domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXI)

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PURGATORIO

CANTO XXVIII

Desideroso subito di cercare dentro e intorno alla foresta divina, folta e viva, che agli occhi temperava la luce del nuovo giorno, senza attendere oltre lasciai il margine del piano prendendo lento lento la campagna per il terreno che profumava da ogni parte. Un’aria dolce mi colpiva la fronte, costante e non più forte di un vento soave, per cui le fronde, tremolando, si piegavano pronte tutte verso l’Occidente dove il santo monte del Purgatorio getta la prima ombra al mattino; non erano però tanto lontane dalla loro posizione verticale che gli uccelletti sulle cime rinunciassero a ogni loro arte: essi cantando con piena letizia ricevevano le prime ore tra le foglie che tremolando accompagnavano i loro versi, tal quale lo stormire di ramo in ramo si raccoglie in un unico suono nella pineta del lido di Classe, quando Eolo scioglie i lacci dell’otre in cui tiene a bada i venti, per liberare Scirocco.

Già i lenti passi mi avevano portato dentro l’antica selva, tanto che non potevo scorgere il punto da cui ero entrato; ed ecco che Lete mi impedì di procedere oltre, quel ruscello che verso sinistra piegava con le sue piccole onde l’erba spuntata sulla sua riva. Tutti i corsi d’acqua più puri che ci sono sulla Terra sembrerebbero avere dentro qualche impurità se confrontati con quello, il quale non nasconde nulla e lascia trasparire il fondo sotto le sue acque sebbene scorra scuro scuro sotto l’ombra perpetua degli alberi che non lascia mai brillare sole e luna in quel luogo. Fermai i passi e, con gli occhi, attraversai il fiumicello per ammirare la grande varietà dei fiori freschi di maggio, e là mi apparve, come appare d’improvviso qualcosa che per lo stupore che desta distoglie da ogni altro pensiero, una donna soletta che andava cantando e scegliendo fior da fiore dai quali era dipinto il suo cammino.

«Bella donna che ti scaldi ai raggi d’amore, se voglio credere alle apparenze che solitamente sono testimoni del cuore, ti piaccia farti avanti», le dissi, «verso questa riva, tanto che io possa capire cosa canti. Mi fai ricordare in quale luogo si trovava Proserpina la figlia di Cerere, e in quale stato d’animo quando, rapita dal dio degli Inferi Plutone, perdette sua madre, dea della fertilità e della natura, e lei, Cerere, perdette con la figlia la perenne primavera, e impose alla Terra freddo e gelo per sei mesi ogni anno, durante i quali attendeva il ritorno della figlia come Giove le aveva concesso».

Come si volge una donna che stia danzando, con i piedi bene in terra uniti, e mette appena un piede davanti all’altro, ella si voltò verso di me sopra i fioretti rossi e gialli, non diversamente da una vergine che abbassi gli occhi pudichi, ed esaudì le mie preghiere avvicinandosi sì che il dolce suono delle sue parole mi giungeva assieme al loro significato. Appena fu là dove le erbe sono già bagnate dalle onde del bel fiume, mi fece dono di alzare gli occhi. Non credo che tanta luce splendesse sotto le ciglia di Venere, trafitta dal figlio Amore in modo per lei del tutto nuovo e insolito. Ella rideva dall’altra riva, dritta, intrecciando con le mani molti più fioricolori di quanti quella terra alta ne getta senza bisogno di seme. Il fiume ci separava di tre passi, e Leandro odiò l’Ellesponto che mareggiava tra Sesto e Abido impedendogli di unirsi all’amata Ero, e dove annegò, l’Ellesponto che Serse re di Persia attraversò per conquistare la Grecia tornandone sconfitto, ed è ancora freno per tutti gli orgogli umani: lo odiò dunque Leandro ma non più di quanto io odiai allora il fiume che mi divideva da quella donna, e non si aprì.

