domenica, 24 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXV)

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PARADISO

CANTO VII

«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felice ignes horum malacòth!/Osanna, o santo Dio degli eserciti, che dall’alto inondi con la tua chiara luce le beate fiamme di questi regni!», così mi parve cantare l’anima di Giustiniano che ruotava su se stessa al proprio canto, e sulla quale la luce si raddoppia, congiungendosi quella divina alla luce dell’anima: ed essa e le altre si mossero alla sua danza, e quasi velocissime fiamme si velarono ai miei occhi di una improvvisa distanza. Io dubitavo e dicevo tra me: “Parla, parla! Parla alla mia donna che mi disseta con le dolci stille della verità”; ma quella riverenza che si impossessa di tutto me stesso al solo ascoltare “Be” e “ice”, mi teneva chino come un uomo colto dal sonno.

Poco sopportò Beatrice che io rimanessi nel dubbio, e cominciò irradiandomi di un sorriso tale che farebbe felice un uomo che bruci nel fuoco: «Secondo la mia infallibile opinione ti ha messo nel dubbio il fatto che una giusta vendetta -quella necessaria a castigare il peccato originale- potesse giustamente essere punita con la crocifissione di Dio fattosi uomo; ma io ti risolverò subito il problema: tu ascolta perché le mie parole ti presenteranno una grande dottrina. Non sopportando la virtù che a proprio vantaggio vuole che ai desideri sia posto il freno, Adamo, quell’uomo che non nacque, dannando se stesso condannò tutta la sua prole; per cui la specie umana giacque inferma in grande errore per molti secoli, finché piacque al Verbo di Dio scendere nel luogo in cui unì a se stesso nella persona, con il solo atto del suo amore eterno, la natura umana che si era allontanata dal suo creatore. Ora fa’ attenzione a ciò che ti dico. Unita al suo creatore questa natura umana fu sincera e buona quale fu creata; ma presa in se stessa fu sbandita dal Paradiso perché si strappò via dalla verità e dalla sua vita. Dunque, la pena inflitta dalla croce, se si giudica rispetto alla natura assunta dall’uomo, colpì tanto giustamente come nessun’altra, e allo stesso modo nessuna pena fu tanto ingiusta se si guarda alla persona che la subì, nella quale era congiunta la natura umana. Perciò da un atto scaturirono conseguenze diverse: che una stessa morte piacque a Dio e ai Giudei, quella di Cristo: per essa tremò la Terra e il cielo si aprì. Ormai non deve più sembrarti incomprensibile che si dica che una giusta vendetta fu poi vendicata da una giusta corte di giustizia. Ma vedo ora la tua mente stretta di pensiero in pensiero intorno a un nodo da cui attende con grande desiderio di essere sciolta. Tu dici: “Comprendo bene ciò che sento; ma perché Dio volesse proprio questa via per la nostra redenzione, mi è oscuro”. Questa decisione, fratello, è nascosta agli occhi di tutti gli uomini il cui ingegno non sia diventato adulto crescendo nella fiamma della carità. Tuttavia, poiché a tale segno della volontà divina si guarda molto ma se ne comprende poco, ti spiegherò perché questa fu la via migliore. La divina bontà, che rigetta da sé ogni risentimento, ardendo dentro di sé sfavilla in modo da manifestare le sue bellezze eterne. Ciò che deriva da essa -e che non è originato da un’altra causa-, dura in eterno perché, quando essa crea, la sua impronta non viene cancellata. Ciò che dalla divina bontà liberamente proviene è interamente libero perché non soggiace all’influenza dei cieli. Più le è conforme e più le piace, perché il santo ardore che