domenica, 26 Settembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXIV)

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PARADISO

CANTO IV

Tra due cibi ugualmente distanti e stimolanti, un uomo libero di scegliere morirebbe di fame prima di recarne uno ai denti; così indeciso resterebbe un agnello, ugualmente tremando di paura di fronte alla brama di sbranarlo di due lupi, e così resterebbe un cane da caccia tra due daini: per cui non mi rimprovero né mi lodo se tacevo in quel momento, poiché era necessario, preso com’ero, in maniera uguale, dai miei dubbi. Tacevo ma il mio desiderio mi stava dipinto sul volto, e con esso la voglia di chiedere, più accesa di quanto potessero esprimere le sole parole. Allora Beatrice agì come fece Daniele il profeta spegnendo l’ira di Nabucodonosor, la quale rendeva il sovrano di Babilonia malvagio senza ragione. Daniele indovinò il sogno che terrorizzava il re e lo interpretò indicando nelle sostanze diverse di cui era fatta la statua del Vecchio della Montagna, che tanto terrore incuteva al re nei suoi sogni, le fasi diverse che il suo regno avrebbe vissuto dopo di lui; come Daniele agì Beatrice indovinando i miei pensieri, e disse: «Vedo bene come ti attraggano a sé l’uno e l’altro desiderio, al punto che i tuoi sentimenti si ostacolano così da non riuscire a manifestarsi. Tu ragioni: Se la buona volontà permane in me, per quale ragione la violenza altrui diminuisce il mio merito?”. Ti dà ragione di dubitare anche il fatto che le anime sembrino tornare alle stelle, secondo quanto crede Platone. Queste sono le questioni che urgono in modo uguale nella tua volontà di capire, e perciò tratterò prima quella che è più in errore. Colui tra i Serafini che più si indìa -penetrando maggiormente nella visione di Dio-, e Mosè il profeta che liberò Israele dalla schiavitù in Egitto e portò il suo popolo alla Terra Promessa, e Samuele -votato al Signore da sua madre, la sterile Anna ,che aveva pregato per averlo: Samuele profeta degli Ebrei, che scelse il primo re di Israele, Saul, e ne predisse la morte, e come volle Dio indicò David come successore di Saul-; e quel Giovanni che tu preferisci, il Battista, e la Vergine Maria, non hanno i loro seggi in un cielo diverso da quello in cui ti sono apparsi gli spiriti che erano con Piccarda Donati, né il loro essere beati dura più o meno tempo ma tutti fanno bello il Primo Cielo, l’Empireo, e vivono una vita diversamente dolce a seconda che sentano, più o meno, il respiro eterno. Si sono mostrati qui, nel cielo della luna, non perché abbiano avuto in sorte questa sfera, ma per renderti evidente l’esistenza della sfera celeste che sta più in basso. Così si deve parlare all’intelligenza degli uomini, perché solo dall’oggetto sensibile essa trae ciò che crede degno di essere compreso. Per questo le Sacre Scritture si adattano alla vostra capacità intellettiva e attribuiscono a Dio piedi e mani, ma intendono altro; e la santa Chiesa vi rappresenta con aspetto umano gli arcangeli Gabriele -che annunciò a Maria che sarebbe divenuta madre di Gesù- e Michele -che guidò gli angeli fedeli a Dio alla vittoria sugli angeli che seguirono Lucifero, e combatté poi la guerra di Maria sulla Terra contro il drago-, e l’altro, Raffaele che restituì la vista a Tobia facendogli sfregare gli occhi da suo figlio con il fiele di pesce. Ciò che il “Timeo” di Platone sostiene delle anime, non assomiglia a quel che si vede qui, sempre che quel che il filosofo dice corrisponda a quel che pensa. Dice che l’anima ritorna alla sua stella, credendo che quella venisse separata da questa quando la natura l’assegnò al corpo come sua forma; ma forse il suo pensiero è diverso da quello che sembra alla lettera, ed espresso con una intenzione che non va derisa. Se egli intende attribuire a questi cieli tanto l’onore quanto il demerito dell’influenza sulla vita umana, forse il suo arco fa centro almeno in una parte della verità. Questo principio, male inteso, traviò quasi il mondo intero, tanto che esso si spinse fino a dare i nomi alle stelle -Giove, Mercurio e Marte- come se dentro di esse fossero gli dei a influenzare la vita umana. L’altro dubbio che ti assilla è meno velenoso, per cui la sua malizia non può allontanarti da me verso altre direzioni. Il fatto che la nostra giustizia appaia ingiusta ai mortali è argomento di fede e non di eresia. E affinché la vostra mente possa ben penetrare questa verità, come tu desideri, ti accontenterò. Se violenza si ha quando colui che subisce non collabora con chi la compie, è proprio a causa di essa che queste anime non sono state perdonate: perché la volontà, se non vuole non si spegne ma agisce, reagendo alla violenza, come fa la natura con il fuoco se mille volte la violenza del vento lo torce: ne riporta in alto la fiamma. Per cui se la volontà si piega molto o poco essa segue la violenza, e così fecero queste anime che potevano ritornare al santo rifugio del loro convento. Se la loro volontà fosse stata integra come quella che mantenne l’arcidiacono romano Lorenzo sulla graticola -sopra la quale lo fece abbrustolire vivo l’imperatore Valeriano persecutore dei cristiani-, e come la volontà che rese Muzio Scevola inflessibile con la propria mano -lasciandola bruciare perché non era stata capace di uccidere l’etrusco re Porsenna nemico di Roma-, allo stesso modo, non appena le anime di quelle suore che sono beate in questo cielo -Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla, che hai incontrato- recuperarono durante la vita terrena la libertà che era stata loro tolta, la loro stessa volontà, se fosse stata integra, le avrebbe risospinte sulla via da cui erano state tolte: ma una volontà così salda è molto rara. E con queste parole, se le hai accolte come devi, la questione che ancora altre volte avrebbe potuto turbarti è cancellata. Ma già un altro passaggio sta davanti ai tuoi occhi e ti ostacola il cammino, tale che da solo non ne usciresti perché ti stancheresti prima. Ti ho messo in mente come una certezza che un’anima beata non potrebbe mentire perché è sempre vicina alla Prima Verità; e inoltre hai potuto ascoltare da Piccarda che Costanza continuò a venerare il velo, così che ella sembra contraddirmi su questo punto. Molte volte, fratello, è già avvenuto che, per fuggire un pericolo, sia stato fatto contro voglia ciò che non si doveva; come accadde ad Alcmeone che, pregato dal padre morente, uccise la propria madre: per non venir meno alla pietà si fece spietato, vendicando il padre Anfiarao, il veggente, che aveva cercato di sottrarsi alla guerra contro Tebe ma che tradito dalla moglie era stato scoperto e, costretto a parteciparvi, vi aveva trovato la morte. A questo punto voglio che pensi che la violenza si mescola alla volontà ed entrambe fanno sì che le colpe non si possano perdonare. Una volontà assoluta non acconsente al male; e se vi acconsente lo fa solo perché teme, opponendosi, di esporsi a maggiori sofferenze. Perciò, quando Piccarda dice quello che ho ricordato, intende la volontà assoluta, mentre io parlo dell’altra, della volontà relativa, sicché entrambe diciamo la verità».

