lunedì, 18 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXVI)

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PARADISO

 

CANTO X

Guardando in suo Figlio con l’Amore dello Spirito Santo che soffia eternamente dall’uno all’altro, Dio, primo e ineffabile Valore, fece con tanto ordine quanto si muove nelle intelligenze angeliche e nello spazio, che chi lo ammira non può non godere dell’immagine di Dio in esso. Lettore, alza dunque con me lo sguardo alle alte sfere, ai cieli superiori, dritto verso quel punto del cielo dove un movimento incontra l’altro, e il moto di rotazione quotidiano di tutti i corpi celesti incontra il moto annuale dei pianeti; e lì comincia ad ammirare l’arte di quel Maestro che lo ama dentro di sé tanto che mai distoglie gli occhi da quel punto.

Vedi come da lì si distacca il cerchio obliquo dello Zodiaco che porta i pianeti perché soddisfino i bisogni del mondo che li invoca vivendo del loro influsso e del calore del sole. Se la via dei pianeti non fosse deviata con l’inclinazione dello Zodiaco sull’equatore, ed essi corressero paralleli al suo piano, molto del potere del cielo sarebbe vano perché le stagioni non si avvicenderebbero sulla Terra, e quasi ogni potenzialità della Terra sarebbe morta senza potersi tradurre in atto; e d’altra parte se la divergenza dello Zodiaco rispetto all’equatore realizzasse un angolo maggiore o minore di quello che deve essere, l’ordine del mondo sarebbe privo di equilibrio sia nell’emisfero australe che in quello boreale.

Ora, lettore, resta nel tuo banco se desideri essere lieto del sapere molto prima che stanco, e pensa a ciò che pregusterai. Ti ho messo davanti la vivanda: ora cibati da solo; perché l’argomento del Paradiso, quella materia per cantare la quale sono fatto scrittore, volge verso di sé tutta la mia attenzione.

Il sole, il maggiore ministro della natura, che impronta il mondo degli influssi del cielo, e con la propria luce ne misura il tempo alternando il giorno e la notte, congiunto con la costellazione dell’Ariete nel punto dell’equinozio di primavera che ho menzionato più su, girava sulla spirale in cui ogni giorno esso sorge prima; e io ero nella sua sfera ma non mi accorsi di salire se non come chi si accorge del sopravvenire di un pensiero: è Beatrice che mi guida in tal modo di bene in meglio, così velocemente che la sua azione non si estende nel tempo. Quanto dovevano essere luminose di se stesse le anime che erano dentro il cielo del sole in cui entrai, visibili non per il colore ma per la luce! Per quanto possa invocare l’ingegno, l’arte e l’esperienza poetica, non riuscirei a descriverlo in modo da poterlo immaginare; ma si può crederlo e desiderare di vederlo. E non c’è da meravigliarsi se la nostra immaginazione di uomini non giunge a tanta altezza, perché mai occhio ha visto luce più forte di quella del sole.

Immersa nella propria luce stava qui la quarta famiglia degli spiriti, la famiglia dell’alto Padre che la sazia per sempre della sua vista nel quarto cielo, mostrando come produce lo Spirito Santo e come genera il Figlio nel mistero della Trinità. E Beatrice cominciò: «Ringrazia, ringrazia Dio, Sole degli angeli, che per sua grazia ti ha innalzato al sole materiale». Mai un coro di uomini è stato così disposto alla devozione e pronto a rivolgersi a Dio con tutto il suo fervore, come mi feci io a quelle parole; e il mio amore si ripose in Lui a tal punto da eclissare Beatrice nell’oblio. Ciò non le dispiacque ma ella ne rise per la gioia, e lo splendore dei suoi occhi ridenti rivolse la mia mente raccolta verso più cose. Vidi una molteplicità di vivi fulgori che, vittoriosi sulla luce del sole, facevano di noi il centro e di sé corona, più dolci nella voce che luminosi alla vista: così talvolta vediamo la figlia di Latona, la luna, quando l’aria è densa tanto da trattenere il filo dei suoi raggi formando una cintura di luce intorno a sé.