irradia ogni cosa, è più vivo in quella che più gli somiglia. La creatura umana si avvantaggia di tutte queste doti -libertà, immortalità, somiglianza a Dio- e, se ne manca una, la sua nobiltà viene meno. Solo il peccato la priva della libertà e la rende dissimile al sommo bene, perché si illumina poco della sua luce; e la creatura non ritorna nella sua dignità se non colma il vuoto prodotto dalla colpa con giuste pene che colpiscano i piaceri del peccato. La vostra natura umana fu scacciata dal godimento di queste dignità, e insieme dal Paradiso, quando in Adamo -nel suo seme- tutta l’umanità peccò; né può trovare ricovero in nessuna strada -se badi a ciò che dico con vigile attenzione- se non attraversando uno di questi guadi: che Dio, solo per la sua bontà, condoni la colpa all’uomo, o che l’uomo, da se stesso, ripari alla sua follia. Punta ora lo sguardo dentro l’abisso della decisione eterna: non poteva l’uomo, mai, con le sue sole forze rimediare a quanto, disobbedendo, lo aveva portato a voler innalzarsi, obbedendo poi con umiltà per non cadere; e questa è la ragione per cui all’uomo non fu concesso di rimediare da sé alla colpa. Bisognava dunque che fosse Dio a riparare alla colpa dell’uomo, secondo i modi da Lui prescelti, all’intera vita dell’uomo, intendo dire con una delle due vie che ti ho indicato o con entrambe, giustizia e misericordia. Ma poiché tanto più un’opera è grata a chi la compie, quanto più rivela la bontà del cuore da cui è scaturita, la divina bontà che impronta di sé l’universo si compiacque di camminare per tutte le sue vie, usando tutti i suoi mezzi, per risollevare voi uomini. Né tra l’ultima notte del Giudizio Universale e il primo giorno, l’alba della Creazione, ci fu e mai ci sarà un procedimento così alto e magnifico per l’una, la via della giustizia, e per l’altra, la via della misericordia: perché più misericordioso fu Dio donando se stesso per rendere l’uomo capace di risollevarsi, che se Egli avesse da sé solo perdonato all’uomo la sua colpa; e tutti gli altri modi sarebbero stati insufficienti alla giustizia se il figlio di Dio non fosse stato umiliato ad incarnarsi. Ora per colmare il tuo desiderio di sapere, torno a parlare riguardo al fatto che tu vedi lì, come li vedo io, i quattro elementi. Tu dici: “Vedo l’acqua, vedo il fuoco, l’aria e la terra e tutte le loro mescolanze giungere a corruzione e durare poco; eppure queste cose furono create da Dio; per cui, se è vero ciò che mi hai detto, dovrebbero essere immuni dalla corruzione”. Gli angeli, fratello, e il Paese celeste sincero nel quale ti trovi, si possono dire creati così come sono, nell’interezza del loro essere; ma gli elementi che hai nominato, e le cose che provengono da essi, sono formati da una virtù prodotta dall’influsso dei cieli. Creata fu la materia di cui si compongono; creata fu la virtù che forma queste stelle che si muovono intorno ad essi. L’anima di ogni animale, e delle piante, viene estratta dalla potenzialità della materia indifferenziata, per opera della irradiazione e del movimento dei cieli -le sante luci- perché possa accogliere la propria forma specifica, ma la suprema bontà soffia invece direttamente la vita umana e la innamora di sé in modo che poi essa la desidera sempre. E da qui puoi anche dedurre la ragione della resurrezione alla quale voi uomini siete destinati, se ripensi a come il corpo umano, insieme con i primi genitori, Adamo ed Eva, fu creato incorruttibile da Dio e riacquistò poi, dopo la passione di Gesù, la purezza originaria che aveva prima del peccato».

