domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XVIII)

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PURGATORIO

CANTO XIX

Nell’ora in cui il calore diurno vinto dal raffreddamento della Terra e talora dal freddo di Saturno quando si trova sopra la linea dell’orizzonte, non può più intiepidire il freddo della luna; nel momento in cui i geomanti che interpretano le costellazioni tracciando figure sulla sabbia vedono prima dell’alba sorgere a oriente la figura della Maggiore Fortuna -sei stelle in forma di trapezio con una coda-, in una zona del cielo che resta oscura ancora per poco per l’arrivo imminente della luce, mi venne in sogno una femmina balbuziente, guercia, con le gambe storte, le mani monche, e smorta nel colorito. La guardavo; e come il sole conforta le membra intorpidite dal freddo della notte, così il mio sguardo rendeva alla donna spedita la lingua, e poi in poco tempo dritto il corpo; e dava colore -come vuole l’amore- al volto disfatto. Acquisita scioltezza nel parlare, ella iniziò a cantare in maniera tale che solo con grande pena avrei distolto da lei l’attenzione. «Io sono», cantava, «sono dolce e serena e incanto i marinai in mezzo al mare, tanto piacere offro a chi mi ascolta! Volsi verso il mio canto Ulisse che desiderava proseguire il viaggio: e chi si abitua a me, di rado se ne va via, tanto completamente lo appago!». La sua bocca non si era ancora chiusa quando apparve vicino a me, per svergognarla, una donna santa e rapida nel soccorrermi. «Virgilio, Virgilio, chi è questa?» chiedeva con forza, ed egli veniva con gli occhi fissi su quella donna giusta. E prendeva l’altra e le apriva davanti le vesti strappandole, e me ne mostrava il ventre: fu quello che mi svegliò, per il puzzo che ne usciva.

Mossi gli occhi mentre il buon maestro mi diceva: «Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e seguimi, troviamo l’apertura da cui dovrai entrare nell’altra cornice». Mi levai su: le cornici del sacro monte erano tutte nella luce del giorno già alto, e noi camminavamo con il sole nuovo alle spalle. Seguendo Virgilio portavo il capo come chi l’abbia carico di pensieri, e procedevo curvo come un mezzo arco di ponte quando udii dire in maniera soave e benevola, impossibile da ascoltare sulla Terra che è soggetta alla morte: «Venite, si passa da qui». Chi parlò in questo modo ci indirizzò su, con le ali aperte che sembravano di cigno, tra due pareti della dura roccia. Poi mosse le penne ventilando l’aria su di noi e affermò che saranno beati “Qui lugent/coloro che piangono perché le loro anime avranno il potere di consolarsi.