Nella corte del cielo da cui sono ritornato, si trovano molte gemme così care e belle da non poter essere portate via da quel regno e donate alla Terra, e il canto di quelle luci era tra quelle; chi non si innalza tanto da volare lassù, aspetti dunque di ricevere notizie da un muto. Cantando, quei soli ardenti girarono poi tre volte intorno a noi, come stelle vicine ai poli fermi, e mi sembrarono donne che non abbiano cessato la danza ma che si arrestino in silenzio, ascoltando, finché abbiano raccolto le nuove note che detteranno il ritmo. E dentro una di quelle stelle sentii cominciare: «Poiché il raggio della grazia che accende il vero amore, e che poi cresce amando, risplende in te tanto abbondante da condurti su per quella scala che porta all’Empireo da cui nessuno scende senza poi risalirla, chi di noi ti negasse il vino della sua ampolla per dissetare la tua fede, non agirebbe liberamente se non come l’acqua di un fiume che non scendesse al mare. Tu vuoi sapere di quali piante s’infiora questa ghirlanda che intorno a voi ammira la bella donna che ti dona la virtù necessaria per salire al cielo. Io sono stato di quegli agnelli del santo gregge che san Domenico conduce per un cammino sul quale ci si ingrassa di ricchezze spirituali se non si seguono beni illusori. Costui che alla mia destra mi sta più vicino, mi è stato fratello e maestro, ed è Alberto di Colonia, e io Tommaso d’Aquino. Se allo stesso modo vuoi sapere di tutti gli altri esseri, segui le mie parole girando lo sguardo sulla beata ghirlanda. Quell’altro fiammeggiare esce dal volto ridente del monaco Graziano che aiutò l’uno e l’altro Foro distinguendo nel suo “Decretum” il tribunale civile da quello ecclesiastico, come piace in Paradiso. L’altro poi che adorna il nostro coro fu quel Pietro Lombardo insegnante a Parigi nella scuola cattedrale, il quale, come la poverella di cui si legge nel “Vangelo” di Luca, offrì alla Santa Chiesa tutto il suo tesoro. La quinta luce, che è tra di noi la più bella, emana un tale amore che tutto il mondo laggiù brama di averne notizie: dentro vi è la mente eccelsa di Salomone re di Israele, in cui fu posto un sapere così profondo che, se la verità è verità, nessuno dopo di lui giunse a una saggezza così grande. Più in là vedi la luce di quel cero che sulla Terra, quando era in vita -ed era Dionigi l’Aeropagita- vide più addentro nella natura degli angeli e nel loro compito. Nell’altra luce piccolina ride Paolo Orosio, quel difensore dei tempi cristiani della cui narrazione storica -la “Historiarum adversus paganos libri VII/I sette libri di storie contro i pagani”- si valse sant’Agostino. Ora, se muovi l’occhio della mente seguendo le mie lodi di luce in luce, resterai con la sete di sapere dell’ottava luce. Dentro di essa l’anima santa di Boezio gode del bene supremo che vede, e rende chiara la fallacia del mondo a chi lo ascolti bene nel suo “De consolatione philosophiae/La consolazione della filosofia”. Il corpo in cui la sua anima fu posta giace giù in Ciel d’oro, la Basilica di san Pietro a Pavia: a questa pace giunse dall’esilio e dal martirio cui lo sottopose il suo re, il goto Teodorico conquistatore dell’Italia, che egli aveva così bene servito e che lo mandò ingiustamente a morte. Vedi più avanti fiammeggiare gli spiriti ardenti di Isidoro di Siviglia, vescovo e Dottore della Chiesa, compilatore di tutto il sapere nelle “Etymologiae/Etimologie”, del monaco benedettino Beda il Venerabile che convertì i regni della Britannia e ne scrisse la storia –“Historia ecclesiastica gentis Anglorum/La storia ecclesiastica del popolo degli Angli”-, e vedi lo spirito di Riccardo priore del monastero di san Vittore vicino a Parigi che, mistico e teologo della Trinità, a rifletterci è stato più di un uomo. Questa luce -per vederla il tuo sguardo torna verso di me- è la luce di uno spirito preso da pensieri angosciosi al quale la morte sembrò giungere in ritardo: è la luce eterna di Sigieri di Brabante -seguace di Averroè, non credeva nell’immortalità dell’anima- che, insegnando all’Università di Parigi che è nel Vico degli Strami, sillogizzò, ragionò con rigorosa logica deducendo verità che gli causarono l’invidia e per questo forse fu ucciso dal suo segretario».