«Siete nuovi di questo mondo», cominciò lei, «e forse il mio sorriso in questo luogo eletto a nido della specie umana, meravigliandovi suscita in voi qualche dubbio; ma fa luce il salmo “Delectasti/mi hai fatto gioire” che può snebbiare il vostro intelletto poiché la mia gioia viene dal diletto che Dio mi accorda con le Sue opere. E tu che mi stai davanti e mi hai pregato, di’ se vuoi ascoltare altro perché sono venuta pronta a rispondere a ogni tua domanda, tanto quanto è necessario». «Lo scorrere dell’acqua», risposi, «e il suono della foresta contrastano dentro di me la recente fede che ho prestato a cosa che ho udito contraria a questa: che su questo monte non agiscono le variazioni atmosferiche». Al che lei: «Ti dirò come derivi da una causa naturale ciò che ti stupisce, e ti libererò dalla nebbia che ti ferisce. Il sommo bene, che desidera solo se stesso, creò l’uomo buono e per il bene, e gli diede questo luogo come anticipazione della pace eterna. Qui, nel Paradiso terrestre, per sua colpa l’uomo ha dimorato poco, per sua colpa ha volto in pianto e in pena il riso onesto e il dolce gioco. Affinché le perturbazioni sotterranee prodotte dai vapori dell’acqua e della terra, che tendono quanto possono verso il calore, non recassero alcun danno all’uomo, questo monte si è proteso tanto verso il cielo e fin dalla porta d’accesso ne è libero. Ora, poiché l’atmosfera si volge tutta quanta in circolo insieme con la prima volta celeste, e il giro non le è impedito da nessuna parte, tale movimento a quest’altezza che è tutta libera nell’aria viva colpisce la selva e la fa risuonare perché è folta, e la pianta che viene colpita ha il potere di impregnare l’aria con i semi della sua virtù, e l’aria poi girando diffonde i semi intorno; così la Terra degli uomini, secondo la capacità del suolo e secondo il clima, concepisce e genera diverse piante di diversi semi. Udito ciò, sulla Terra non susciterebbe più meraviglia, poi, il fatto che qualche pianta attecchisce senza seme visibile. E devi sapere che la santa campagna dove ti trovi è colma di ogni seme, e ha in sé frutti che la Terra degli uomini non può cogliere. L’acqua che vedi non scaturisce da una vena alimentata dal vapore trasformato dal gelo, come un fiume che acquista impeto e lo perde, ma esce da una fontana immutabile e perenne che dalla volontà di Dio prende tanto quanto versa da due aperture. Da questa parte scende con una virtù che toglie a ciascuno la memoria del peccato, dall’altra le restituisce ogni bene che è stato compiuto: da qui si chiama Lete e dall’altra parte Eunoè, e non agisce se prima non è gustata da una parte e dall’altra: il suo sapore supera tutti gli altri. E sebbene oramai la tua sete possa essersi saziata anche se non ti svelassi altro, ti farò grazia di un ulteriore corollario; e non credo che le mie parole ti saranno meno care se spaziano con te al di là di quanto promesso. Quelli che anticamente poetarono dell’età dell’oro e della sua condizione felice, forse sul monte Parnaso ebbero la premonizione di questo luogo. Qui la radice dell’uomo è stata innocente, qui è sempre primavera e i frutti crescono da sé, e nettare è questo fiume di cui parlano tutti».

Udito ciò, mi volsi indietro a Virgilio e Stazio poeti che erano con me, e vidi che avevano ascoltato sorridendo le ultime parole. Poi rivolsi di nuovo lo sguardo a Matelda, la bella donna che ci aveva parlato.

