domenica, 24 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXVII)

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PARADISO

CANTO XIII

Chi desidera comprendere bene quel che vidi in quel momento, immagini -e mentre io parlo trattenga l’immagine nella mente come ferma roccia- quindici stelle che in diversi luoghi ravvivano il cielo di un sereno capace di attraversare ogni addensamento dell’aria; immagini poi il carro dell’Orsa Maggiore al cui viaggio basta l’ansa dell’emisfero boreale sia di giorno che di notte, restando infatti essa sempre con le sue sette stelle nel cielo del nostro emisfero anche quando il timone del carro cambia direzione; immagini, ancora, la bocca di quel corno che l’Orsa Minore crea con le sue due ultime stelle, e che comincia dividendosi alla punta dello stelo -la stella polare- intorno al quale gira il Primo Mobile, il cielo più esterno tra i nove dell’universo, da cui deriva il movimento degli altri cieli e di tutti i corpi celesti-: immagini dunque quel corno aver fatto di sé due costellazioni in cielo, circolari, simili alla ghirlanda che Arianna, la figlia di Minosse, si mise sul capo quando sentì il gelo della morte; e le immagini, le due costellazioni, una dentro l’altra ed entrambe girare in modo che l’una vada in senso contrario all’altra; chi riesca a immaginare tutto questo avrà soltanto l’ombra della vera costellazione e della duplice danza delle ventiquattro anime che vorticava in cerchio intorno al punto in cui mi trovavo, perché è qualcosa che oltrepassa di troppo l’esperienza umana, tanto quanto il giro del Primo Mobile ch’è il più veloce dei cieli supera in velocità lo scorrere del melmoso fiume Chiana. Lì nel cielo non si innalzavano inni a Bacco dio del vino e dell’ebbrezza, né ad Apollo guaritore, ma a tre persone nella natura divina -mistero della Trinità-, e alla natura divina e a quella umana in una persona -mistero della incarnazione di Dio.