Quindi, come in un orologio che ci svegli nell’ora in cui la Chiesa sposa di Dio sorge con la preghiera del mattutino perché lo Sposo la ami, nel quale una ruota si muove e l’altra la tira e la spinge suonando tin tin con suono così dolce che l’anima ben disposta è turgida d’amore, così vidi la gloriosa ruota dei beati muoversi e accordare voce a voce con modulazione e dolcezza che non può essere conosciuta se non lassù nel cielo, dove si eterna la gioia.

 

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CANTO XI

O insensate preoccupazioni dei mortali, quanto sono difettosi sillogismi quelli che vi fanno battere le ali verso il basso! Chi se ne andava dietro i cavilli giuridici, chi ai testi medici, chi seguendo la falsa vocazione del sacerdozio, chi il regnare con la violenza o con i sofismi della frode, chi il rubare, chi il commercio nella pubblica amministrazione, chi si affaticava preso nel piacere della carne, chi si dava all’ozio, mentre io, libero da tutto questo, me ne stavo su in cielo con Beatrice accolto con tanta gloria. Dopo che ciascuno fu tornato nel punto del cerchio in cui si trovava prima, si fermò come la candela sul candeliere. E dentro quella luce che prima mi aveva parlato -san Tommaso d’Aquino- sentii cominciare sorridendo mentre si faceva più pura: «Così come risplendo nel suo raggio, allo stesso modo conosco l’origine dei tuoi dubbi, guardando nella luce eterna. Tu dunque dubiti, e vuoi che le mie parole siano spiegate in una lingua così limpida e ricca di argomenti da schiarirti il punto in cui prima dissi “sul quale ben ci si ingrassa” parlando di san Domenico, e là dove dissi “non giunse nessuno dopo di lui”, indicando la sapienza di Salomone; e qui è necessario distinguere bene. La Provvidenza che governa il mondo con quella sapienza nella quale lo sguardo di chi cerchi di comprenderla si perde prima di toccarne il fondo, per fare in modo che la Chiesa si muovesse verso la gioia -la Chiesa sposa di Cristo il quale invocando il Padre con alte grida sulla croce la sposò col suo sangue benedetto-, sicura di sé e anche con maggiore amore per Cristo, dispose a suo favore due prìncipi che la guidassero nel mondo sulla via della dottrina, e nella dimensione spirituale sulla via della verità. L’uno fu celestiale come i serafini nell’ardore della fede, l’altro per la sua sapienza fu sulla Terra splendore di luce di cherubini. Dirò dell’uno perché lodandolo, qualunque dei due si consideri, si loda anche l’altro, essendo le loro opere volte a un unico fine. Tra il fiume Tupino che nasce sopra Nocera, e il Chiascio, il corso d’acqua che scende dal colle Iugino scelto dal beato vescovo di Gubbio Ubaldo Baldassini per viverci in eremitaggio, degrada la fertile parete del Subasio, l’alto monte per azione dei cui venti Perugia sente il freddo e il caldo dalla porta Sole; e invece dietro di essa piangono Nocera e Gualdo Tadino a causa della pesante giogaia orientale sotto la quale stanno, che impone loro i rigori del clima freddo. Da questa parete, là dove essa è meno ripida, nacque al mondo un sole fulgido come questo del cielo quando sorge nel Gange, nell’equinozio di primavera. Perciò chi parla di questo luogo non dica Assisi, perché il vocabolo sarebbe inadeguato, ma se proprio vuol parlarne dica Oriente. Non era ancora molto lontano dalla sua nascita alla santità, che egli cominciò a far sentire alla Terra i primi conforti della sua grande virtù; perché giovinetto fece guerra al padre per una donna tale, alla quale, come alla morte, nessuno apre la porta dell’accoglienza festosa: egli si unì a lei dinanzi alla corte spirituale del Foro ecclesiastico presieduto dal vescovo di Assisi e dinanzi al padre, poi di giorno in giorno l’amò con più forza. Lei, vedova di Cristo suo primo marito, fu disprezzata per più di millecento anni, offesa e intristita fino a quando giunse quest’uomo; non è servito sentire che Cesare, che fece paura a tutto il mondo, la