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CANTO XXIX

Quando ebbe finito di parlare Matelda continuò cantando come una donna innamorata: «Beati quorum tecta sunt peccata!/Beati coloro i cui peccati sono rimessi!». E come le ninfe che se ne andavano sole nelle ombre della selva, chi desiderosa di vedere il sole, chi di fuggirlo, in quel momento lei si mosse verso il fiume in direzione opposta alla corrente, camminando lungo la riva; e io al pari di lei, seguendo i suoi piccoli passi con i miei. Non ne avevamo fatto cento, tra i miei e i suoi, quando entrambe le rive voltarono così che mi ritrovai a oriente. E non avevamo fatto ancora molta strada quando la donna si voltò verso di me dicendo: «Fratello mio guarda e ascolta». Ed ecco una luce improvvisa trascorrere da ogni parte attraverso la grande foresta, tale da farmi pensare che fosse un baleno. Ma poiché il balenare come si accende così si spegne, mentre quello durava splendendo sempre di più, dicevo tra me: “Che cosa è questa?”. E una dolce melodia correva per l’aria luminosa, e un buon zelo mi fece recuperare l’audacia di Eva che, femmina sola e creata soltanto in quel momento, non volle ubbidire ad alcun ordine in quel luogo dove ubbidivano e cielo e Terra, e non soffrì di stare sotto alcun velo, sotto il quale se fosse devotamente rimasta io sarei stato libero dal peccato originale e avrei sentito già prima quelle ineffabili delizie del Paradiso terrestre e per un tempo più lungo. Mentre me ne andavo completamente sospeso fra tante primizie dell’eterno godimento, dinanzi a noi l’aria sotto i verdi rami ci si fece come un fuoco acceso, e il dolce suono si rivelò essere di canti. Vergini sacre e sante, se mai ho sofferto per voi digiuni, freddo o veglie, una ragione mi sprona a chiedervene il premio: perciò Muse abitatrici del monte Elicona ora bisogna che facciate per me i versi, e che sia Urania, Musa dell’astronomia, con il coro delle sue sorelle, ad aiutarmi a mettere in versi cose difficili anche da pensare.

Poco più avanti, il lungo tratto intermedio di aria che era tra noi e ciò che mi era parso di vedere, mi offriva l’immagine falsa di sette alberi d’oro; ma quando fui vicino ad essi tanto che grazie alla breve distanza l’oggetto percepito dalla vista e dall’udito non perdesse alcuna sua caratteristica, -come invece può accadere, secondo Aristotele, all’oggetto di una percezione insieme uditiva e visiva che inganna i sensi-, la virtù che offre alla ragione il raziocinio apprese che essi erano candelabri, e distinse «Osanna» nelle voci del canto.

La bella macchina dei candelabri -che sono i sette spiriti di Dio com’è scritto nell’“Apocalisse”- fiammeggiava sulla punta, molto più lucente della luna nel cielo sereno di mezzanotte, nel suo mezzo mese di plenilunio. Mi rivolsi pieno di ammirazione al buon Virgilio, ed egli mi rispose con lo sguardo non meno colmo di stupore. Quindi rivolsi nuovamente gli occhi a quelle cose alte che si muovevano verso di noi così lentamente che sarebbero state superate da spose novelle che incedessero verso la casa del marito.

La donna mi sgridò: «Perché t’infiammi tanto nell’ammirazione delle vive luci e non guardi ciò che viene dietro di esse?». Allora vidi gente vestita di bianco venire dietro quelle luci come seguendo le loro guide; e mai sulla Terra c’è stato un candore così grande. L’acqua risplendeva sulla sinistra, e se guardavo in essa mi rimandava come uno specchio l’immagine riflessa del mio fianco sinistro. Quando dalla riva dove mi trovavo ebbi raggiunto una posizione tale che solo il fiume mi distanziava da quella gente, mi fermai per vedere meglio e vidi le fiammelle procedere lasciandosi dietro l’aria dipinta, e sembravano tratti di pennello; così che l’aria al di sopra della processione ne veniva distinta in sette strisce -i doni dello Spirito Santo indicati dal profeta Isaia: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza, pietà e timore di Dio-, tutte di quei colori di cui il sole fa l’arcobaleno, e la luna fa l’alone, la luna il cui nome è Delia perché rivela. Più indietro, questi stendardi -perché tali mi apparivano le strisce- erano più di quanti la mia vista potesse scorgerne e, a mio avviso, quelli esterni distavano tra di loro dieci passi. Sotto un cielo così bello come lo descrivo, ventiquattro anziani -i libri del Vecchio Testamento, nelle spoglie dei loro Autori- venivano incoronati di fiordaliso, a due a due. Cantavano tutti: «Benedicta/Benedetta tu tra le figlie di Adamo, e benedette siano in eterno le tue bellezze!».

Appena i fiori e le altre fresche erbette di fronte a me, sull’altra sponda, furono liberi dalla presenza di quella gente eletta, dietro di essa, come una stella ne segue un’altra nel cielo, vennero i quattro animali che Giovanni descrive nell’“Apocalisse”, ciascuno coronato di una fronda verde. Ognuno di loro aveva le penne di sei ali, penne piene di occhi che conoscono passato e futuro: e se non fossero spenti dalla morte inflittagli da Mercurio per volere di Giove, sarebbero così numerosi gli occhi del gigante Argo. Lo uccise il dio per liberare Io, l’amante di Giove trasformata in giovenca e posta sotto la custodia del gigante dalla gelosa Giunone. Come spiega san Girolamo ognuno di quegli animali è uno dei quattro Vangeli nelle spoglie del proprio Autore: Matteo l’uomo, Marco il leone, Luca il vitello, Giovanni l’aquila. Lettore, non spargo più rime per descrivere le loro forme, perché un altro argomento mi afferra al punto da non potere dilungarmi in questo; ma tu leggi il profeta Ezechiele che li vide venire dal Nord col vento, con le nubi e col fuoco: e quali li troverai descritti nelle sue carte, tali erano qui; salvo che, per la descrizione delle ali, Giovanni è con me, e nella sua “Apocalisse” si discosta dal racconto di Ezechiele.

Lo spazio tra loro quattro conteneva un carro trionfale su due ruote -la Chiesa-, che veniva tirato al collo di un grifone. Cristo, il grifone, tendeva verso l’alto le ali, di qua e di là dalla striscia di mezzo, separando le altre, tre da una parte e tre dall’altra, e fendendo l’aria in modo da non colpire nessuna di esse. Le sue ali si protendevano tanto in alto da scomparire alla vista. Nella parte del corpo di uccello le sue membra erano d’oro, e le altre bianche miste di rosso. Non soltanto Roma mai celebrò con un carro così bello i trionfi di Scipione l’Africano o di Augusto, ma, al confronto con questo, lo stesso carro del sole apparirebbe povero; il carro del sole che guidato da Fetonte deviò dal suo percorso incendiando la superficie terrestre, e fu colpito dal fulmine di Giove arcanamente giusto, per le preghiere che a lui rivolse la Terra devota.

Tre donne -le tre virtù cardinali- venivano danzando in tondo dalla parte della ruota destra, l’una, la Carità, tanto rossa che a fatica si sarebbe riconosciuta dentro un fuoco; l’altra, la Speranza, era come se avesse le carni e le ossa fatte di smeraldo, e la terza, la Fede, pareva neve appena caduta: e nella danza sembravano guidate ora dalla bianca ora dalla rossa, e dal canto di quest’ultima le altre prendevano il ritmo, lento o veloce. Dalla parte della ruota sinistra facevano festa quattro donne vestite di porpora -le quattro virtù teologali della Prudenza, della Giustizia, della Fortezza e della Temperanza-, seguendo l’esempio della prima, che aveva tre occhi nella testa.

Dietro il gruppo che ho descritto vidi due vecchi in abiti diversi ma simili nel portamento dignitoso e fermo. L’uno -che dà forma umana agli “Atti degli Apostoli” sotto le spoglie di Luca loro Autore-, si mostrava nelle vesti di un discepolo di Ippocrate sommo medico che la natura generò a beneficio degli uomini, gli animali che essa ha più cari; l’altro mostrava l’atteggiamento opposto, impugnando una spada lucida e acuminata che mi incusse paura anche a distanza, trovandomi io di qua dal fiume: nelle spoglie del loro santo Autore si presentarono in quella forma le “Epistole” di Paolo. Poi vidi quattro di umile aspetto -le “Epistole” di Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, sotto le spoglie dei loro Autori-; e dietro tutti vidi venire un vecchio solo che dormiva con un’espressione arguta: il libro dell’“Apocalisse” nella forma umana di san Giovanni suo Autore. Questi sette erano vestiti come il primo gruppo ma intorno al capo non avevano una ghirlanda di gigli della fede ma di rose, invece, e di altri fiori rossi del fuoco della carità: qualcuno che si fosse trovato poco lontano e li avesse visti avrebbe giurato che tutti ardessero sopra la testa.

Quando il carro mi fu di fronte si udì un tuono, e quella degna gente parve impossibilitata ad avanzare e costretta a fermarsi lì insieme con le prime insegne, che tali mi erano sembrate ed erano invece candelabri.

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CANTO XXX

Quando i sette candelabri dell’Orsa Maggiore, figura dello Spirito di Dio, Settentrione del primo cielo Empireo che non conobbe mai tramonto né alba né velo d’altra nebbia se non della colpa, e che in quel luogo richiamava ciascuno al proprio dovere, si fissarono fermi come fa l’Orsa Minore, Settentrione più basso sul capo di chi manovra il timone per venire al porto, quella gente vera venuta per prima, quegli anziani che avanzavano tra il grifone e il carro, si voltarono verso il carro come verso la propria pace; e uno di loro come inviato dal cielo gridò tre volte cantando «Veni, sponsa, de Libano/Vieni, sposa, dal Libano», e tutti gli altri dietro di lui. Come i beati sorgeranno pronti all’ultimo appello, alla chiamata del Giudizio universale, ognuno dalla sua fossa, alleluiando con la voce rinata nel corpo, così in cento, ministri e messaggeri di vita eterna, si alzarono sul carro divino ad vocem tanti senis/alla voce di un anziano tanto venerando. Tutti dicevano «Benedictus qui venis!/Benedetto colui che viene!», e gettando fiori sopra e intorno «Manibus, oh, date lilïa plenis!/Oh, spargete gigli a piene mani!».

Al cominciare del giorno io vidi la parte orientale del cielo tutta rosata, e l’altra adorna di un bell’azzurro; e vidi sorgere in ombra la faccia del sole, così che temperata la sua luce dai vapori, l’occhio poteva sostenerne a lungo la vista: e dentro una nuvola di fiori che saliva e ricadeva dalle mani angeliche in basso, dentro e fuori dal carro, coronata di ulivo sopra un candido velo mi apparve una donna vestita di colore di fiamma viva, sotto un mantello verde. E il mio spirito che da tempo non rimaneva spossato dallo stupore, tremando in sua presenza, senza avere dagli occhi maggiori dettagli sentì la grande potenza dell’antico amore per una energia nascosta che veniva da lei. Appena tale energia spirituale, che mi aveva trafitto già prima che uscissi dalla fanciullezza, mi colpì la vista, mi voltai a sinistra con la fiducia con cui il bambino corre alla mamma quando ha paura o quando è turbato, per dire a Virgilio: «Meno di una piccolissima parte di una goccia di sangue mi è rimasta che non stia tremando: conosco i segni dell’antica fiamma». Ma Virgilio ci aveva lasciati, Virgilio padre dolcissimo, Virgilio a cui mi ero affidato per la mia salvezza; e tutto l’Eden che l’antica madre Eva aveva perduto, e in cui invece io mi trovavo, non valse a impedire che le mie guance pulite con la rugiada tornassero macchiate dalle lacrime. «Dante non piangere più, non piangere più perché Virgilio se n’è andato: dovrai piangere per la ferita inferta da un’altra spada».

Come un ammiraglio che a poppa e a prora viene a controllare l’equipaggio che manovra sulle altre navi, e lo incoraggia a far bene, quando mi voltai verso la sponda sinistra del carro al suono del mio nome che sono costretto qui a registrare, vidi la donna che prima mi era apparsa velata nella festa angelica, rivolgere lo sguardo verso di me di qua dal fiume. Malgrado il velo che le scendeva dal capo inghirlandato dalle fronde dell’ulivo di Minerva non la rendesse visibile del tutto, regalmente e ancora altera nell’atteggiamento, continuò come chi parla riservando per ultime le parole più accese: «Guarda bene qui! Sono ben io, sono proprio io, Beatrice! Come ti sei deciso finalmente a salire il monte? Non sapevi che qui l’uomo è felice?». Gli occhi mi caddero giù nell’acqua chiara del fiume, ma vedendomi in esso li rivolsi all’erba, tanta era la vergogna che mi pesava sul capo. Così superba la madre appare al figlio, come ella parve a me: perché sappia di amaro il sapore del duro affetto materno. Ella tacque, e gli angeli subito intonarono «In te, Domine, speravi/In te, Signore, ho riposto la mia speranza», ma non andarono oltre le parole del Salmo «pedes meos/[hai posto in un luogo spazioso] i miei piedi».

Come la neve si congela fra gli alberi -travi viventi sul dosso appenninico dell’Italia-, soffiata e indurita dai venti della Schiavonia balcanica, e liquefatta si scioglie solo che l’Africa, la terra priva di ombra, soffi vento che sembra fuoco che fonda la candela; così me ne stavo, senza lacrimare e sospirare, prima che gli angeli che cantano sempre dietro le note dei cieli eterni prendessero a salmodiare; ma dopo averli uditi compatirmi attraverso le dolci melodie del Salmo, più che se avessero detto “Donna, perché lo avvilisci tanto?”, il gelo che mi si era indurito intorno al cuore si fece spirito e acqua, sospiri e lacrime, e con angoscia attraverso la bocca e gli occhi mi uscì dal petto.

Ella sempre restando ferma sopra la sponda del carro, rivolse poi le sue parole agli angeli, pie sostanze: «Voi vigilate nel giorno eterno così che né la notte né il sonno vi rubano i passi che il mondo fa per le sue strade; perciò la mia risposta si preoccupa soprattutto che colui che piange sull’altra sponda mi capisca, in modo che stiano in equilibrio in lui la colpa e il dolore. Non solo per opera dei nobili cieli che indirizzano ogni uomo verso un fine, a seconda della benevolenza delle stelle, ma per abbondanza di grazie divine che piovono da nubi tanto alte che la nostra vista non può avvicinarle, costui nella sua vita nuova, quand’era un fanciullo, si trovò in una tale condizione che ogni disposizione ad agire bene avrebbe fatto in lui una mirabile prova. Ma col seme cattivo o non coltivato il terreno si fa tanto più maligno e selvatico quanto più possiede vigore riproduttivo. Per un certo tempo l’ho sostenuto con il mio sguardo: mostrandogli i miei giovani occhi lo portavo con me per la diritta via. Appena fui sulla soglia della mia seconda età, e cambiai vita morendo, costui mi lasciò e si dette ad altri. Quando dalla condizione carnale mi elevai a quella dello spirito, e bellezza e virtù aumentarono in me, gli divenni meno cara e meno gradita, ed egli volse i passi per una via non vera, seguendo false immagini di bene che nessuna promessa mantengono per intero. E non mi valse chiedere per lui le ispirazioni al bene con le quali in sogno e in altro modo cercai di distoglierlo: così poco se ne curò! Cadde tanto in basso che tutti i mezzi per la sua salvezza erano ormai insufficienti, eccetto il mostrargli le anime perdute. Per questo motivo ho visitato l’uscio dell’Inferno dei morti, e, piangendo, ho porto le mie preghiere a Virgilio che l’ha condotto quassù. Sarebbe violato il supremo ordinamento di Dio se egli potesse attraversare il Lete e gustare una tale vivanda senza pagare il prezzo di un pentimento che sparga lacrime».

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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