Il canto e la danza giunsero al termine e quelle luci sante si rivolsero a noi felici di passare dal dovere di glorificare Dio al compito di soddisfare il mio desiderio. Poi san Tommaso d’Aquino, la luce dall’interno della quale mi era stata narrata la mirabile vita di Francesco poverello di Dio, ruppe il silenzio concorde dei beati, e disse: «Quando la prima paglia è stata tritata, e il seme del grano è stato riposto nel granaio, sicché la verità è ora custodita nella tua mente -sciolto il primo dubbio, quello sul senso della frase sul quale ben ci si ingrassa se non si seguono beni vani”-, un dolce amore di carità mi invita a battere l’altra paglia, a sciogliere il tuo secondo dubbio. Tu credi che tutta quanta l’intelligenza che la natura può possedere sia stata infusa da Dio, che li ha creati entrambi, in Adamo e in Gesù: in Adamo dal quale fu tratta la costola per formare la bella guancia di Eva la cui bocca assaporò il frutto proibito, e il mondo intero ne sconta il peccato, e in Gesù che, trapassato sulla croce dalla lancia di Longino, ha dato senso con la redenzione al futuro e al passato, così che la bilancia della giustizia divina vince ogni colpa; e tu, credendo questo, ritorni con la mente a quel che ho detto sopra: che Salomone, il bene accolto nella quinta luce che ti si è manifestata, non ebbe uguali, e di ciò ti meravigli. Ora sta’ attento a quello che ti dico, e vedrai quanto credi farsi una cosa sola con le mie parole nella verità, come nel cerchio uno soltanto è il centro. Ciò che non muore e ciò che può morire non è che lo splendore irradiato da quella idea che nostro Signore genera amando, perché la viva luce del Verbo che emana dal Padre come dalla sua fonte, e non si disuna/non si separa da lui né dall’amore dello Spirito Santo ch’a lor s’intrea/che è terzo tra loro, per sua bontà raduna i suoi raggi quasi specchiandosi in nove cori di angeli, restando eternamente una. Da qui discende giù di cielo in cielo fino agli elementi, depotenziandosi gradualmente fino a produrre cose di breve durata: e tali contingenze intendo che sono le cose generate che il cielo muovendosi produce con o senza seme. La materia delle cose generate e l’influenza dei cieli che la guida non sono sempre in accordo, e perciò poi sulla Terra il segno della creazione si illumina di più e di meno. Come avviene che un medesimo albero della stessa specie produce frutti migliori o peggiori, così voi umani nascete con indole diversa. Se la materia fosse condotta alla sua perfezione e su di essa il cielo esercitasse la sua virtù suprema, la luce dell’impronta divina apparirebbe interamente; ma la natura dà la materia sempre imperfetta, operando in modo simile all’artista che ha il talento dell’arte e la mano che trema. Se però il caldo amore ispira e imprime in una creatura la chiara visione del Padre, prima virtù, si ottiene in essa tutta la perfezione. Così la Terra fu già resa degna di tutta la perfezione animale; così fu resa gravida la Vergine. Sicché io lodo la tua opinione: che la natura umana non fu né sarà mai quale è stata in Adamo e in Gesù. Ora se io non continuassi a spiegare, le tue parole comincerebbero con: “Dunque com’è possibile che Salomone non avesse pari?“. Ma affinché ciò che non appare appaia chiaramente, pensa chi era Salomone e la ragione che lo mosse quando gli fu detto: Chiedi“. Non ho parlato in modo che tu non possa capire bene che egli fu un re che chiese la sapienza necessaria ad adempiere al suo dovere di re; non per conoscere il numero degli angeli quassù, motori dei cieli, o se, secondo logica, una premessa necessaria e una contingente, eventuale, possano mai dare una conseguenza necessaria; non per sapere si est dare primum motum esse/se può darsi un primo motore, o se del semicerchio si possa fare un triangolo che non abbia un angolo retto. Per cui, se fai attenzione a quel che prima dissi e che anche ora dico, quella sapienza ineguagliabile a cui mi riferivo riguarda la prudenza regale di Salomone; e se volgi liberi gli occhi al surse/fu innalzato“, vedrai che il verbo si riferisce solamente ai re, che sono molti, e quelli buoni sono rari. Prendi le mie parole con questa distinzione tra re e uomo, così esse concorderanno con quello che tu credi del primo padre Adamo e di Cristo nostro diletto. E ciò ti sia sempre come piombo ai piedi, per farti procedere con la lentezza di un uomo stanco, sia quando affermi sia quando neghi ciò che non conosci. Perché sta bene in basso tra gli stolti chi afferma e nega senza distinzione una proposizione, sia essa positiva o negativa: accade infatti spesso che l’opinione corrente pieghi verso il falso, e poi il preconcetto leghi la ragione. Ancora più inutilmente lascia la riva per il mare aperto chi va a pesca della verità senza esserne capace, perché non torna a mani vuote quale è partito ma con la rete carica di errori, e di ciò rappresentano chiare prove nel mondo i filosofi Parmenide, Melisso suo seguace -che ragionavano senza metodo, come spiega Aristotele-, Brisso discepolo di Euclide che volle invano quadrare il cerchio: tutti andarono senza saper dove; e fecero lo stesso Sabellio, che negò la Trinità, e Ario che non ammise l’identità del Figlio e del Padre, e quegli stolti che nell’interpretare le Scritture furono come le spade che rispecchiano i volti deformandoli. Non siano gli uomini troppo sicuri nel giudicare, come fa chi valuta le biade nel campo prima che siano mature: perché dapprima, per tutto l’inverno, ho visto il pruno secco e spinoso, e poi portare la rosa sulla cima, e ho già visto una nave correre il mare dritta e veloce per l’intera navigazione, e alla fine naufragare all’entrata nel porto. Non credano donna Berta e ser Martino -e con essi tutte le persone comuni-, vedendo uno rubare e un altro fare offerte, di scorgere su di essi il giudizio divino, perché il primo può essere innalzato e l’altro condannato».

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CANTO XIV

Dal centro al cerchio, e allo stesso modo dal cerchio al centro, in un vaso rotondo l’acqua si muove a seconda che sia colpita dall’esterno o dall’interno. Ciò mi tornò in mente all’improvviso appena l’anima gloriosa di Tommaso tacque, per la somiglianza tra le sue parole, pronunciate dal bordo verso l’interno della ghirlanda dei beati, e quelle di Beatrice che si rivolse dall’interno di quella verso il bordo esterno. Dopo che Tommaso ebbe parlato, piacque a Beatrice cominciare a parlare riferendosi a me in questo modo: «Costui ha bisogno di andare alla radice di un’altra verità, ma non ve lo chiede né con parole né col pensiero. Ditegli se la luce di cui si infiora la vostra anima, così forte da renderla invisibile, resterà con voi eternamente come ora; e, se resterà così abbacinante, dite come potrà accadere che non vi accechi l’un l’altro dopo che sarete risorti».

Come spinti e trasportati da una maggiore letizia a volte i danzatori alzano la voce ed esprimono l’allegria negli atti, così alla domanda pronta di Beatrice e rivolta con riguardo, i santi cerchi mostrarono nuova gioia nel riprendere la danza e il canto ammirevole. Chi si lamenta che sulla Terra si muore per poter vivere poi nel cielo, non vede il refrigerio dell’eterna pioggia di felicità che inonda i beati.

Quell’uno e due e tre -Dio Padre che è Figlio e Spirito Santo- che vive in eterno e regna in eterno in tre persone e in due nature e nell’unità di una sola natura, non limitato, e che di tutto è il limite, veniva tre volte cantato da ciascuno di quegli spiriti con una melodia che sarebbe una ricompensa giusta per ogni merito. E udii rispondere nella luce di Salomone, la più risplendente del cerchio più piccolo, una voce umile come quella, forse, dell’angelo che parlò a Maria: «Il nostro amore si irradierà intorno a questa veste di luce tanto quanto durerà la festa del Paradiso. La sua intensità è conseguenza dell’ardore della visione che ognuna di queste anime ha di Dio, ed è proporzionata alla grazia che si aggiunge al suo merito. Quando la carne gloriosa e santa sarà rivestita dalla resurrezione, la nostra persona sarà più gradita a Dio perché sarà intera, perciò il dono che ci fa il Sommo Bene della luce della grazia, aumenterà la luminosità che ci consente di vederlo; dal che la visione sarà più intensa, più intenso l’ardore che si infiamma di essa, più intenso il raggio che viene dall’ardore. Ma come il carbone che produce la fiamma e la vince con la sua incandescenza restando visibile, così questo fulgore che già ci contorna sarà superato in visibilità dalla nostra carne che la terra ricopre ancora nella sepoltura; né tanta luce potrà affaticarci gli occhi perché gli organi del corpo saranno forti in modo adeguato a sostenere tutto ciò che potrà darci gioia».

Tanto pronti e attenti mi apparvero sia l’uno che l’altro coro dei beati a dire «Amen!/Così sia!», da mostrare tutto il desiderio di ricongiungersi ai corpi morti; forse non soltanto per se stessi, ma per rivedere le mamme, i padri, e gli altri cari prima di diventare eterne fiamme. Ed ecco intorno nascere una luminosità di pari chiarore sopra quella che c’era, come la luce che rischiara l’orizzonte all’alba. E come al sopraggiungere della sera si mostrano nel cielo nuove stelle, così che la loro vista sembra e non sembra vera, mi sembrò in quel luogo di cominciare a vedere nuovi spiriti fare cerchio intorno alle altre due circonferenze. Oh vero sfavillare del Santo Spirito! Come esso apparve improvviso e incandescente ai miei occhi che, abbagliati, non potettero sopportarne l’intensità! Beatrice mi si mostrò così bella e ridente che la visione di lei devo lasciarla tra le cose che ho visto in Paradiso e che la mente non può trattenere. Poi i miei occhi recuperarono la forza di risollevarsi: e mi vidi translato/trasportato solo con la mia donna verso una salvezza più elevata, in un cielo più vicino a Dio. Mi resi ben conto di essere più in alto, per il sorriso fiammeggiante della stella di Marte che mi appariva più rosso del solito.

Con tutto il cuore e con la lingua della preghiera, che è la stessa in tutti gli uomini quando si prega in silenzio mentalmente, offrii me stesso a Dio com’era giusto per la nuova grazia che mi era stata concessa. E la passione non si era ancora esaurita nel mio petto, che seppi l’offerta essere stata gradita dal fatto che le anime mi apparvero dentro due raggi con tanta lucentezza e tanto rosseggianti, che invocai: «O Elios, sole, che in tal modo le vesti!».

Come fatta da luci minori e maggiori la galassia biancheggia tra i poli della Terra provocando dubbi in grandi saggi, allo stesso modo disposti come una costellazione quei raggi facevano dentro il cielo di Marte la croce greca, il segno venerabile prodotto dalla congiunzione dei quadranti in un cerchio. Qui la mia memoria supera l’ingegno: quella croce lampeggiava Cristo, e non so trovare un esempio degno di quella visione; chi prende la sua croce e segue Cristo mi scuserà per ciò che tralascio avendo visto balenare Cristo in quella luce bianca. Da un braccio all’altro della croce, e tra la cima e la parte inferiore, si muovevano luci che scintillavano con forza incontrandosi e separandosi: così sulla Terra si può vedere dovunque il pulviscolo muoversi veloce e lento, lungo e corto, mutando aspetto attraverso un raggio le cui strisce di luce talvolta interrompono l’ombra che la gente si procura con l’ingegno e con la tecnica per difendersi dalla troppa luce. E come la giga e l’arpa producono con la tesa armonia di molte corde un tintinnio che è dolce anche per chi è inesperto di musica, così provenendo dalle luci che mi apparvero lì, si raccoglieva intorno alla croce una melodia che mi rapiva senza che ne comprendessi le parole. Mi accorsi comunque che erano parole di lodi elevate perché alle mie orecchie giungeva il suono di «Risorgi» e «Vinci», e fino a quel momento non ho mai provato niente che mi tenesse legato con corde tanto dolci. Forse la mia parola appare troppo ardita subordinando al piacere della visione del cielo di Marte quello che mi davano i begli occhi di Beatrice nei quali ogni mio desiderio si acquieta. Ma chi si rende conto che quegli occhi, testimonianza viva di ogni bellezza, aumentano la loro di cielo in cielo, e che io lì non mi ero rivolto a guardarli, mi può scusare di ciò di cui io stesso mi accuso per scusarmi di aver detto che niente mi legò come il canto che ascoltai nel cielo di Marte, e così vedrà che dico la verità: non ho fatto parola qui del santo piacere che emana dallo sguardo di Beatrice, poiché esso si fa più puro salendo di cielo in cielo.

