domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XIX)

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PURGATORIO

CANTO XXII

Ormai ci eravamo lasciati alle spalle l’angelo che ci aveva indirizzati verso la sesta cornice dopo avermi cancellato dal volto un altro segno; e aveva chiamato beati quanti hanno desiderio di giustizia, esprimendo il concetto con la parola “Sitiunt/Hanno sete”.

Io procedevo più leggero di quanto non mi fosse riuscito nelle altre cornici del Purgatorio, e senza alcuna fatica seguivo verso l’alto i veloci spiriti, quando Virgilio cominciò a parlare: «Amore, acceso dalla virtù, ne accende sempre un altro al solo apparire della sua fiamma fuori di esso, ricambiato appena si manifesta: così dal momento in cui Giovenale discese tra noi nel Limbo dell’Inferno, e mi rivelò la tua ammirazione, la mia benevolenza verso di te fu grande come mai l’ho provata per uno sconosciuto, così che ora mi sembra corta la salita per queste scale. Ma dimmi, e come amico perdonami se troppa sicurezza allenta il freno delle mie parole, e come amico parla con me: come poté trovare dimora in te l’avarizia, fra la tanta saggezza di cui lo studio ti aveva colmato?». Dapprima queste parole indussero Stazio a un breve sorriso; poi rispose: «Ogni tua parola è per me un caro segno d’amore. In verità spesso l’apparenza delle cose offre al dubbio un falso oggetto perché le loro vere cause restano nascoste. La tua domanda mi mostra che tu credi che io nell’altra vita fossi avaro, e forse lo credi perché mi hai visto nella quinta cornice del Purgatorio. Ebbene sappi che dall’avarizia sono stato lontano fino all’eccesso, e questo eccesso puniscono i mille e mille periodi lunari -migliaia di mesi, perciò secoli- che qui sconto. E sarei condannato nell’Inferno a soffrire nella miserabile gara di quelli che voltano i massi col petto, se non fosse che corressi l’uso che facevo del denaro quando compresi quel punto dell’“Eneide” dove chiedi, quasi sdegnato nei confronti della natura umana: “Giusto desiderio della ricchezza, perché non freni gli appetiti degli uomini?”. Allora mi accorsi che le mani erano in grado di aprirsi a dismisura per spendere, e mi pentii di quello che -lo compresi- era un male come gli altri. Quanti risorgeranno il giorno del Giudizio con i capelli mozzi e il cranio nudo a causa dell’ignoranza che nel corso della vita, e fino alla fine, impedisce di pentirsi del peccato della prodigalità! Sappi che qui un peccato che ne contrasta un altro per diretta opposizione, si scolora insieme con esso, e dunque qui si espiano insieme la colpa dell’avarizia e il peccato della prodigalità che le si oppone in modo diretto: perciò, se per purificarmi sono stato tra quelle anime che piangono l’avarizia, tu però mi hai incontrato perché ho commesso il peccato opposto». «Ma quando, accompagnato dall’armonia di Clio musa della storia, hai cantato la guerra fratricida di Eteocle e Polinice che rese duplice la sventura della madre Giocasta», chiese Virgilio, il cantore dei carmi bucolici, «non sembra che abbracciassi la fede, senza la quale non è sufficiente operare il bene. Se è così, quale sole o quali candele ti hanno sottratto alle tenebre permettendoti di drizzare le vele dietro Pietro pescatore di anime?». E Stazio a Virgilio: «Tu per primo mi hai indirizzato verso il monte Parnaso a bere alla fonte Castalia della poesia, nelle sue grotte, e per primo mi hai illuminato la strada verso Dio. Hai fatto come chi va di notte, che porta il lume dietro le spalle e non aiuta se stesso ma illumina il cammino a chi lo segue, quando hai scritto: “Il mondo si rinnova, torna la giustizia e il primo tempo umano della creazione, e dal cielo scende una nuova progenie”. Per te sono stato poeta, grazie a te sono diventato cristiano, ma perché tu veda meglio il disegno del mio racconto, stenderò la mano per dargli il colore. Il mondo era già interamente gravido della vera fede seminata dagli apostoli messaggeri del regno eterno, e la tua parola, citata or ora, aveva lo stesso suono di quella dei predicatori, per cui io presi la consuetudine di partecipare alle loro adunanze. Mi apparvero tanto santi che quando l’imperatore Domiziano li perseguitò io piansi con loro, e nel tempo in cui vissi nel mondo li aiutai e i loro onesti comportamenti mi fecero disprezzare tutte le altre fedi e sette. E fui battezzato prima che, portando a termine la “Tebaide”, conducessi l’esercito dei Greci con la mia poesia ai fiumi di Tebe; ma per paura sono stato un cristiano nascosto, per molto tempo mostrandomi pagano: e questa tiepidezza d’animo mi ha rinchiuso nella quarta cornice per più di quattrocento anni. Tu dunque, che hai alzato il coperchio che mi nascondeva tutto il bene di cui sto parlando, dimmi se lo sai, mentre abbiamo parecchio ancora da salire, dov’è il nostro antico Terenzio compositore di commedie, e dove gli altri due, Cecilio e Plauto, e Varro autore di tragedie: dimmi se sono dannati e in quale cerchio». «Costoro, e Persio poeta satirico, e me, e molti altri», rispose la mia guida, «siamo tutti con Omero, quel greco che le Muse allattarono più di ogni altro, nel primo girone del cieco carcere infernale; spesso parliamo del monte Parnaso che ha sempre con sé le nostre Muse nutrici. Euripide tragico è con noi, e Antifònte il poeta, Simonide poeta elegiaco, Agàtone poeta tragico e altri greci ancora che un tempo ornarono la fronte di lauro. Qui degli eroi di cui hai narrato nella tua opera si vede Antìgone figlia di Edipo, la quale sacrificò se stessa per dare sepoltura al fratello Polinìce sfidando il decreto del re di Tebe Creonte; si vedono Deifìle sposa di Tidèo uno dei sette contro Tebe, Argìa la sposa di Polinìce, e Ismene afflitta come fu in vita, figlia anch’essa di Edipo e unica sopravvissuta della sua famiglia; vi si vede Isifìle che indicò la fonte Langìa alle assetate truppe alleate contro Tebe; vi sono Manto la profetessa figlia dell’indovino Tiresia, Teti la ninfa del mare madre di Achille, e Deidàmia che amò Achille, con le sue sorelle».