Con tale forza ondeggiò il santo fiume che scaturì dalla fonte da cui proviene ogni verità; in questo modo le parole di Beatrice dettero pace all’uno e all’altro mio desiderio di sapere.

«O amante del primo amante», dissi poi io, «o dea le cui parole mi inondano e mi scaldano tanto da rendermi sempre più vivo, il mio sentimento di riconoscenza non è così profondo che basti a renderti la grazia che mi hai concesso, e a ciò ponga rimedio Colui che vede e che può. Vedo bene che il nostro intelletto non si sazia mai se non lo illumina la Verità fuori dalla quale nessuna verità sussiste. Si posa in essa come la fiera nella tana, appena l’ha raggiunta, e può raggiungerla: altrimenti ogni desiderio sarebbe vano. Come un germoglio ai piedi della verità, il dubbio nasce per il desiderio di sapere; ed è la nostra natura che ci spinge verso la vetta, di colle in colle. Ciò mi invita, e mi rassicura, donna, a chiederti con reverenza un’altra verità che mi è oscura. Voglio sapere se l’uomo può soddisfare ai voti mancati con altri beni che non siano troppo piccoli per la vostra bilancia, e possano compensare la mancanza». Beatrice mi guardò con occhi colmi di scintille d’amore, così divini che la mia vista ne fu vinta e fuggì come se voltasse le spalle, e io, con gli occhi chini, quasi mi perdetti.

