domenica, 19 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXII)

0

PURGATORIO

CANTO XXXI

«Tu che sei di là dal fiume sacro» ricominciò senza indugio Beatrice, indirizzandomi di punta parole che mi erano sembrate aspre anche rivoltemi di taglio, «di’, di’ se è vero ciò di cui parlo: la tua confessione dev’essere adeguata a una tale accusa».

La mia forza d’animo era tanto confusa che, appena si mosse, la mia voce si spense prima che fosse dischiusa dalle labbra. Lei sopportò per un po’ il mio silenzio, poi chiese: «A che pensi? Rispondimi, perché l’acqua del Lete non ti ha ancora cancellato il ricordo dei peccati». Confusione e paura mescolate insieme mi spinsero fuori dalla bocca un «si» tale che per capirlo fu necessario vedere il movimento delle mie labbra. Come la balestra si spezza quando scocca corda e arco con una tensione eccessiva, e la freccia giunge a segno con minore impeto, così io scoppiai sotto il pesante carico dei ricordi, sgorgando fuori lacrime e sospiri, e la voce uscì debole dal suo varco. Per cui ella mi chiese: «Quali fossi scavati di traverso, o quali catene, hai trovato sulla tua via, che ti hanno fatto abbandonare la speranza di superarli malgrado fossi sostenuto dal mio desiderio che ti spingeva ad amare il bene di là dal quale non c’è nulla a cui valga aspirare? E quali comodità o quali vantaggi hai visto in altri beni, da costringerti a passeggiare davanti ad essi come un innamorato davanti all’abitazione dell’amata?». Trovai a stento la voce di rispondere dopo la pausa di un amaro sospiro, e le labbra la articolarono con fatica. Dissi piangendo: «Con la loro seduzione ingannevole le cose terrene cominciarono a guidare i miei passi appena il vostro volto mi fu celato dalla morte». E lei: «Se tacessi o se negassi quello che stai confessando, la tua colpa non sarebbe meno evidente a quell’altissimo giudice che già la conosce! Ma quando l’accusa del peccato scoppia dalle labbra del peccatore stesso, la ruota nella nostra corte celeste gira in senso contrario al taglio, e spezza la lama e non l’affila. Tuttavia, poiché ora provi vergogna del tuo errore, e affinché tu sia più forte la prossima volta che udirai le sirene, smetti di piangere e ascolta, e sentirai come il mio corpo sepolto avrebbe dovuto guidarti in direzione opposta a quella che prendesti. Mai la natura o l’arte ti mostrarono la bellezza quanto le belle membra nelle quali fui rinchiusa e che sono sparse nella terra; e se con la mia morte ti venne a mancare la seduzione del fascino più grande, quale bene effimero doveva poi attrarti nel desiderio di sé? Colpito dalla prima freccia delle cose cadùche -fatta la prima esperienza delle cose che non durano-, avresti dovuto ben risollevarti seguendo me che ormai non ero più mortale. La Pargoletta, o altra novità di breve durata, non avrebbe dovuto avere il potere di appesantirti le penne verso il basso, ad attendere un altro colpo del cacciatore. Un uccelletto inesperto attende due o tre colpi prima di fuggire dagli uccellatori, ma invano viene aperta la rete o si scagliano frecce davanti agli occhi dei pennuti adulti».

Come i fanciulli stanno vergognosi, muti con gli occhi a terra, ascoltando e riconoscendo le proprie colpe e pentendosi, così me ne stavo io; ed ella disse: «Se ascoltare ti addolora, alza la barba e il dolore aumenterà guardandomi». Una quercia robusta si sradica con minore resistenza al vento settentrionale o a quello africano della terra di Iarba -il re dei Getuli il cui amore Didone rifiutò-, di quanta ne feci io sollevando il mento al suo comando; e quando con “barba” lei indicò il mio viso, riconobbi il veleno delle sue parole. E come sollevai la faccia il mio sguardo avvertì che gli angeli, le prime creature, avevano smesso di spargere fiori. I miei occhi ancora poco sicuri scorsero Beatrice rivolta verso il grifone, l’animale che è una persona sola in due nature. La bellezza di Beatrice, pure percepita sotto il velo che portava e dal punto in cui la guardavo oltre la riva, mi sembrava superare quella di lei da viva, più di quanto un tempo avesse superato la bellezza delle altre donne nel mondo. Qui l’ortica del pentimento mi punse al punto che la cosa che più mi aveva distolto dal suo amore mi divenne nemica più d’ogni altra. Tanta riconoscenza mi morse il cuore che caddi vinto. E come divenni in quel momento lo sa lei che ne fu la causa.

Quando il cuore mi restituì le forze vidi sopra di me Matelda, la donna che avevo trovato sola, che mi diceva: «Tieniti a me! Tieniti a me!». Mi aveva tratto nel fiume finché l’acqua mi era giunta alla gola, ed ella andava leggera sopra di essa come una barca tirandomi dietro di sé. Quando fui vicino alla riva beata, «Asperges me/Aspergimi» si udì con una dolcezza che non so ricordare e neppure descrivere. La bella donna aprì le braccia, mi abbracciò il capo e mi sommerse obbligandomi a inghiottire l’acqua. Quindi mi rialzò e mi offrì alla danza delle quattro belle -le virtù cardinali che si erano presentate in forma umana-, e ciascuna di loro mi coprì con le braccia. «Qui siamo ninfe e nel cielo siamo stelle. Prima che Beatrice scendesse nel mondo fummo ordinate come sue ancelle. Ti condurremo dinanzi ai suoi occhi, ma prima le tre ninfe della ruota destra che guardano più in profondità, ti aguzzeranno gli occhi perché penetrino nella luce gioconda che è dentro i suoi». Così cominciarono cantando e poi mi condussero davanti al grifone-Cristo dov’era Beatrice rivolta a noi. Dissero: «Non risparmiare la vista, ti abbiamo posto dinanzi agli smeraldi dai quali Amore ti colpì con le sue frecce». Mille desideri caldi più della fiamma tennero stretti i miei occhi agli occhi splendenti che erano fissi sul grifone. Come il sole nello specchio, non diversamente il doppio animale vi si rifletteva, ora aquila ora leone, rivelando il mistero di Dio-uomo. Pensa lettore se mi meravigliavo vedendo il grifone non mutare in sé e invece trasformarsi dentro la sua immagine riflessa. Mentre la mia anima piena di stupore e lieta gustava quel cibo che, saziando di sé, di sé rende assetati, le altre tre ninfe -virtù teologali-, dimostrandosi negli atti appartenenti a un ordine più elevato, si fecero avanti danzando al suono della loro angelica canzone. «Rivolgi, Beatrice, rivolgi gli occhi santi», erano le parole della canzone, «al tuo fedele che per vederti ha camminato tanto! Per grazia, facci grazia di mostrargli la tua bocca: che veda la seconda bellezza che gli nascondi».

O splendore di viva luce eterna, chi mai si fece così pallido sotto l’ombra del Parnaso esercitando la poesia, o bevve alla sua fonte ispiratrice, tanto da non avere la mente confusa nel tentativo di rappresentarti quale apparisti, là dove il cielo ti raffigurò nella sua armonia, quando nell’aria aperta ti liberasti dal velo?

§§§

CANTO XXXII

Erano tanto fissi e attenti i miei occhi a saziare la decennale sete che avevo di rivedere Beatrice, che gli altri sensi erano spenti; e da un lato e dall’altro gli occhi erano schermati dalle pareti del disinteresse, tanto il santo sorriso li attraeva a sé, l’antica rete! Fino a quando lo sguardo con la forza mi fu volto verso la mia sinistra da quelle dee, le virtù teologali, perché udii da loro un: «Troppo fisso!»; e la capacità di vedere che è negli occhi, colpiti proprio in quel momento dal sole, mi fece restare privo di vista per un certo tempo. Quando mi fu tornata un poco (e dico “un poco” rispetto al molto da vedere da cui mi distolsi a forza), vidi il glorioso esercito in processione volto a destra, e tornare col sole e con le sette fiamme sul capo. Come la schiera di armati si volge per salvarsi sotto gli scudi, girandosi con il vessillo prima di poter cambiare direzione, quella milizia del regno celeste in cammino ci passò tutta davanti prima che il carro piegasse il timone verso destra. Quindi le tre donne tornarono alle ruote e il grifone mosse il benedetto carico senza scuotere però neppure una penna delle sue ali.

Matelda, la bella donna che mi condusse a varcare il fiume, Stazio, e io, seguivamo la ruota destra che descriveva la sua orbita con un arco minore. Un’armonia angelica regolava i passi mentre passeggiavamo così nella profonda selva del Paradiso terrestre, vuota per colpa di colei che credette al serpente. Forse una freccia scagliata avrebbe coperto in tre lanci tanto spazio quanto quello da cui ci eravamo allontanati, quando Beatrice scese dal carro. Sentii tutti mormorare «Adamo», poi circondarono una pianta spoglia, in ogni ramo, di foglie e di altre fronde. La sua chioma, che si allarga più e più verso l’alto, sarebbe ammirata dagli Indi nei loro boschi, per la sua altezza. «Beato sei grifone che non stacchi col becco pezzi di questo legno dolce al gusto, poiché il ventre di chi lo mangiasse si contorcerebbe dal dolore». Questo gridarono gli altri intorno al forte albero; e l’animale biforme: «Si conserva così il seme di ogni giustizia». E volto al timone che aveva tirato lo trasse ai piedi della pianta spoglia e lo lasciò legato ad essa. Come le nostre piante che si fanno turgide quando piove giù la grande luce solare mescolata con quella della costellazione dell’Ariete che illumina da dietro la costellazione dei Pesci, e poi ciascuna delle piante rinnova il suo colore prima che il sole porti i suoi cavalli sotto un’altra stella; sbocciando un colore meno rosato che violaceo, la pianta che prima aveva i rami al sole si rinnovò. Io non lo compresi, e sulla Terra non si canta l’inno che in quel momento quella gente cantò, e non sopportai di ascoltare tutta quanta la melodia. Se potessi descrivere come furono catturati dal sonno gli occhi spietati del gigante Argo mentre egli udiva il racconto di Siringa, la ninfa tramutata in canna perché sfuggisse a Pan; quegli occhi ai quali, pure, il vegliare costò così tanto procurando la morte al gigante, come è stato ricordato in precedenza, ad essi farei riferimento come un pittore che dipinga ispirandosi a un modello, per disegnare il modo con cui mi addormentai. Provi pure, chi vuole disegnare il momento del sonno, io non ci riesco. Passo perciò al momento in cui mi svegliai, e dico che una luce splendente mi squarciò il velo del sonno, e un richiamo: «Alzati, che fai?».

Come gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo soggiogati dalla trasfigurazione di Gesù che li aveva condotti sul monte Tabor a vedere i piccoli fiori del melo che rende gli angeli ghiotti del suo frutto e celebra nozze perpetue nel cielo, tornarono poi in sé alla voce del Signore dalla quale furono interrotti sonni più profondi -come quello di Lazzaro-, e videro la loro compagnia priva di Mosè e di Elia che, prima, nella visione, parlavano con Gesù, e videro la stola del loro maestro cambiata, tornato l’aspetto del Signore quello consueto e dismesso lo splendore della trasfigurazione; allo stesso modo ripresi coscienza e vidi sopra di me la pia donna che, prima, era stata la guida dei miei passi lungo il fiume. E in preda al dubbio chiesi: «Dov’è Beatrice?». Al che Matelda: «Guardala, siede sotto la fronda rinnovata, sulla sua radice. Guarda la compagnia che la circonda: gli altri se ne vanno su, dietro il grifone, cantando una canzone più dolce e più profonda». Se le sue parole furono più di queste non lo so, perché mi stava già negli occhi la donna che mi aveva distolto da ogni altro interesse. Beatrice sedeva sola su quella terra vera, lasciata lì come a guardia del carro che avevo visto legare dalla bestia biforme. Le sette ninfe in cerchio le facevano chiostro di sé tenendo nelle mani quei candelabri che l’impeto dei venti Aquilone e Austro non può spegnere. «Qui nella selva resterai per poco, e con me sarai per sempre cittadino di quella Roma celeste -il Paradiso- per la quale Cristo è romano. Però, a vantaggio del mondo che vive nel male, ora tieni gli occhi al carro e quel che vedi scrivi, una volta tornato sulla Terra». Così Beatrice, e io tutto pronto a obbedire portai mente e occhi dove ella volle. Mai così veloce scese la folgore da una densa nube quando piove dal confine più remoto del cielo, come vidi calare l’uccello di Giove, l’aquila imperiale, giù sull’albero, spezzando la scorza, i fiori e le foglie nuove: e colpì il carro con tutta la sua forza, per cui esso piegò come nave in tempesta, vinta dall’onda, oscilla ora dal lato di poggia, sottovento, ora da orza. Poi vidi una volpe, la volpe dell’eresia, avventarsi nel fondo del trionfale veicolo, che pareva digiuna di ogni buon pasto; ma accusandola di laide colpe la mia donna la volse in una fuga così veloce quanto permisero ad essa le sue ossa senza carne. Poi, da dove prima era venuta vidi l’aquila scendere giù nell’arca del carro -la Chiesa- e lasciare su di essa le sue penne -figura della donazione di Costantino; e dal cielo uscì una voce come quella che esce dal cuore colma di rammarico, e disse: «O navicella mia, come sei carica di merce cattiva!». A quel punto mi sembrò che la terra si aprisse tra le ruote del carro, e ne vidi uscire un drago -il demonio- che vi confisse la coda; e come la vespa che ritrae il suo ago, traendo a sé la coda maligna il drago portò via parte del fondo del carro e se ne andò volando di qua e di là. Quel che rimase si ricoprì, come la terra feconda ricoperta dalla gramigna, delle piume offerte dall’aquila forse con sana e benigna intenzione, e ne furono ricoperte l’una e l’altra ruota e il timone, in un tempo così breve che dura di più un sospiro in una bocca aperta. Trasformata in questo modo, la santa costruzione mise fuori sette teste: tre sopra il timone e una in ogni angolo. Le prime erano cornute come quelle di un bue mentre le altre quattro avevano un solo corno sulla fronte: un simile mostro non si è ancora visto. Sicura come una rocca in alta montagna, mi apparve seduta sopra di esso una puttana libera da ogni freno, che si guardava intorno lasciva; e vidi accanto a lei un gigante attento che nessuno gliela portasse via, e di tanto in tanto si baciavano -la puttana, la Curia romana, e il gigante, il re di Francia Filippo IV. Ma poiché la puttana rivolse a me lo sguardo voglioso e vagante, quel feroce amante la frustò dalla testa ai piedi, poi, pieno di sospetto e terribile d’ira, sciolse il mostro e lo portò nella selva che fu così la mia sola protezione dalla puttana e dalla strana belva.

§§§

CANTO XXXIII

«Deus venerunt gentes/Dio, le nazioni sono venute»: le sette donne virtù cardinali e teologali cominciarono la dolce melodia del Salmo lacrimando e alternando nel canto ora tre ora quattro voci, e Beatrice le ascoltava, sospirosa e pia, con un aspetto al cui confronto quello di Maria ai piedi della croce si alterò soltanto un po’ di più per il dolore. Quando le altre vergini cessarono il canto dandole modo di parlare, lei si alzò dritta in piedi, dello stesso colore del fuoco, e rispose con le parole di Gesù agli Apostoli nell’ultima cena, come testimonia il Vangelo di Giovanni: «Modicum, et non videbitis me; et iterum, mie sorelle dilette, modicum, et vos videbitis me/ Ancora un po’ e non mi vedrete; ancora un po’ e di nuovo mi vedrete, mie sorelle dilette». Poi tutte e sette le si misero davanti e Beatrice col solo cenno fece sì che la seguissimo io, Matelda e il saggio Stazio che era rimasto con noi. Così procedeva, e non credo che avesse fatto dieci passi quando i suoi occhi colpirono i miei; e con tranquilla espressione «Vieni più vicino», mi disse, «in modo che quando ti parlo tu possa ascoltarmi bene». Appena le fui accanto, come dovevo, continuò: «Fratello, perché camminando ormai insieme con me non ti azzardi a pormi domande?».