«Che hai da guardare sempre per terra?» mi chiese la mia guida appena, cominciando a salire, fummo al di sopra dell’angelo. «La nuova visione che mi lega a sé mi costringe a procedere con tanto turbamento», risposi, «che non posso smettere di pensare». Mi disse: «Hai visto quell’antica strega, la brama di beni terreni che si espia solo nelle cornici al di sopra di noi, e hai visto come l’uomo si libera di lei. Ciò ti basti, e calpesta le cose terrene: rivolgi lo sguardo al richiamo dell’eterno sovrano che imprime il moto al firmamento facendo girare le grandi sfere dei cieli». Come il falcone che prima si guarda le zampe, poi si volge al grido del falconiere e si protende verso il richiamo desiderando il pasto che lo attira da quella parte, allo stesso modo mi comportai, e attraverso la fenditura della roccia che apre la via a chi sale, mi diressi dove il cammino conduce a girare intorno al monte. Come davanti agli occhi mi si aprì la quinta cornice, vidi gente che piangeva giacendo a terra rivolta col viso in giù. «Adhaesit pavimento anima mea/La mia anima è incollata al pavimento», sentivo che dicevano con sospiri così alti che le parole si capivano appena. «Eletti di Dio, le cui sofferenze sono rese meno dure dalla giustizia e dalla speranza, indirizzateci verso la ripida salita». «Se venite qui esonerati dal giacere supini, e volete più rapidamente trovare la strada, procedete tenendo le vostre destre sempre verso l’esterno»: così pregò il poeta e così subito dopo ci fu risposto. Dalle parole compresi quale bocca nascosta -premuta contro la terra- le avesse pronunciate, e rivolsi gli occhi a quelli del mio signore che con un cenno lieto mi consentì ciò che il mio sguardo desideroso chiedeva. Appena potei fare ciò che volevo, mi portai sopra la creatura le cui parole avevano richiamato la mia attenzione e dissi: «Spirito in cui il pianto porta a maturazione l’espiazione senza la quale non si può tornare a Dio, sospendi un po’ per me la preghiera, tua maggiore occupazione. Dimmi chi sei stato da vivo e perché avete la schiena rivolta in su, e se vuoi che io chieda qualcosa per te là dove vivo e da dove provengo». Ed egli a me: «Saprai perché il cielo rivolga verso di sé le nostre schiene, ma prima scias quod ego fui successor Petri/sappi che fui successore di Pietro. Tra Sestri e Chiavari scende il bel fiume Lavagna: del suo nome si pregia il titolo nobiliare della mia discendenza -i Fieschi dei conti di Lavagna. Un mese, e poco più, provai come pesa il gran mantello papale sulle spalle di chi lo difende dal fango, al punto che tutti gli altri pesi sembrano piume. Ahimè, la mia conversione fu tardiva, ma come fui eletto pastore della Chiesa romana col nome di papa Adriano V, scoprii la vita menzognera che cerca la felicità nella ricchezza materiale. Mi resi conto che il cuore lì non trovava pace, e che in quella vita non si poteva salire più in alto, per cui si accese in me l’amore di questa. Fino a quel momento fui un’anima misera e divisa da Dio, integralmente avara: ora, come vedi, qui ne vengo punito. Le conseguenze dell’avarizia si manifestano in questo luogo nell’espiazione delle anime che si convertirono prima di morire, e nessuna pena di questo monte è più amara. Fisso sulle cose terrene il nostro sguardo non ha saputo sollevarsi verso l’alto, e ora la giustizia lo ha schiacciato qui a terra. Come l’avarizia spense in noi l’amore per ogni vero bene, vanificando le nostre azioni ai fini della salvezza, così la giustizia ci relega qui, presi e legati per le mani e per i piedi. E immobili e distesi resteremo per quanto tempo piacerà al Signore dei giusti».

Io mi ero inginocchiato e volevo parlare, ma appena cominciai -ed egli si accorse del mio gesto di riverenza col solo ascoltare le mie parole- chiese: «Quale ragione ti ha fatto inchinare in questo modo?». E io: «Mi rimorde la coscienza nel rimanere dritto di fronte alla vostra dignità». «Drizza le gambe, alzati, fratello!», rispose, «non sbagliarti: con te e con gli altri sono servo sotto uno stesso potere. Se mai hai compreso il santo suono delle parole “Neque nubent/Né saranno sposate”, riportate da Matteo nel suo Vangelo, puoi ben capire perché dico questo. Con esse Gesù affermò che neppure la vedova di sette mariti, una volta morta, sarebbe rimasta sposa di fronte a Dio, dopo la resurrezione. E dunque io non sono sposo della Chiesa, qui dove sono servo e celibe come tutti i cristiani. Vattene, ora, non voglio che ti fermi oltre perché la tua sosta mi impedisce il pianto col quale maturo l’espiazione, come hai detto. Sulla Terra ho una nipote di nome Alagia, buona di natura, sempre che la nostra Casata non la renda malvagia con il suo esempio: solo lei mi è rimasta sulla Terra».