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CANTO VIII

Quando il mondo si trovava nel pericolo dell’idolatria, credeva che il pianeta di Venere, la bella dea nata dal mare che bagna Cipro, irradiasse l’amore folle dei sensi quando aveva compiuto il terzo epiciclo ruotando circolarmente intorno alla Terra -dopo quelli della Luna e di Mercurio- in direzione opposta al moto diurno della sua sfera: a causa di quell’antico errore le antiche genti rendevano non soltanto a Venere l’onore del sacrificio e delle preghiere votive, ma onoravano anche Dione e Cupido, la prima perché sua madre, l’altro perché suo figlio, e dicevano che questi, celato nelle sembianze di Ascanio figlio di Enea, sedeva in grembo a Didone regina di Cartagine, perché Venere volle che ella ardesse d’amore per l’eroe fuggito da Troia; e da Venere, dalla quale inizio questo canto, gli uomini prendevano il nome della stella che il sole corteggia una volta dandole le spalle -stando con essa alla sera quando la precede-, una volta standole di fronte -quando la segue fino all’alba. Io non mi accorsi di ascendere nella stella ma Beatrice la mia donna mi testimoniò che vi ero dentro diventando davanti ai miei occhi più bella. E come nella fiamma si vede la scintilla, e nella voce del coro si distingue quella del cantore, quando in entrambi i casi una è ferma e l’altra va e viene, innalzandosi e calando, vidi in quella luce altre luci muoversi in giro correndo più o meno, a seconda, credo, che avessero una maggiore o una minore visione di Dio. Da una fredda nube non discesero venti visibili o meno, tanto veloci da non sembrare frenati e lenti a chi avesse visto venire verso di noi quelle luci divine che avevano abbandonato la danza iniziata nel Primo Mobile, il cielo superiore dei Serafini. E nella schiera di quelle luci che apparvero più avanti si sentiva «Osanna», intonata in un modo tale che poi desiderai sempre di potere riascoltarla. Quindi una di quelle luci si fece più vicina a noi e da sola cominciò: «Tutti siamo pronti a compiacerti perché tu gioisca della nostra presenza. Noi danziamo con i prìncipi celesti -gli angeli di questo cielo, i Principati- nel medesimo giro di danza e in una sola sete di Dio, e tu quando eri nel mondo ci dicesti già “Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, e siamo così pieni d’amore che, per assecondarti, un poco di quiete non sarà per noi meno dolce».

Dopo che i miei occhi si furono offerti riverenti alla mia donna -ella li aveva resi contenti e sicuri della sua vista-, si rivolsero alla luce che si era tanto promessa, e «Ditemi, chi siete?» si sentì la mia voce impressa da una grande emozione. E mentre parlavo, vidi quella luce accrescere la sua gioia -di quanto e in che modo!- con la nuova gioia. Essa mi rispose così: «Il mondo mi ebbe per poco tempo, e se il tempo fosse stato di più, molto male non sarebbe accaduto. La mia letizia, che mi cela a te, mi irradia intorno e mi nasconde come il baco fasciato dalla seta nel suo bozzolo. Mi hai amato molto, e ne avevi ben motivo; e se io, Carlo Martello, fossi rimasto in vita ti avrei mostrato il mio amore oltre le sue fronde offrendoti i frutti. Mi attendeva come suo signore, quando fosse giunto il tempo, quella riva sinistra della Provenza meridionale, che si lava nel Rodano dopo che si è mescolato con la Sorgue, e quel corno dell’Ausonia Italia -il regno di Napoli- delimitato dalla fortezza adriatica di Bari, da quella tirrenica di Gaeta e da quella di Catona sul faro di Messina, e il cui confine a nord sono i fiumi Tronto e Verde che sgorgano in mare. Già mi rifulgeva sulla fronte la corona di quella terra d’Ungheria che il Danubio riga dopo aver lasciato le rive tedesche. E la bella Trinacria -la Sicilia- che si copre di caligine tra Pachino e Peloro sullo Ionio, e che sopra il golfo di Catania subisce l’aggressione più violenta di Euro, scirocco, non a causa dell’agitarsi del gigante Tifeo sotto la lava dell’Etna, ma dello zolfo che soffia il vulcano, l’isola dunque attenderebbe ancora i suoi re che discendono, attraverso di me, da Carlo I d’Angiò mio nonno, e dall’imperatore Rodolfo I d’Asburgo di cui sposai la figlia; attenderebbe ancora, se una cattiva signoria, di quelle che sempre affliggono un popolo dominato, non avesse spinto Palermo a gridare: “Muoia, muoia il francese!”. E se mio fratello Roberto d’Angiò prevedesse tutto questo, allontanerebbe già da sé l’esosa povertà della Catalogna -i soldati catalani poveri e voraci di bottino-, per non venirne danneggiato; poiché veramente bisogna provvedere in modo che lui o chi per lui non aggiunga ancora carico nella sua barca già sovraccarica, appesantendo con altri gravami fiscali il suo regno. La sua natura che fu avara, pur discendendo da quella paterna che era generosa, avrebbe bisogno di ufficiali tali da non preoccuparsi soltanto di stipare la cassaforte».

Io gli dissi: «Poiché, mio signore, sono certo che la grande gioia che mi infondono le tue parole tu la veda come me in Dio, dove ogni bene ha il suo termine e la sua origine, essa è per me ancora più grande; e ho anche caro che tu lo comprenda guardando, beato, in Dio. Mi hai reso felice: ora rendimi chiaro, poiché con le tue parole mi hai suscitato un dubbio, come da un seme dolce quale il re Carlo II possa scaturirne uno amaro come suo figlio Roberto d’Angiò». E lui a me: «Se è in mio potere mostrarti la verità che chiedi, volgerai il volto ad essa come ora le volgi la schiena. Il bene che pervade e appaga tutto il regno che stai risalendo, trasforma la sua provvidenza in virtù operante in questi grandi corpi pianeti. E non soltanto le nature diverse sono previste nella mente di per sé perfetta, ma anche la vocazione di ciascuna a salvarsi: per cui tutto ciò che l’arco di Dio saetta, cade ordinato a un fine previsto come una freccia diretta al suo bersaglio. Se ciò non fosse, il cielo che tu percorri produrrebbe si i suoi effetti ma questi non sarebbero armoniosi bensì disastrosi; e ciò non può essere se è vero che le intelligenze che muovono queste stelle sono prive di difetti, e se lo è la prima che altrimenti non le avrebbe rese perfette. Vuoi che questa verità ti sia ancora più schiarita?». E io: “No davvero, perché vedo come sia impossibile che la natura venga meno al suo compito, che è quello di unire le creature al loro Creatore». Per cui egli ancora: «Ora dì: sarebbe male se sulla Terra l’uomo non fosse cittadino di una società?». «Si», risposi, «e non ne chiedo il motivo». «E ciò potrebbe essere se sulla Terra non si vivesse con diverse inclinazioni e con diversi compiti? No, se Aristotele, maestro degli uomini, scrive bene». Così Carlo Martello giunse per deduzione fino a questo punto; poi concluse: «Dunque è necessario che le vostre attitudini di uomini siano diverse all’origine, fino alla radice, per cui uno nasce Solone legiferatore e l’altro Serse sovrano dei Persiani, un altro Melchisedech eterno sacerdote e un altro Dedalo inventore che volando nell’aria perse il figlio Icaro. Il cielo, natura circolare, vero suggello della cera umana poiché imprime negli uomini la virtù, compie bene il suo compito ma non distingue una stirpe dall’altra, non opera per via ereditaria. Quindi avviene che Esaù, figlio del patriarca degli Ebrei Isacco e di Rebecca, si distingua da suo fratello Giacobbe già all’atto del suo concepimento; e Romolo Quirino, il primo re di Roma, venga da un padre di così umile condizione che i Romani, per elevarla, gli hanno poi attribuito come genitore il dio della guerra Marte. I figli, natura generata, farebbero sempre il loro cammino simile a quello dei padri se non prevalesse la divina Provvidenza. Ora ti è davanti agli occhi ciò che avevi dietro le spalle: ma perché tu sappia quanto mi compiaccio di te, voglio che la tua conoscenza si ammanti di un’appendice. Quando l’inclinazione naturale incontra circostanze che la contrastano, essa, come ogni altro seme fuori dal terreno che gli è proprio, fa sempre una cattiva prova di sé. E se il mondo laggiù ponesse mente al fondamento posto dalla natura, facendo attenzione alle inclinazioni degli uomini, avrebbe gente buona, idonea ai propri uffici e felice. Ma voi uomini obbligate alla vita religiosa chi è nato per cingere la spada, e fate re Roberto, un tale che è fatto invece per i sermoni: e così il vostro cammino abbandona la retta via».

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CANTO IX

Bella Clemenza d’Asburgo, dopo che m’ebbe chiarito quanto chiedevo, il tuo sposo Carlo Martello mi narrò gli inganni che avrebbe subìto la sua discendenza, ma disse: «Taci e lascia trascorrere gli anni», sicché io non posso dire altro se non che alle vostre disgrazie seguirà il giusto pianto di chi le avrà provocate e verrà punito.

E già la vita di quel santo lume si era rivolta al sole che la colma come a quel bene che per ogni cosa è tanto, colmandola quanto è necessario. Ah anime ingannate e creature empie che allontanate i cuori da un bene così perfetto, volgendo le vostre menti verso la vanità!

