domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XX)

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PURGATORIO

CANTO XXV

Era un’ora che non voleva un salire impacciato: il sole aveva lasciato il cerchio meridiano alla costellazione del Toro, e la notte alla costellazione dello Scorpione, erano le due pomeridiane per cui, come fa chi è punto dallo stimolo del bisogno e non si ferma e qualsiasi cosa gli appaia dinanzi va per la sua strada, noi allo stesso modo entrammo attraverso l’anfratto, uno davanti all’altro, prendendo la scala che per la sua strettezza separa chi la salga insieme come facemmo Virgilio ed io. E come il cicognino alza l’ala per la voglia di volare ma non si attenta ad abbandonare il nido, e la cala giù, nella medesima condizione mi trovavo io con la mia voglia di chiedere ora accesa ora spenta, finché mossi le labbra come chi si appresta a parlare. Virgilio, il mio dolce padre, non trascurò di parlarmi malgrado il cammino fosse spedito, e disse: «Scocca l’arco della parola, che hai teso fino al ferro». Allora con sicurezza aprii la bocca e cominciai: «Come è possibile qui dove non si sente il bisogno di nutrirsi, rendere magro qualcuno?». «Non ti sarebbe così difficile da comprendere se rammentassi come Meleagro, l’eroe che uccise il cinghiale che devastava l’Etolia, si consumò al consumarsi del tizzone», disse Virgilio, «alla cui durata le Parche avevano legato la sua vita quando nacque: quel tizzone che la madre Altea aveva gettato nel fuoco compiendo la maledizione che provocò la morte di Meleagro, per vendicare quella degli altri suoi figli uccisi da lui. E se pensassi come l’immagine umana guizza per il riflesso nello specchio ad ogni movimento, ciò che pare incomprensibile ti sembrerebbe semplice. Ma affinché tu possa abbandonarti al tuo desiderio di sapere, ecco qui Stazio: lo invoco e prego che ora sia lui a sanare le piaghe dei tuoi dubbi». «Se malgrado la tua presenza sarò io a liberargli la visione eterna», rispose Stazio rivolgendosi a Virgilio, «perdonami, perché non posso negarti ciò che tu stesso chiedi». Poi cominciò: «Figlio, se la tua mente raccoglierà e custodirà le mie parole, esse ti faranno da lume rendendoti chiaro il come sul quale ti interroghi: come possa accadere che la magrezza caratterizzi gli spiriti qui dove non c’è necessità di nutrirsi. Nel corpo dell’uomo il sangue perfetto che non viene assorbito dalle vene assetate, e resta quasi fosse un alimento che si toglie dalla mensa perché non è stato consumato, prende nel cuore una virtù capace di formare tutte le membra umane, come fa l’altro sangue che invece scorre nelle vene per nutrire gli organi già formati. Ancora puro, scende nello scroto e qui, dove è più bello tacere che dire, si fa liquido seminale e poi gocciola sopra il sangue femminile nel lago naturale dell’utero. Qui si raccolgono insieme l’uno e l’altro: l’uno, il sangue femminile, disposto a subire fornendo materia e alimento, l’altro ad agire per raggiungere il cuore, il luogo perfetto verso cui premono entrambi, e raggiuntolo, esso comincia a operare prima coagulando, e poi dando la vita a ciò che ha realizzato con il suo coagulo. La virtù attiva del sangue maschile che si è fatta anima vegetativa, come quella di una pianta -in ciò differente dall’anima in formazione dell’embrione umano, che è appunto per strada e si evolve, mentre la prima è già sul posto, insomma è già perfetta-, opera fino a che il coagulo acquisisce il movimento e