domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XVII)

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PURGATORIO

CANTO XVI

Buio d’Inferno e di notte priva di ogni stella, sotto un cielo povero quanto può esserlo ottenebrato dalle nubi, che mai oppose al mio sguardo un velo così denso come quel fumo che ci coprì, né mai i miei occhi soffrirono a causa di un pelo pungente come quel fumo, cercando di restare aperti, e fu allora che Virgilio, la mia scorta esperta e fidata, mi si accostò e mi offrì il braccio. Come il cieco segue la sua guida per non smarrirsi e non dar di cozzo in cosa che gli faccia male o che addirittura lo uccida, me ne andavo per l’aria acre e sporca, ascoltando la mia guida che continuava a dirmi: «Sta’ attento a non separarti da me».

Sentivo delle voci e ciascuna sembrava pregare l’agnello di Dio che lava i peccati, per ottenere pace e misericordia. Iniziavano sempre con «Agnus Dei/Agnello di Dio»: in tutte le voci una era la parola e una l’intonazione, tali da suonare come un solo accordo. «Sono spiriti, maestro, quelli che sento?», chiesi, ed egli mi rispose: «Hai capito bene, e devono sciogliere il nodo dell’iracondia purificandosi dal peccato».

«Chi sei tu che fendi il nostro fumo e parli di noi come un vivo che misura il tempo ancora in mesi?». Questo chiese una voce, al che il mio maestro mi disse: «Rispondi, e chiedi se da questa parte si va su». E io: «Creatura che ti purifichi per tornare bella da Colui che ti ha fatto, se mi segui ascolterai meraviglie». «Ti seguirò quanto mi è lecito», rispose, «e se il fumo impedisce la vista, ci terrà insieme l’udito». Allora cominciai: «Me ne vado su insieme con il mio corpo, quella fascia da cui siamo cinti noi uomini finché la morte non la scioglie, e sono giunto fin qui attraverso il regno infernale, e se Dio mi ha avvolto nella sua grazia perché io veda la sua corte, in un modo del tutto insolito -con l’anima assieme al corpo-, non celarmi chi sei stato prima di morire, ma dimmelo, e dimmi anche se procedo bene verso il passaggio alla prossima cornice: le tue parole siano le nostre guide». «Fui lombardo e fui chiamato Marco. Conobbi il mondo e amai quelle virtù per le quali tutti ormai hanno già deposto l’arco rinunciando a mirare ad esse. Per salire procedi dritto». Così rispose, e soggiunse: «Ti prego di pregare per me quando sarai sopra». E io di rimando: «Farò ciò che mi chiedi come un obbligo di fede, ma se non mi do una spiegazione il dubbio mi scoppierà dentro. Prima ne avevo uno solo ma ora le tue parole lo hanno raddoppiato confermandomi il primo che, nella cornice sotto di noi, mi avevano infusole parole di Guido del Duca a proposito della virtù che tutti fuggono, e così aggiungo dubbio a dubbio. Il mondo è proprio completamente privo di ogni virtù, come tu dici, e ingravidato e ricoperto di malizia, ma ti prego di indicarmene la ragione in modo che la veda e possa mostrarla agli altri, perché c’è chi l’attribuisce al cielo e chi alla volontà umana». Prima di parlare egli emise un sospiro profondo che la pena contrasse in un «Uh!»; poi cominciò: «Fratello il mondo è cieco, e tu effettivamente vieni da lì. Voi viventi attribuite sempre ogni causa al cielo, come se esso di necessità muovesse tutto con sé. Se coì fosse, in voi sarebbe annientato il libero arbitrio, e non ci sarebbe giustizia che renda lieti per il bene compiuto e infligga il dolore per il male fatto. Il cielo dà impulso alle vostre azioni, non dico a tutte ma se anche lo dicessi resta il fatto che vi è data la luce per discernere il bene dal male, e la libera volontà la quale, se fatica a sostenere le prime battaglie con gli influssi degli astri, poi, se nutrita bene, vince su tutto. Voi uomini soggiacete liberi a una forza maggiore di quella dei corpi celesti -alla cui influenza imputate le vostre azioni- e a una natura migliore: forza e natura divine che creano in voi la mente sulla quale gli influssi del cielo non hanno potere. Perciò, se il mondo attuale procede sulla via sbagliata, la causa è in voi, e in voi venga cercata, e ora io ti farò luce su di essa. Esce dalle mani di Colui che la ama prima che sia creata, come una fanciulla che si comporta infantilmente piangendo e ridendo, l’anima sempliciotta che non sa nulla se non tornare con tutta la sua volontà, mossa dal suo lieto creatore, alla fonte del suo piacere. Dapprima assapora i piccoli beni materiali, e qui si inganna e corre dietro ad essi se una guida o il freno morale non fa cambiare direzione al suo amore. Per cui fu necessario porre le leggi come freno; fu necessario avere un sovrano che riconoscesse almeno la torre della vera città di Dio, il suo punto più alto, la Giustizia. Le leggi ci sono, ma chi le fa rispettare? Nessuno, poiché papa Bonifacio VIII, il pastore che guida il gregge, può ruminare ma non ha l’unghia fessa -impuro come gli animali di cui l’Antico Testamento vieta di cibarsi perché non posseggono entrambe le caratteristiche di essere ruminanti e di avere l’unghia biforcuta: papa Bonifacio dunque può interpretare le Scritture ma non può applicare la legge. E la gente che vede la sua guida volta esclusivamente verso il bene materiale di cui è ghiotta, si ciba anch’essa di quello e non chiede di più. Puoi ben vedere che la causa che ha reso malvagio il mondo è il malgoverno della Chiesa e non la corruzione della natura umana. Roma, che rese giusto il mondo, aveva due soli che illuminavano l’una e l’altra strada: l’imperatore e il papa, la strada del mondo e quella di Dio. Ma un sole ha spento l’altro e la spada si è unita al pastorale, e uniti con la forza il potere temporale e quello spirituale non possono che tendere al male perché, congiunti, l’uno non teme l’altro. Se non mi credi pensa alla spiga: ogni pianta si riconosce dal seme, e così puoi capire cosa origina le conseguenze di tale confusione dei poteri. Nel paese che l’Adige e il Po irrigano era usuale trovare il valore e la cortesia prima che l’imperatore Federico II iniziasse a lottare contro il papa. Ora da quelle parti può passare liberamente qualunque malfattore che un tempo non l’avrebbe fatto per la vergogna di parlare con i buoni o di avvicinarli. Vi sono ben ancora tre vecchi in cui l’antica età rimprovera quella nuova di non averla seguita sulla strada della virtù, e sembra loro che non giunga mai il tempo in cui Dio li porti a miglior vita: sono Corrado da Palazzo, vicario a Firenze di Carlo d’Angiò e poi podestà in altre città, il buon Gherardo, e Guido da Castello che meglio viene chiamato, alla francese, il semplice Lombardo, nobile guelfo di Reggio. Concludi con me che ormai la Chiesa di Roma cade nel fango, perché in se stessa confonde i poteri spirituale e temporale, e disonora se stessa e il carico che ha preso su di sé, assumendo il potere temporale che non le spetta». «Marco mio», dissi, «ragioni bene; e ora capisco perché i sacerdoti della tribù di Levi furono esclusi dalla trasmissione ereditaria dei beni: perché Mosè volle che fossero dediti soltanto alla predicazione. Ma quale Gherardo è quello di cui dici che è rimasto esempio della generazione antica, ad ammonimento del nostro secolo selvaggio?». «Le tue parole m’ingannano oppure vogliono mettermi alla prova», mi rispose, «perché tu, pur parlandomi in toscano, sembri non sapere nulla del buon Gherardo. Io non lo conosco con un altro appellativo, se non come padre di sua figlia Gaia. Dio sia con voi, io non posso accompagnarvi oltre. Vedi già biancheggiare l’alba che raggia attraverso il fumo, e devo andar via -l’angelo è qui- prima che egli mi veda». Con queste parole tornò indietro e non volle ascoltarmi più.

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CANTO XVII

Lettore, se mai in montagna ti ha colto la nebbia e hai potuto vedere come le talpe che vedono molto poco attraverso la pelle che copre i loro occhi, ricordati come la luce del sole debolmente attraversa i vapori umidi e densi che cominciano a diradarsi, e la tua immaginazione facilmente giungerà a vedere come io, sul momento, rividi il sole che era già sul punto di coricarsi. Così seguendo passo dopo passo le orme fidate del mio maestro, uscii dalla nebbia ai raggi del sole già spenti ai piedi del monte. O immaginazione che ci rapisci talvolta alla realtà circostante, tanto che non la percepiamo anche se intorno suonassero mille trombe, chi ti muove se non è il senso a stimolarti? A muoverti è una luce che si forma nei cieli da sé o per la volontà divina che la indirizza giù, in noi. Nella mia immaginazione si impresse l’impronta dell’empietà di Progne che mutò la propria forma in quella dell’usignolo, l’uccello che più si diletta nel canto; e qui, nella visione di Progne che si vendicò del marito Tèreo imbandendogli il pasto con le membra del figlio, perché aveva violentato la sorella Filomèla, la mia mente si raccolse in se stessa fino a non ricevere più alcuna percezione della realtà. Poi dentro l’immaginazione profonda piovve uno, crocifisso, altezzoso e feroce all’aspetto, moribondo, era Aman ministro del re di Persia: intorno a lui il grande re Assuero con sua moglie Ester e il giusto ebreo Mardocheo che fu integro nel dire e nel fare, unico tra i funzionari di corte a non genuflettersi di fronte ad Aman: costui, per punirlo, aveva ordito lo sterminio degli Ebrei del regno, e la morte di Mardocheo, finendo però per restare ucciso egli stesso al posto dell’ebreo, per volontà di re Assuero. E come questa immagine si ruppe da sé come una bolla d’aria che affiora alla superficie dell’acqua, sorse nella mia visione una fanciulla che piangeva molto e diceva: «Regina, perché hai voluto annientarti per l’ira? Ti sei tolta la vita per non perdere me, tua figlia Lavinia, vedendomi in sposa al troiano Enea, ma ora mi hai perduta! Sono io in lutto, madre, per la tua rovina prima che per quella di Turno che soccombe combattendo i Troiani, il mio promesso sposo».

Come si spezza il sonno quando una luce improvvisa colpisce il viso del dormiente, e, interrotto, fa un ultimo guizzo prima di morire del tutto, così la mia visione cadde appena mi colpì il volto una luce molto più forte di quella cui siamo abituati sulla Terra. Mi stavo voltando per vedere dove fossi, quando una voce disse: «Qui si sale»; e mi distolse da ogni altra intenzione, e rese tanto impaziente il mio desiderio di vedere chi fosse che parlava, che non si sarebbe mai acquietato fin quando non lo avesse avuto di fronte. Ma come la nostra vista è sopraffatta dal sole che per la troppa luce appanna la propria immagine, così qui mi venne meno la mia. «Questo è uno spirito divino che ci indirizza alla via che porta su, senza bisogno di preghiere, e si nasconde dentro la sua luce. Si comporta con noi come fanno gli uomini tra di loro, perché chi aspetta di essere pregato pur vedendo ciò che è necessario fare, mostra già di disporsi malignamente al rifiuto. Ora adeguiamo i nostri passi a così santo invito: facciamo in modo di salire prima che faccia buio, perché poi non potremmo se non torna il giorno». Così disse la mia guida e insieme ci dirigemmo verso una scala, e appena fui sul primo gradino mi sentii vicino quasi un battere di ali e farmi vento sul viso, e dire: «Beati i pacifici che sono privi dell’ira malvagia!».

Sopra di noi erano già tanto alti gli ultimi raggi di sole ai quali la notte va dietro, che da più parti apparivano le stelle. “Mio vigore perché ti dilegui così?”, dicevo tra me sentendomi la forza delle gambe venir meno. Eravamo nel punto dove la scala non saliva più, e fermi, come l’imbarcazione che giunge alla spiaggia. Io attesi un po’ di sentire qualcosa nella nuova cornice, poi mi rivolsi al mio maestro e chiesi: «Mio dolce padre, dimmi quale peccato si purga qui nella cornice dove siamo? Se i nostri piedi sono fermi non lo siano le tue parole». Ed egli a me: «Proprio qui si ripara l’amore del bene che è mancato al suo dovere; qui si ribatte il remo troppo lento. Ma per capire ancora meglio fai mente a quanto ti dirò e metterai a frutto la nostra sosta. Non il creatore né la creatura, figliolo, fu mai priva d’amore, dell’amore naturale, istintivo, o dell’amore dell’animo, l’amore scelto, e tu lo sai. Quello naturale è sempre senza errore poiché tende al proprio fine per l’inclinazione che gli è propria, mentre l’altro può sbagliare perché rivolto a cose cattive per eccesso o per carenza di forza. Finché l’amore dell’animo è indirizzato verso Dio, primo bene, e si impone la moderazione rispetto ai beni terreni, non può essere causa di un piacere colpevole; ma quando si piega al male, o corre verso il bene con maggiore o minore impegno di quanto deve -eccessivo per i beni terreni e insufficiente verso Dio- mette la creatura contro il suo creatore. Da ciò puoi comprendere che l’amore d’animo negli uomini è il seme di ogni virtù e di ogni peccato che merita di essere punito. Ora, poiché l’amore non può allontanare lo sguardo dal bene dell’amante, le creature sono rese immuni dall’odiare se stesse; e poiché nessun essere può considerarsi separato dal primo essere, e a sé stante, a ognuno di essi è precluso odiare Dio. Se procedo bene nei miei distinguo, resta che il male che si ama è quello del prossimo, e questo amore-odio nasce in tre modi nella vostra umana natura di fango. C’è chi spera di eccellere opprimendo il suo prossimo, e solo per questo desidera che precipiti dalla sua grandezza in basso; c’è chi teme di perdere potere, grazia, onore e fama perché altri salgono più in alto di lui, e prova tristezza e desidera per loro l’opposto, la sventura; e c’è chi sembra sdegnarsi per l’ingiustizia ricevuta diventando ghiotto di vendetta, e così è inevitabile che si dedichi a preparare il male altrui. Quaggiù di sotto -nelle prime tre cornici del Purgatorio- si espia questo amore triforme, superbo, invidioso o iracondo. Ora voglio che tu comprenda l’altro amore, che corre verso il bene ma in modo disordinato. Ogni uomo in maniera confusa percepisce l’esistenza di un bene nel quale l’anima trova quiete, e lo desidera, e ciascuno si sforza di raggiungerlo. Se l’amore che vi spinge a vedere e a ottenere quel primo bene è lento, questa cornice lo punisce, dopo il giusto pentimento. Ma esistono altri beni che non fanno l’uomo felice, non gli danno gioia, non hanno l’essenza divina, frutto e radice di ogni bene: questi prendono i nomi di avarizia, gola, lussuria. L’amore che si abbandona troppo ad essi viene pianto in tre cornici sopra di noi, ma come si suddivida in tre parti lo taccio affinché tu ti sforzi di capirlo da solo».

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CANTO XVIII

Il grande maestro Virgilio aveva posto fine al suo ragionamento e attento mi scrutava per vedere se fossi soddisfatto, e io, che ero ancora stimolato da nuova sete di sapere, tacevo ma dentro di me dicevo: “Forse le troppe domande che gli pongo lo affaticano”. Ma quel padre vero che si accorse della mia timida volontà che non osava manifestarsi, parlando mi dette il coraggio di parlare. E dissi: «Maestro la mia vista si ravviva tanto alla tua luce che distinguo chiaramente ciò che la tua ragione suddivide o descrive. Perciò, dolce e caro padre, ti prego di definirmi l’amore, al quale fai risalire ogni opera buona e il suo contrario». Mi rispose: «Volgi verso di me la luce intensa dell’intelletto e ti sarà evidente l’errore degli epicurei che, ciechi, credono di poter guidare gli altri. L’animo che è creato adatto ad amare si indirizza a ogni cosa che piace, appena è risvegliato in atto dal piacere che lo sottrae al suo stato in potenza. La facoltà della conoscenza negli uomini trae l’immagine dalle cose reali e la svolge dentro di voi indirizzando l’animo verso di essa; e se, diretto all’immagine, l’animo vi si piega, quel piegare è amore, è la natura che, per il piacere destato dall’immagine, si congiunge di nuovo in voi. Poi, come il fuoco si muove verso l’alto in ragione della sua natura nata per salire nella sfera dove più a lungo permane nel proprio elemento, l’animo così catturato entra in un desiderio che è movimento spirituale e che non si ferma mai finché la cosa amata lo fa gioire. Ora può esserti chiaro quanto sia nascosta la verità agli uomini i quali credono che ogni amore sia lodevole per se stesso, forse perché la cosa amata appare sempre buona, ma non ogni sigillo è bello ancorché la cera sia buona». «Le tue parole e il mio ingegno che le segue mi hanno chiarito cosa sia l’amore», dissi, «ma ciò mi ha reso più pieno di dubbi: perché se l’amore è suscitato in noi dall’esterno, e l’anima si muove seguendo quell’impulso, non è per causa sua se essa procede dritta o deviata». E Virgilio: «Io posso spiegarti quanto la ragione vede qui: da qui in poi per quanto è oggetto di fede ti atterrai a ciò che ti dirà Beatrice. Ogni forma sostanziale, che è separata dalla materia in quanto spirito e unita a essa in quanto corpo, ha congiunta in sé una virtù specifica, la facoltà di comprendere che non è avvertita se non opera: non si manifesta mai se non attraverso i suoi effetti come la vita di una pianta attraverso le sue fronde verdi. Perciò l’uomo non sa da dove provenga la conoscenza delle idee prime né l’amore per le prime cose desiderabili, che sono in voi uomini come nell’ape il desiderio di fare il miele; e questa prima disposizione a desiderare le prime cose desiderabili non può ricevere né lode né biasimo, non derivando dalla volontà. Ora, perché ogni altro desiderio si conformi a questo, vi è negli uomini la ragione, virtù innata che consiglia e che deve custodire la soglia del consenso umano nei confronti dei piaceri, accogliendo i buoni e scartando i cattivi. Questo è il principio da cui deriva il giudizio su ciò che meritate, a seconda che esso accolga e scelga amori buoni o colpevoli. Coloro che ragionando approfondirono la questione, si resero conto di questa innata libertà e perciò diedero al mondo una dottrina morale. Per cui, poniamo che ogni amore che si accende negli uomini nasca dalla necessità: in voi è comunque il potere di accoglierlo o di respingerlo. Questa nobile virtù Beatrice chiama libero arbitrio, e dunque vedi di ricordarlo se te ne parlerà».

La luna apparsa tardi, quasi a mezzanotte, come un grande secchio sempre ardente, ci faceva sembrare più rade le stelle, e correva incontro al cielo da occidente verso oriente, per quelle strade che il sole infiamma nel solstizio d’inverno quando chi sta a Roma lo vede cadere tra la Sardegna e la Corsica. E Virgilio -quell’ombra gentile per la quale si ricorda più volentieri Pietole, il villaggio in cui nacque, che Mantova, la città che domina su quel territorio- aveva deposto il peso delle mie incertezze, per cui io, che avevo accolto il ragionamento evidente e chiaro intorno ai miei dubbi, me ne stavo sonnolento a vaneggiare. Ma all’improvviso il torpore mi fu tolto da gente che si stava già avvicinando alle nostre spalle. E come i fiumi di Beozia Ismeno e Asopo videro di notte lungo i loro corsi la furia e la ressa dei Tebani che si ingraziavano il dio Bacco con le loro processioni, così io vidi galoppare per quella cornice coloro che venivano spronati dalla buona volontà e dal giusto amore. Ci raggiunsero subito perché tutta quella grande turba di gente si muoveva correndo; e due, davanti agli altri, gridavano piangendo: «Maria corse in fretta alla montagna, e Cesare, per soggiogare la città di Ilerda, colpì Marsiglia e poi corse in Spagna». «Presto, presto, che non si perda tempo per scarso amore», gridavano, dietro, gli altri, «e che il desiderio di far bene faccia rinverdire la grazia in noi».

«O anime il cui intenso fervore ora compensa forse la negligenza e la lentezza con cui avete fatto il bene quando eravate vivi sulla Terra, tiepidi invece che ardenti, costui che è con me e che vive -e certo non vi mento- vuole salire finché c’è luce, perciò indicateci il passo vicino». Queste furono le parole della mia guida, e uno di quegli spiriti disse: «Vieni dietro di noi e troverai l’apertura. Siamo così colmi di desiderio di muoverci, che non possiamo fermarci: perdonaci se consideri scortesia l’adempimento del nostro dovere. Io fui abate di San Zeno a Verona, sotto la sovranità del buon Barbarossa che Milano, dolente, rasa al suolo, ancora ricorda. E Alberto della Scala signore di Verona che presto piangerà per quel monastero, ha già un piede nella fossa, e si pentirà di aver avuto il potere di abusarne mettendo suo figlio Giuseppe, malato nell’intero corpo, e peggio, nella mente, e bastardo, al posto del legittimo abate». Non so se disse di più o se tacque, di tanto si era già allontanato da noi: ma ho sentito queste parole e ho voluto tenerle a mente. Colui che mi aiutava in ogni necessità disse: «Voltati da questa parte: vedi due di essi che vengono dando di morso all’accidia di cui si purificano come gli altri». I due, che venivano dietro tutti, dicevano: «Molti degli Ebrei in fuga dall’Egitto, per lasciar passare i quali il mare si era aperto, morirono prima che il fiume Giordano potesse vedere i loro eredi nella Terra Promessa, perché si rifiutarono di seguire Mosè. E i Troiani che non condivisero fino alla fine i pericoli del viaggio con il figlio di Anchise, Enea, e si fermarono in Sicilia senza più seguirlo, scelsero una vita senza gloria».

Quando quelle ombre furono distanti da noi tanto da non poter più essere viste, un nuovo pensiero mi crebbe dentro, dal quale nacquero molti altri e diversi pensieri. E tanto vaneggiai passando dall’uno all’altro che chiusi gli occhi lasciando vagare la mente, e tramutai il pensiero in sogno.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche 1991-1992.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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