trovasse in una casupola su una spiaggia dell’Epiro al sicuro con Amiclate, per nulla turbata dall’imperiosa richiesta che egli rivolse al barcaiolo di fargli attraversare l’Adriatico; né le è valso essere perseverante e coraggiosa fino a salire sulla croce con Cristo mentre Maria rimase giù ai suoi piedi. Ma perché io non proceda in modo troppo ermetico nel mio lungo discorso, ti dico che puoi identificare questi amanti in Francesco d’Assisi e nella Povertà. La loro concordia e il loro aspetto lieto, l’amore, la meraviglia e la dolcezza dello sguardo indussero a pensieri santi il venerabile Bernardo di Quintavalle che per primo si scalzò rinunciando a tutto e corse dietro a tanta pace, e correndo gli pareva di essere lento. Oh ignota ricchezza, oh bene fecondo! Dietro allo sposo si scalza poi il giovane Egidio, si scalza il prete Silvestro, tanto piace la sposa. Quindi quel padre e maestro se ne va a Roma con la sua donna e con quella famiglia di seguaci che già annodava l’umile cordone della tonaca. Non sentì vergogna da abbassare gli occhi per essere figlio di Pietro Bernardone, né di apparire spregevole e suscitare meraviglia per la sua condizione di mendicante, ma regalmente presentò la sua inflessibile intenzione a Innocenzo III, e da lui ebbe la prima approvazione, seppure in forma orale, alla sua Regola. Moltiplicatisi i poveri che seguivano Francesco la cui mirabile vita sarebbe meglio cantata nella gloria del cielo più alto, il santo desiderio di questo pastore fu incoronato dallo Spirito eterno di una seconda corona, con papa Onorio III che approvò con una Bolla la sua Regola. E dopo che per sete di martirio, alla presenza arrogante del sultano d’Egitto, predicò Cristo e gli apostoli che lo seguirono, trovando i musulmani troppo immaturi per la conversione, Francesco per non restare con le mani in mano ritornò ai suoi fedeli, al frutto dell’erba italica, sulla Verna, lo scabro monte tra il Tevere e l’Arno, ed ebbe da Cristo l’ultimo sigillo con le stigmate, l’ultima approvazione che le sue membra portarono per due anni. Quando piacque a Colui che lo predestinò a tanto bene, di trarlo in cielo a meritata ricompensa del suo umiliarsi, egli raccomandò ai frati suoi legittimi eredi la sua donna più cara, e comandò che l’amassero fedelmente; e dal grembo di lei volle muoversi l’anima luminosa tornando al suo regno, e non volle altra bara per il suo corpo che la terra. Pensa ora che uomo fosse colui che fu suo degno compagno nel mantenere la barca di Pietro in alto mare sulla rotta diritta. Questi fu san Domenico, il nostro patriarca fondatore dell’Ordine dei Domenicani: puoi ben vedere che grazie a lui, chi lo segue come egli comanda accumula la buona mercanzia delle opere che fanno meritare il regno dei cieli. Ma il suo gregge è ghiotto di nuove vivande e non può mancare di disperdersi per diversi monti, e quanto più le sue pecore vanno vagabonde e lontane da lui, più ritornano all’ovile prive di latte. Ci sono certo quelle che temono il pericolo e si stringono al pastore, ma sono così poche che basta poco panno per rivestire i loro mantelli. Ora, se le mie parole non sono state deboli e se il tuo ascolto è stato attento, il tuo desiderio sarà in parte soddisfatto se richiami alla mente il mio discorso perché vedrai la pianta domenicana che si scheggia, e capirai il mio correggermi che spiega “sul quale ben ci si ingrassa se non si seguono beni illusori».

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CANTO XII

Appena la benedetta fiamma di san Tommaso pronunciò l’ultima parola, la corona dei beati cominciò a girare come una santa mola di mulino, e non aveva ancora finito il suo giro che un’altra la chiuse in un cerchio accordando con essa il movimento e il canto; canto che dalle dolci trombe delle voci dei beati supera tanto quello delle nostre Muse, nostre sirene, quanto il primo splendore diretto del sole supera la luce riflessa che esso stesso emana.