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CANTO V

«Non meravigliarti se nel calore dell’amore ti fiammeggio in modo mai provato sulla Terra, tanto da vincere la forza dei tuoi occhi; perché questo potere proviene da un perfetto vedere che, come apprende così procede acquisendo il bene appreso. Vedo bene come già nel tuo intelletto risplenda la luce eterna che, vista una volta, da sola e per sempre accende l’amore; e se qualcos’altro seduce l’amore dei mortali, non è se non una traccia di quella luce, non riconosciuta, che si manifesta qui. Tu vuoi sapere se con un altro servizio si può compensare l’inadempienza del voto, così da porre l’anima al riparo dalla contestazione del giudizio di Dio». Così Beatrice cominciò questo canto, e senza cessare di parlare continuò il santo discorso: «Il dono maggiore che Dio nella sua grandezza fece attraverso la Creazione, il più conforme alla sua bontà, e quello che Egli giudica il più importante, fu la libertà della volontà, della quale le creature intelligenti, tutte e singolarmente, furono e sono dotate. Se il tuo ragionamento muove da qui, ti sarà chiaro ora l’alto valore del voto, purché, quando lo prometti, sia ben accetto a Dio; infatti nello stabilire il patto tra Dio e l’uomo quest’ultimo si fa vittima di tale tesoro sacrificando il libero arbitrio, e si fa vittima volontariamente. Dunque, cosa si può rendere in compenso? Se credi di poter usare in maniera diversa quello che ormai hai già offerto, allora vuoi compiere opere buone con denaro rubato. Ormai, dunque, sei certo del punto più importante: che il voto non può essere sostituito da altro. Ma poiché la santa Chiesa concede la dispensa dai voti -cosa che sembra contraddire la verità che ti ho svelato- occorre che tu sieda ancora un po’ alla mensa del sapere perché il cibo pesante che hai assunto richiede ancora aiuto per essere digerito. Apri la mente a ciò che ti mostro, e fermalo dentro di essa; perché senza la memoria, non costruisce sapere l’aver compreso. Due cose concorrono all’essenza del sacrificio della libera volontà: l’una è quella che si promette, l’altra è il patto. Quest’ultimo non si cancella mai anche se non viene onorato; e di esso, precisamente, ho detto prima, affermando che non si può usare diversamente la libera volontà una volta che si sia deciso di sacrificarla offrendola con il voto: perciò Mosè ha reso agli Ebrei l’offerta sacrificale obbligatoria per legge, malgrado si potesse sostituire qualche oggetto da offrire, come devi sapere. L’altra che ti è nota come oggetto della promessa, può ben essere sostituita, senza che ciò sia peccato, con un altro oggetto. Ma nessuno cambi il carico sulle proprie spalle, a proprio arbitrio, senza l’autorizzazione della Chiesa, senza il giro della chiave bianca e di quella gialla che la schiudono -le chiavi che hai visto nelle mani dell’angelo incontrato alla porta del Purgatorio. E giudica pure errata ogni sostituzione se la cosa lasciata non è contenuta in quella scambiata come il 4 nel 6: se il nuovo voto non è superiore al voto che ha sostituito. Perciò, qualunque cosa pesi tanto per il suo valore da non poter essere bilanciata, non si può compensare con un’altra. Non prendano i mortali il voto come una ciancia: tenete fede alla promessa, e nel far ciò non siate ingiusti come il giudice Jefte che tenne fede alla sua prima promessa di sacrificare il primo essere che gli fosse venuto incontro uscendo dalla sua casa: e fu sua figlia. Aveva fatto questo voto a Dio se avesse concesso a lui, scelto come condottiero di Israele, di sconfiggere gli Ammoniti. Meglio per lui sarebbe stato ammettere “Ho commesso un grave errore”, piuttosto che, osservando il voto, commetterne uno peggiore. E puoi giudicare stolto allo stesso modo il grande condottiero dei Greci contro Troia, Agamennone, a causa del quale la figlia Ifigenia rimpianse di avere un bellissimo volto, e fece piangere per il suo destino sia i folli che i saggi che udirono parlare di un tale sacrificio: il padre la immolò alla dea Diana a cui aveva promesso di sacrificare la più bella creatura del regno perché la dea consentisse la partenza delle navi greche verso Troia. Cristiani, siate più cauti nel muovervi: non siate come piuma ad ogni vento, e non crediate che ogni acqua vi lavi. Avete il Nuovo e il Vecchio Testamento, e il pastore della Chiesa, che vi guidano: questo vi basti per la vostra salvezza. Se un malvagio desiderio vi istiga ad altro siate uomini e non pecore matte, così che il Giudeo che vive tra voi, ligio alla Legge, non rida di voi! Non fate come l’agnello che lascia il latte materno e, ingenuo e capriccioso, saltella a suo piacere e suo rischio!».

Beatrice mi parlò così come riporto per iscritto; poi si rivolse tutta desiderosa verso quella parte dove il mondo è più vivo perché vi risplende il sole. Il suo tacere e la trasfigurazione del suo aspetto imposero il silenzio alla mia intelligenza bramosa che si era già posta nuove questioni; e come la freccia che colpisce nel segno prima che la corda dell’arco abbia smesso di vibrare, con la stessa velocità noi corremmo nel secondo regno, il cielo di Mercurio. Qui vidi la mia donna così lieta, appena giunse nella luce di quel cielo, che il pianeta ne risplendette di più. E se la stella mutò e sorrise per l’accresciuto splendore, quale divenni io che per mia natura sono soggetto al cambiamento per ogni impressione che mi colpisce!

Come nella peschiera, che è tranquilla e limpida, i pesci accorrono attratti da ciò che giunge da fuori perché pensano che sia il loro cibo, così vidi ben più di mille splendori beati venire verso di noi, e in ciascuno si udiva: «Ecco chi accrescerà il nostro amore, dandoci modo di aiutarlo». E come ciascuno veniva verso di noi, se ne vedeva l’ombra colma di letizia nel chiaro fulgore che da essi promanava. Pensa lettore, come proveresti l’angosciosa mancanza di maggiore conoscenza se ciò che inizio a descrivere qui poi non lo proseguissi. E comprenderai da te come io desiderassi udire da quelle anime la loro condizione, non appena mi apparvero davanti agli occhi. «O bennato a cui la grazia concede di vedere i seggi del trionfo eterno prima di abbandonare il combattimento terreno, noi siamo accesi della luce che si diffonde per tutto il cielo; e perciò, se desideri sapere di noi, saziati a tuo piacere». Così mi fu detto da uno di quegli spiriti pii, e da Beatrice: «Parla, parla sicuro, e credi alle loro parole come a Dio». «Vedo bene come ti annidi nella tua propria luce, e come la emani dagli occhi, perché essa risplende nel tuo sorriso; ma non so chi sei, anima degna, né perché tu goda del grado di beatitudine della sfera che si vela agli uomini sulla Terra: Mercurio investito dai raggi del sole all’orizzonte». Questo dissi dritto alla fonte di luce che prima mi aveva parlato, e alle mie parole essa si fece molto più luminosa di quella che era prima. Come il sole, che si cela per troppa luce quando il calore ha dissipato i vapori densi che ne mitigano il bagliore, allo stesso modo la santa immagine mi si nascose dentro il suo raggio, per troppa letizia. E così, chiusa chiusa, avvolta e celata nella sua luce, mi rispose nel modo che il canto seguente canta.

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CANTO VI

«Dopo che Costantino trasferì la sede dell’Impero da Occidente a Oriente volgendo l’aquila imperiale contro il corso del cielo che essa aveva seguito dietro i passi di Enea -l’Antico, che da Troia giunse nel Lazio e prese in moglie Lavinia figlia di re Latino-, l’uccello di Dio restò per più di duecento anni all’estremità dell’Europa -a Bisanzio-, vicino ai monti da cui era uscita con l’eroe troiano; e sotto l’ombra delle sacre penne da lì governò il mondo: il potere passando di mano in mano fino a che, attraverso tanti cambiamenti, pervenne nelle mie mani. Fui Cesare, imperatore, e qui sono Giustiniano e, per volontà del Primo Amore che è lo Spirito Santo, che sento in me, tolsi dalle leggi il troppo e l’inutile. E prima di impegnarmi in questa opera credevo che in Cristo ci fosse una natura, non più di una, quella divina come insegnano i monofisiti, ed ero soddisfatto di tale fede; ma il benedetto Agapito, che fu sommo pastore, mi indirizzò con le sue parole alla fede sincera. Io gli credetti: e ora vedo chiaramente ciò che era nella sua fede -la verità delle due persone in una: l’unione divina e umana del Padre e del Figlio-, con la stessa chiarezza con la quale tu riconosci ogni contraddizione dall’impossibilità di conciliare due proposizioni di cui una è vera e l’altra è falsa. Appena mi incamminai con la Chiesa, piacque a Dio ispirarmi con la grazia l’alto lavoro del Codice, e al mio “Codex iuris civilis” mi diedi interamente; e affidai le armi per combattere i nemici in Africa e in Italia al mio Belisario al quale si congiunse a tal punto la mano destra del cielo -l’aiuto di Dio-, da essere segno che io dovessi abbandonare le imprese militari. Ora qui ha termine la mia risposta alla tua prima domanda, ma la sua natura mi spinge ad aggiungere qualche corollario affinché tu valuti con quale diritto si muova contro la sacrosanta insegna imperiale sia chi se ne appropria, come i ghibellini sostenitori del primato dell’imperatore, sia chi ad essa si oppone, come i guelfi che affermano il primato del papa. Ora renditi conto di quanta virtù ha reso degna di reverenza l’insegna dell’Impero. Tutto ebbe inizio nel momento in cui Pallante, figlio di re Evandro alleato di Enea nella guerra contro i Rutuli nel Lazio, morì ucciso dal loro re Turno per dare un regno all’aquila imperiale. Tu sai che essa fece di Alba la sua dimora per trecento anni e oltre, fino al giorno in cui tre contro tre, Orazi e Curiazi, combatterono ancora per essa. E, dal ratto delle Sabine al dolore di Lucrezia -la moglie di Collatino che si dette la morte perché violata da Sesto Tarquinio figlio del re di Roma Tarquinio il Superbo-, sai quel che ottenne durante sette regni, sottomettendo le popolazioni confinanti. Sai quel che fece, condotta dagli egregi Romani contro Brenno -capo dei Galli Senoni che mise a sacco Roma e ne fu scacciato dal dittatore Furio Camillo-, contro Pirro -il re che venne dall’Epiro con gli elefanti a difesa di Taranto e fu sconfitto-, contro gli altri principi e Stati; per essa Tito Manlio Torquato sconfisse Galli e Latini, e Quinzio Cincinnato -così chiamato per il ciuffo arruffato- disperse gli Equi, e per essa i Deci e la loro gente dettero la vita, e i trecento della gente Fabia morirono nella guerra contro l’etrusca Veio: per difendere l’insegna imperiale conquistarono la fama che volentieri onoro. Essa atterrò l’orgoglio degli Arabi -i Cartaginesi- che dietro Annibale durante la seconda guerra punica attraversarono le rocce delle Alpi dalle quali, fiume Po, tu nasci. Sotto di essa trionfarono ancora giovani sui nemici i generali Scipione e Pompeo; e crudele fu l’aquila imperiale per il colle di Fiesole, sotto il quale tu, Dante, sei nato, che fu distrutto dalla guerra contro Catilina. Poi, avvicinandosi il tempo in cui il cielo volle che il mondo fosse sereno come esso lo è, per volere di Roma Cesare si fregiò dell’insegna imperiale: e quel che essa fece guidando le armate contro i Galli, dal fiume Varo fino al Reno, lo videro i fiumi Isère, Loira e Senna e ogni valle da cui il Rodano riceve l’acqua, in Gallia. Ciò che poi fece quando Cesare lasciò Ravenna e saltò il Rubicone, fu un tale volo che non potrebbero seguirlo né la lingua né la penna. Verso la Spagna diresse l’esercito, poi verso Durazzo, e colpì Farsàlo in Tessaglia -dove trovarono sconfitta e morte i pompeiani- sicché sul caldo Nilo si udì poi il grido di dolore per l’assassinio di Pompeo con il quale il faraone d’Egitto aveva pensato di ottenere l’amicizia di Cesare. Rivide Antandro, porto della Frigia, in Asia Minore, da cui l’insegna imperiale si mosse seguendo Enea, ed essa vide il fiume della Troade, il Simoenta, dove Ettore riposa; e riprese poi il volo provocando la fine del faraone Tolomeo. Dall’Egitto scese folgorando su Giuba, il re di Mauritania che Cesare sconfisse, e poi si diresse nel vostro Occidente terreno, in Spagna dove sentiva la tromba di guerra pompeiana. Di quel che fece con Ottaviano, il suo successivo reggitore, latrano nell’Inferno Bruto e Cassio che Ottaviano sconfisse a Filippi, e per la fine di Antonio si dolsero Modena e Perugia, e ne piange ancora la malvagia Cleopatra, la regina d’Egitto che, fuggendo davanti all’aquila imperiale, ricevette dalla serpe una morte fulminea e oscura. Con Ottaviano l’insegna corse fino alla costa del Mar Rosso conquistando l’Egitto: con lui l’aquila pose il mondo in tanta pace che furono chiuse le porte del tempio di Giano, che restano sempre aperte durante la guerra. Ma ciò che l’insegna che mi spinge a parlare, aveva compiuto prima e avrebbe compiuto poi nel regno mortale degli uomini che ad essa è soggetto, diventa con evidenza poca e pallida cosa, se la si guarda, con occhi limpidi e cuore puro, nelle mani di Tiberio, il terzo Cesare: infatti la viva giustizia di Dio che mi ispira concedette ad essa, nelle mani dell’imperatore Tiberio, la gloria di vendicare la sua ira per il peccato originale, punendo il peccato di Adamo con la passione di Cristo fattosi uomo. Ora qui meravigliati di ciò che affermo: l’aquila imperiale corse poi con Tito a far vendetta dell’antico peccato dell’uccisione di Cristo, e quando il dente longobardo morse la santa Chiesa -nel tempo in cui re Desiderio ne invase i domini-, Carlo Magno la soccorse vincendo sotto le sue ali -Carlo il re dei Franchi che sarebbe stato consacrato imperatore. Puoi giudicare ormai coloro che più sopra ho accusato, i guelfi e i ghibellini, e i loro peccati che sono la causa di tutti i vostri mali. Gli uni oppongono all’insegna universale dell’impero i gigli gialli della Casa di Francia, e gli altri se ne appropriano facendone l’emblema di una fazione, così che è difficile giudicare chi è più in errore. Seguano i ghibellini, seguano la loro arte della faziosità sotto un’altra insegna, perché non segue mai l’insegna imperiale chi la separa dalla giustizia. E non provi ad abbatterla con i suoi guelfi, questo nuovo Carlo -il secondo d’Angiò, il re di Napoli-, ma tema gli artigli che strapparono la pelle a leoni più forti di lui. Già molte volte i figli hanno pianto per colpa del padre, e non si creda che Dio cambi l’emblema imperiale con i suoi gigli! Questa piccola stella, in cui ci troviamo, il cielo di Mercurio, si adorna di spiriti buoni che sono stati attivi perché onore e fama lascino testimonianza di essi nel mondo: e quando i desideri insistono sulla fama terrena, in tal modo deviando dal loro retto corso, accade che i raggi del vero amore s’innalzino meno vivamente verso Dio. Ma è parte della nostra letizia il fatto che i nostri premi corrispondano al merito, perché non li vediamo né inferiori né maggiori. Da qui la viva giustizia addolcisce in noi il sentimento così che esso non può mai torcersi verso alcuna malvagità. Diverse voci producono dolci note: così nella nostra vita i diversi gradi di beatitudine rendono dolce l’armonia tra questi cieli, e dentro questa Margherita che è il cielo di Mercurio riluce la luce di Romeo di Villeneuve di cui fu sgradita la grande e bella opera al suo signore il conte di Provenza Raimondo Berengario IV. Ma i provenzali che agirono contro di lui non hanno riso, sottomessi poi agli Angioini; e dunque percorre una strada sbagliata chi reputa dannoso il bene operare degli altri. Quattro figlie ebbe Raimondo conte di Provenza, e ciascuna regina, grazie a Romeo, persona umile e straniera che per ciascuna combinò matrimoni grandi, sposando Margherita a Luigi IX re di Francia, Eleonora a Enrico III re d’Inghilterra, Sancha a Riccardo di Cornovaglia che fu re di Germania e dei Romani, e Beatrice a Carlo I d’Angiò re di Sicilia. E poi le calunnie portarono Berengario a chiedergli ragione della sua amministrazione: a questo uomo giusto che gli aveva dato dodici mettendo a profitto dieci -di tanto incrementando le rendite del conte-; e Romeo allora se ne andò via povero e vecchio, e se il mondo sapesse il cuore che egli ebbe di mendicare la vita, tozzo di pane a tozzo di pane, lodandolo già molto ancor di più lo loderebbe».

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Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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