la sensibilità appena abbozzati di una spugna marina. E da qui prende a fornire gli organi ai cinque sensi di cui essa è il seme. Ora, figliolo, la virtù che deriva dal cuore del generante -il genitore-, trasformata in anima sensitiva si dispiega e si distende nel cuore del nascituro dove la natura forma tutte le membra. Ma tu non vedi ancora come l’embrione da animale sensitivo diventi uomo: e questo è un punto tale che già indusse in errore chi era più saggio di te, come Averroè che sostenne nella sua dottrina la separazione dall’anima dell’intelletto possibile -che consente all’uomo di pensare concetti universali-, perché egli non riconobbe nel corpo umano un organo predisposto alle operazioni dell’intelletto. Ritenendo ciò Averroè concludeva che le funzioni dell’anima si limitano a quelle vegetative che consentono il nutrimento, la crescita e la riproduzione, e a quelle sensitive che presiedono al primo grado della conoscenza attraverso la percezione sensoriale, e che perciò l’anima si estingue con la morte dell’uomo. E sosteneva che le facoltà superiori dell’intelletto, invece, siano un dono di Dio, che dura in un uomo quanto dura la sua vita terrena. Ora apri il petto alla verità che sopraggiunge con le mie parole, e sappi che non appena la formazione del cervello nel feto è compiuta, Dio, il primo motore, si volge a lui lieto per così meravigliosa creazione di natura, e soffia in lui uno spirito nuovo, colmo di virtù, che attrae nella propria sostanza quel che trova in lui di attivo -l’anima vegetativa e l’anima sensitiva- facendone un’anima sola che vive e sente ed è consapevole di sé. E affinché non resti sbalordito alle mie parole, guarda il calore del sole che, una volta giunto all’umore che cola dalla vite, si fa vino. Quando Lachesi, la Parca che svolge il filo della vita, non ha più lino da filare, l’anima si scioglie dalla carne e virtualmente porta via con sé sia l’umano, le anime vegetativa e sensitiva, sia il divino, lo spirito insufflato da Dio: le altre potenze presenti nell’uomo restano tutte quante inerti non disponendo più dei loro organi, mentre, liberate dalla materia, diventano molto più attive di prima la memoria, l’intelligenza e la volontà. Senza fermarsi, l’anima separatasi dal corpo cade mirabilmente per proprio impulso su una delle due rive: quella del Tevere se è salva, o quella dell’Acheronte se è dannata, e lì conosce per la prima volta il suo destino. Appena l’anima vi giunge, la virtù che la informa riprende a sfolgorare intorno, nello stesso modo e nella stessa misura con cui agiva nelle membra vive. E come l’aria, quando è piena di vapore acqueo dopo la pioggia, si adorna dei diversi colori dell’arcobaleno grazie al raggio solare che riflette dentro di sé, così essa agisce qui, e, ricevute le virtù vegetative e sensitive dell’anima, imprime all’anima stessa che lì si è fermata la forma che essa aveva dato al corpo; e simile poi alla fiammella che segue il fuoco ovunque si muova, lo spirito segue la sua nuova forma d’aria. E poiché in quella forma l’anima trova poi il suo aspetto, è chiamata ombra; e in questa figura aerea organizza poi ognuno dei cinque sensi fino a quello della vista. Grazie a questo corpo aereo noi paliamo e ridiamo, lacrimiamo e mandiamo quei sospiri che puoi aver sentito sul monte. Quest’ombra si configura nel modo in cui ci affliggono i desideri e gli altri sentimenti: e questo è il motivo per cui ti sei meravigliato della magrezza degli spiriti golosi».