Entrami i poeti tacquero a questo punto, di nuovo attenti a guardarsi intorno, liberi da pareti rocciose e da salite; ed erano già rimaste indietro le prime quattro ore del giorno, le quattro ancelle, mentre la quinta era al timone del carro solare e ne volgeva verso l’alto la punta rovente, quando la mia guida disse: «Credo che dobbiamo volgere la destra al margine della cornice continuando a girare intorno al monte». Così in quel luogo l’abitudine fu la nostra bandiera, e con l’approvazione di quella degna anima prendemmo la strada con meno dubbi. Stazio e Virgilio camminavano davanti e io venivo dietro da solo e ascoltavo i loro discorsi che mi ammaestravano nella poesia. Ma un albero che trovammo in mezzo alla strada interruppe subito i dolci ragionamenti con i suoi frutti soavi e buoni all’olfatto, e come l’abete di ramo in ramo si assottiglia in alto, così quello si restringeva in basso perché non vi si possa salire, credo. Dal lato della parete che chiudeva il nostro cammino, cadeva dalla roccia alta un liquido chiaro che si spandeva dal basso verso l’alto sulle foglie dell’albero. I due poeti vi si accostarono e una voce gridò da dentro le fronde: «Avrete mancanza di questo cibo». Poi continuò: «Maria si preoccupava più di rendere onorevoli e complete le nozze di Cana, che della sua bocca che ora intercede per voi. E le antiche donne romane si accontentavano di bere acqua, e il profeta Daniele disprezzò il cibo e acquistò la conoscenza. Il primo secolo cristiano bello quanto l’oro, rese saporite le ghiande per chi aveva fame e nettare ogni ruscello per chi aveva sete. Mele e locuste furono le vivande che nutrirono il Battista nel deserto, ed egli ne va glorioso e grande, come annuncia il Vangelo -san Giovanni Battista che battezzò Gesù nel fiume Giordano».