Come due archi paralleli e dello stesso colore si stendono attraverso una tenera nube quando Giunone ordina alla sua ancella Iride di recare i suoi messaggi, e l’arco esterno dell’arcobaleno nasce da quello interno -come il parlare di Eco, la ninfa errabonda che l’amore per Narciso non corrisposto consumò come il sole consuma le nebbie, restando solo la sua voce dopo le lacrime in cui ella si sciolse-, e quei due archi sulla Terra danno alla gente la certezza che in futuro mai più il mondo sarà allagato, grazie al patto che Dio strinse con Noè; così si volgevano verso di noi le due ghirlande di quelle eterne rose di beati, e così quella esterna assecondò il movimento di quella interna. Dopo la danza e l’altra grande festa del canto e del rimandarsi lo splendore luce con luce, le anime si fermarono insieme nello stesso tempo e per una medesima volontà, gaudiose e benigne, proprio come gli occhi che per forza, di fronte a cosa che arreca loro piacere, si aprono e si chiudono insieme; dal cuore di una delle nuove luci venne una voce che, facendomi volgere verso il punto da dove proveniva, fece sì che apparissi come l’ago della bussola che punta verso la stella polare, e cominciò: «L’amore che mi fa bella mi invita a dire dell’altra guida, in nome della quale è stato detto così bene della mia. È giusto che dov’è l’uno sia anche l’altro, affinché la loro gloria risplenda insieme perché entrambi militarono per la Chiesa. L’esercito di Cristo che costò tanto riarmare che per farlo fu necessaria la morte di Gesù, si muoveva lento dietro l’insegna di Cristo, preso dai dubbi e meno numeroso, quando l’imperatore che regna in eterno venne in aiuto per sola grazia -non perché lo meritasse- alla milizia che combatteva con esito incerto, e come è stato detto soccorse la Chiesa sua sposa con i due campioni -san Francesco e san Domenico- alle cui azioni e alle cui parole si ravvide il popolo traviato dei cristiani. In quella parte della Terra dove Zefiro dolce si alza ad aprire le fronde nuove di cui si vede in primavera rivestirsi Europa, non molto lontano dall’agitarsi delle onde dell’Oceano nel golfo di Guascogna dietro le quali talvolta il sole, affaticato dal suo lungo cammino nel solstizio d’estate, si nasconde ad ogni uomo, sta la fortunata città di Calaroga, sotto la protezione del grande scudo di re Alfonso VIII di Castiglia, in cui il leone da una parte sta sotto l’effigie del castello e dall’altra gli sta sopra. Nacque lì Domenico l’amoroso combattente della fede cristiana, l’atleta santo, benevolo con i suoi e spietato con i nemici; e appena creata, la sua anima fu ricolma a tal punto di viva virtù che egli ancora nel ventre materno diede a sua madre lo spirito profetico: Giovanna sognò di partorire un cane dei colori bianco e nero che sarebbero stati poi quelli dell’abito dei domenicani, che teneva in bocca una fiaccola e con essa incendiava il mondo. Celebrato il matrimonio tra lui e la Fede alla sacra fonte battesimale, dove si scambiarono la dote della reciproca salvezza, la donna che gli fece da madrina e gli diede il consenso alla Fede vide nel sonno il frutto meraviglioso che sarebbe venuto da lui e dai suoi eredi: vide Domenico con una stella sulla fronte. E affinché egli nel nome fosse quale era nella sostanza, dal cielo si mosse uno spirito perché avesse il nome dell’aggettivo possessivo al quale apparteneva interamente: “dominicus/del signore” fu chiamato Domenico, e io ne parlo come dell’agricoltore che Cristo scelse perché avesse cura del suo orto, la Chiesa. Fu chiaro che era inviato e discepolo di Cristo perché il primo amore che si manifestò in lui fu per la povertà, il primo consiglio dato da Cristo. Molte volte fu trovato dalla sua nutrice inginocchiato a terra in preghiera, silenzioso e sveglio come per dire: “Io sono venuto per questo”. Oh padre veramente Felice! Oh madre veramente Giovanna, grazia di Dio come