Ed ecco farsi verso di me un altro di quegli splendori che mostrava con l’intensificarsi della sua luce il suo desiderio di compiacermi. Gli occhi di Beatrice, fermi su di me, mi resero come prima certo del suo caro assenso al mio desiderio di parlare. «Ti prego, soddisfa subito il mio desiderio, spirito beato», dissi, «e dammi la prova che posso riflettere in te quello che penso senza bisogno di porti la domanda!». Al che la luce che mi era ancora sconosciuta, dalla sua profondità dalla quale prima aveva cantato l’ “Osanna” fece seguito alle mie parole come colui a cui piace fare il bene: «In quella parte della malvagia terra italica -la Marca Trevigiana- che siede tra Rialto, Venezia, e le sorgenti del Brenta e del Piave, si alza il colle di Romano, e non sorge molto alto, là dove venne giù Ezzelino III, una fiaccola che diede un grande assalto a quella contrada e ne divenne vicario imperiale. Io e quella torcia nascemmo da una sola radice: fui chiamata Cunizza, e qui rifulgo perché la luce di questa stella Venere mi dominò nella mia vita terrena. Ma lietamente perdono a me stessa la causa della mia sorte -l’amore erotico -, e non me ne addoloro se per tale ragione ho meritato questo cielo e una beatitudine minore; il che forse sembrerebbe difficile da comprendere a chi come voi non è addentro alle cose spirituali. Grande fama restò sulla Terra di questo luminoso e caro gioiello del nostro cielo che mi è più vicino: Folchetto da Marsiglia era il suo nome; e prima che la sua fama si estingua, questo centesimo anno -l’anno 1300- si ripeterà ancora cinque volte, e saranno trascorsi cinquecento anni: vedi come l’uomo debba farsi eccellente in modo che la sua prima vita lasci altra vita dopo di sé! E a ciò non pensa la marmaglia che oggi vive tra il Tagliamento e l’Adige, e non si pente ancora malgrado sia stata prostrata da sconfitte e dissidi. Ma avverrà presto che presso la palude del Bacchiglione Padova colorerà del suo sangue l’acqua del fiume che bagna Vicenza, perché i Padovani, gente malvagia, obbediscano com’è loro dovere all’imperatore Enrico VII, sconfitti da Cangrande della Scala signore di Verona; e dove il Sile e il Cagnano si accompagnano congiungendosi a Treviso, signoreggia e va con la testa alta un tale -Rizzardo da Camino- per la cui cattura già si prepara la rete -e Rizzardo sarà poi ucciso mentre gioca a scacchi. Ancora, Feltre piangerà la colpa del suo empio pastore, il vescovo Alessandro Novello, che sarà così mostruosa che mai nessuno per una simile colpa è stato rinchiuso in una prigione fangosa: egli, dopo aver dato asilo a tre fuoriusciti di Ferrara, li consegnò al vicario di quella città che li fece decapitare. Sarebbe necessario un recipiente troppo largo per contenere il sangue ferrarese -e stancherebbe chi volesse pesarlo a oncia a oncia- che questo prete cortese donerà al papa e agli Angiò, per dimostrarsi di parte guelfa; e tali doni saranno conformi alle abitudini di vita di quella contrada. Più su nel cielo, ci sono specchi -voi uomini li chiamate Troni, e sono essenze angeliche- attraverso i quali la giustizia di Dio rifulge su di noi, così che queste parole tanto dure ci appaiono buone». Qui la donna tacque, e per la danza che ricominciò, come prima, mi mostrò di essere ormai intenta ad altro. L’altra gioia, che mi era già nota come una cosa preziosa -Cunizza stessa l’aveva così presentata-, mi venne alla vista come un puro balasso percosso dal sole, un rubino della regione del Balascam in Estremo Oriente. Ardendo di letizia nel cielo si acquista fulgore come qui sulla Terra il sorriso; ma giù nell’Inferno l’aspetto degli uomini si rabbuia tanto quanto è infelice la mente.