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CANTO XXIII

Mentre ficcavo gli occhi dentro la fronda verde come abitualmente fa il cacciatore che trascorre la vita dietro agli uccellini, colui che mi era più che padre mi diceva: «Figliolo vieni ora: dobbiamo distribuire più utilmente il tempo che ci è dato». Io voltai lo sguardo, e il passo altrettanto velocemente, dietro quei due saggi, Catone e Virgilio, che discutevano rendendomi il cammino di nessuna fatica. Ed ecco si udì piangere e cantare «Labia mea, Domine/Le mie labbra, Signore [apri perché possano lodarti]», in un modo che suscitava insieme gioia e dolore. «Dolce padre, cos’è quello che sento?» chiesi. E Virgilio: «Ombre che vanno, forse sciogliendo il nodo del loro obbligo, purificandosi».

Come fanno i pellegrini assorti nei pensieri, quando sopraggiunge lungo il cammino gente sconosciuta, che si voltano verso di essa senza fermarsi, così dietro di noi, venendo e passando oltre piuttosto velocemente, una folla di anime devota e silenziosa ci guardava stupita. Ciascuna di esse aveva gli occhi bui e vuoti, ed era pallida nel volto e tanto scarna che la pelle prendeva forma dalle ossa. Non credo che per il digiuno Erisìttone, principe della Tessaglia, fosse ridotto a una secchezza giunta fino alla pelle, quando la sua paura di restare senza cibo raggiunse il culmine ed egli cominciò a divorare se stesso: così lo punì Cerere, la dea, per aver abbattuto un bosco a lei sacro con l’intento di farsene una sala per i banchetti. Pensando dicevo tra me e me: «Ecco la gente che ha perduto Gerusalemme durante l’assedio di Tito, quando l’ebrea Maria di Eleazaro per la fame diede di becco nel figlio divorandolo!».

