domenica, 28 Novembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXIX)

0

PARADISO

CANTO XIX

La bella immagine dell’aquila mi apparve dinanzi con le ali aperte, formata dalle anime liete riunite insieme nel dolce godimento. Ciascuna pareva un rubino nel quale il raggio del sole ardesse tanto acceso da rifrangersi nei miei occhi. E quel che adesso devo riportare, mai nessuna voce lo ha fatto prima di me, né inchiostro lo ha scritto, né mai è stato compreso mediante l’immaginazione: perché io vidi e udii anche il rostro dell’aquila pronunciare parole, e risuonare nella sua voce sia «io» che «mio», mentre nell’intenzione era “noi” e “nostro” poiché ogni beato non era lì solo individuo ma anche parte della coralità che aveva dato forma all’aquila.

E cominciò: «Poiché sono giusto e pio, io, l’Impero, vengo qui esaltato in quella gloria che non si lascia superare dal desiderio, appagandolo completamente; e ho lasciato sulla Terra un ricordo tale che i malvagi lo lodano pur non seguendone la tradizione». Come da molte braci si sente provenire un solo calore, così dall’immagine dell’aquila usciva un solo suono prodotto da molti amori. Ripresi la parola: «O perpetui fiori della gloria eterna, che in uno solo mi fate sentire tutti i vostri profumi, spandeteli parlando e colmate il gran digiuno che mi ha lungamente tenuto affamato poiché non ho trovato di che cibarmi sulla Terra. So bene che se nel cielo la giustizia divina si rispecchia nel regno angelico dei Troni -la sfera successiva-, il vostro cielo di Giove la conosce comunque priva di velo, certa. Sapete come mi preparo ad ascoltare attento, sapete qual è quel dubbio che da tanto tempo mi tiene a digiuno di conoscenza».

Quasi un falcone che esce dal cappuccio, muove la testa e batte le ali come applaudendosi, mostrando il suo desiderio di volare e facendosi bello, vidi farsi quella immagine composta di lodi della grazia divina, con canti conosciuti da chi gode lassù. Poi cominciò: «Colui che girò il compasso all’estremità del mondo costruendone l’architettura, e dentro l’universo ha separato le cose occulte che l’uomo non può conoscere, da quelle manifeste, conoscibili, non poté imprimere la sua energia in tutto l’universo senza che la sua parola creatrice ne oltrepassasse all’infinito i limiti. E ciò prova che il primo tra i superbi, Lucifero, che fu la somma di ogni creatura, cadde senza giungere alla perfezione per non aver voluto attendere la luce della conoscenza divina; e si rende anche evidente che ogni essere inferiore a Dio è un ricettacolo troppo piccolo per quel bene che non ha fine e si misura solo con se stesso. Dunque, la vostra visione di uomini, che non può essere che uno dei raggi della mente di cui sono colme tutte le cose, non può per propri limiti naturali essere tanto potente da scorgere Dio, il suo principio, molto al di là di quello che le appare e che può comprendere. Perciò la visione che riceve il mondo umano penetra i disegni dell’eterna giustizia divina come l’occhio penetra il mare: dalla riva riuscendo a vedere il fondale che non vede più in mare aperto dove, nondimeno, il fondale esiste ma è nascosto dalla sua profondità. Non c’è altra luce se non quella che viene dal cielo che non si turba mai, il resto è tenebra, od ombra della carne, o il suo veleno. Ora ti è stato aperto molto il nascondiglio che ti celava la viva giustizia di cui hai posto la questione tanto spesso dicendo: “Un uomo nasce sulla riva dell’Indo dove non c’è chi gli parli di Cristo, né chi di lui legga o scriva; e tutte le sue intenzioni e i suoi atti sono buoni, ed egli è senza peccato nelle opere o nelle parole, per quanto può giudicare la ragione umana. Muore non battezzato e senza fede. Dov’è giustizia se essa lo condanna? Dov’è la sua colpa se egli non crede?”. Ora, chi sei tu che vuoi sedere sullo scranno del giudice per giudicare cose lontane mille miglia, con la vista corta una spanna, che non va al di là di una mano? Certo, chi affila l’intelligenza su di me Giustizia divina, avrebbe motivo di dubitare e stupirsi se a tutela degli uomini non intervenisse la Sacra Scrittura. Anime terrene, menti grossolane! La prima volontà, che è buona in sé e per sé, che è sommo bene, non è mai cambiata. Giusto è quanto si accorda con essa: nessun bene creato l’attrae a sé, ed è essa che raggiando gli dà la vita».

