domenica, 26 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXIII)

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PARADISO

CANTO I

La gloria di Colui che tutto muove penetra per l’universo e risplende in un punto più, e meno altrove. Io ero nel cielo che riceve una parte maggiore della Sua luce e vidi cose che chi discende da lassù non sa e non può ridire: perché avvicinandosi all’oggetto del suo desiderio il nostro intelletto si inabissa tanto nella conoscenza che la memoria non può seguirlo. Di quanto del regno santo ho potuto far tesoro nella mia mente ora sarà davvero materia del mio canto. O buon Apollo, per quest’ultima impresa rendimi capace di contenere il tuo valore come richiedi per assegnare l’amato alloro. Fin qui mi sono state di grande aiuto le Muse delle arti che risiedono su Nisa, l’una delle due cime del Parnaso, ma ora dovrò affrontare la prova rimasta anche con l’aiuto tuo che dimori su Cirra, e dunque verso entrambe le vette rivolgo la mia preghiera. Entra nel mio petto Apollo, e soffia come quando tirasti Marsia fuori dalla pelle delle sue membra perché osò accettare la tua sfida nel canto. O divina potenza, se mi asseconderai consentendomi di mostrare l’ombra del regno beato rimasta impressa nella mia mente, mi vedrai venire al tuo albero diletto, per coronarmi delle sue foglie di cui la materia del mio canto e tu stesso mi avrete reso degno. Così di rado, padre, ne coglie un imperatore o un poeta per celebrare il trionfo -per colpa e vergogna di quegli uomini che hanno solo basse voglie-, che dovrebbe appagarti, o lieto dio di Delfi, che qualcuno fortemente desideri la fronda di alloro, quella in cui il fiume Peneo trasformò la ninfa Dafne, sua figlia, perché sfuggisse a te, Apollo.

Una piccola favilla può suscitare una grande fiamma: forse dopo di me voci più autorevoli pregheranno perché Apollo risponda.

Il lume del mondo sorge da diversi punti per gli uomini, ma dal punto che nell’equinozio di primavera congiunge quattro cerchi con tre croci, intersecandosi con l’orizzonte, il sole esce con un tragitto e una stella migliori, nella costellazione dell’Ariete, e plasma e segna con più efficacia la materia del mondo. Ciò accade quando sorge nel punto in cui il coluro equinoziale, meridiano del massimo circolo della sfera celeste -l’eclittica- taglia l’equatore nei due punti opposti dell’equinozio -primavera e autunno-, e il giorno e la notte hanno uguale durata. Sul cerchio dell’orizzonte si intersecano allora i cerchi dell’eclittica, dell’equatore e del coluro equinoziale formando le tre croci.

Tale foce di luce aveva fatto da una parte giorno e dall’altra sera, e tutto di là l’emisfero del Purgatorio era bianco, e nero invece l’emisfero di Gerusalemme, quando vidi Beatrice rivolta a sinistra guardare nel sole: mai un’aquila fissò gli occhi così intensamente in esso. E come il secondo raggio, riflesso, esce dal primo e risale quale pellegrino che vuol fare ritorno, così all’atto di Beatrice infuso attraverso gli occhi nella mia mente, si conformò il mio atteggiamento, e fissai gli occhi nel sole superando il limite delle nostre umane possibilità. Là nel Paradiso terrestre, per la natura del luogo fatto per dar vita alla specie umana, molto è lecito che qui sulla Terra non è dato alle nostre forze. Non sopportai di tenere lo sguardo nel sole per molto tempo, né lo tenni così poco da non vederlo sfavillare intorno come ferro che esce incandescente dal fuoco, e all’improvviso parve che si aggiungesse giorno a giorno come se Colui che può avesse adornato il cielo di un altro sole.

Beatrice stava con gli occhi tutta fissa nelle eterne sfere ruotanti del cielo, e io fissai gli occhi in lei distogliendoli da lassù. Guardandola mi trasformai dentro così come si fece Glauco il pescatore gustando l’erba che gli diede una coda di pesce e in questo modo lo rese compagno degli dei del mare. Spiegare il trasumanare non si può con le parole: per farne esperienza basti l’esempio che la grazia concede. Se io ero in quel momento soltanto anima, quel che per ultimo creasti in me, amore che governi il cielo, lo sai Tu che mi hai sollevato con la tua luce. Quando la sfera dei cieli che fai girare eternamente per il desiderio di congiungersi con Te, mi attrasse a sé con l’armonia sonora che regoli e rendi diversa nelle diverse sfere celesti, il cielo allora mi apparve tanto acceso dalla fiamma del sole che pioggia o fiume mai resero così esteso un lago. La novità del suono e la grande luce mi accesero un desiderio, mai sentito così acuto, di conoscerne la ragione; per cui Beatrice che vedeva dentro di me come me stesso, aprì le labbra per rasserenare il mio animo turbato, prima che aprissi bocca per domandare, e cominciò: «Tu stesso, immaginando il falso, ti rendi incapace di comprendere sicché non vedi ciò che vedresti se te ne liberassi. Non sei sulla Terra come credi: mai fulmine lasciando il proprio sito fu veloce come te che ritorni alla patria celeste». Se fui sciolto dal primo dubbio, dalle brevi e sorridenti parolette, fui però ancor più irretito in un dubbio nuovo, e dissi: «Mi sono rasserenato dal grande stupore, ma ora mi meraviglio di come io trascenda i cieli dell’aria e del fuoco, questi corpi leggeri». Al che lei, dopo un pietoso sospiro, drizzò gli occhi verso di me con quell’espressione che ha una madre nei riguardi di un figlio che delira, e cominciò: «Tutte quante le cose sono ordinate tra loro, e tale ordine è la forma che rende l’universo simile a Dio. Gli uomini di elevato intelletto scorgono qui l’impronta dell’eterno valore che è il fine per il quale è stabilito l’ordine suddetto. Nell’ordine di cui parlo tutte le creature, a seconda delle diverse condizioni della loro vita, tendono più o meno vicino al loro principio; per cui si muovono attraverso il gran mare dell’essere verso porti differenti, ciascuna condotta dall’istinto che le è stato dato. Questo è ciò che porta il fuoco in alto, verso la corona infuocata che circonda la Terra sotto il cielo della luna, questo muove la vita nel cuore delle creature mortali, questo tiene compatta e raccolta in sé la Terra; né solo le creature prive d’intelligenza quest’arco saetta, ma anche quelle che posseggono intelletto e amore. La Provvidenza, che regola tutto ciò, con la sua luce rende sempre sereno il cielo nel quale ruota la sfera più veloce, il Primo Mobile; e ora lì, come al luogo destinato, ci porta la forza di quella corda che indirizza verso un bersaglio di letizia ciò che scocca. Vero è che, come spesso la forma non coincide con l’intenzione artistica, perché la materia è sorda e non risponde, così talora da questa direzione si allontana, lanciata in tal modo in un’altra direzione, la creatura che ha il potere di farlo perché dotata di libero arbitrio, e così come si può vedere cadere fuoco da una nube, allo stesso modo l’impeto originario che è volto verso il cielo si atterra deviato da un falso piacere. Se giudico bene, non devi più meravigliarti del tuo salire, se non come di un fiume che da un alto monte scenda giù fino in fondo. Dovresti meravigliarti di te stesso se, privo d’impedimento, ti fossi seduto giù, come sulla Terra desterebbe stupore la quiete nel fuoco vivo».

Quindi rivolse il viso verso il cielo.

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CANTO II

Voi che desiderosi di ascoltarmi avete seguito in una piccola barca la mia nave che cantando attraversa il mare, tornate a rivedere i vostri lidi: non mettetevi in mare aperto perché forse perdendomi di vista vi smarrireste. L’acqua che io navigo non è stata mai percorsa: Minerva soffia, e Apollo mi conduce, e nove Muse mi indicano le Orse della stella polare. Voi altri pochi, che per tempo avete sollevato il volto alla scienza delle cose divine, al pane degli angeli di cui sulla Terra si vive senza poter mai saziarsene, potete ben mettere il vostro naviglio per il mare alto, seguendo la mia scia dinanzi all’acqua che ritorna uguale. Quegli Argonauti gloriosi che passarono per la Colchide non si meravigliarono, come invece accadrà a voi, quando videro Giasone, loro guida, farsi contadino affrontando le prime due prove delle tre necessarie per ottenere il vello d’oro, imponendo il giogo a due tori scalpitanti e costringendoli ad arare la terra.

La sete connaturata e perpetua del regno divino ci portava veloci quasi con la stessa rapidità con la quale gli uomini possono vedere il cielo alzando lo sguardo. Beatrice guardava in su, e io in lei; e forse nel tempo in cui una freccia scocca e vola e giunge al bersaglio, mi vidi giunto dove qualcosa di meraviglioso attrasse il mio sguardo. E perciò colei cui non poteva essere nascosto il mio sentimento, volta verso di me, lieta e bella mi disse: «Dirigi la mente grata in Dio che ci ha congiunti con la luna, la prima stella». Mi sembrava che ci avvolgesse una nube lucente, densa, compatta e senza macchia, come un diamante colpito dal sole. Dentro di sé ci ricevette l’eterna gemma, come l’acqua riceve un raggio di luce restando inalterata. Se io ero lì con il corpo -e sulla Terra è inconcepibile che due corpi possano condividere un medesimo spazio come se uno penetrasse nell’altro, e come potessi io compenetrarmi nella sostanza lunare senza che essa ne restasse trasformata-, tanto più dovrebbe accenderci il desiderio di vedere quella essenza in cui si mostra come si uniscano la natura umana e quella di Dio. Nel cielo vedremo ciò che crediamo per fede, non dimostrato, ma che sarà conosciuto per se stesso, per immediata evidenza come le prime verità che l’uomo crede per intuizione.

Io risposi: «Mia signora, quanto più devotamente mi è possibile ringrazio Dio che mi ha allontanato dal mondo mortale. Ma dimmi: cosa sono i segni oscuri di questo corpo, che laggiù sulla Terra fanno alcuni favoleggiare di Caino?». Lei sorrise alquanto e poi mi disse: «Se l’opinione degli uomini sbaglia quando la chiave dei sensi non basta ad aprire la porta della conoscenza, non dovrebbero più colpirti le frecce della meraviglia vedendo che sulla via indicata dai sensi la ragione ha le ali corte. Ma dimmi quel che ne pensi tu». E io: «Credo che ciò che dalla Terra ci appare quassù, sulla superficie lunare, diversamente luminoso, lo renda tale la differenza tra i corpi rarefatti e quelli densi». E lei: «Se ascolti bene gli argomenti che porterò contro la tua opinione, certamente vedrai come quel che credi sia molto sommerso nell’errore. L’ottavo cielo, il cielo delle Stelle fisse, mostra agli uomini molte stelle che è possibile scorgere di aspetto diverso in qualità e quantità, per dimensione, luce e colore. Se la differenza dipendesse dalla rarefazione e dalla densità della materia, in tutte le stelle ci sarebbe una sola virtù -una sola qualità- distribuita in quantità maggiore, minore o uguale. Virtù diverse sono frutti di principi formali differenti, e questi, eccetto uno -il principio della densità che è causa della varietà luminosa-, secondo il tuo ragionamento non esisterebbero. Ancora, se la rarefazione fosse la causa di quell’oscurità di cui chiedi -la causa insomma delle macchie lunari-, significherebbe che o la luna sarebbe priva di materia da una parte all’altra, o che, come un corpo animale alterna parti grasse e magre, così il corpo lunare cambierebbe spessore nei suoi strati come, sfogliando i fogli di un libro, questo apparirebbe di maggiore o minore spessore. Se fosse vera la prima ipotesi, quella della rarefazione, essa si manifesterebbe nell’eclissi del sole perché si vedrebbe trasparire la luce solare come quando essa penetra in un altro corpo di materia rarefatta. Ma questo non avviene, perciò resta da considerare l’altra ipotesi, e se la confuterò la tua opinione sarà invalidata. Se avviene che questa rarefazione non passa da una parte all’altra, deve esserci necessariamente un punto oltre il quale il suo contrario, la densità, non lascia passare la luce; e da questo punto il raggio di sole si riflette come il colore si rifrange in uno specchio, quel vetro che dietro di sé nasconde uno strato di piombo. Ora dirai che in questo punto di maggiore rarefazione il raggio si mostra più scuro che in altre parti perché è rifratto da uno strato più interno del corpo lunare. Da questa obiezione può liberarti l’esperienza, se mai la farai, che è la fonte dei vari fiumi delle scienze umane. Prenderai tre specchi, e ne allontanerai da te due a uguale distanza, e l’altro più lontano in modo che esso ritrovi i tuoi occhi in mezzo ai primi due. Rivolto verso di essi, fa’ che ti stia dietro la schiena una fonte luminosa che illumini i tre specchi e torni a te riflessa da tutti e tre. Benché l’immagine più lontana sia meno grande, vedrai come essa necessariamente risplenda con uguale intensità. Ora, come sotto i colpi dei caldi raggi l’acqua, materia prima della neve, viene liberata dal colore e dal freddo originari, così è rimasta la tua mente cui voglio dare nuova forma con una luce così luminosa da scintillarti dinanzi. Dentro il cielo della pace divina, l’Empireo, gira un corpo, il Primo Mobile, nella cui virtù si trova l’essere di tutto ciò che è contenuto in esso, l’essere di tutti gli altri otto cieli. Il cielo sottostante -che è l’ottavo e che ha tante stelle-, distribuisce quell’essere alle diverse stelle da esso separate ma in esso contenute. Gli altri sette cieli dispongono in modo differente le diverse modalità dell’essere che hanno dentro di sé -i diversi corpi, stelle o pianeti-, per esercitare sul mondo terrestre i propri fini e i loro influssi. Così operano questi organi dell’universo, i cieli, come ormai tu comprendi, di grado in grado, ricevendo l’influsso dal cielo superiore e trasmettendolo al cielo inferiore. Attento bene a me, a come giungo da questo punto alla verità che desideri, in modo che poi tu sappia superare il guado da solo. Il movimento e la virtù dei santi cieli devono derivare dagli angeli, i beati motori, allo stesso modo in cui quel che fa il martello deriva dal fabbro; e il cielo che tante stelle fanno bello prende immagine dalla mente profonda che lo muove, e se ne fa suggello, testimonianza definitiva, imprimendola nelle altre stelle. E come l’anima dentro il vostro corpo di uomini si manifesta attraverso le diverse membra conformate alle diverse facoltà, così l’intelligenza che muove l’ottavo cielo dispiega la sua bontà moltiplicata per i cieli e per le stelle, ruotando se stessa sopra la propria unità. L’intelligenza diversificata crea un diverso legame con il corpo prezioso, celeste, cui dà la vita e al quale si congiunge come fa la vita in voi uomini. Attraverso la natura lieta e angelica da cui deriva, questa intelligenza mescolata ai corpi dei vari cieli splende come la letizia dal vivo di una pupilla. Da essa deriva ciò che da stella a stella sembra differente, non da densità e rarefazione; essa è il principio formale che produce, conformemente alla sua bontà, l’oscurità e il chiarore».

