domenica, 28 Novembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXX)

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PARADISO

 

CANTO XXII

Sopraffatto dallo stupore mi voltai verso la mia guida come un bambino che corre sempre verso colei alla quale si affida, e Beatrice, come una madre che subito soccorre il figlio pallido e anelante con la sua voce che sempre lo dispone al bene, mi disse: «Non sai che sei in cielo? E non sai che il cielo è tutto santo e ciò che vi accade viene dallo zelo d’amore? Fino a che punto ti avrebbero tramortito il canto e il mio sorriso, adesso puoi immaginarlo dal momento che il grido ti ha tanto scosso: se tu avessi compreso le preghiere dentro quel grido, ti sarebbe già noto il far giustizia di Dio, a cui comunque assisterai prima di morire. La spada che è quassù non recide in fretta né lentamente, come appare invece a chi la attende desiderandola o temendola. Ma ora rivolgiti ad altro: vedrai molti spiriti illustri se sposti lo sguardo, come ti dico». Come a lei piacque stornai gli occhi e vidi cento sferule lucenti che si rendevano più belle indirizzandosi l’un l’altra reciprocamente i loro raggi.

Me ne stavo come chi mantiene dentro di sé un forte desiderio, e non si attenta a chiedere nulla temendo che il farlo sia eccessivo. Ma la maggiore e la più luminosa di quelle margherite si fece innanzi per soddisfare con la sua presenza il mio desiderio inespresso. Poi udii provenire dall’interno di essa: «Se tu come me vedessi la carità che arde tra di noi, avresti già manifestato i tuoi pensieri. Ma affinché, aspettando, non ritardi di raggiungere la meta suprema del tuo viaggio, io risponderò comunque alla domanda rimasta nel pensiero che ti guardi tanto dal manifestare. La cima di quel monte sul fianco del quale si trova il borgo di Cassino, un tempo fu frequentata da gente ingannata dai culti pagani e disposta al sacrilegio; e io sono colui che per la prima volta portò lassù il nome di Gesù che recò sulla Terra quella verità che tanto innalza la nostra vita; sono Benedetto, e tanta grazia brillò su di me che io potei sottrarre i borghi circostanti all’empio raccolto, ripulendoli dal paganesimo che aveva sedotto il mondo: cominciai con l’abbattere il tempio di Apollo per edificare sopra le sue macerie la cappella di san Giovanni Battista e l’Oratorio di san Martino di Tours, le fondazioni del monastero che sorse poi in quel luogo. Questi altri spiriti splendenti come fuoco vivo, tutti intenti nella contemplazione, furono uomini accesi di quel calore che fa nascere i fiori e i frutti santi. Qui è Macario, anacoreta, eremita e mistico in Oriente, e qui è Romualdo di Ravenna, che fondò l’Eremo di Camaldoli e la Congregazione benedettina dei Camaldolesi, qui sono i miei frati benedettini che fermarono il loro cammino dentro i monasteri e mantennero il cuore saldo fedeli alla Regola». E io a lui: «L’affetto che dimostri parlando con me, e la benevola espressione che vedo e registro nello splendore delle vostre anime, ha dilatato la mia fiducia come fa il sole con la rosa aprendola quanto essa può esserlo. Perciò ti prego, e tu padre dammi la certezza che io possa godere di tanta grazia: che io ti veda nell’immagine liberata dalla fiamma». Al che egli: «Fratello, il tuo nobile desiderio si adempierà nell’Empireo, l’ultimo cielo dove si realizzano tutti gli altri desideri e il mio: ogni desiderio è lì perfetto, maturo e intero. Solo in quel cielo ogni parte dell’universo è là dove è da sempre perché esso non è contenuto in alcuno spazio, e non ha poli su cui ruotare; sale fino ad esso la nostra scala e così essa si invola via dalla tua vista. Fin lassù la vide innalzarsi il patriarca Giacobbe quando gli apparve tanto carica di angeli. Ma ora nessuno stacca i piedi da terra per salirla, e la mia Regola è rimasta solo per sciupare le carte su cui è scritta. Le mura che da sempre erano riparo per la preghiera, sono fatte spelonche per i ladri, e i sai dei frati sono sacchi pieni di farina guasta. Ma non c’è usura tanto grave da offendere la volontà di Dio, quanto lo sono le rendite ecclesiastiche, quel frutto che rende folle il cuore dei monaci: perché ogni cosa che la Chiesa custodisce è tutta della gente che chiede l’elemosina in nome di Dio, non dei parenti dei monaci né di altri ancora più indegni -figli o amanti. La carne degli uomini è tanto fragile che sulla Terra non basta un buon inizio perché nata la quercia si produca la ghianda. Pietro cominciò fondando la comunità della Chiesa senza oro e senza argento, e io il mio monastero con la preghiera e con il digiuno, e Francesco il suo Ordine con l’umiltà; e se guardi come ciascuno di noi ha cominciato e poi osservi come è andato a finire ciò a cui abbiamo dato vita, vedrai il bianco farsi nero. Fu veramente più stupefacente da vedere il fiume Giordano volgere indietro il suo corso per lasciar passare Giosuè e gli Israeliti diretti alla terra di Canaan, e il Mar Rosso aprirsi ritirandosi davanti a Mosè e al suo popolo in fuga dall’Egitto, quando Dio lo volle, di quanto sarà sorprendente l’intervento divino contro la corruzione della Chiesa». Così mi disse e quindi si ricongiunse alla sua compagnia ed essa si tenne più stretta, poi come un turbine si riunì ruotando in volo verso l’alto. Allora la mia dolce donna mi sospinse dietro di loro su per la scala, e le bastò un cenno perché la sua virtù vincesse l’impedimento della mia natura umana: sulla Terra dove si sale e si scende naturalmente, nessun movimento è stato mai tanto rapido da potersi paragonare alla velocità del mio volo.

Credimi, lettore, in nome del desiderio che ho di tornare nel trionfo di quei beati devoti, per il quale spesso piango i miei peccati e mi percuoto il petto: tu non avresti messo e ritratto il dito dal fuoco con la stessa rapidità con la quale io vidi i Gemelli, il segno che segue il Toro, e mi ritrovai dentro il loro cielo. O stelle gloriose, Stelle Fisse dell’ottavo cielo, o luce della costellazione dei Gemelli gravida della grande virtù alla quale riconosco di dovere tutto il mio ingegno, quale che sia, insieme con voi nasceva e tramontava, nascondendosi, il Sole padre di ogni vita mortale, quando per la prima volta io sentii e respirai l’aria di Toscana -nascendo tra il 21 maggio e il 21 giugno; e poi, quando mi fu elargita la grazia di entrare nel cielo alto che vi fa girare, mi toccò in sorte la vostra regione celeste, la vostra costellazione. Ora la mia anima si rivolge a voi con devozione per acquisire la virtù necessaria al difficile passo che la attrae a sé: raccontare i cieli superiori.

«Sei tanto vicino alla salvezza suprema», cominciò Beatrice «da avere ormai occhi limpidi e penetranti. E perciò, prima di compenetrarti ancor più con essa, guarda in basso, e osserva quanto mondo ti sei già messo sotto i piedi; sicché il tuo cuore si presenti giocondo quanto può alla folla trionfante che viene lieta attraverso questo tondo etere».

Con lo sguardo tornai su tutti quanti i sette cieli che avevo lasciato sotto di me, e vidi questo globo -la Terra- tale che sorrisi del suo aspetto misero: e approvo come il migliore quel pensiero che la considera il meno possibile; e si può veramente definire probo chi rivolge al cielo la sua mente. Vidi la figlia di Latona e di Giove, Diana la luna, tutta illuminata e priva di quell’ombra per cui un tempo la credevo in parte rada e in parte densa. Qui, titano Iperione, sostenni la vista del sole tuo figlio, e vidi come intorno a lui si muovono Mercurio figlio di Maia trasformata in Pleiade dal padre degli dei, e Venere figlia di Dione. Poi mi apparve Giove portatore di armonia tra suo padre Saturno e suo figlio Marte, temperando il gelo del primo e il calore dell’altro; e quindi mi fu chiaro il mutare posizione da parte dei pianeti. E tutti e sette i cieli -Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno- mi si mostrarono nella loro grandezza, nella loro velocità di rotazione, e nella loro reciproca distanza. Girando io insieme con l’eterna costellazione dei Gemelli, mi apparve tutta l’aiuola che ci rende tanto feroci, dai monti ai mari, la Terra. Poi rivolsi i miei occhi agli occhi belli di Beatrice.

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CANTO XXIII

Come l’uccello, nella notte che nasconde ogni cosa, posatosi sul nido tra le fronde amate dove sono i suoi teneri neonati, per vedere la nidiata desiderata e trovare il cibo per sfamarla -e nel farlo, maggiore è la fatica e più gli è gradita-, come esso, dunque, anticipa l’uscita dal nido e attende all’aperto sui rami con ardente speranza il sole, guardando fisso davanti a sé finché non sorge l’alba, così stava eretta e attenta la mia donna rivolta verso lo zenit, il meridiano sotto il quale, a mezzogiorno, il sole mostra minor fretta: sicché, vedendola in ansia e in attesa, mi feci come chi, desiderando qualcosa che non possiede ancora, si appaga della speranza di averla. Ma trascorse poco tempo tra l’attesa e la visione, dico tra la mia attesa e la visione del cielo che si rischiarava sempre di più. E Beatrice disse: «Ecco le schiere del trionfo di Cristo e tutto il frutto raccolto dal girare di queste sfere celesti: il disegno divino che si compie con la collaborazione dei cieli!». Il suo viso mi sembrò ardere tutto, ed ella aveva gli occhi così colmi di letizia che devo passare oltre nel racconto perché non ho parole adeguate a descrivere quel che vidi.

Come nei pleniluni sereni ride la luna tra le eterne ninfe, le stelle, che dipingono ogni parte del concavo cielo -lei che è Trivia come luna nel cielo, Ecate negli Inferi e Diana nelle selve-, vidi un sole al di sopra di infinite luci che le accendeva tutte, come, dalla nostra prospettiva terrena, il sole fa con le stelle quando è sotto l’orizzonte; e attraverso la luce viva traspariva con tanto chiarore nel mio sguardo il corpo luminoso di Cristo da non poterne sostenere la vista. Oh Beatrice, dolce e cara guida! Ella mi disse: «Quel che sopraffà la tua vista è la virtù da cui nulla trova riparo. In essa sono la sapienza e il potere che aprirono le strade tra cielo e Terra, perché il cielo tornasse sulla Terra, come fu tanto lungamente desiderato». Come il fulmine si libera dalla nube dilatandosi al punto che essa non può più contenerlo, e si scaglia giù in terra contrariamente alla sua natura che lo tende verso l’alto alla sfera del fuoco, così la mia mente resa più grande tra quelle vivande spirituali, uscì da se stessa, e non sa ricordare cosa divenne.

«Apri gli occhi e guardami come sono: tu hai visto cose che ti hanno reso forte abbastanza da sostenere il mio sorriso». Io me ne stavo come uno che si ridesta da una visione già dimenticata e che si ingegna invano di riportarla alla mente, quando udii questa offerta tanto degna di gratitudine che mai si scolorerà nel libro che registra il passato, la mia memoria. Se ora per venirmi in aiuto risuonassero tutti i versi dei grandi poeti, quei versi con i quali Polimnia, musa della poesia lirica, e le sue sorelle, resero più ricco il loro dolcissimo latte, non si otterrebbe la millesima parte della verità necessaria a cantare il sorriso santo di Beatrice e quanto lo rendesse puro la santa visione di Cristo. E così descrivendo il Paradiso questo mio poema sacro è costretto a saltare l’ostacolo come accade a chi trova interrotta la sua strada; ma chi riflettesse sul peso gravoso dell’argomento e sulle spalle di uomo mortale che se ne fanno carico -le mie spalle-, non troverebbe motivo di biasimo vedendo che esse tremano sotto di esso. Non è un mare che possa navigare una piccola barca quello che va fendendo l’ardita prora del mio poema, né un nocchiero che risparmi le proprie forze.

«È perché sei tanto innamorato del mio volto che non ti rivolgi al bel giardino dei santi che s’infiora ai raggi di Cristo? Qui è Maria, la rosa nella quale il verbo divino si fece carne; qui sono gli apostoli, i gigli al cui profumo fu intrapreso il buon cammino della verità». Così Beatrice; e io che ero tutto pronto a seguirne i consigli, di nuovo tornai a lottare con la mia debole vista. E come sulla Terra, un tempo, i miei occhi riparati dall’ombra videro un prato di fiori al raggio del sole che passava puro attraverso lo squarcio di una nube, così ora vedevo una moltitudine di schiere di spiriti splendenti, folgorati dall’alto da raggi ardenti di cui non scorgevo la fonte. Virtù benigna di Cristo che in tal modo imprimi la tua impronta nei beati, ti innalzasti verso l’Empireo per dar modo ai miei occhi di contemplarti, perché lì non potevano sostenere la tua vista. Pronunciato da Beatrice, il nome del bel fiore che sempre invoco da mattina a sera, fece in modo che il mio animo si raccogliesse per ammirare il fuoco di luce più grande, la Vergine Maria. E quando nei miei occhi si rispecchiarono la sostanza e l’intensità di quella viva stella -Maria- che nel cielo supera ogni altra stella, come, per le sue virtù, superò sulla Terra ogni creatura, attraverso il cielo scese la fiamma dell’arcangelo Gabriele composta in cerchio come una corona, e girò intorno a Maria cingendola. Qualunque melodia suoni più dolce sulla Terra, e attragga l’anima a sé più di ogni altra, sembrerebbe il tuono di una nube squarciata se paragonata al canto dell’arcangelo, quella lira di cui si incoronava il bel zaffìro di cui il cielo più cristallino s’inzaffìra/s’ingemma.

«Io sono amore angelico che gira intorno all’alta letizia che emana dal ventre di Maria, dimora di Cristo nostro desiderio, e girerò, signora del cielo, finché seguirai tuo figlio e farai più bella la suprema sfera tornando nell’Empireo». Così la melodia intonata dall’arcangelo apponeva il suo sigillo sacro mentre tutte le altre luci, i beati, facevano risuonare il nome di Maria. Il manto regale che copre tutti i cieli dell’universo, quel cielo del Primo Mobile che li contiene tutti e che girando più vicino a Dio più si anima e si ravviva nel respiro e negli atti divini, aveva la superficie interna tanto distante al di sopra di noi, che, là dove mi trovavo, essa ancora non mi appariva: perciò i miei occhi non ebbero il potere di seguire la fiamma incoronata di Maria che si innalzò dietro suo figlio, il suo seme. E come un bambino che dopo aver preso il latte tende le mani verso la mamma, per l’affetto che gli prorompe fuori dall’animo, ciascuna di quelle anime splendenti si tese verso l’alto con la punta della propria fiamma rendendomi evidente il grande amore che avevano per Maria. Poi rimasero lì davanti a me cantando «Regina celi/Regina del cielo» così dolcemente che il diletto che mi dava quel coro non mi ha più abbandonato. Quanta abbondanza di beatitudini in quelle arche ricchissime, in quei beati che furono fertili campi per la semina sulla Terra! Qui nel Paradiso si vive e si gode del tesoro che fu acquisito nell’esilio terreno con il pianto, abbandonando l’oro e ogni ricchezza materiale, come nell’esilio degli Ebrei fatti schiavi a Babilonia. Qui, sotto l’alto figlio di Dio e di Maria, trionfa Pietro della sua propria vittoria ottenuta con la rinuncia ai beni del mondo e col martirio, Pietro insieme con i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento, Pietro che tiene le chiavi di tale gloria.

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CANTO XXIV

«O sodalizio di beati eletto alla grande cena dell’Agnello benedetto, il quale vi ciba così che il vostro desiderio è sempre sazio, se per grazia di Dio costui, prima che la morte stabilisca il termine della sua vita, pregusta quel che cade dalla vostra mensa, ponete mente al suo immenso amore e irroratelo della vostra sapienza: voi bevete sempre alla fonte da cui egli riceve la verità alla quale è rivolto il suo pensiero». Così Beatrice, e quelle anime liete si fecero sfere rotanti sopra perni fissi fiammando come comete mentre giravano. E come le rotelle nel congegno degli orologi girano in modo che, a chi vi faccia attenzione, la prima sembra ferma e l’ultima sembra volare tanta è la sua velocità, così quei gruppi di anime danzanti in tondo, diversamente veloci e lente, mi permettevano di misurare il grado diverso della loro beatitudine. Dal cerchio danzante che mi apparve più prezioso vidi uscire un fuoco così felice che nessun altro aveva una vividezza più grande. Esso girò tre volte intorno a Beatrice con un canto tanto divino che la mia fantasia non può riferirlo. La virtù immaginativa degli uomini ha bisogno di colori troppo vivi inadatti a riprodurre quei toni di chiaroscuro, e la nostra lingua è ancor più inadeguata a renderli a parole: perciò la penna salta l’ostacolo e io non scriverò di ciò.

«Mia santa sorella che ci preghi con tanta devozione, è la tua ardente carità a sciogliermi da questa bella corona di anime danzanti». Fermatosi, quel fuoco benedetto rivolse alla mia donna il suo respiro parlando come ho detto. E Beatrice rispose: «O luce eterna del grande uomo al quale nostro Signore lasciò le chiavi di questa gioia meravigliosa che egli stesso portò sulla Terra, interroga Dante come preferisci, sulle questioni più semplici o profonde relative alla fede grazie alla quale hai camminato sulle acque del mare di Galilea. Se egli ama rettamente, e spera e crede rettamente, non è nascosto a te che punti lo sguardo in Dio dove si mostra chiaramente raffigurata ogni cosa. Ma poiché questo Regno ha attribuito la propria cittadinanza esaminando la verità della fede di ciascuno, è bene che a Dante accada di parlarne e di glorificarla».

Come fa l’allievo della scuola di teologia, che si prepara e non parla finché il maestro non ha proposto la questione da discutere -e si dispone a sostenerla, non a portarla a conclusione perché questo compito spetta al maestro-, allo stesso modo mentre Beatrice parlava io mi armavo di ogni argomento, per essere pronto a rispondere di fronte a tale esaminatore e a tale questione.

«Parla, buon cristiano, esprimi il tuo pensiero: cos’è la fede?», al che io alzai la fronte verso san Pietro, la luce da cui proveniva il soffio di queste parole, poi mi rivolsi a Beatrice ed ella subito mi fece cenno di versare fuori di me l’acqua della mia fonte interiore. Allora cominciai: «La Grazia che mi concede di confessarmi dinanzi a Pietro, il nobile centurione di prima fila, mi aiuti a esprimere bene i miei concetti». E proseguii: «Come ne scrisse, padre, la penna veritiera del tuo caro fratello Paolo che insieme con te pose Roma sul buon cammino, fede è il fondamento delle cose che speriamo, e la conferma di quelle che non appaiono: e questo mi sembra il suo quid, la sua essenza». A quel punto udii: «Pensi bene, se hai ben compreso perché san Paolo ha posto la fede tra i fondamenti e poi tra le conferme». E io di seguito: «Le cose profonde -i misteri divini- che qui mi donano la loro visione, sono così nascoste agli occhi degli uomini sulla Terra, che la loro esistenza è nella sola fede sulla quale si fonda la grande speranza della vita eterna: e per questo motivo la fede prende il carattere di fondamento. E da questa fede dobbiamo dedurre il nostro ragionamento, senza possedere un’altra visione della verità: perciò essa ha carattere di prova». Quindi udii: «Se tutto ciò che sulla Terra si impara attraverso la teologia fosse compreso fino a questo punto, non ci sarebbe spazio per menti da sofisti, per ragionamenti cavillosi». Queste le parole soffiate da quell’amore acceso che poi soggiunse: «Hai valutato molto bene lega e peso di questa moneta ma dimmi se ce l’hai nella borsa, dimostri di conoscere bene l’argomento ma dimmi ora se la fede la possiedi nella tua anima». Al che io: «Si, ce l’ho questa moneta, ed è così lucida e tonda che non ho alcun dubbio sul suo conio: è autentica». Ancora vennero fuori parole dalla profonda luce che splendeva lì: «Questa gioia cara su cui si fonda ogni virtù, da dove ti è venuta?». E io: «La pioggia abbondante dello Spirito Santo caduta sulle pergamene dell’Antico e del Nuovo Testamento, è un argomento che me l’ha dimostrata così acutamente che ogni altra dimostrazione al suo confronto mi appare ottusa». Udii poi: «Perché consideri lingua divina l’Antico e il Nuovo Testamento, le premesse che ti hanno condotto alla conclusione concettuale della fede?». E io «La prova della loro verità sono le opere che ne sono conseguite -l’avverarsi delle profezie e dei miracoli- per le quali la natura non può scaldare il ferro e battere l’incudine, essendo inadeguata». Mi fu risposto: «Dì, chi ti assicura che quegli eventi siano esistiti davvero? Non altro, infatti, che ciò che vuol essere a sua volta provato, ti giura che essi si sono avverati: quelle Sacre Scritture di cui stiamo discutendo la verità». «Se il mondo si è rivolto al cristianesimo senza bisogno dei miracoli», risposi, «questo solo è un miracolo talmente grande che gli altri non ne sono la centesima parte: tu sei entrato povero e digiuno nel campo per seminare la buona pianta che era una vite e ora è diventata un pruno spinoso».

Quando finii di parlare, l’alta e santa corte degli Apostoli fece risuonare attraverso i cieli «Lodiamo Dio» nella melodia che si canta lassù. E Pietro, quel nobile signore che esaminandomi di ramo in ramo, di questione in questione mi aveva portato tanto avanti che ormai eravamo vicini alle ultime fronde, ricominciò: «La Grazia che amoreggia con la tua mente, fin qui ti ha fatto parlare come si doveva parlare, sicché approvo quel che hai detto; ma ora devi dire in cosa credi e come ciò in cui credi si è offerto alla tua fede». «Santo padre, spirito che vedi ciò in cui hai creduto, al punto da superare le gambe più giovani di san Giovanni accorrendo al sepolcro dal quale era venuto fuori Cristo risorto», cominciai, «tu vuoi che io manifesti qui la sostanza della mia fede pronta, immediata, e mi chiedi anche la sua ragione. E io rispondo: credo in un unico e solo, eterno Dio, che, immobile, muove tutto il cielo, il quale lo ama e lo desidera. E di tale fede non ho solo prove fisiche e metafisiche, ma anche quelle che mi offre la verità che piove da qui attraverso Mosè, attraverso i profeti e i salmi, attraverso il Vangelo, e attraverso di voi che scriveste dopo che l’ardore dello Spirito Santo vi rese santi. E credo in tre persone eterne, e credo che esse siano una sola essenza e trina, che ammette insieme “sono” ed “è”, tollerando di essere espressa nell’unità di plurale e di singolare. Della profonda condizione divina di cui sto parlando -del mistero della sua trinità-, più di un punto della dottrina dei Vangeli mi ha sigillato nella mente la verità. In diversi passi la dottrina evangelica mi imprime nella mente la profonda essenza divina. Questo è il principio della mia fede, questa è la favilla che si è dilatata poi in fiamma vivace e scintilla dentro di me come una stella in cielo».

Come il signore che ascolta dal servo qualcosa che gli fa piacere, e rallegrandosi della notizia lo abbraccia appena egli ha finito di parlare, così quella luce apostolica al cui comando avevo parlato, Pietro, mi abbracciò tre volte, cantando e benedicendomi, appena tacqui: tanto gli piacquero le mie parole!

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

Oh divina (parte XXVIII)

Oh divina (parte XXIX) 

 

Claudio Rocco

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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