone un’altra risuonare con fracasso così grande da sembrare un tuono che segue subito il primo: «Sono Aglauro che divenne sasso, punita così da Mercurio perché, per invidia, ne ostacolai l’amore per mia sorella Erse, che il dio mi aveva confidato».

Ascoltato ciò, per avvicinarmi al poeta mi mossi a destra e non avanti. Già l’aria era quieta da ogni parte, e Virgilio mi disse: «Quelle voci erano la dura cavezza che dovrebbe mantenere l’uomo dentro i confini della virtù che è la sua meta. Ma voi uomini abboccate all’esca e l’amo dell’antico nemico vi tira a sé, e perciò valgono a poco il morso o il consiglio. Il cielo vi chiama mostrandovi le sue bellezze eterne e i vostri occhi guardano solo a terra, e perciò Colui che tutto vede vi punisce».

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CANTO XV

Quanto appare della sfera celeste tra la fine dell’ora terza -le 9.00 all’incirca- e il principio del giorno che scherza sempre come un fanciullo, tanto pareva essere rimasto al sole del suo corso verso la sera, mancando tre ore al tramonto: in Purgatorio era Vespro -intorno alle 18.00- mentre in Italia era mezzanotte. I raggi ci ferivano in mezzo alla fronte perché avevamo girato il monte, e già andavamo dritti verso occidente quando mi sentii colpire il volto dal bagliore molto più di prima, e mi stupivano le cose sconosciute; per cui alzai le mani agli occhi e mi riparai dal sole riducendo il campo visivo al necessario.

Come quando dall’acqua o dallo specchio il raggio balza riflesso dalla parte opposta salendo su veloce come prima è sceso, e si allontana dalla linea segnata da una pietra che cade, perpendicolare, per una distanza uguale, come dimostrano l’esperienza e la scienza, mi parve allo stesso modo di essere colpito da una luce riflessa qui davanti a me, tanto da dover distogliere rapidamente lo sguardo. «Cos’è dolce padre quel baleno da cui non riesco a riparare in nessun modo gli occhi», chiesi a Virgilio, «e che sembra venire verso di noi?». «Non meravigliarti se la famiglia del cielo ti abbacina nuovamente», mi rispose: «quello è un angelo che viene per invitare a salire. Presto accadrà che vedere queste cose non ti darà sofferenza ma piacere, quanto la natura ti ha disposto a provarne». Fummo raggiunti quindi dall’angelo benedetto che ci disse lieto: «Entrate da qui: la scala è meno ripida delle altre».

Partiti da quel luogo stavamo già salendo e sentimmo cantare dietro di noi «Beati misericordes!/Beati i misericordiosi!», e «Godi tu che vinci!». Il mio maestro e io, soli, andavamo su, e io pensavo di trar vantaggio dalle sue parole e mi rivolsi a lui per chiedere: «Che volle dire lo spirito romagnolo -Guido dei Duchi di Ravenna incontrato nella cornice precedente- pronunciando “divieto” e “consorte”?». Ed egli mi rispose: «Sta sperimentando il danno dell’invidia, la sua colpa maggiore, e perciò non meravigliarti se la deplora perché sia un numero minore di anime a doverla espiare. Poiché i vostri desideri di uomini si appuntano sui beni materiali, là dove la porzione spettante a ciascuno diminuisce poiché aumenta il numero di chi li brama, l’invidia vi fa struggere. Se invece orientasse il vostro desiderio l’amore per la suprema sfera del cielo, quell’ansia non vi opprimerebbe il petto: infatti lassù quanti più sono a dire “nostro”, tanto più bene possiede ciascuno, e più carità arde in quel chiostro». «Sono meno soddisfatto che se non mi avessi detto nulla», dissi io, «e ho più di un dubbio nella mente. Come può essere che un bene distribuito tra più possessori renda più ricchi che se fosse posseduto da pochi?». Ed egli a me: «Poiché ti ostini a ficcare ancora la mente soltanto nelle cose terrene cogli spicchi di tenebre dalla luce della verità. Quell’infinito e ineffabile bene che è lassù, corre verso l’amore come il raggio sceglie un corpo lucido che lo riflette. Tanto più si dà quanto più ardore d’amore trova; sicché per quanto spazia la carità, su di essa aumenta l’eterna benevolenza. E lassù più persone si amano, maggiori sono il bene da amare e il fatto stesso di amare, e, come specchi, un’anima riflette l’amore sull’altra. E se la mia argomentazione non ti sazia, vedrai Beatrice e lei ti soddisferà pienamente questo e ogni altro desiderio di conoscenza. Tu fai in modo di mondarti quanto prima dalle cinque piaghe che ti restano, come ti sono già state cancellate le prime due, che si rimarginano con il pentimento». Avrei voluto dire «Mi hai convinto e appagato», ma mi accorsi di essere giunto sull’altra cornice, e gli occhi desiderosi di novità mi fecero tacere. Lì mi sembrò di essere improvvisamente rapito in una visione estatica, e di vedere un tempio affollato, e una donna dire, sulla soglia, in dolce atteggiamento materno: «Figlio mio perché ci hai fatto questo? Tuo padre e io, ansiosi, ti cercavamo». Era Maria che si rivolgeva a Gesù fanciullo attardatosi a discutere con i dottori al Tempio di Gerusalemme. E come ella tacque, la scena che era apparsa scomparve. Quindi apparve un’altra donna, con le lacrime che le bagnavano le gote e che il dolore stilla quando nasce dalla rabbia contro qualcuno, e disse: «Se tu sei Pisistrato, signore di Atene, la città di cui gli dei si contesero il nome, e da cui si irradia ogni sapere, fai vendetta delle braccia insolenti che abbracciarono sulla pubblica via nostra figlia». E il signore di Atene mi sembrò risponderle benevolo e mite, con espressione serena: «Che faremo a chi ci vuole male se condanniamo chi ci ama?». Poi vidi gente che bruciava nel fuoco dell’ira uccidere un giovinetto, gridando forte a se stessa: «Martirizzalo! Martirizzalo!». E vedevo il ragazzo chinarsi verso terra perché la morte già gli pesava addosso, ma continuava a fare dei suoi occhi porte aperte verso il cielo, pregando il re supremo, pur in tanta pena, di perdonare i suoi persecutori, con un atteggiamento che ispirava pietà. Era Stefano, il primo martire cristiano. Quando mi riscossi e la mia anima si affacciò di nuovo all’esterno verso le cose che esistono fuori di essa, riconobbi i miei non falsi errori, ovvero come la verità delle visioni non corrispondesse alla verità oggettiva.

La mia guida, che vedeva come stentavo a riscuotermi, mi disse: «Che hai, che non ti reggi in piedi e da più di mezza lega cammini con gli occhi velati e con le gambe che ti si intrecciano, come se fossi intorpidito dal vino o dal sonno?». «Dolce padre», risposi, «se mi ascolti ti dirò ciò che mi è apparso quando mi sono mancate le gambe». E lui: «Se tu avessi cento maschere sulla faccia non basterebbero a tenermi nascosti nemmeno i più piccoli dei tuoi pensieri. Ciò che hai visto ti è stato mostrato affinché non rifiuti di aprire il cuore alle acque della pace che si diffondono dall’eterna sorgente della pietà. Non ti ho domandato “Che hai?” come chi guarda solo con l‘occhio del corpo, che non vede più quando il corpo muore; ti ho posto la domanda per dare forza ai tuoi passi, perché così vanno incalzati i pigri, lenti a far buon uso del risveglio appena sopravvenuto».

Procedevamo per il Vespro, intenti fin dove gli occhi potevano spingersi lontano colpiti dai raggi lucenti di seta. Ed ecco, a poco a poco, farcisi incontro un fumo scuro come la notte, impossibile da evitare: ci accecò e ci privò dell’aria pura.

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Claudio Rocco

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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