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CANTO III

Quel sole che da giovane m’aveva scaldato di amore il petto, Beatrice, mi aveva svelato, provando e riprovando, il dolce aspetto della bella verità; e io, per confessare di essermi corretto e persuaso, alzai il capo più in alto, tanto quanto necessario per parlare; ma apparve una visione che mi tenne così stretto a sé perché la ammirassi, che non mi ricordai più della mia confessione. Come attraverso vetri trasparenti e tersi o acque nitide e tranquille, non tanto profonde che i fondali siano invisibili, i lineamenti dei nostri visi tornano riflessi con la stessa debole intensità con cui giunge ai nostri occhi l’immagine di una perla su una fronte bianca, così vidi più volti pronti a parlare, per cui corsi nell’errore contrario a quello che accese l’amore tra Narciso e la fonte, perché Narciso si innamorò della propria immagine riflessa mentre io scambiai per immagini figure che erano reali. Appena mi accorsi di essi, giudicandoli sembianze riflesse in uno specchio, per vedere di chi fossero voltai lo sguardo e non vidi nulla, e lo rivolsi allora in avanti, dritto nella luce della mia dolce guida che, sorridendo, ardeva negli occhi santi. «Non meravigliarti che io sorrida del tuo puerile pensiero», mi disse, «poiché il tuo piede non poggia ancora sopra la verità ma come al solito ti fa girare a vuoto: quelle che vedi sono vere sostanze, qui relegate per inadempienza dei voti sacri. Perciò parla con esse e ascolta e credi, perché la vera luce che le appaga non lascia che allontanino i loro passi da sé».