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CANTO XX

La volontà combatte male contro una volontà più forte, per cui, contro il mio volere, per far piacere ad Adriano V trassi dall’acqua la spugna del mio desiderio di conoscenza non ancora pregna. E mi mossi, e si mosse anche Virgilio, la mia guida, nello spazio sgombro rasente la roccia, come sulle mura si cammina stretti ai merli: si accalcano troppo, infatti, sull’orlo della cornice le anime che versano dagli occhi, goccia a goccia, il male della cupidigia di cui tutto il mondo è pieno. Maledetta sia tu, antica lupa, che fai preda più di tutte le altre bestie, per la tua profonda fame senza fine! O cielo, il cui girare è creduto causa del mutare delle condizioni sulla Terra, quando verrà chi la caccerà via?

Procedevamo a passi lenti e brevi, e io attento alle ombre che sentivo pietosamente piangere e lagnarsi; e per caso udii dinanzi a noi chiamare «Dolce Maria», nel pianto -come una donna che sta per partorire-, e continuare: «Eri tanto povera quanto si può vedere nel rifugio dove deponesti il Santo che portavi nel grembo». Poi sentii: «O buon console Fabrizio, con la povertà hai voluto la virtù anziché possedere grande ricchezza con la colpa: hai rifiutato i doni con cui i Sanniti e Pirro, nemici di Roma, volevano corromperti».

Mi piacquero tanto queste parole che avanzai per capire chi fosse quello spirito da cui sembrano essere venute. Parlava ancora del dono che san Nicola fece a tre fanciulle gettando nella loro casa dalla finestra tre borse colme di monete perché avessero una dote e conducessero una giovinezza onorata, non più costrette dal padre a prostituirsi. «Anima che parli tanto bene, dimmi chi sei stata», chiesi, «e perché da sola rinnovi queste degne lodi. Non resterà senza compenso la tua parola se tornerò a compiere il breve cammino di quella vita che vola verso il suo termine». E lui: «Ti risponderò non perché attenda conforto dal mondo, ma perché tanta grazia riluce in te prima che tu muoia. Fui la radice della mala pianta che oscura tutta la terra cristiana, così che se ne coglie raramente un buon frutto. Ma se le città fiamminghe di Douai, Lille, Gand e Bruges potessero, la vendetta giungerebbe subito: e io la chiedo a Colui che giudica tutto. Sulla Terra fui chiamato Ugo Capeto: da me sono nati i Filippi e i Luigi dai quali anche ora è retta la Francia. Ero figlio di un beccaio di Parigi: quando gli antichi re vennero tutti meno, tranne uno -Carlo duca della Bassa Lorena- che costrinsi in panni grigi, a farsi monaco, mi ritrovai strette nelle mani le redini del governo del regno, e tanto potere per il nuovo possesso, e così pieno di amici che la testa di mio figlio Roberto, dal quale hanno avuto inizio le consacrazioni reali, fu destinata alla corona vacante. Finché la gran dote provenzale che Beatrice di Provenza portò al marito Carlo d’Angiò, non tolse ai miei discendenti -sangue mio- la capacità di provare vergogna, essi valevano poco ma almeno non facevano il male. Con quella dote dettero inizio alla rapina con la violenza e la menzogna: e poi, per fare ammenda, presero il Ponthieu, la Normandia e la Guascogna. Carlo d’Angiò venne in Italia e, per fare ammenda, mise a morte Corradino, e poi spinse al cielo Tommaso d’Aquino, sempre per ammenda. Vedo un tempo, non molto lontano da questo, che porterà un altro Carlo -e sarà di Valois- fuori di Francia, per farsi conoscere meglio, lui e i suoi. Lo vedo che esce senza armi eccetto, unica, la lancia del tradimento con cui giostrò Giuda, e la punta contro Firenze sino a farle scoppiare la pancia. Poi guadagnerà non terra ma peccato e vergogna, tanto più gravi per sé quanto più egli considera queste colpe da nulla. L’altro Carlo, il secondo -re di Napoli-, che è stato liberato dopo essere stato catturato su una nave, vedo vendere sua figlia e mercanteggiarne il prezzo come fanno i corsari con le schiave, dandola in sposa ad Azzo d’Este signore di Ferrara, Modena e Reggio. Brama smodata di possesso, cosa puoi farci di peggio dopo aver legato a te il mio sangue, i miei discendenti che non si curano dei figli, della propria carne? Perché ti sembrino minori il male futuro e quello compiuto, sappi che vedo entrare in Anagni il giglio francese, e Cristo fatto prigioniero nel suo vicario papa Bonifacio VIII. Lo vedo un’altra volta deriso, e vedo rinnovarsi l’aceto e il fiele, e lo vedo ucciso tra i ladroni lasciati vivi, Sciarra Colonna -fratello del cardinale Pietro- e Guillame de Nogaret consigliere giuridico del sovrano francese. Vedo il re Filippo il Bello, il nuovo Pilato, così crudele da non bastargli tutto questo, e portare sacrilegamente le vele della brama di bottino fin dentro il Tempio dei Templari che egli con false accuse portò in giudizio e mise al rogo. O mio Signore, quando potrò dilettarmi ad assistere alla tua vendetta che, nascosta a noi, già placa la tua ira nel segreto della tua volontà? Ciò che dicevo di Maria, l’unica sposa dello Spirito Santo, e che ti fece volgere verso di me per avere qualche spiegazione, è il responsorio che facciamo seguire alle nostre preghiere finché dura il giorno: sono gli esempi di virtù; ma come fa notte recitiamo, all’opposto, gli esempi dell’avarizia punita. Ripetiamo allora l’esempio di Pigmalione, il re fenicio di Tiro che la voglia, ingorda, di oro, rese traditore e ladro e parricida, inducendolo a uccidere Sicheo marito di sua sorella Didone; e quello della miseria di Mida l’avaro re di Frigia che non poté più mangiare e bere a causa della sua smodata richiesta di trasformare in oro tutto ciò che avesse toccato, della quale per sempre si riderà. Poi ognuno si ricorda del folle Acàn, di come fece bottino di oggetti maledetti nella città di Gerico, provocando l’ira di Giosuè che conduceva le tribù di Israele alla conquista della Terra promessa -quell’ira che pare che anche qui lo prenda a morsi-: Giosuè glielo aveva proibito e fece lapidare lui e la sua famiglia. Quindi accusiamo Saffira e suo marito Ananìa che vendettero il podere per donarne il ricavato ai fedeli, trattenendo qualcosa per sé ma negando di averlo fatto: per questo caddero morti ai piedi dell’apostolo Pietro che ne chiedeva conto. Lodiamo i calci che Eliodoro, ministro di Seleuco re di Siria, ricevette dal cavallo che gli impedì di confiscare il tesoro custodito nel Tempio di Gerusalemme. Quanto al re di Tracia Polinestore, che uccise Polidoro per impadronirsi dei tesori troiani -il giovane figlio che Priamo re di Troia gli aveva affidato-, egli marchiato d’infamia gira tutto il monte del Purgatorio. Per ultimo gridiamo, ripetendo la domanda che alla testa mozzata del triumviro romano pose il re dei Parti Orode colandogli oro fuso in bocca: “Crasso, diccelo tu che lo sai: di che sapore è l’oro?”. Talora uno di noi parla ad alta voce e l’altro a voce bassa, secondo il sentimento che ci sprona ad elevare o a diminuire il suono della voce: prima, dunque, non ero, come hai creduto, il solo a parlare del bene di cui ragioniamo durante il giorno: qui vicino infatti altre anime parlavano seppure a voce bassa».