Come la cicogna, dopo aver saziato i figli, volteggia sul nido e da essi ormai sazi è ammirata, così fece l’immagine benedetta che muoveva le ali sospinte da tante volontà, e così alzai lo sguardo verso di essa. Roteando cantava e diceva: «Come è per te il mio canto, che non comprendi, incomprensibile a voi mortali è il giudizio eterno». Poi quegli splendenti incendi dello Spirito Santo si fermarono ancora nella forma dell’aquila imperiale che rese i Romani degni di reverenza nel mondo, ed essa ricominciò: «In questo regno non è mai salito chi non ha creduto in Cristo, né prima né dopo che egli fu inchiodato alla croce. Ma vedi: molti gridano “Cristo, Cristo!” ma nel Giudizio finale gli saranno molto meno vicini di qualcuno che non lo ha mai conosciuto. E l’Etiope infedele condannerà tali cristiani, quando le due schiere dei giusti e dei dannati saranno divise, l’una ricca per l’eternità, l’altra in miseria; e che potranno dire i Persiani ai vostri sovrani cattolici quando verrà aperto il libro di cui parla l’Apocalisse nel quale vengono scritte tutte le loro opere malvage? Lì si vedrà, tra le opere dell’imperatore Alberto d’Asburgo, quella che presto sarà registrata dalla penna di Dio, dalla quale verrà la distruzione del regno di Praga. Lì si vedrà il dolore che sulla Senna -sulla Francia-, provoca falsificando le monete re Filippo IV il Bello che morirà per un colpo inferto da un cinghiale. Lì si vedrà la superbia che asseta, che rende folli il re scozzese Roberto Bruce e l’inglese Edoardo II al punto da darsi guerra non sopportando di restare dentro i loro confini. Si vedrà la lussuria e la condotta effeminata dello spagnolo Ferdinando IV di Castiglia e del boemo Venceslao II che non conobbero mai né ricercarono il valore. Carlo II d’Angiò re di Napoli, lo zoppo di Gerusalemme, vedrà segnata nel libro con una “I”, pari a uno, le sue opere buone, e con una “M”, pari a mille, quelle malvage. Si vedrà l’avarizia e la viltà di Federico II d’Aragona che regge l’isola del fuoco, la Sicilia dove Anchise padre di Enea concluse la sua lunga vita. E per far capire quanto egli, Federico, valga poco, le parole che lo riguarderanno saranno composte di lettere monche, che in un piccolo spazio terranno nota di molto. E saranno evidenti a tutti le sozze opere dello zio e del fratello di Federico, Giacomo re di Maiorca e Giacomo II sovrano di Sicilia e di Aragona, che hanno avvilito una stirpe egregia e le due corone dei regni delle Baleari e d’Aragona. E lì si conosceranno il Portoghese re Dionigi e Aakon V il Norvegese, e Stefano II di Serbia che ha contraffatto la moneta veneziana, forse perché l’ha guardata male. Beata Ungheria se non si lascerà più malmenare dalle lotte di successione! Beata Navarra se si armerà dei monti Pirenei che la fasciano! E tutti devono credere che, come anticipo delle sofferenze che subirà per mano francese il regno di Navarra, già Nicosia e Famagosta di Cipro si lamentano e urlano per la tirannide di Enrico II di Lusignano, il re di Cipro e di Acri che è la loro bestia non diversa dalle altre».

§§§

CANTO XX

Quando il sole che illumina tutto il mondo tramonta nel nostro emisfero, al di sotto della linea dell’orizzonte, e da ogni parte il giorno si consuma, il cielo che era da lui illuminato prima che annottasse, all’improvviso si rende nuovamente visibile attraverso le molte luci delle stelle di cui soltanto una, quella solare, risplende. Mi venne in mente questo avvenimento del cielo quando tacque il benedetto rostro dell’aquila segno del potere nel mondo terrestre e degli imperatori che lo portano sulle insegne; e tutte quelle vive luci di anime che ne componevano l’immagine, splendendo ancor più, intonarono canti che la mia memoria non poté trattenere né fissare. Dolce amore che ti ammanti di sorriso, quanto apparivi ardente in quei piccoli flauti fiammeggianti il cui soffio era fatto solo di santi pensieri!

Dopo che le care e luminose pietre preziose di cui vidi ingemmata la sesta fonte di luce -il cielo di Giove-, cessarono le note angeliche, mi parve di udire un mormorare di fiume che scenda limpido giù di pietra in pietra mostrando l’abbondanza della sua sorgente sul monte. E come il suono della cetra, grazie alle dita che vi arpeggiano, prende la sua forma dal manico, simile a un collo, dello strumento, e come il soffio che penetra dalle bocche della zampogna, allo stesso modo, cessato l’indugio dell’attesa, quel mormorìo salì su per il collo dell’aquila come se fosse cavo. Qui si fece voce e quindi uscì dal becco in forma di parole, quali le attendeva il cuore dove le scrissi. «Ora devi fissare con lo sguardo i miei occhi, la parte che in me vede e sopporta il sole come nelle aquile terrestri», incominciò a parlarmi, «perché dei fuochi, anime abbaglianti, di cui mi faccio figura, quelli di cui l’occhio mi scintilla sono i più eminenti di tutti i cieli. David che splende in mezzo alla pupilla fu il cantore dello Spirito Santo, il re d’Israele che trasportò l’arca dell’alleanza tra Dio e gli uomini da una città all’altra fino a Gerusalemme: ora comprende il merito del suo canto che fu effetto della sua volontà, e lo comprende grazie alla ricompensa che corrisponde al merito. Dei cinque che mi stanno in cerchio per dar forma al ciglio, orlo della mia palpebra, colui che mi si avvicina di più al becco è Traiano, l’imperatore che consolò una vedova per la morte del figlio: ora sa quanto costa caro non seguire Cristo, per l’esperienza che ha di questa dolce vita e di quella, amara, nell’Inferno dal cui limbo Cristo lo trasse. E colui che viene dopo, nella parte superiore del ciglio, è Ezechia re di Giuda: con un pentimento vero rallentò il sopraggiungere della morte di cui il profeta Isaia lo aveva avvertito, e fu Isaia stesso a pregare il Signore che concedesse al re una proroga di quindici anni; ora Ezechia sa che il giudizio eterno non cambia, anche quando sulla Terra una preghiera degna rimanda a domani ciò che doveva accadere oggi. L’altro che segue, Costantino imperatore, con una buona intenzione che diede un frutto cattivo, si fece greco fondando Costantinopoli con me aquila imperiale e con le leggi, cedendo Roma al papa con la Donazione: ora sa che il male derivato dal suo bene operare non gli viene imputato, malgrado il mondo da quel momento sia in rovina. E quello che vedi nella parte declinante della mia palpebra fu Guglielmo II re normanno di Sicilia, rimpianto da quella terra che piange il fatto che siano vivi Carlo II d’Angiò e Federico II d’Aragona che se la contendono. Ora sa come il cielo ami un re giusto, e mostra di saperlo anche splendendo più vivamente. Chi crederebbe laggiù, nel mondo eretico, che in questo cielo il troiano Rifeo, il pagano che combatté a Troia nella notte del suo incendio, sia la quinta delle sante luci? Ora, benché la sua vista non distingua il fondo della grazia divina, Rifeo conosce molto di ciò che il mondo non può arrivare a capire di essa».

Come un’allodoletta che vola nel cielo dapprima cantando, e poi tace contenta delle ultime dolci note che la appagano, tale mi apparve l’aquila, immagine dell’impronta di Dio, fonte del piacere eterno desiderando il quale ogni cosa diventa quella che è. E malgrado nel mio dubitare io fossi, lì, come un vetro che lascia trasparire i colori, non sopportai di attendere in silenzio e «Che sono queste cose?» il dubbio mi spinse con la sua forza fuori dalla bocca; al che vidi una gran festa di anime splendenti. Poi il segno benedetto dell’aquila, con l’occhio più acceso, mi rispose per non lasciarmi sospeso nello stupore di vedere Traiano e Rifeo, anime pagane, in Paradiso: «Vedo che credi queste cose perché le dico io ma non ti capaciti di come siano possibili, sicché malgrado tu le creda esse ti restano nascoste. Fai come colui che conosce bene la cosa attraverso il suo nome ma non riesce a intenderne la quiditate/l’essenza se qualcun altro non gliela rivela. Regnum coelorum/il regno dei cieli subisce violenza dal caldo amore e dalla viva speranza che vincono la volontà divina, non però come l’uomo che sopraffà un altro uomo, ma la vincono perché essa vuol essere vinta e, vinta, essa vince con la sua bontà. Il primo e il quinto spirito che formano il mio arco cigliare ti fanno meravigliare perché li vedi in Paradiso, e vedi di essi dipinta la regione degli angeli. Non uscirono pagani dai loro corpi, come credi, ma cristiani, l’uno, Rifeo, con sicura fede nella sofferenza a venire, quella che avrebbe subìto Cristo sulla croce, l’altro, Traiano, nella sofferenza patita da Cristo crocifisso: l’uno, lo spirito di Traiano, tornò al proprio corpo dall’Inferno da dove non si torna indietro con il pentimento: e ciò fu la ricompensa per la sua viva speranza della salvezza, quella speranza che rese potenti le preghiere rivolte a Dio da papa Gregorio Magno perché risuscitasse l’anima dell’imperatore, in modo che la sua volontà potesse abbracciare la fede. Tornata per poco tempo nel suo corpo, l’anima gloriosa di cui parlo credette che Cristo potesse aiutarla, e credendo si accese in tanto fuoco di amore vero da diventare degna del Paradiso con la sua seconda morte, degna di partecipare a questo godimento. L’altra, l’anima di Rifeo, sulla Terra mise tutto il suo amore al servizio del bene, in virtù della grazia che stilla da una fonte così profonda che mai nessuno ha potuto spingere lo sguardo fino alla sorgente, per cui, di grazia in grazia, Dio gli aprì gli occhi sulla nostra futura redenzione: ed egli credette in essa, e da quel momento non soffrì più il puzzo del paganesimo, e lo rinfacciò ai pagani. Ebbe il battesimo da Fede, Speranza e Carità -le tre donne che hai visto alla destra del carro nella processione del Paradiso terrestre- più di mille anni prima dell’istituzione del sacramento. O predestinazione, quanto è lontana la tua radice dagli occhi degli uomini che non possono vedere per intero Dio, la prima causa! E voi, uomini, siate cauti nel giudicare, perché persino noi che vediamo Dio non conosciamo ancora tutti gli eletti; e ci è dolce questa mancanza perché il nostro bene si perfeziona nel bene di volere ciò che Dio vuole».

Così quell’immagine divina mi dette una soave medicina per schiarire la mia vista corta. E come un buon suonatore di cetra accompagna il canto col guizzo della corda, così che esso si fa più piacevole, allo stesso modo ricordo che mentre l’aquila parlava vidi le due luci benedette di Rifeo e di Traiano muovere le loro piccole fiamme accordandole alle parole dell’aquila, in un unico guizzo, come si accorda il battito delle palpebre.

§§§

CANTO XXI

Già i miei occhi erano di nuovo fissi sul volto della mia donna, Beatrice, e con essi il mio animo che si era sottratto a ogni altro desiderio. E lei non rideva, ma «Se ridessi», cominciò a parlarmi, «tu diverresti cenere, come accadde a Semele principessa tebana quando, istigata da Giunone, la gelosa moglie di Giove, volle vedere il padre degli dei nella sua divinità restandone fulminata: e ciò perché la mia bellezza che si accende sempre di più, come hai visto, quanto più sale sulle scale della dimora eterna, se non si attenuasse splenderebbe tanto che, al suo sfolgorare, la tua vista mortale diverrebbe come la fronda squarciata dal fulmine. Noi siamo innalzati allo splendore del settimo cielo -il cielo freddo e cristallino di Saturno, mosso dall’ordine angelico dei Troni-, che sotto il segno dell’ardente costellazione del Leone irradia ora la Terra congiungendo la virtù contemplativa all’azione. Ficca la mente dietro i tuoi occhi e fa di essi specchi per l’immagine che ti apparirà nello specchio di questo pianeta».

Chi sapesse quanto godevo nel contemplare la visione beata quando esortato da Beatrice mi rivolsi alla nuova apparizione, comprenderebbe quanto mi fosse grato assecondare la mia scorta celeste bilanciando il piacere di guardarla con il piacere di ubbidirle.

Dentro il pianeta di cristallo che girando intorno al mondo porta il nome di Saturno, il suo caro sovrano sotto il cui regno fu eliminata ogni malizia, vidi una scala d’oro in cui riverbera un raggio di luce, tanto eretta verso l’alto che i miei occhi non potevano seguirla. Vidi anche scender giù per i suoi gradini tante anime splendenti che pensai che venisse diffusa da qui ogni luce che appare nel cielo. E come, per abitudine istintiva, all’inizio del giorno i corvi grigi si muovono insieme per scaldare le piume fredde, poi alcuni volano via senza tornare, altri ritornano al punto da cui si sono mossi, altri restano a roteare nel cielo: questo comportamento mi parve lo stesso di quello sfavillìo di anime giunte insieme, appena ebbero raggiunto un certo gradino della scala. E lo splendore che ci si fece più vicino si illuminò tanto di chiarore che, pensando, dissi tra me: “Vedo bene quanto amore mi dimostri”. Ma la donna da cui attendo il come e il quando del parlare e del tacere, non fa cenno né parola, per cui io in quel momento faccio bene a non porre domande, anche se vorrei. Al che lei, che capiva il mio tacere perché riflesso nella visione di Colui che tutto vede e comprende, mi disse: «Soddisfa il tuo caldo desiderio». E io cominciai rivolto all’anima che si era avvicinata a noi: «Non ho meriti che mi rendano degno della tua risposta ma, vita beata che resti celata nella tua gioia, in nome di questa donna che mi concede di porti la domanda, rendimi nota la ragione che ti ha fatto avvicinare a me, e dimmi perché in questo cielo tace la dolce sinfonia del Paradiso, che giù negli altri cieli suona con tanta devozione». «Tu hai l’udito umano come la vista», mi rispose, «per cui qui non si canta, per la stessa ragione per la quale Beatrice non ha sorriso, perché non potresti sostenerne la potenza sovrumana. Sono sceso tanto giù per i gradini della santa scala solo per festeggiarti con le parole e con la luce che mi riveste. E non è stato un amore più grande a farmi essere più veloce delle altre anime beate nel giungere a te, perché da qui in su esse ardono di un amore uguale al mio o maggiore, come il loro fiammeggiare più o meno intenso ti manifesta. Ma l’alta carità, che ci rende serve pronte a eseguire il volere della divina Provvidenza che governa il mondo, assegna in sorte a ciascuna di noi il compito che tu vedi assolvere». «Vedo bene, sacra lucerna», risposi, «come in questa corte celeste il libero amore basti ad attuare il volere dell’eterna Provvidenza, senza bisogno di comandi: ma questo è proprio ciò che mi sembra difficile da capire: perché sei stata tu la sola destinata a questo compito tra le anime compagne che condividono la tua stessa sorte».

Non giunsi a pronunciare l’ultima parola che la luce girò su se stessa facendo perno del suo centro, come una veloce macina. Poi l’amore che vi stava dentro rispose: «La luce divina la cui virtù converge su di me penetrando in questa luce di Saturno in cui m’inventro/mi interno, congiunta con il mio intelletto mi eleva tanto al di sopra di me che io vedo la somma essenza da cui emana. Da qui viene l’allegria che mi fa fiammeggiare, e alla chiarezza della mia visione paragono il chiarore della fiamma che sono. Ma neppure quell’anima che nel cielo si rischiara più delle altre, o quel serafino che in Dio ha più di tutti fisso lo sguardo, risponderebbero alla tua domanda, perché quel che chiedi si inoltra a tal punto nell’abisso della decisione divina, che è lontano dalla comprensione di ogni creatura. E quando tornerai al mondo degli uomini riferiscilo, in modo che nessuno osi più incamminarsi verso tale meta. La mente che qui risplende, sulla Terra fa fumo, per cui renditi conto di come possa laggiù quel che qui non può benché il cielo l’abbia assunta nella sua gloria».

Le sue parole posero un tale limite al mio desiderio di sapere che abbandonai la questione e mi limitai a chiedere umilmente a quell’anima chi fosse. «Tra i due litorali italiani, il Tirreno e l’Adriatico, si elevano i monti Appennini, non molto distanti dalla tua patria, tanto che i tuoni tuonano molto più in basso delle loro cime, e formano un rilievo che si chiama Catria sotto il quale è consacrato un eremo -Santa Croce di Fonte Avellana- per tradizione votato al solo culto di Dio». Così riprese a parlare e continuando disse: «Qui mi feci così fermo nel servizio di Dio, che nutrendomi di solo olio di ulivi trascorrevo lievemente i mesi caldi e quelli gelidi, felice nei pensieri contemplativi. Il chiostro di quell’eremo abitualmente rendeva al cielo una messe di beati, mentre ora è tanto corrotto che bisogna che la punizione si riveli subito. In quel luogo io fui Pier Damiano, e fui conosciuto come Pietro peccatore nella casa di nostra Signora, l’abbazia di santa Maria sul litorale di Adria. Poca vita mortale mi era rimasta da vivere quando fui chiamato e -sottratto alla vita eremitica- condotto da papa Stefano X a ricevere quel cappello cardinalizio che passa da una testa all’altra solo di male in peggio. Venne Pietro –Cefàs/la roccia-, e venne Paolo, il gran vaso dello Spirito Santo, e magri e scalzi accettarono il cibo da qualunque ospizio venisse. Ora i moderni pastori di anime pretendono chi li sostenga da una parte e dall’altra, e chi li porti, e chi da dietro li alzi sulla sella tanto sono pesanti per aver tanto mangiato. Con i loro mantelli coprono i cavalli così che due bestie procedono sotto una sola pelle: oh pazienza che tolleri tanto!». A questa esclamazione vidi molte fiammelle scendere di gradino in gradino e volteggiare, e ogni volteggio le rendeva più belle. Vennero e si fermarono intorno a san Pier Damiani, e dettero un grido così acuto che sulla Terra non può essere paragonato a nessun altro, e io non compresi le parole in esso, tanto quel tuono mi sopraffece.

§§§

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

Oh divina (parte XXVIII)

 

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply