martedì, 19 Ottobre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXVIII)

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PARADISO

CANTO XVI

Nostra nobiltà di sangue che vali così poco, non mi meraviglierò mai che tu faccia gloriare di te la gente sulla Terra dove è debole il nostro amore, perché io stesso me ne gloriai incontrando il mio avo Cacciaguida là dove il desiderio non può essere piegato verso cose indegne, dico nel cielo. Sei davvero un mantello che presto si accorcia, sicché, se non vieni accresciuta di giorno in giorno con azioni e opere, resti vittima del tempo che si aggira con le forbici tagliando via ogni cosa.

Le mie parole ricominciarono dal “voi” che fu usato a Roma per la prima volta e che i Romani praticano oggi molto meno; per cui Beatrice, ch’era un po’ in disparte, sorridendo sembrò la dama di Malehaut che tossì al primo errore di Ginevra, che è stato narrato: sul punto di baciare Lancillotto, la moglie di re Artù non si era accorta della presenza della dama di compagnia che si segnalò a lei con un colpetto di tosse.

Cominciai, allora, rivolto a Cacciaguida: «Voi siete il padre mio, voi mi date tanta sicurezza nel parlare, voi mi elevate al di sopra di me stesso. La mia mente si colma di gioia per tanti motivi come ruscelli che la riempiano facendone fonte di letizia, perché essa può sostenere le ragioni di tutta questa gioia senza spezzarsi. Ditemi dunque, mia cara primizia, mio capostipite, chi furono i vostri antenati, e quali gli anni della vostra fanciullezza segnati nei documenti. Ditemi quanti erano allora i cittadini di Firenze, l’ovile di San Giovanni, e indicatemi tra di essi le persone degne dei più alti seggi». Come il carbone si avviva sulla fiamma allo spirare dei venti, così vidi risplendere quella luce alle mie parole rispettose; e come si fece più bella ai miei occhi, così con voce più dolce e soave, ma non in questa lingua moderna in cui riporto le sue parole, mi rispose: «Dal giorno in cui fu detto “Ave” -il giorno dell’Annunciazione- fino al giorno in cui mia madre, che ora è santa, mi partorì, cinquecentottanta volte questo infuocato cielo di Marte si congiunse con la costellazione del Leone infiammandosi sotto la sua zampa. I miei antenati e io nascemmo nel luogo dove i fiorentini che corrono ogni anno il palio percorrono l’ultimo sestiere di Firenze, quello della Porta di San Piero: ti basti sapere questo dei miei antenati. Chi essi fossero e da dove giunsero qui, è più onesto tacere che dire. Tutti coloro che a quel tempo erano adatti a combattere, lì tra la statua di Marte a Ponte Vecchio, e il Battistero di san Giovanni, erano un quinto della popolazione attuale; ma la cittadinanza che ora è mista di famiglie di Campi, di Certaldo e di Figline, aveva sangue puro perfino nel più umile artigiano. Quanto sarebbe stato meglio che quelle genti di cui parlo risiedessero vicine, e che il confine di Firenze fosse fissato ai limiti dei territori di Galluzzo -verso Siena- e di Trespiano -in direzione di Bologna-, piuttosto che averle dentro la città, e dover sostenere il puzzo del campagnolo Baldo di Aguglione, giudice fazioso, e dell’altro di Signa, il giudice Fazio dei Morubaldini che ha lo sguardo acuto solo per il guadagno illecito! Se la gente di chiesa, che nel mondo è la più degenerata, non fosse stata ostile a Cesare -all’imperatore-, ma benevola invece come la madre con il figlio, quel tale che è diventato fiorentino e fa il cambiavalute e mercanteggia, se ne sarebbe tornato a Simifonti in Valdelsa dove il suo avo faceva la ronda sulle mura; Montemurlo fra Prato e Pistoia sarebbe ancora dei Conti Guidi, i Cerchi sarebbero nella Pieve di Acone in val di Sieve -nella Toscana nord-orientale-, e forse i Buondelmonti ancora in Val di Greve nel Chianti. Il mescolarsi della popolazione è stato sempre l’inizio di ogni male per Firenze, come l’eccesso di cibo nello stomaco è l’origine di ogni infermità terrena; e un toro cieco cade prima di un agnello cieco, e molte volte una spada taglia più e meglio di cinque spade: una città imponente crolla prima di una piccola, e un popolo unito è più forte di una comunità fatta di popoli diversi. Se rivolgi la mente alle città di Luni e Urbisaglia, a come sono finite, e a come le stanno seguendo Chiusi e Senigaglia, non ti sembrerà cosa nuova né incomprensibile udire come le stirpi si disfanno quando muoiono le città. Tutte le cose terrene hanno la loro morte, così come gli uomini; ma la morte si nasconde in alcune cose che durano molto mentre le vite umane sono brevi, e così agli uomini quelle realtà sembrano eterne. E come il girare del cielo della luna senza posa copre e svela le coste con le maree, così la Fortuna fa con Firenze mutando la condizione delle sue famiglie, per cui non c’è da meravigliarsi di quel che dirò dei nobili fiorentini di cui nel tempo la fama è scomparsa. Ho visto gli Ughi, ghibellini di Mercato Vecchio, e ho visto i Catellini di Porta santa Maria, i Filippi di Mercato Nuovo, i Greci del borgo dei Greci, gli Ormanni con le loro dimore non lontane da Piazza del Duomo, e gli Alberichi di san Piero, già nel loro declino ma ancora illustri cittadini; e ho visto le casate grandi e antiche dei della Sannella di Mercato Nuovo, dei dell’Arca e dei Soldanieri ghibellini, entrambe di san Pancrazio, dei guelfi Ardinghi di Porta san Piero, dei Bostichi di Mercato Nuovo. Presso la porta di san Piero che al presente si trova sotto il peso della faziosa malvagità dei Cerchi, gente nuova -e la loro faziosità è tanto grave che presto causerà la disgrazia di Firenze-, stavano i Ravignani da cui sono discesi il conte Guido e quelli che poi hanno preso il nome del grande Bellincione Berti. I della Pressa di Porta del Duomo sapevano come si deve governare, e i Galigai ghibellini di Porta san Piero portavano dorati l’elsa e il pomo della spada. Era già grande lo stemma con striscia verticale a due colori dei Pigli di Porta san Pancrazio, e c’erano i Sacchetti di Porta santa Maria, i Giuochi di Porta santa Margherita, i Fifanti ghibellini anch’essi di Porta santa Maria, i Barucci di Porta del Duomo, i Galli di Mercato Nuovo e i Chiaromontesi di Porta san Piero che arrossiscono dalla vergogna per aver frodato sulla distribuzione del sale togliendo una doga allo staio con cui se ne misura la quantità. Era già grande l’antica famiglia dei Donati da cui nacquero i Calfucci, e i guelfi Sizi e Arrigucci di Porta del Duomo erano già stati chiamati a sedere nelle più alte istituzioni fiorentine. Ah, gli Uberti ho visto, distrutti a causa della loro superbia! E in tutte le più grandi imprese di Firenze fiorivano le palle d’oro in campo azzurro dei Lamberti. E in grandi imprese erano impegnati i Visdomini, padri dei Tosinghi e dei della Tosa i quali si ingrassano ogni volta che nella chiesa si crea una sede vacante, stando senza averne il diritto dentro i consigli ecclesiastici. L’arrogante schiatta dei guelfi Adimari che si fa drago inseguendo chi fugge, e si ammansisce come un agnello davanti a chi mostra i denti o la borsa per comprarne il consenso, già emergeva ma con persone di scarsa qualità, sicché a Ubertino Donati non piacque che il suocero Bellincione Berti lo rendesse parente degli Adimari dando in sposa a uno di essi l’altra figlia. Abitavano già nel Mercato Vecchio i Caponsacchi discesi da Fiesole, ed erano già illustri cittadini i Giuda e gli Infangati, di Mercato Nuovo. Dirò una cosa incredibile ma vera: nel piccolo cerchio delle mura si entrava dalla porta che prendeva il nome dai della Pera, un tempo tanto grandi da risultare incredibile la loro misera condizione presente. Tutti coloro che portano la bella insegna del grande barone Ugo di Brandeburgo -sette doghe rosse e bianche-, il cui nome e valore sono ricordati nella ricorrenza della festa di san Tommaso, ebbero da lui ordine militare e privilegi: gli Alepri di Porta san Piero, i della Bella di san Martino del Vescovo, i Giandonati del sesto di Borgo, i Giangalandi ghibellini, i Giuffagni, i Nerli di san Frediano, i Pulci di san Piero a Scheraggio. Oggi accade che Giano della Bella che reca quell’insegna nel proprio stemma si allei con il popolo contro i grandi: i suoi Ordinamenti di giustizia ne hanno esiliato un gran numero. Vi erano già i Gualterotti e gli Importuni, e Borgo Santi Apostoli dove abitavano sarebbe ancora oggi più quieto se non vi fossero venuti ad abitare i nuovi vicini Buondelmonti. Il casato degli Amidei, da cui ebbe origine il vostro lutto fiorentini, provocato dal giusto sdegno che armò la mano di chi provocò la faida tra di voi mettendo fine alla vostra lieta esistenza, era un casato onorato, e con esso lo erano le famiglie appartenenti alla sua consorteria: o Buondelmonte, quanto danno ha causato il tuo rifiuto di sposare una Amidei, per il consiglio di Mosca dei Lamberti! Molti di quanti sono nel dolore sarebbero lieti se Dio ti avesse concesso al fiume Ema, lasciandoti affogare nelle sue acque la prima volta che giungesti in città lasciando il castello di Montebuoni! Ma era destino che Firenze, alla fine della sua epoca di pace, immolasse una vittima ai piedi della statua mutilata di Marte che sta a guardia del Ponte Vecchio: Buondelmonte fu quella vittima, ucciso il giorno di Pasqua 1215 per aver tradito la promessa fatta agli Amidei sposando una donna dei Donati. Con questi casati, e con altri, vidi Firenze vivere in tanta serenità da non aver motivo di lamentarsi: sotto il loro governo vidi glorioso e giusto il suo popolo tanto che il giglio bianco in campo rosso del gonfalone, in alto sull’asta, non fu mai rovesciato in terra dai nemici, né reso rosso dal sangue di lotte interne».

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CANTO XVII

Come Fetonte che venne da sua madre Climene per accertarsi di ciò che aveva udito dire contro di sé, di non essere figlio del Sole -lui che rende ancora cauti i padri nel soddisfare i desideri dei figli, a causa della distruzione che provocò guidando troppo vicino alla Terra il carro del sole che il padre Apollo gli aveva affidato-, con la stessa ansia di sapere io desideravo ascoltare Cacciaguida, e percepivano il mio stato d’animo Beatrice e la santa luce che poco prima aveva cambiato posizione per me, scendendo ai piedi della croce. Perciò la mia donna mi disse: «Manda fuori la vampa del tuo desiderio in modo che esca ben segnata dall’impronta interiore, adeguando l’espressione al sentimento non perché il nostro sapere venga colmato dalle tue parole, ma perché ti abitui a esprimere la sete in modo che ti venga dato da bere».

«Mia cara pianta dalla quale sono originato, che t’innalzi tanto da conoscere le cose contingenti prima che si realizzino, contemplando il punto in cui tutti i tempi sono presenti come la mente umana intuisce che in un triangolo non possono esserci due angoli ottusi, desidero che tu sappia che mentre ero con Virgilio sul monte che cura le anime, e quando scesi nel mondo defunto, mi furono dette parole gravi sulla mia vita futura, sebbene mi senta ben saldo contro i colpi della sorte: perciò il mio desiderio sarebbe soddisfatto se conoscessi quale destino mi si avvicina, perché una freccia prevista giunge più lenta». Questo dissi a quella luce che mi aveva parlato, e come volle Beatrice confessai il mio desiderio.

Cacciaguida, quell’amore paterno racchiuso e visibile nel suo proprio gaudio rispose non con le espressioni oscure degli oracoli -nelle quali s’invischiava la folle gente pagana già prima che venisse ucciso l’Agnello di Dio che toglie i peccati- ma con parole chiare e linguaggio preciso: «Gli eventi del mondo materiale non oltrepassano i suoi limiti, ma sono tutti presenti nella visione divina, come vi fossero dipinti; essa tuttavia non agisce determinandoli, se non come il corso di un battello che segue la corrente è determinato dagli occhi che lo guardano e in cui si riflette: liberamente gli eventi del mondo umano seguono il loro corso anche se il loro svolgimento è già conosciuto da Dio. Da quel punto mi giunge alla vista il tempo che ti si prepara, come giunge all’orecchio la dolce armonia dell’organo. Come Ippolito fu cacciato da Atene da suo padre e re Teseo, perché la spietata e perfida matrigna Fedra aveva accusato falsamente lui, che l’aveva respinta, di averla violentata, così tu dovrai lasciare Firenze. Questo si vuole e questo già si cerca di ottenere, e presto lo otterrà chi lo progetta là nella Curia di papa Bonifacio VIII dove tutto il giorno si mercanteggia Cristo. Come al solito, la voce comune attribuirà la colpa alla parte sconfitta dei guelfi Bianchi, ma il castigo divino testimonierà la verità che lo impartisce. Tu lascerai ogni cosa che ti è più cara: e questa è la freccia che l’arco dell’esilio scaglia per prima. Tu proverai come sa di sale il pane altrui, e come è difficile cammino lo scendere e il salire per le scale delle altrui dimore. E ciò che più ti peserà sulle spalle sarà la compagnia malvagia e sciocca dei fuoriusciti Bianchi con la quale cadrai in questa valle d’esilio, la quale si volgerà contro di te ingrata tutta, tutta stolta ed empia; ma poco tempo passerà che essa, non tu, ne avrà il viso rosso di vergogna. La prova della sua bestialità sarà il suo modo di agire, sicché andrà a tuo onore l’aver fatto parte per te stesso. Il tuo primo rifugio e il tuo primo alloggio sarà la cortesia del gran lombardo Bartolomeo Della Scala che porta nello stemma sulla immagine della scala l’effigie del santo uccello, l’aquila imperiale; e per te avrà un così benevolo riguardo che tra voi due, nell’esaudire e nel chiedere, sarà primo chi sarà più lento, poiché il benefattore donerà prima che il beneficato chieda. Con lui vedrai Cangrande che alla nascita sarà così segnato da questa forte stella di Marte che le sue imprese saranno notevoli. Di lui la gente non si è ancora accorta per sua la giovane età, perché solo nove anni queste ruote celesti, questi cieli, hanno girato intorno a lui; ma prima che il guascone papa Clemente V inganni il grande Enrico VII imperatore -revocando il suo consenso alla campagna per la riconquista dell’Italia-, la virtù di Cangrande scintillerà nel non curarsi delle ricchezze e delle fatiche. Le sue magnifiche opere saranno tanto conosciute che i suoi nemici non potranno evitare di parlarne – la conquista di Vicenza tolta nel 1311 ai guelfi di Padova, e l’assedio di Brescia al seguito dell’imperatore Enrico VII, nel 1312. Affidati a lui e ai suoi benefici; per opera sua molte persone cambieranno mutando condizione tanto i ricchi quanto i mendicanti; e di lui porterai sulla Terra, scritto nella memoria, e dunque non lo dirai…», e a questo punto lo spirito di Cacciaguida disse cose che saranno incredibili per chi vi assisterà. Poi aggiunse: «Figlio, questa è la spiegazione delle profezie che ti sono state fatte: ecco le insidie nascoste dietro pochi giri del sole, che si manifesteranno in pochi anni. Non voglio però che invidi i tuoi concittadini visto che la tua vita s’infutura/si inoltra nel futuro molto più in là della punizione delle loro perfidie».

Tacendo, l’anima rese chiaro di avere ormai adempiuto al compito di tessere la tela che le avevo porto ordita dei miei dubbi, sciogliendoli con le sue risposte, e io cominciai a parlare perché me ne risolvesse altri, come chi desidera consiglio da una persona che vede, vuole e ama la verità: «Vedo bene, padre mio, come il tempo mi sprona addosso il suo cavallo per darmi uno di quei colpi che sono tanto più pesanti quanto più ci trovano senza difesa, per cui è bene che mi armi di previdenza in modo che non mi venga tolto, oltre Firenze, il luogo a me più caro, anche ogni altro asilo, a causa dei miei versi. Giù per il mondo infinitamente amaro dell’Inferno, e su per il monte dal cui bel culmine mi hanno innalzato gli occhi della mia donna, e poi attraverso il cielo, di luce in luce, ho appreso ciò che, se lo raccontassi, avrebbe per molti il sapore aspro di un agrume. D’altra parte se, tacendo, mi mostrassi timido amico della verità, temerei di aver vita breve nella memoria di coloro che chiameranno antico questo tempo, e dunque che la mia fama non mi sopravviva».

La luce all’interno della quale rideva il mio tesoro, che avevo trovato là nel cielo, si fece prima fulgida come uno specchio d’oro colpito da un raggio di sole, poi rispose: «La coscienza macchiata dalla vergogna per la propria o per l’altrui colpa, accuserà il colpo delle tue dure parole. Ma nondimeno rimuovi ogni menzogna e rendi manifesta tutta la tua visione, e lascia pure che chi ha la rogna si gratti. Perché se la tua voce al primo assaggio risulterà disgustosa, una volta digerita lascerà un nutrimento vitale. Questo tuo grido farà come il vento che percuote con maggior forza le cime più alte, gli individui più potenti, e ciò non è piccolo motivo d’onore. Perciò ti vengono mostrate in questi cieli, e sul monte del Purgatorio, e nella valle dolorosa dell’Inferno, soltanto le anime note grazie alla loro fama: perché l’animo non si appaga e non ferma la sua fiducia in esempi che abbiano una radice sconosciuta e nascosta, né in argomenti di scarsa rilevanza».

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CANTO XVIII

Quello specchio beato che riflette la luce di Dio, godeva del suo proprio pensiero, e io gustavo il mio temperando l’acerbo con il dolce: la notizia dell’esilio che mi attendeva, con ciò che Cacciaguida mi aveva detto dell’ospitalità che mi avrebbero riservato gli Scaligeri e della gloria che avrei avuto; e quella donna che mi portava a Dio disse: «Muta pensiero: pensa che io sono vicina a Colui che alleggerisce ogni torto». Mi rivolsi al suono amoroso che proveniva da Beatrice, il mio conforto, e l’amore che vidi allora nei suoi occhi santi lo lascio qui perché non si può descrivere, e non perché io diffidi delle mie parole ma per la mente che non può portarsi tanto al di sopra di se stessa se qualcun altro non la guida. Di quel momento posso dire soltanto che, ammirando Beatrice, i miei sentimenti si liberarono da ogni altro desiderio finché il piacere eterno che in lei raggiava direttamente mi allietava riflettendosi su di me.

Distogliendomi con la luce di un sorriso, ella mi disse: «Volgiti e ascolta: è Paradiso non solo nei miei occhi». Come sulla Terra, a volte, dallo sguardo si vedono i sentimenti se sono così intensi da catturare l’anima intera, così riconobbi nel fiammeggiare di Cacciaguida, il santo fulgore verso il quale mi voltai, il suo desiderio di parlarmi ancora. Egli cominciò: «In questo quinto grado della gloria celeste, su questo albero che vive della linfa che gli giunge dalla cima, e che frutta sempre e non perde mai foglia, ci sono spiriti beati che nel mondo, prima di salire al cielo, ebbero grande fama al punto che ogni Musa ne sarebbe ricca di ispirazione. Perciò guarda le braccia della croce di luce formata dai beati: colui che nominerò risplenderà nella nube come il baleno che la oltrepassa».

Vidi attraverso la croce venire una luce appena egli fece il nome di Giosuè -che successe a Mosè e ricondusse gli Ebrei nella Terra Promessa-, e le parole non mi furono chiare prima che il fatto si compisse, poiché lo vidi nello stesso istante in cui ne sentii il nome. E al nome del grande Maccabeo -quel Giuda che liberò gli Ebrei dal dominio del re di Siria- vidi muoversi un altro spirito che girava su se stesso, e la letizia in lui agiva come la frusta che fa girare la trottola. Così il mio sguardo attento ne seguì altri due, come l’occhio del falconiere segue il volo del suo falcone, al suono dei nomi che vennero fatti di Carlo Magno -che rifondò l’Impero in alleanza con la Chiesa- e di Orlando il suo primo paladino. Poi il mio sguardo percepì attraverso la croce la presenza di Guglielmo d’Orange, duca al seguito di Carlo contro i Mori di Spagna, e di Rinoardo il suo servo convertito, dalla forza sovrumana, e quella del duca Goffredo di Buglione guida della prima crociata che liberò Gerusalemme, e di Roberto il Guiscardo che scacciò i Saraceni dalla Sicilia. Poi, raggiunte le altre anime e mescolatasi con esse, l’anima di Cacciaguida che mi aveva parlato mi mostrò quale artista egli fosse tra i cantori del cielo.

Io mi rivolsi alla mia destra per scorgere in Beatrice, attraverso una sua parola o un suo cenno, il segno di cosa dovessi fare; e vidi i suoi occhi tanto puri, tanto giocondi, che il suo volto superava in splendore il suo aspetto consueto e persino il più recente, tanto sublime che non avevo potuto descriverlo. E come l’uomo si accorge di giorno in giorno, operando il bene e sentendo maggiore gioia, che la sua virtù aumenta, così mi apparve più ampia la circonferenza del cielo ruotando intorno con essa, nel vedere Beatrice, quel miracolo, splendere di più mentre salivamo dal quinto al sesto cielo. E come il volto di una donna di carnagione bianca si libera dalla vergogna che l’aveva reso rosso, e tale cambiamento avviene in poco tempo, così avvenne nei miei occhi quando mi voltai, grazie al candore dell’armoniosa sesta stella, il cielo di Giove, che mi aveva accolto dentro di sé, togliendomi dagli occhi il colore rossastro del cielo di Marte da cui venivamo.

In quella fiamma gioiosa vidi lo sfavillare dell’amore comporre lettere davanti ai miei occhi, nella nostra lingua. Come gli uccelli alzatisi dalla riva, quasi per rallegrarsi del loro pasto si pongono a schiera ora in forma di cerchio ora in lunghezza, così dentro le luci del cielo di Giove cantavano sante creature volando qua e là, e nelle figure in cui si disponevano formavano ora la «D», ora la «I», ora la «L». Dapprima cantando si muovevano alla propria melodia, poi, diventando una di queste lettere si fermavano un poco e tacevano. Divina Musa della fonte Pegasea sul monte Elicona, scaturita da un calcio di Pegaso, il cavallo alato di Perseo, Musa che dai la gloria agli ingegni e li fai vivere nel tempo, ed essi con il tuo aiuto eternano le città e i regni, illuminami di te in modo che possa rendere con evidenza le figure di quelle anime così come le ho impresse nella mente: si mostri il tuo potere in questi brevi versi!

Apparvero dunque trentacinque vocali e consonanti: e io le annotai nell’ordine in cui mi sembrarono espresse. «DILIGITE IUSTITIAM»: primi di tutta l’immagine composta da quelle lettere furono verbo e nome; «QUI IUDICATIS TERRAM», furono le ultime parole: «AMATE LA GIUSTIZIA VOI CHE SULLA TERRA SIETE GIUDICI». Poi gli spiriti rimasero fermi sulla «emme» del quinto vocabolo così che in quel punto il cielo di Giove sembrava d’argento fregiato d’oro. E vidi scendere altre luci nella parte culminante della «emme», e lì acquietarsi cantando, certo, la gloria del bene che le guida verso di sé. Poi, come dai ciocchi che ardono si sollevano, se vengono colpiti, innumerevoli scintille dalle quali gli stolti son soliti trarre gli auspici interrogando il futuro, parvero qui sorgere mille e più luci, e salire quale di più quale di meno, secondo la disposizione che Dio, il sole che le accende, assegnò loro nel cielo in ragione del loro grado di beatitudine; e fermatasi ciascuna nel proprio luogo, vidi formare la testa e il collo di un’aquila in quel fuoco che si distingueva nel chiarore del cielo. Chi dipinge in quel luogo non ha maestro che lo guidi: Egli è la guida, e imita Lui quella virtù che forma gli uccelli nei nidi, e tutti gli esseri viventi. Le anime beate che prima apparivano contente di ingigliarsi/di farsi giglio nella “emme”, con lieve movimento continuarono a formare la figura dell’aquila. Dolce stella di Giove, quali e quante gemme mi dimostrarono che la giustizia terrena è effetto del tuo cielo che impreziosisci con tali gioielli! Per cui prego la mente divina nella quale hanno origine il tuo movimento e la tua virtù, di vedere da dove esce il fumo che sulla Terra annebbia il tuo raggio luminoso, e di adirarsi ancora una volta del comprare e del vendere dentro il Tempio fortificato dai miracoli e dai martìri. Esercito del cielo di Giove, che ho ancora negli occhi, prega per tutti quanti sono sulla Terra sviati dietro il malvagio esempio della cupidigia! Era già un’abitudine guerreggiare con le spade, ma adesso si fa guerra togliendo ora a un popolo ora a un altro il pane dell’eucarestia che Dio, il pio Padre, non negava a nessuno -mentre ora spesso la scomunica inflitta dal papa vieta di ricevere la comunione. Ma tu, pontefice, che scrivi solo per cancellare -dettando i decreti di scomunica e poi cassandoli se puoi lucrarci sopra-, pensa che sono ancora vivi Pietro e Paolo che morirono per la Chiesa, la vigna che tu corrompi. Tu davvero puoi dire -pensando ai fiorini d’oro di Firenze sui quali è effigiata l’immagine del santo che ebbe la testa tagliata per farne premio a Salomè, la figlia di Erodiade e del governatore della Giudea Erode Filippo I: “Io desidero fermamente san Giovanni Battista che volle vivere in solitudine e fu martirizzato in seguito alla danza di Salomè, perché non conosco né il pescatore Pietro né quel Paolo di cui parli”.

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

 

Claudio Rocco

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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