Ci eravamo già allontanati da lui, e per quanto potevamo ci sforzavamo di percorrere in fretta la strada, quando sentii il monte tremare come se cadesse, e mi prese un gelo come quello che prende chi sta per morire. Certo non così forte si scosse l’isola di Delo prima che su di essa Latona facesse il nido per partorire i due occhi del cielo, Apollo e Diana che ebbe da Giove disceso per amarla in forma di cigno. Poi si udì da tutte le parti un grido tale che il maestro mi si accostò dicendo: «Non aver paura mentre ti guido». «Glorïa in excelsis Deo/Gloria a Dio nel più alto dei cieli» dicevano tutti, per quel che da vicino compresi, per quanto si poté intendere quel grido. Noi restammo immobili e sospesi come i pastori che per la prima volta udirono quel canto, finché cessò il terremoto e anche esso ebbe fine. Quindi riprendemmo il nostro santo cammino, guardando le ombre che giacevano per terra tornate già al pianto consueto. Se la mia memoria non sbaglia, mai con tanto travaglio interiore l’ignoranza di qualcosa mi rese desideroso di sapere, quanto l’ignoranza che sembrava allora possedermi mentre pensavo a ciò che era accaduto; e, per la fretta, non osavo porre domande, malgrado in quel luogo non riuscissi a capire solo con le mie forze: così me ne andavo timido e pensieroso.

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CANTO XXI

Mi tormentava la sete naturale che non si sazia mai se non con l’acqua della verità che la fanciulla Samaritana chiese a Gesù la grazia di poter bere -come racconta il Vangelo di Giovanni-, e la fretta mi premeva su quella via poco praticabile, dietro a Virgilio mia guida, e mi addoloravo per chi soffriva la giusta vendetta di Dio. Ed ecco che, come Cristo apparve a due discepoli sulla strada, risorto appena dalla fossa sepolcrale, secondo quanto scrive l’evangelista Luca, ci apparve un’ombra e veniva dietro di noi che scansavamo con i piedi la folla che giaceva per terra, e non ci accorgemmo di lei finché non parlò per prima dicendo: «Fratelli miei, Dio vi dia la pace». Ci voltammo subito e Virgilio le rese il cenno di saluto adatto alla circostanza; poi disse: «La vera Corte della giustizia divina ti ponga in pace nel Beato Concilio, quella che relega me nell’esilio eterno». «Come!» disse lui mentre camminavamo in fretta, «se voi siete ombre che Dio non ritiene degne di ascendere al cielo, chi vi ha scortato sulla scala del suo Purgatorio?». E il mio saggio: «Se osservi i segni che costui porta, incisi dall’angelo, ti renderai conto che è destinato a stare tra i beati. Ma poiché Lachesi, la Parca che fila giorno e notte la vita degli uomini, non aveva smesso di servirsi per lui della conocchia che Cloto impone a ciascuno e avvolge, la sua anima, sorella alla tua e alla mia, non poteva salire da sola perché non vede come vediamo noi. Per cui io fui tolto dall’ampia gola dell’Inferno perché gli mostrassi la via, e continuerò a mostragliela, per quanto il mio magistero saprà guidarlo. Ma dimmi, se lo sai, perché prima la montagna ha dato tali scrollate, e perché le anime, sino alle sue falde bagnate dal mare, sembravano gridare tutte insieme?».

Così precisamente con le sue domande Virgilio tradusse il mio desiderio, come se infilasse la cruna dell’ago, che la speranza di una risposta rese meno forte la mia sete di capire. Quello cominciò: «La sacra struttura della montagna non è soggetta a eventi casuali né ad altro che non sia stabilito da Dio. Questo luogo è immune da ogni alterazione naturale, qui può esserci una causa solo di ciò che il cielo riceve da se stesso, non di altro: soltanto dei fenomeni celesti e spirituali che esso produce da sé, per sé. Al di sopra della breve scaletta di tre gradini, alla porta del Purgatorio, non cade pioggia o neve o grandine o rugiada, o brina, non appaiono nuvole dense né rade, né lampi che corruschino il cielo, né la figlia di Taumante, Iride, l’arcobaleno che sulla Terra muta spesso il luogo in cui appare; oltre la porta di cui ho parlato, oltre i gradini su cui poggia i piedi l’angelo vicario di Pietro, non si solleva il vapore secco che sulla Terra provoca lampi, vento e terremoti. Forse più giù il monte trema poco o molto ma, non so come, quassù non ha tremato mai per un vento che si nasconda nel ventre della Terra: trema quando un’anima si sente purificata e s’innalza o si muove per salire su; e il monte scuotendosi accompagna il grido di gloria delle anime. Solo alla purezza aspira il volere che l’anima avverte completamente libero di cambiare dimora, e quel volere le giova. Prima vuole il bene ma, pur contraddicendo la propria volontà, non abbandona il desiderio di patire, che la giustizia divina ha imposto, come sulla Terra non aveva abbandonato il desiderio di peccare. E io, che questa pena ho patito per cinquecento anni e più, ora soltanto ho sentito libera la volontà di una migliore dimora: per questo hai sentito il terremoto e gli spiriti pii rendere lode su per il monte al Signore perché al più presto li accolga in cielo».

Questo ci disse quell’anima; e come si gode nel bere quanto più è grande la sete, non saprei dire quanto giovamento mi diedero le sue parole. E la saggia guida: «Ora vedo bene la rete che vi impiglia in questo luogo, e come ci si slaccia da essa; e perché qui il monte trema, e perché partecipate al gaudio. Ora ti piaccia ch’io sappia chi sei stato in vita, e le tue parole chiariscano la ragione che ti ha fatto giacere qui per tanti secoli». «Nel tempo in cui il buon imperatore Tito, con l’aiuto di Dio sommo sovrano, vendicò -distruggendo Gerusalemme e il suo Tempio- le piaghe dalle quali uscì il sangue venduto da Giuda, io vivevo nel mondo con il nome di poeta, che è più durevole e attribuisce maggiore onore», rispose quello spirito, «ed ero assai famoso ma ancora privo di fede. Tanto fu dolce il mio canto che io, nativo di Tolosa, fui richiesto a Roma dove meritai di ornarmi le tempie con la corona di mirto. La gente nel mondo mi chiama ancora Stazio: cantai di Tebe, e poi del grande Achille, ma caddi sulla strada con il peso della seconda opera, mentre la componevo. Il seme della mia passione poetica furono i bagliori della fiamma divina che mi scaldò e che illumina una moltitudine di poeti: parlo dell’Eneide che nella poesia mi è stata madre e nutrice: non ho composto, senza il suo esempio, neppure una cosa priva di peso. E acconsentirei a restare qui un anno più di quanto devo alla fine del mio esilio, se avessi potuto vivere sulla Terra al tempo in cui visse Virgilio». Queste parole indussero Virgilio a voltarsi verso di me con l’espressione del volto che, muto, diceva “Taci”; ma la volontà non può tutto, e il riso e il pianto seguono le passioni da cui scaturiscono al punto da sottrarsi alla volontà degli uomini sinceri, i quali non trattengono né l’uno né l’altro. Io sorrisi soltanto, ammiccando, ma l’ombra tacque e mi guardò negli occhi, dove più chiaramente si incide l’espressione del volto, e disse: «Che tu possa condurre a termine la tua grande fatica, dimmi: perché il tuo volto mi ha mostrato or ora un lampo di sorriso?». In questo frangente sento tirarmi da una parte e dall’altra: l’una mi fa tacere, l’altra mi scongiura di parlare, e io sospiro, e il mio maestro mi comprende e mi dice: «Non aver paura di parlare, parla e digli quello che chiede con tanto interesse». Allora parlai: «Forse, antico spirito, ti meravigli», dissi, «del mio sorridere; ma voglio che ti sorprenda una meraviglia ancora più grande. Questi che guida in alto i miei occhi è quel Virgilio dal quale hai tratto la forza per cantare degli uomini e degli dei. Se hai creduto che il mio ridere avesse un’altra ragione, abbandonala perché non è vera, e credi invece che lo ha provocato le parole che hai detto di lui ». Egli si chinava già per abbracciare le ginocchia al mio maestro ma questi disse: «Fratello, non farlo: sei un’ombra e vedi davanti a te un’ombra». E lui alzandosi: «Ora puoi comprendere quanto amore mi fa scaldare alla tua luce, se dimentico la nostra inconsistenza fino a trattare le ombre come solida materia».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche 1991-1992.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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