«Dio vede tutto e la tua vista s’inluia, profondendosi in Lui», dissi io, «beato spirito, così che nessun desiderio altrui può esserti nascosto. Dunque perché la tua voce, che il cielo riempie sempre di gioia con il canto di quei fuochi pii -i Serafini che delle loro sei ali hanno fatto il proprio saio-, non soddisfa il mio desiderio di sapere chi sei? Non attenderei la tua risposta se io m’intuassi e vedessi in te come tu t’inmii e vedi in me». «La valle maggiore in cui si riversa l’acqua dell’Oceano», cominciarono allora le sue parole, «è il Mediterraneo, quel mare che la terra inghirlanda tra i lidi opposti dell’Europa e dell’Africa, e che tanto si espande contro il sole ad oriente che, dalla Palestina alle Colonne d’Ercole, si fa meridiano quel cerchio che al capo opposto si fa orizzonte. Di quella valle abitai la riva tra l’Ebro e il Magra che per un breve tratto divide il Genovese dal Toscano. Quasi allo stesso tramonto e allo stesso levar del Sole seggono Bùgia in Algeria, e Marsiglia, la terra dove nacqui, che col suo sangue riscaldò il porto assediato e preso da Decimo Bruto per conto di Cesare. Folco mi chiamò quella gente cui fu noto il mio nome; e questo cielo di Venere s’impronta della mia luce come io feci di esso quand’ero sulla Terra; perché la figlia di Belo, la regina Didone, non arse d’amore, addolorando sia il marito Sicheo sia Creusa moglie di Enea, più di me finché me lo consentì la giovinezza; né amarono più di me, Fillide figlia del re di quella Tracia in cui è il monte Rodope -per cui ella è detta Rodopeia- che sedotta fu abbandonata da Demofoonte, né Ercole figlio di Alceo quando tenne Iole custodita nel proprio cuore. Però qui non ci si pente ma si gode: non ci si pente della colpa che non torna alla mente ma si gode della virtù divina che ha disposto e provveduto che il male producesse il bene. Qui si contempla l’arte che adorna di stelle un affetto grande qual è quello di Dio per le sue creature, e si distingue il bene per il quale il mondo celeste influenza quello di giù. Ma affinché i tuoi desideri, che sono nati in questa sfera, tu possa riportarli con te del tutto soddisfatti, è opportuno che io proceda oltre. Tu vuoi sapere chi è in questa luce che qui vicino a me scintilla come un raggio di sole nell’acqua limpida. Ora sappi che là dentro riposa Raab la prostituta di Gerico, e, congiunta al nostro ordine di anime che è del terzo cielo, questo s’intona alla luce del suo spirito nel più alto grado. Fu assunta col trionfo di Cristo, prima di ogni altra anima, da questo cielo al quale giunge la punta del cono d’ombra che manda il vostro mondo. Fu ben giusto lasciarla in uno dei cieli come palma dell’alta vittoria della Redenzione che si ottenne con l’una e l’altra palma di Cristo crocifisse sul legno, perché ella favorì la presa di Gerico, la prima impresa gloriosa di Giosuè guida degli Ebrei sulla Terrasanta, che poco tocca la memoria del papa: Raab favorì quell’impresa ospitando i due osservatori mandati in segreto dal successore di Mosè. La tua città, che è pianta che Lucifero ha seminato -colui che per primo voltò le spalle al suo Creatore, e la cui invidia produce tante lacrime-, genera e diffonde il fiorino d’oro, il fiore maledetto che ha disorientato le pecore e gli agnelli perché ha trasformato il pastore in lupo. Per brama di denaro il Vangelo e i grandi dottori, i padri della Chiesa, vengono abbandonati, e si studiano solo i Decretali del Diritto Canonico, come appare dai segni lasciati dalle numerose note sui loro margini. In questo sono occupati il papa e i cardinali: i loro pensieri non vanno a Nazareth, il luogo in cui l’arcangelo Gabriele aprì le ali annunciando a Maria la nascita di Cristo. Ma il Vaticano -dove Costantino edificò la basilica sulla tomba di san Pietro- e gli altri luoghi eletti di Roma che sono stati cimitero per l’esercito di martiri che seguì Pietro, presto saranno liberi dagli adulteri che vendono le cariche ecclesiastiche».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Claudio Rocco

Giornalista. Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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