E io mi rivolsi all’ombra che sembrava più desiderosa di parlare, e cominciai quasi fossi confuso da un eccesso di desiderio: «O spirito bencreato che ai raggi della vita eterna senti la dolcezza che, se non assaporata, nessuno conosce mai sulla Terra, mi sarà gradito ascoltare il tuo nome e la vostra condizione». Al che essa pronta e con occhi ridenti: «La nostra carità non chiude le porte a un desiderio giusto, se non come fa la carità divina che vuole simile a sé tutta la sua corte. Nel mondo fui una vergine suora, e se la tua mente cerca bene in se stessa, l’essere io più bella di quanto fossi in vita non ti impedirà di riconoscermi, ma ti accorgerai che sono Piccarda e che, messa qui con altri beati nella sfera più lenta, il cielo della luna, sono beata. I nostri sentimenti che si infiammano solo nel piacere dello Spirito Santo, godono conformati al suo ordine. E questa sorte che sulla Terra appare tanto grande, ci è data perché i nostri voti furono trascurati e incompleti». Per cui io le risposi: «Nelle vostre mirabili sembianze risplende non so che di divino che muta l’aspetto che avevate sulla Terra: per questo non sono stato veloce a ricordare; ma ora quel che mi dici mi aiuta così che mi è più facile riconoscerti. Ma dimmi, voi che siete qui felici, desiderate un luogo più alto per poter vedere di più ed essere ancora più amici di Dio?». Dapprima Piccarda sorrise insieme con le altre ombre, poi mi rispose tanto lietamente da sembrare ardere nel primo fuoco d’amore. «Fratello, la virtù della carità placa la nostra volontà e ci fa volere solo quel che abbiamo, e non ci asseta d’altro. Se desiderassimo essere più su, i nostri desideri sarebbero discordanti dal volere di Colui che qui ci assegna; il che vedrai non aver luogo in questi cieli, poiché essere in carità è necessario qui, se comprendi bene la natura del Paradiso. Anzi, è forma di questo essere beati contenersi nella divina volontà, per cui una si fanno le nostre stesse volontà, in modo che di cielo in cielo, a tutto l’ordine divino piace la nostra condizione in questo regno, come piace al Re che ci invoglia al Suo volere. E la nostra pace è nella Sua volontà: essa è quel mare verso cui si muove tutto ciò che essa crea e che la natura produce».

Mi fu chiaro allora come in cielo ovunque è Paradiso, benché la grazia del sommo bene non vi piova in modo uguale. Ma come avviene se un cibo sazia e di un altro resta ancora la voglia, per cui di questo si chiede e di quello si ringrazia, così accadde a me in atti e parole per conoscere quale fu la tela di cui Piccarda non aveva tratto la spola sino alla fine. «Una vita perfetta e un alto merito» mi disse «incielano più su santa Chiara, una donna nella cui regola monastica -la regola delle Clarisse-, giù nel vostro mondo ci si veste e ci si vela per vegliare e dormire fino alla morte con Cristo, lo sposo che accoglie ogni voto che la carità conforma al suo piacere. Per seguire quella regola io, giovinetta, fuggii dal mondo, e mi chiusi nell’abito monacale di santa Chiara giurando di seguire la strada della sua compagnia di sorelle. Poi alcuni uomini, usi più al male che al bene, mi rapirono dal dolce chiostro: sa Dio quale fu poi la mia vita. E quest’altro splendore che ti si mostra alla mia destra e che si accende di tutta la luce del nostro cielo, quel che io sto dicendo di me può riferire a sé: fu suora e allo stesso modo le fu tolta dal capo l’ombra del sacro velo. Ma anche dopo esser stata ricondotta nel mondo contro la sua volontà e contro ogni giusta consuetudine, non fu mai sciolta dal velo del cuore, dai suoi voti sacri. Questa è la luce della grande Costanza d’Altavilla che da Enrico VI, il secondo vento di Soave -vento della Svevia-, generò il terzo vento, Federico II l’ultimo imperatore». Così mi parlò Piccarda Donati, sorella di Forese e di quel Corso che l’aveva costretta a un matrimonio non voluto, e poi cominciò a cantare «Ave Maria», e cantando svanì, lentamente, come un peso che cada nell’acqua scura. La mia vista, che la seguì quanto fu possibile, dopo averla perduta si volse al segno del suo desiderio più grande dirigendosi tutta verso Beatrice: ma ella folgorò nel mio sguardo al punto che all’istante la mia vista non poté sopportarne la luce, e ciò mi impedì di porre subito le domande che avrei voluto.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Claudio Rocco

 

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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