Le occhiaie parevano anelli privi di gemme: chi nel volto degli uomini legge “Omo” avrebbe qui ben riconosciuta la “emme” stagliata sul vuoto delle orbite -con i due spazi vuoti fra le tre linee della “m” a rappresentare le orbite oculari divise dalla linea centrale del naso. Chi crederebbe, senza sapere come ciò possa accadere, che li riduca così l’odore di un melo e dell’acqua, il forte desiderio di essi? Ero occupato a guardare sorpreso ciò che li affamava, per capire la causa non ancora chiara della loro magrezza e della loro orribile pelle squamosa, ed ecco dalla cavità della testa un’ombra rivolse gli occhi a me e guardò fisso; poi gridò forte: «Quale grazia è questa per me?». Nel volto non l’avrei mai riconosciuto, ma dalla voce mi divenne evidente quel che l’aspetto aveva cancellato in se stesso. Questa scintilla di memoria mi riaccese tutti i ricordi di quel volto trasformato, e riconobbi la faccia di Forese Donati. «Non badare alla secca scabbia che mi scolora la pelle», mi pregava, «né alla carne che mi manca, ma dimmi la verità su di te e chi sono quelle due anime che ti fanno da scorta. Parlami!». «La vista del tuo volto, che piansi quando moristi, mi provoca anche ora un dolore fino alle lacrime, non minore, per come è ridotto», risposi, «perciò in nome di Dio, dimmi che cosa vi consuma così. E non chiedermi di parlare mentre sono preso da tanto stupore: malvolentieri parla chi è distratto da un altro desiderio». E lui: «Il potere della volontà eterna che è causa del mio assottigliarmi, si riversa nell’acqua e nella pianta che ci siamo lasciati alle spalle. Attraversando la fame e la sete, tutte queste anime che cantano piangendo perché seguirono smisuratamente il desiderio della gola, qui si rifanno sante. L’odore che esce dal melo e dal getto d’acqua che si disperde sul suo fogliame verdeggiante ci assilla accendendo la voglia di bere e di mangiare. E mentre giriamo lungo il piano di questa cornice, la nostra pena si rinnova più volte: dico pena ma dovrei dire gioia, perché a ricondurci agli alberi è lo stesso desiderio che portò Cristo a invocare “Elì/Dio” quando ci liberò col suo sangue». Gli chiesi: «Forese, da quel giorno in cui hai cambiato mondo passando a miglior vita, non sono trascorsi fino a oggi cinque anni. Se in te il potere di peccare venne meno prima che giungesse l’ora di quel dolore buono della morte che ci sposa nuovamente a Dio, come mai sei giunto quassù? Credevo di trovarti tra i negligenti, più giù, dove il tempo perduto prima del pentimento viene compensato con il tempo dell’attesa della grazia». Mi rispose: «È stata la mia Nella, con il suo piangere a dirotto, a permettermi di bere così presto il dolce assenzio delle pene. Con le sue devote preghiere e con i suoi sospiri mi ha portato via dalla cornice del Purgatorio dove le anime attendono, e mi ha liberato dalla necessità di sostare negli altri gironi. Ho amato molto la mia vedovella, tanto più cara e più diletta a Dio quanto più è sola nell’operare il bene: la Barbagia di Sardegna ha femmine molto più pudìche della Barbagia dove la lasciai, in Firenze vero luogo di barbari. Dolce fratello, che vuoi che ti dica? Dinanzi mi sta già un tempo futuro -al quale l’ora presente non risulterà molto antica- in cui alle sfacciate donne fiorentine verrà vietato, con una norma scritta, di andare nelle chiese mostrando il petto con le poppe in vista. Quali barbare sono mai esistite, quali saracene, che avessero bisogno di sermoni ecclesiastici o di altre sanzioni per andare coperte? Se quelle svergognate sapessero ciò che il cielo tra non molto prepara per loro, avrebbero già le bocche aperte per urlare, perché, se lo spirito profetico non m’inganna, saranno infelici prima che abbia il pelo sulle guance chi ora si consola con la ninna nanna. Fratello, ora smetti di nasconderti a me! Vedi che non solo io ma tutta questa gente guarda con stupore nel punto dove fai velo alla luce del sole con l’ombra del tuo corpo». E io a lui: «Se rammenti chi sei stato tu con me e chi io con te, ricordare sarà ancora più doloroso. Questo spirito che mi cammina davanti mi ha sottratto pochi giorni fa alla vita sulla Terra, quando la luna, la sorella di quello lassù» -e mostrai il sole- «era piena. Mi ha condotto attraverso la notte profonda dei veri morti, nell’Inferno, con questa vera carne del mio corpo che lo segue. La sua guida mi ha portato quassù, salendo e girando intorno alla montagna che vi raddrizza, voi che il mondo ha deviato. Dice che mi farà compagnia fino a che sarò là dove sarà Beatrice e dovrò restare senza di lui. È lui stesso, Virgilio, a dirmelo», e lo additai, «e quest’altro è Stazio, quell’ombra che il Purgatorio, scuotendo poco fa ogni sua pendìce per salutarla, sta allontanando da sé perché essa ha guadagnato il Paradiso».

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CANTO XXIV

Il parlare non ritardava il cammino, né il camminare rallentava il discorso di Forese: al contrario, ragionando procedevamo speditamente come la nave spinta da un buon vento. E le ombre, che parevano cose consunte, mi ammiravano attraverso le fosse degli occhi, accortesi del mio essere vivo. E io, continuando il mio discorso, dissi: «Forse l’anima di Stazio sale più lentamente di quanto non farebbe, perché si intrattiene con Virgilio. Ma tu dimmi dov’è Piccarda, se lo sai; dimmi se tra questa gente che mi osserva con tanta intenzione c’è qualcuno degno di nota». «Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, trionfa nell’Olimpo celeste, nell’alta dimora di Dio, già lieta della sua corona di beata». Così rispose dapprima, e poi continuò: «Poiché il nostro sembiante è così smunto a causa del digiuno, e ci rende irriconoscibili, qui non è vietato chiamare qualcuno per nome. Costui», e indicò col dito, «è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quel volto, oltre il suo, che più degli altri sembra una trapunta, tanto la pelle è piena di grinze, ebbe la santa chiesa tra le sue braccia: fu di Tours, e col digiuno si purifica delle anguille di Bolsena e della Vernaccia di cui era ghiotto: è papa Martino IV». Molti altri mi nominò, ad uno ad uno, ed essi sembravano molto contenti di essere nominati, così che mi sfuggì un atto di dispetto. Vidi Ubaldino del castello della Pila nel Mugello e Bonifacio dei Fieschi che fu pastore di molte genti, battere i denti a vuoto per la fame. Vidi messer Marchese degli Orgogliosi che a Forlì ebbe modo di bere con minore parsimonia di quanto non faccia ora, e non gli bastava mai. Ma come avviene a chi guarda, che tiene conto più di uno che dell’altro, mi rivolsi a quello di Lucca, Bonagiunta, che sembrava più interessato di conoscermi. Mormorava, e non so che «Gentucca» udivo uscirgli dalla gola, dove sentiva la piaga inferta dalla giustizia che consuma quelle anime in questa maniera. «Anima che sembri così desiderosa di parlarmi», dissi, «fa’ in modo che ti capisca, parla e appaga il mio desiderio e il tuo». «È nata una femmina, e non porta ancora il velo delle donne maritate, che sarà il motivo per cui ti piacerà la mia città», cominciò, «per quanto se ne parli male. Te ne andrai con questa previsione: se il mio balbettare di prima ti ha procurato dei dubbi, i fatti reali ti illumineranno. Ma dimmi se dinanzi agli occhi, qui, ho colui che ha inventato le nuove rime iniziando con “Donne ch’avete intelletto d’amore». Risposi: «Io sono uno che quando Amore mi parla, scrivo, e mi esprimo nel modo in cui egli mi detta dentro». «Fratello, ora vedo», disse lui, «l’ostacolo che mantenne il Notaio -Guido Guinizzelli-, Guittone d’Arezzo e me al di qua del dolce stile nuovo che ascolto nelle tue parole. Vedo bene come le penne di voi poeti nuovi seguano l’Amore che detta, cosa che, certo, non avvenne delle nostre che non furono fedeli come le vostre: chi si ponesse a considerare la cosa più attentamente, non troverebbe altra differenza tra il vostro e il nostro stile poetico». E, quasi soddisfatto, tacque.

Come gli uccelli che svernano lungo il Nilo, fanno qualche volta schiera nel cielo, poi volano più veloci e si pongono in fila, così tutte le anime che si trovavano lì, volgendo il viso affrettarono il passo, leggere per la magrezza e per la volontà. E come chi è stanco di procedere velocemente, lascia andare i compagni e passeggia fino a che possa sfogarsi il respiro affannoso del suo petto, così Forese Donati si lasciò superare dal gregge santo delle anime, e se ne veniva dietro con me chiedendo: «Quando accadrà che ti rivedrò?». «Non so», gli risposi, «quanto vivrò, ma il mio ritorno non sarà tanto rapido che io non giunga prima con la volontà alla riva del Purgatorio, perché Firenze, il luogo dove sono stato posto a vivere, si spolpa di bene ogni giorno di più, e sembra pronto a una rovina dolorosa». «Ora va», disse lui, «che vedo chi porta la maggiore responsabilità di ciò che dici, trascinato dalla coda di una bestia verso la valle dell’Inferno dove il peccato non si discolpa mai. Ad ogni passo la bestia va più veloce, e aumenta sempre la sua corsa finché lo strazia e ne abbandona il corpo disfatto miseramente. Non gireranno ancora molto le ruote celesti», e drizzò gli occhi al cielo, «che ti sarà chiaro quello che le mie parole non possono spiegarti di più. Tu fermati, ora: il tempo è caro in questo regno e io ne sto perdendo troppo venendo con te passo a passo».