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CANTO XV

La benigna volontà in cui l’amore, che giustamente le è indirizzato, non manca mai di decantarsi -come il desiderio falso di amore non cessa di manifestarsi nella volontà malvagia-, impose il silenzio al canto dei beati dolce come il suono della lira, e fermò il movimento di quei beati come sante corde che Dio allenta e tira. Come potranno essere sorde alle giuste preghiere degli uomini quegli spiriti che, per indurre in me il desiderio di pregarle, tacquero concordemente? È bene che si dolga in eterno chi, per amore di cosa non durevole, si priva eternamente di quell’amore.

Come nei cieli sereni e tersi si muove di quando in quando il fuoco improvviso di una stella cadente, che obbliga a seguirlo gli occhi fino a quel momento in tranquilla contemplazione del cielo, e sembra una stella che cambi posizione nel firmamento senza perdere nulla della sua intensità nella parte in cui si accende, e durando poco; così dal braccio destro di quella croce corse ai piedi di essa un astro della costellazione del cielo di Marte che lì risplende. E quella gemma non si divise dalla croce, suo nastro di luce, ma trascorse lungo il tessuto raggiante dei suoi i bracci, apparendo come una fiamma dietro l’alabastro. Devota allo stesso modo l’ombra del defunto Anchise si sporse in avanti quando nei Campi Elisi riconobbe il figlio Enea, se merita fede Virgilio, la nostra Musa più grande. «O sanguis meus, o superinfusa gratia Dei, sicut tibi cui bis unquam coeli ianua reclusa?/ O sangue mio, o grazia di Dio infusa con dovizia, a chi altri fu per due volte aperta, come lo fu a te, la porta del cielo?». Così parlò quella luce e io le prestai attenzione. Poi rivolsi lo sguardo alla mia donna, e rimasi stupefatto per una cosa e per l’altra -per le parole del beato e per la vista di Beatrice-, perché nei suoi occhi ardeva un tale sorriso che pensai di cogliere con i miei il culmine della mia grazia e del mio Paradiso, guardando nei suoi. Quindi, giocondo alla vista e all’udito, lo spirito aggiunse alle sue prime parole cose che io non compresi, tanto parlò profondamente. E non mi si rese impenetrabile per scelta ma lo fu di necessità, perché i suoi concetti superarono ogni limite umano di comprensione. E quando l’arco di quel bruciante affetto ebbe sfogato la sua tensione, e le parole scoccate discesero fino al limite dell’intelligenza umana, la prima cosa che intesi fu: «Sia Tu benedetto, trino e uno, che sei tanto cortese con la mia discendenza!». E continuò: «Figlio, grazie alla donna che ti ha dato le ali perché volassi in alto, hai soddisfatto un gradito e lungo digiuno dentro questa luce nella quale ti parlo: il desiderio di conoscerti sorto in me leggendo nel grande libro della conoscenza divina, dove bianco e nero non cambiano mai, dove mai nulla si aggiunge e si cancella. Tu credi che il tuo pensiero giunga a me da Dio, principio primo, così come dalla conoscenza dell’unità deriva quella del cinque e del sei, e perciò non mi chiedi chi io sia e perché appaio più colmo di gaudio nei tuoi confronti di chiunque altro in questa folla lieta. Tu credi la verità, perché i beati di questa vita celeste -i minori come quelli più grandi, quale sia il loro grado di beatitudine- guardano tutti nello specchio che riflette il tuo pensiero prima che esso si sia formato. Ma affinché si compia meglio il sacro amore nel quale io veglio in eterna contemplazione, e che mi asseta di dolce desiderio, la tua voce sicura, franca e lieta faccia risuonare la volontà e il desiderio di sapere ciò per cui la mia risposta è già stabilita prima che tu ponga la domanda».