Eravamo ormai giunti all’ultimo supplizio, e avevamo voltato a mano destra, intenti ad altra occupazione. Qui il fianco del monte balestra fiamme verso l’esterno, e la cornice soffia verso l’alto un vento che le respinge e le tiene lontane, per cui dovevamo procedere uno per volta lungo il lato aperto del monte, il suo margine esterno, e io da una parte temevo il fuoco e dall’altra di cadere giù. E la mia guida diceva: «In questo luogo bisogna tenere stretto il freno agli occhi perché ci vuol poco a cadere».

«Summae Deus clementiae/Dio di somma clemenza» udii cantare allora dentro il grande fuoco che mi fece desiderare di voltarmi verso di esso non meno che di seguire l’ammonimento di Virgilio a tenere a freno il desiderio di guardare; e vidi spiriti che camminavano attraverso la fiamma, per cui guardavo a loro e ai miei passi dividendo lo sguardo tra gli uni e gli altri. Vicino alla fine di quell’inno gridavano forte: «Virum non cognosco/Non so nulla degli uomini» -con le parole della Vergine Maria all’arcangelo Gabriele che le annunciava la prossima gravidanza-, quindi ricominciavano l’inno a voce bassa. Terminatolo, gridavano ancora: «Diana, la casta dea, restò nel bosco e ne cacciò Elice, la sua ninfa prediletta che aveva provato quanto fosse velenoso il dono di Venere, la bellezza, restando incinta di Giove». Poi tornavano al canto, poi inneggiavano a donne e mariti che furono casti come impongono la virtù e il matrimonio. E questo modo di espiare credo sia loro sufficiente per tutto il tempo in cui il fuoco li brucia: con tale cura e con tali cibi devono infine rimarginare la piaga del loro peccato.

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CANTO XXVI

Mentre ce ne andavamo lungo l’orlo, uno davanti all’altro, e il buon maestro spesso mi diceva: «Fai attenzione a non cadere, è bene che io ti avverta»; mentre così procedevamo, il sole che con i suoi raggi mutava già da azzurro in bianco tutto l’Occidente, mi colpiva sull’omero destro e io con la mia ombra facevo sembrare più rovente la sua fiamma; e camminando vidi molte anime che facevano attenzione a un indizio tanto notevole. Fu questa la ragione per la quale cominciarono a parlare di me dicendosi l’un l’altra: «Non sembra un corpo immateriale, aereo, come siamo noi». Poi alcune si fecero verso di me quanto potevano, sempre attente a non uscire dallo spazio in cui venivano bruciate. «Tu che procedi dopo gli altri, non perché sei più lento ma forse per rispetto, rispondi a me che ardo di sete e fuoco. Non solo a me è necessaria la tua risposta: tutti questi che sono con me ne hanno una sete maggiore di quella che un Indiano o un Etiope hanno dell’acqua fredda. Dicci com’è che fai di te stesso barriera al sole come se non fossi ancora entrato nella rete della morte». Così mi parlava una di quelle ombre, e io mi sarei subito reso manifesto se non fossi stato catturato da un’altra novità che apparve in quel momento: dal mezzo del cammino infuocato giunse gente dalla parte opposta, col viso rivolto verso l’ombra che mi aveva parlato, e io rimasi assorto a guardare.

Vedo in quel punto tutte quelle anime affrettarsi da ogni parte e baciarsi l’una con l’altra senza fermarsi, contente della breve festa: così accade dentro la scura schiera delle formiche in cui una si tocca il capo con l’altra, forse per chiedere notizie sulla strada e su ciò che le attende. Appena le anime sopraggiunte si separano da quella amichevole accoglienza, prima di passare oltre si affaticano ciascuna a gridare il più forte possibile, le une: «Sodoma e Gomorra»; e le altre: «Pasifae entra nella vacca di legno perché il torello corra a soddisfare la sua lussuria». Poi, come gru che volano in riga, uno stormo verso i monti Rifei dell’Europa nord-orientale, e uno verso le sabbie del deserto, le prime per evitare il gelo, le altre il sole, una parte delle anime se ne va mentre l’altra viene, e tornano lacrimando ai primi canti e al gridare che è adeguato alla loro penitenza. E si riaccostarono a me, come prima, quelle stesse che mi avevano pregato, per ascoltarmi. Io, che avevo visto per due volte quanto desideravano che parlassi, cominciai: «Anime che siete certe di ottenere, quando sarà, la pace, nel mondo le mie membra non sono rimaste né giovani né vecchie, ma sono qui con me, con il loro sangue e con le loro articolazioni. Salgo questo monte per liberarmi dalla cecità del peccato: è lassù la donna che mi procura la grazia in virtù della quale porto il mio corpo mortale attraverso il vostro mondo. Che il vostro desiderio possa saziarsi al più presto e vi accolga quel cielo che è pieno d’amore e si distende più ampio, l’Empireo che contiene tutti gli altri cieli, ma ditemi, così che io possa ancora scriverne, chi siete e chi è quella folla che cammina dietro di voi?».

In modo non diverso, preso da stupore, si turba il montanaro quando va in città, e zittisce e ammira tutto, lui rozzo e selvatico: e così ogni ombra prese l’aspetto dello stupore, e quando ne furono libere -perché lo stupore nei cuori elevati si attenua presto- «Beato te che per morire meglio porti sulla tua barca l’esperienza che vai facendo delle nostre regioni oltremondane!» ricominciò quell’ombra che per prima mi aveva posto la domanda. «La gente che non cammina con noi, peccò di quel peccato per il quale Cesare si sentì chiamare “regina” durante il trionfo: perciò si separano da noi gridando “Sodoma”, rimproverando se stessi, come hai udito, e bruciando di vergogna accrescono il tormento del fuoco cui sono sottoposti. Il nostro fu peccato di lussuria, ermafrodito, e poiché non osservammo la legge umana seguendo come bestie l’impulso della voglia, quando qui ci dividiamo viene letto a nostra vergogna il nome di colei che s’imbestiò nel legno a forma di vacca. Ora conosci le nostre azioni e di cosa fummo colpevoli: e semmai volessi sapere per nome chi siamo, ormai è sera e non è questo il momento giusto, e inoltre non saprei dirlo. Soddisferò il tuo desiderio solo riguardo a me: sono Guido Guinizzelli, e la mia purificazione è già iniziata perché mi sono molto pentito prima che giungesse la fine».

Come i due figli che rivedendo la madre si slanciarono su di lei nel momento in cui Licurgo re di Sparta la stava mettendo a morte vendicandosi per l’uccisione del suo figlioletto, ero sul punto anch’io -ma non mi spinsi a tanto- di abbracciare l’anima quando udii Guido fare il proprio nome, Guido il padre mio e di quanti migliori di me hanno fatto rime d’amore dolci e leggiadre; e senza udire altro e parlare, lo ammirai assorto per lungo tempo, restando distante da lui per paura delle fiamme che l’avvolgevano. Quando fui sazio di ammirarlo mi offrii subito e interamente al suo servizio, con il giuramento che induce chi lo ascolta a credere. Ed egli mi parlò: «Tu lasci in me una tale traccia, per quel che sento, e tanto chiara che Lete fiume dell’oblìo non potrà cancellarla o sbiadirla. Ma se ora le tue parole hanno giurato il vero, dimmi qual è la ragione per la quale dimostri, con esse e con lo sguardo, di avermi caro». Gli risposi: «Le vostre dolci rime, che renderanno sempre care le carte su cui sono scritte, per quanto durerà l’uso moderno del poetare in volgare». «Fratello», disse allora lui, «costui che ti indico con il dito», e additò uno spirito che era più avanti, «è Arnaut Daniel ed è stato fabbro della lingua materna migliore di me. Nei versi d’amore e nelle prose romanzesche superò tutti; e lascia dire gli stolti che credono sia più grande Girault de Bornelh, quello del Limousin: rivolgono la loro attenzione alle voci più che alla verità, e così fissano la loro opinione prima ancora di ascoltare gli argomenti dell’arte o della ragione. Così fecero con Guittone di Arezzo molti antichi, lodandolo di grido in grido finché grazie al giudizio di molti la verità ha preso il sopravvento sulla sua fama. Ora, se godi di un privilegio tanto grande che ti è consentito recarti in Paradiso, al chiostro del monastero di cui Cristo è l’abate, recitagli per me un paternostro, quanto è necessario a noi di questo mondo dove non possiamo più peccare». Poi sparì nel fuoco, forse per fare spazio a chi aveva accanto, come nell’acqua il pesce che va sul fondo.

Io mi feci un po’ davanti a colui che mi era stato indicato e gli dissi che desideravo conoscere il suo nome per salutarlo in un modo che gli fosse gradito. Allora quello cominciò liberamente a dire: «Tann’abellis vostre cortes deman, qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. Ieu sui Arnaut que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor, e vei jausen lo joi qu’esper, denan. Ara vos prec, per aquella valor que vos guida al som de l’escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!/Mi diletta tanto la vostra cortese richiesta, che non posso e non voglio celarmi a voi. Io sono Arnaut, che piango e vado cantando; con dolore vedo la mia passata follia, e vedo con gioia davanti a me il giorno che spero giunga presto. Ora vi prego, per quel valore che vi guida alla sommità della scala del Purgatorio, ricordatevi per tempo del mio dolore!». Poi si nascose nel fuoco che li purifica tutti.

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CANTO XXVII

Il sole stava nel cielo come quando vibra i primi raggi del mattino sopra Gerusalemme, là dove il suo Creatore sparse il proprio sangue, mentre il fiume Ebro si trova a mezzanotte sotto la costellazione della Bilancia, e le onde del Gange sono infuocate dal meriggio all’ora nona, mezzogiorno, per cui qui sul Purgatorio il giorno se ne andava quando ci apparve, lieto, l’angelo di Dio. Stava sull’orlo, fuori dalla fiamma che purifica gli spiriti macchiati dalla lussuria, e cantava con voce assai più viva della nostra: «Beati mundo corde!/Beati i puri di cuori!». Poi, come gli fummo vicino, ci disse: «Anime sante, non si procede oltre se prima non si è morsi dal fuoco: entrate in esso e non siate sorde al canto che proviene dall’altra parte». Quando lo udii mi feci come chi viene messo nella fossa, livido. Mi protesi con le mani giunte guardando il fuoco e immaginando vivamente corpi umani che avevo già visto accesi dalle fiamme. Le buone guide, Virgilio e Stazio, si voltarono verso di me e il primo mi disse: «Figliolo mio, qui ci può essere tormento, non morte. Ricorda, ricorda! E se ti ho guidato, salvo, sul dorso di Gerione nell’Inferno, cosa farò ora che sono più vicino a Dio? Credi per certo che se tu stessi dentro l’alveo di questa fiamma mille anni, essa non potrebbe farti calvo di un solo capello. E se credi, forse, che io ti inganni, accostati ad essa e prova con le tue mani bruciando un lembo delle tue vesti. Metti via, finalmente, metti via ogni timore; volgiti da questa parte e vieni: entra sicuro!». Ma io rimasi fermo, contro la voce della mia coscienza. Vedendomi restare ancora immobile e rigido, un po’ turbato Virgilio mi disse: «Ora renditi conto, figlio: tra Beatrice e te c’è questo muro di fuoco».

Come al nome di Tisbe aprì gli occhi Piramo morente, e la guardò, lui che si era dato la morte credendola sbranata da una belva, quando il gelso diventò vermiglio come il mantello insanguinato e perduto dall’amata, all’udire il nome che sempre mi germoglia nella mente la mia ostinazione cedette e mi volsi alla saggia guida. Egli scosse il capo e mi incalzò: «Come! Davvero vogliamo restare da questa parte?»; quindi sorrise come al fanciullo che è vinto con la promessa di un frutto. Poi mi precedette dentro il fuoco pregando Stazio di seguirci, il quale per un lungo tratto di strada aveva camminato in mezzo a noi. Appena fui dentro, per rinfrescarmi mi sarei gettato in una massa di vetro incandescente, tanto smisurato era in quel luogo l’incendio. Per confortarmi il mio dolce padre andava ancora ragionando di Beatrice dicendo: «Mi sembra già di vedere i suoi occhi». Dall’altra parte ci guidava una voce che cantava, e noi, attenti solo ad essa, venimmo fuori nel punto in cui la via prende a salire. «Venite, benedicti Patris mei!/Venite, benedetti del Padre mio!» risuonò dall’interno di una luce che era lì, tale che ne fui abbagliato e non potei guardarla. «Il sole se ne va» soggiunse «e viene la sera; non fermatevi ma affrettate il passo mentre l’Occidente ancora non si annera».

La via saliva dritta dentro il monte e io camminando cancellavo con la mia ombra i raggi del sole che era già basso dinanzi a me. Salimmo solo pochi gradini perché allo spegnersi della mia ombra io e i miei sapienti avvertimmo dietro di noi coricarsi il sole. E prima che l’orizzonte si mostrasse di un solo aspetto in tutte le sue parti immense, e la notte si impadronisse di tutte quelle che le sono assegnate, ciascuno di noi fece di un gradino il proprio letto, perché l’asprezza del monte annientò in noi la forza di salire ancora, e con essa la gioia. Come si stanno le capre ruminando mansuete, che prima di essersi pasciute sono state agili e ardite sopra le vette, e ora stanno silenziose all’ombra mentre il sole brucia, guardate dal pastore che si è appoggiato al bastone e così appoggiato le vigila, e come il mandriano che alloggia all’aperto trascorre quieto la notte accanto al suo gregge, attento a che qualche belva non lo disperda, tali ce ne stavamo tutti e tre in quel momento, io come una capra e gli altri due pastori, avvolti da tutti i lati dalle pareti di roccia. Dal punto dove ci trovavamo era poco quel che appariva del luogo aperto, ma attraverso quel poco io vedevo le stelle più luminose e più grandi del solito. Ruminando così col pensiero e ammirandole, mi prese il sonno, il sonno che spesso conosce il futuro prima che accadano i fatti.

Nell’ora, credo, che per prima Venere Citerea raggiò su questo monte dall’Oriente precedendo il sorgere del sole, lei che sembra ardere sempre del fuoco dell’amore, mi sembrava di vedere in sogno una donna giovane e bella andare per una campagna cogliendo fiori, che cantando diceva: «Chiunque chieda il mio nome sappia che sono Lia, moglie di Giacobbe, e muovo intorno le mie belle mani per farmi una ghirlanda. Mi adorno qui per piacermi quando mi specchio, ma mia sorella Rachele, moglie anche lei di Giacobbe, non si distoglie mai dal suo specchio e vi siede davanti tutto il giorno. Desidera vedere i suoi begli occhi come io di adornarmi con le mani: ci appaga, lei il contemplare e me l’operare». E già le tenebre fuggivano da tutti i lati e con esse il mio sonno, grazie alle prime luci che precedono il giorno splendendo tanto più gradite ai pellegrini quanto essi, tornando, si trovano meno lontani dalla loro terra. Così mi sollevai vedendo i grandi maestri già in piedi. «Quel dolce frutto -la felicità- che la premura degli uomini va cercando attraverso tanti rami, oggi sazierà la tua fame». Virgilio usò verso di me queste precise parole, e mai ci fu dono accolto con maggior piacere di quelle parole. Tanta volontà si aggiunse in me a quella che già avevo di giungere sulla cima che ad ogni passo sentivo aumentare le penne per il volo. Quando sotto di noi la scala fu tutta percorsa e giungemmo sull’ultimo gradino, Virgilio ficcò i suoi occhi nei miei e disse: «Figlio, hai conosciuto il fuoco destinato a spegnersi -i tormenti del Purgatorio-, e il fuoco eterno -i tormenti dell’Inferno-, e sei giunto in un luogo nel quale io, con le mie sole forze, non sono in grado di comprendere di più. Ti ho condotto qui con l’ingegno e l’esperienza, ora prendi per guida il tuo impulso verso il bene; sei fuori dalle vie ripide, sei fuori dalle strettoie. Guarda il sole che ti splende sulla fronte, guarda le erbette, i fiori, gli arbusti che qui la terra produce solo grazie a se stessa. Puoi sederti e puoi muoverti tra di essi mentre attendi che giungano lieti gli occhi belli di Beatrice che lacrimando mi indussero a venire da te. Non aspettare più la mia parola né il mio cenno; il tuo arbitrio è libero, dritto e sanato, e sarebbe un errore non agire secondo la sua volontà, per cui io ti impongo la corona dei re e la mitria dei papi, e ti attribuisco pieni poteri su te stesso».

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Claudio Rocco

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

Consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche 1991-1992.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

 

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