Come da una schiera a cavallo a volte esce galoppando un cavaliere e va al primo scontro per farsi onore, così Forese si separò da noi a passi più lunghi, e io rimasi a camminare con Virgilio e Stazio, grandi maestri del mondo. E quando Forese fu dinanzi a noi tanto che i miei occhi lo inseguivano come la mia mente rincorreva il senso delle sue parole -e compresi che si riferivano a suo fratello Corso Donati-, mi apparvero i rami pesanti e colorati di un altro albero, e non molto lontani malgrado avessimo appena svoltato dalla parte in cui si trovava. Vidi gente sotto di esso alzare le mani, e gridare non so che verso le fronde, quasi bambini desiderosi e inesperti che chiedono ma colui che viene pregato non risponde e, per esasperare la loro voglia, tiene in alto l’oggetto del loro desiderio senza nasconderlo. Poi quella gente andò via, comprendendo che la sua richiesta non sarebbe stata soddisfatta, e giungemmo noi al grande albero che rigetta tante preghiere e lacrime. «Passate oltre senza avvicinarvi: più su, nel paradiso terrestre, si trova un albero il cui frutto fu morso da Eva, e da cui è derivata questa pianta». Così parlava non so chi tra le frasche, per cui stretti l’uno all’altro, Virgilio, Stazio e io, procedemmo dal lato del monte che si innalza. «Ricordate», diceva la voce, «i maledetti nati nelle nuvole, i centauri che sazi di vino combatterono Teseo con i loro duplici petti di uomo e di cavallo; e ricordate gli Ebrei che Gedeone non volle come compagni quando discese i colli per combattere la nemica tribù di Madian, perché condotti al torrente -com’è scritto nel “Libro dei Giudici”- in modo che si ristorassero, mostrarono mollezza e si inginocchiarono per bere l’acqua: il Signore aveva infatti detto a Gedeone di prendere con sé solo quanti avessero bevuto l’acqua lambendola dalla mano, leccandola come fanno i cani, e furono solo trecento su diecimila».

Così, accostati al margine interno della cornice passammo oltre ascoltando esempi di colpe della gola seguite dai loro tragici compensi, dalle loro punizioni. Poi, occupando lo spazio della via fattasi più larga perché abbandonata dalle altre anime, procedemmo per più di mille passi, ciascuno di noi nel silenzio dei suoi pensieri.

«Che andate pensando voi tre solitari?», chiese all’improvviso una voce; al che io mi scossi come fanno gli animali che oziano e vengono colti da un improvviso spavento. Drizzai la testa per vedere chi fosse, e mai si sono visti in una fornace vetri o metalli così rossi e incandescenti come lo spirito che vidi e che diceva: «Se volete salire su, dovete svoltare da questa parte: da qui prosegue chi vuole andare verso la pace». Il suo aspetto mi tolse la vista, per cui mi volsi indietro ai miei maestri come uno che procede seguendo i suoni che gli giungono all’orecchio. E come spira e profuma l’aria di maggio che annuncia l’alba, tutta impregnata di erba e di fiori, simile sentii un colpo di vento in mezzo alla fronte, e udii bene muoversi le piume delle ali angeliche che profumarono l’aria di ambrosia. E sentii dire: «Beati coloro che sono illuminati da una grazia tanto grande da impedire che i desideri della gola provochino in loro una voglia eccessiva, esaudendoli invece sempre nella giusta misura».

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Claudio Rocco

 

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Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche 1991-1992.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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