Mi rivolsi a Beatrice e lei udì le mie parole prima che io parlassi, e col sorriso mi fece un cenno che dette le ali alla mia volontà. Allora iniziai così: «In ciascuno di voi sentimento e intelletto si resero uguali quando vi apparve Dio, la prima equalità, identità originaria di amore e sapienza: e ciò avvenne perché il sole che vi illuminò e vi bruciò col calore e con la luce, ha queste qualità così identiche che al suo confronto ogni altra somiglianza è scarsa. Ma negli uomini, per la ragione che vi è chiara, sentimento e intelletto sono ali di forza disuguale; per cui io, che sono uomo, mi sento in questa disuguaglianza, e perciò non ringrazio se non con il cuore per questa festa paterna che mi fai. Ti supplico tanto, vivo topazio che ingemmi questo prezioso gioiello: dimmi il tuo nome». «O mia fronda nella quale mi compiacqui già nella tua attesa, io fui la tua radice»: così cominciò a rispondermi. Poi mi disse: «Alighiero, colui dal quale ha inizio il tuo casato e che per più di cent’anni ha percorso il monte del Purgatorio girando nella prima cornice, fu mio figlio e tuo bisavolo: è giusto che con le tue opere tu gli renda più breve la lunga espiazione. Firenze stava in pace, sobria e onesta, dentro l’antica cerchia delle mura da dove ascolta ancora il suono dell’ora terza, le nove, e della nona, le quindici -le mura che la contessa Matilde di Canossa aveva esteso perché la città resistesse all’esercito dell’imperatore Enrico IV. Le donne fiorentine non avevano catenelle da indossare, non diademi, non gonne con fregi ricamati, non cinture più appariscenti della persona. Nascendo, la figlia non era ancora, a quel tempo, una preoccupazione per il padre, perché l’età in cui le figlie venivano maritate, e la loro dote, non eccedevano la misura né nel poco né nel troppo. Non vi erano case disabitate per mancanza di figli: non vi era giunto ancora un Sardanapalo a mostrare, come il vizioso re assiro, cosa si può fare in camera da letto. Montemalo/Montemario, a Roma, abitato alle falde, non era stato ancora superato dal colle dell’Uccellatoio fuori Firenze -su cui si espande l’abitato della città-, che come lo vince nello sfarzo così lo vincerà nella rovina. Vidi il nobile Bellincione Berti andare cinto di semplice cuoio con la fibbia di osso, e la sua donna venir via dallo specchio senza il viso imbellettato; e vidi i Nervi e i Vecchietti -membri di illustri famiglie- accontentarsi di abiti di pelle privi di fodera, e le loro donne trascorrere il tempo impegnate al fuso con la lana. Fortunate! Ogni donna era certa di essere sepolta in patria, e ancora nessuna veniva lasciata sola nel letto dal marito per fare affari in Francia. L’una vegliava sulla culla e consolando il pianto del bambino usava quel balbettìo che diverte i padri e le madri, l’altra, lavorando la lana alla rocca, circondata dalla sua famiglia raccontava favole di Troiani, di Fiesole e di Roma. A quei tempi avrebbe destato stupore una donna lussuriosa come Cianghella della Tosa, e un Lapo Salterello -giudice esiliato per corruzione-, come oggi a Firenze susciterebbero meraviglia Cincinnato, che lasciò spontaneamente la dittatura, e Cornelia la frugale madre dei Gracchi. Richiamata dalle grida della partoriente, la Vergine Maria in quell’antica Firenze mi diede a quella tranquilla, a quella bella vita di cittadini, a quella affidabile cittadinanza, a quella dolce dimora: e nel vostro antico Battistero fui insieme cristiano e Cacciaguida, fui battezzato ed ebbi il mio nome. Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo, la mia donna venne a me dalla Valpadana, e dalla nostra unione si formò il tuo cognome. Poi scortai l’imperatore Corrado III e tanto gli fui gradito per il mio bene operare che mi armò cavaliere. Lo seguii nella seconda crociata per combattere la malvagità di quella legge -l’Islam- il cui popolo, per colpa del disinteresse dei pastori cattolici, usurpa sulla Terrasanta il vostro diritto di cristiani. Qui fui strappato da quella gente turpe al mondo ingannevole, l’amore per il quale deturpa tante anime; e giunsi dal martirio a questa pace».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

 

Claudio Rocco

 

 

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

 

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