indica il suo nome se lo si interpreta! Non per vantaggi materiali per i quali ora ci si affanna dietro a Enrico cardinale di Ostia e a Taddeo Pepoli cui Bologna pagò con i soldi pubblici la festa di laurea per omaggiare il padre banchiere, ma per amore della vera manna, cibo dell’anima, Domenico divenne in poco tempo un grande dotto, e come tale si dedicò a difendere la Chiesa, la vigna che presto si secca se il vignaiolo è negligente. E al seggio papale che un tempo fu più misericordioso verso i poveri giusti e che oggi, non per causa propria ma a causa di chi vi siede, non è fedele al proprio compito, non chiese di essere autorizzato a versare due o tre parti della rendita invece di sei, non chiese la rendita della prima sede che si fosse resa vacante, non decimas, quae sunt pauperum Dei/le decime, che sono dei poveri di Dio, ma chiese la licenza di combattere il mondo in errore, gli eretici, in nome di quel seme della fede di cui ventiquattro piante ora ti contornano nella ghirlanda dei beati. Poi si mosse con la dottrina e con la volontà, insieme con il mandato apostolico di papa Innocenzo III, come un torrente che un’elevata sorgente gonfia; e il suo impeto colpì gli sterpi eretici con più forza là dove le resistenze erano maggiori. Da quel torrente derivarono poi diversi corsi d’acqua che irrigano l’orto cattolico rendendo più vivi i suoi arboscelli. Se tale fu Domenico, una delle due ruote della biga con cui la Santa Chiesa si difese e vinse sul campo la sua guerra civile, intestina, ti dovrebbe essere molto chiara l’eccellenza dell’altra ruota, Francesco, parlando del quale, prima del mio arrivo, san Tommaso è stato così cortese. Ma il solco tracciato dal cerchio esterno della biga, da Francesco, è stato abbandonato, e dov’era l’incrostazione che conserva il buon vino nella botte ora c’è la muffa. La famiglia dei suoi francescani che mosse i passi dritti sulle sue orme, ha invertito il cammino al punto che il piede davanti segue quello di dietro; e presto si vedrà la raccolta della cattiva coltivazione, quando il loglio -la zizzania dei frati infedeli- si lamenterà di non essere accolto nel granaio di Dio. Dico che chi cercasse nel nostro Ordine frate dopo frate come in un libro foglio dopo foglio, troverebbe ancora della carta dove leggerebbe “io sono quello che sono solito essere, un francescano fedele”; ma i fedeli alla Regola non verranno dall’esempio di Ubertino da Casale predicatore degli Spirituali, né da quello di Matteo d’Acquasparta ministro generale dei frati minori e cardinale di papa Bonifacio a Firenze, perché Matteo la fugge e l’altro la rende più rigida. Io sono l’anima -la vita vera- di Bonaventura da Bagnoregio: nei grandi incarichi che svolsi ricacciai sempre dietro i bassi interessi. Qui stanno Illuminato, nobile di Rieti, e Agostino da Assisi, che furono tra i primi poverelli scalzi che nel segno del cordone francescano si fecero amici di Dio. Con loro sono qui Ugo da San Vittore mistico, Pietro Mangiadore cancelliere dello Studio di Parigi, divulgatore, e Pietro Ispano che splende sulla Terra nei dodici libelli di logica che scrisse; Natan consigliere e profeta di re David, e il vescovo metropolitano di Costantinopoli Crisostomo perseguitato, e Anselmo d’Aosta arcivescovo di Canterbury, e quell’Elio Donato che si degnò di mettere mano alla prima delle sette arti liberali, la Grammatica. Rabano Mauro abate di Fulda e poi pastore di Magonza è qui, e a lato mi risplende l’abate calabrese Gioacchino da Fiore dotato di spirito profetico. A decantare Domenico, un paladino così grande, mi ha mosso l’infiammata cortesia di frate Tommaso d’Aquino e il suo misurato discorso su san Francesco, e con me ha mosso questa compagnia di beati».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Claudio Rocco

 

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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