Come accade a quelli che stanno davanti a un loro superiore con eccesso di reverenza e, parlando, la loro viva voce non gli giunge ai denti, accadde lo stesso a me che cominciai con voce flebile: «Mia signora, voi conoscete i miei bisogni e ciò che è bene per essi». Ed ella a me: «Voglio che ti liberi dalla paura e dalla vergogna e che non parli più come uno che sta sognando. Sappi che il carro che il serpente ha rotto, esisteva e ora non più, ma chi ne ha la colpa stia certo che la giustizia di Dio non teme ostacolo. Non resterà per sempre senza erede l’aquila dell’Impero, che ha lasciato le sue penne al carro della Chiesa, grazie alle quali il carro è diventato mostro e poi preda: lo affermo perché vedo chiaramente già vicine le stelle, sicure da ogni impedimento e da ogni ostacolo, indicare il tempo in cui un cinquecentodieci e cinque, un DVX mandato da Dio, ucciderà la puttana con il gigante che delinque con lei. E forse la mia oscura profezia ti è ancora meno chiara di quelle della titanessa Temi e della Sfinge, perché come quelle anche la mia ottunde l’intelletto, ma presto saranno le Naiadi, ninfe delle acque, a spiegare i fatti: esse risolveranno questo difficile enigma senza danneggiare le pecore o le biade, come invece fece la belva scatenata da Temi contro i Tebani per vendicare la morte della Sfinge sconfitta da Edipo che si recava a Tebe. Tu imprimiti nella mente questo enigma, e così come te lo porgo scrivi queste parole per i vivi di un vivere che è un correre verso la morte, e quando le scriverai fa’ in modo di non celare le condizioni in cui hai visto l’albero che ora qui è spogliato due volte dalla cupidigia: con il peccato originale e con il furto del re di Francia. Chiunque lo derubi o lo schianti, come se bestemmiasse offende di fatto Dio che lo creò santo con la sua virtù. Per averne mangiato, per cinquemila anni e più Adamo bramò in pena e in desiderio l’avvento di Cristo che in se stesso punì il morso. Dorme il tuo ingegno se non comprende la ragione singolare che rende l’albero tanto alto e così stravolto sulla cima dove è largo, mentre è stretto in basso, perché sia inviolabile. Se i tuoi pensieri folli non si fossero incrostati nella tua mente come fa l’acqua dell’Elsa, affluente dell’Arno, con le cose che sono immerse nel suo calcare, e se il compiacersi di essi non ti avesse macchiato la mente come fece Piramo con il gelso, macchiandolo col suo sangue e uccidendosi poi sotto di esso, ti sarebbero bastate le circostanze della forma dell’albero e della visione che ti è apparsa, per riconoscere la giustizia di Dio nel significato morale della proibizione di cogliere i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Ma poiché vedo il tuo intelletto fatto di pietra e, così impietrito, oscurato e tanto incapace di comprendere da restare abbagliato dalla luce delle mie parole, voglio che le porti ancora dentro di te, e se non scolpite almeno dipinte, come il pellegrino che reca il bordone al ritorno dalla Terra Santa, il suo bastone coronato di palma». E io: «Il mio cervello ora è segnato da voi come la cera segnata dal sigillo la quale non cambia la figura che le è stata impressa. Ma perché la vostra parola, che desidero, vola tanto al di sopra della mia vista che essa più ne perde il senso quanto più si sforza di afferrarlo?». «Perché tu conosca», rispose, «la scuola che hai seguito della conoscenza umana e ti renda conto che la sua dottrina non può seguire la mia parola; e perché tu veda che la via degli uomini è tanto lontana da quella divina quanto si discosta dalla Terra il cielo che gira più veloce più in alto, il Primo Mobile». Le risposi: «Non ricordo di essermi mai allontanato da voi: la coscienza non mi rimorde per questa colpa». «Se non puoi ricordartene», rispose sorridendo, «ricorda che stamattina hai bevuto al Lete, il fiume dell’oblìo, e, come il fuoco si manifesta dal fumo, proprio il tuo dimenticare dimostra chiaramente la colpa della tua volontà distratta da altre cose. Ora le mie parole saranno davvero esplicite quanto è necessario a renderle evidenti alla tua rozza vista».

E il sole più fiammeggiante e più lento guidava il cerchio meridiano del mezzogiorno, che si muove qua e là secondo lo sguardo di chi osserva il cielo quando, come accade a chi precede delle persone a cui fa da guida, di fermarsi se trova qualcosa di insolito o un suo indizio, le sette donne virtù si fermarono alla fine di un’area tenuemente ombreggiata, com’è l’ombra che l’Alpe distende sopra i suoi freddi corsi d’acqua, sotto verdi foglie e neri rami. Mi sembrò di vedere uscire da una sorgente dinanzi a loro il Tigri e l’Eufrate e, pigri, dividersi come amici.

«Luce e gloria degli uomini, che acqua è questa che scaturisce qui da una sola fonte per dividersi?». A questa preghiera mi fu risposto: «Prega Matelda che te lo dica». E a questo punto Matelda, la bella donna, rispose subito come per liberarsi da una colpa: «Gli ho spiegato questo e altro, e sono sicura che l’acqua del Lete non glielo ha fatto dimenticare». E Beatrice: «Forse un’attenzione maggiore, che spesso fa venir meno la memoria, ha reso la sua mente incapace di vedere. Ma vedi Eunoè che dirama il suo corso da quella parte: conducilo ad esso e ravviva la sua virtù tramortita, come sei solita fare su questo monte».

Come un’anima gentile che non accampa scuse per esimersi dal compito che le è stato affidato ma fa del desiderio altrui, appena esso si è manifestato, il proprio desiderio, così la bella donna si mosse prendendomi per mano, e con grazia femminile disse a Stazio: «Vieni con lui».

Lettore, se disponessi di uno spazio più lungo da riempire scrivendo, canterei almeno in parte il dolce bere che non mi avrebbe mai saziato, ma poiché le carte preparate per questa seconda cantica sono tutte piene, il freno dell’arte non mi lascia procedere oltre.

Ritornai dalla santissima acqua rifatto come le piante giovani rinnovate di nuova fronda, puro e pronto a salire alle stelle.

******

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply