domenica, 28 Novembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXXI)

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PARADISO

Canto XXV

Se mai accadesse che il poema sacro al quale hanno messo mano cielo e Terra -fornendogli materia la scienza divina e quella umana-, il quale mi ha per più anni logorato nel corpo, tanto ho lavorato ad esso, se mai accadesse che esso vinca la crudeltà che mi tiene chiuso fuori dalla mia Firenze, il bell’ovile dove ho dormito come un agnello, io nemico dei lupi che lo assaltano; allora ritornerò in esso come poeta, con un’altra voce e con i capelli bianchi, e prenderò la corona d’alloro alla fonte del mio battesimo, nel Battistero di san Giovanni, perché là sono nato alla fede che rende le anime familiari a Dio, e per lei poi Pietro per tre volte mi ha danzato intorno incoronandomi di chiarore.

Quindi una luce si mosse verso di noi, da quella cerchia di beati da cui era venuto fuori Pietro, il primo dei suoi vicari che Cristo lasciò sulla Terra; e la mia donna colma di letizia, Beatrice, mi disse: «Guarda, guarda, ecco il nobile Giacomo: per visitarlo laggiù sulla Terra ci si reca in Galizia sul suo sepolcro a Santiago di Compostela».

Come avviene quando un colombo si avvicina al suo compagno, ed entrambi manifestano reciproco affetto volando intorno e tubando, così vidi accogliersi a vicenda Giacomo e Pietro, l’un l’altro i grandi principi gloriosi, lodando insieme il cibo che in cielo li nutre. E terminato il festeggiamento, in silenzio coram me/davanti a me, entrambi mi fissarono, bruciando tanto che i miei occhi non ne sostenevano la vista. Allora sorridendo Beatrice disse: «Anima gloriosa che hai scritto della generosità della nostra basilica celeste, fai risuonare la speranza a quest’altezza di cielo: tu la conosci, che tante volte l’hai rappresentata nel Vangelo, quante volte Gesù espresse la sua predilezione per voi tre, Pietro, tu Giacomo e tuo fratello Giovanni». «Alza il capo e rassicurati, perché chi giunge quassù dal mondo degli uomini ha dovuto maturarsi ai nostri raggi, e dunque è in grado di sostenerli». Questo incoraggiamento mi venne da Giacomo, il secondo di quei fuochi ardenti, per cui alzai gli occhi verso i due apostoli, quelle alture che prima li avevano costretti a volgersi in basso sotto il peso insostenibile della loro luminosità. «Poiché il nostro imperatore ti fa la grazia, prima che tu muoia, di affrontare i suoi conti nella sala più segreta della sua reggia, in modo che, constatata la verità di questa corte celeste, tu possa fortificare in te e negli altri uomini la speranza che sulla Terra fa innamorare del bene, racconta cos’è e come la tua mente se ne infiora -quanta speranza fiorisce in essa- e dì da dove è venuta a te». Questo aggiunse la seconda luce. E quella pia donna che guidò le mie ali a un volo così alto, prevenne la mia risposta: «La Chiesa militante non ha un figlio che possieda più speranza di lui, come è scritto nel Sole che irradia tutta la nostra moltitudine. Perciò gli è concesso venire dall’esilio del mondo terreno -il suo Egitto- fino alla patria, la Gerusalemme celeste, perché possa vedere, prima che la morte stabilisca il termine del suo servizio come soldato di Cristo. Sugli altri due punti che gli hai sottoposto, non per verificare se ne abbia conoscenza ma perché egli riferisca sulla Terra quanto hai a cuore questa virtù, lascio che sia lui a rispondere perché il farlo non gli sarà difficile e non lo insuperbirà: risponda egli dunque, e la grazia di Dio glielo consenta».

Come il discepolo che asseconda il maestro, prontamente e con la volontà di mostrare ciò di cui è esperto in modo da manifestare il suo valore, risposi: «Speranza è un attendere certo della gloria futura, prodotto dalla grazia divina e dal merito acquisito. Questa luce mi giunge da molte stelle, ma chi per primo me la instillò nel cuore fu David, il sommo cantore di Dio suprema guida. “Sperino in te”, dice David nella sua tëodia -suo inno a Dio-, “coloro che conoscono il tuo nome”: e chi non lo conosce, se ha la mia fede? Poi me l’hai instillata tu, Giacomo, nella tua Epistola, la speranza che hai preso da lui, David, sicché io ne sono colmo e riverso sugli altri uomini la vostra pioggia».

Mentre parlavo un lampo tremolava all’interno di quel vivo incendio, improvviso e molteplice come il baleno. Poi soffiò: «L’amore di cui ancora avvampo grazie alla speranza -virtù che mi ha seguito fino alla gloria del martirio e all’abbandono del campo di battaglia della vita terrena-, mi spinge a parlare a te che trai gioia da lei. E mi piace che tu dica cosa ti aspetti dalla speranza». E io: «Il Nuovo e l’Antico Testamento pongono l’obiettivo della beatitudine per le anime che Dio si è rese amiche, ed esso mi indica l’oggetto della mia speranza. Il profeta Isaia dice che ciascuna di quelle anime sarà vestita di una duplice veste -anima e corpo- nella sua vera patria: e la sua patria è questa vita dolce di Paradiso. E tuo fratello Giovanni ci manifesta questa rivelazione in modo molto più chiaro e diffuso nell’Apocalisse, dove tratta delle bianche stole che vestono la moltitudine dei beati».

Subito a seguire queste mie parole si udì sopra di noi «Sperent in te/Sperino in te», a cui risposero tutti i gruppi dei beati danzanti in cerchio. Poi tra di essi si fece più chiara una luce, tanto che se la costellazione del Cancro avesse un tale cristallo, una stella di così intenso splendore, l’inverno avrebbe un mese di un solo giorno, perché sorgendo quando il sole tramonta quella costellazione farebbe della notte giorno. E come una vergine gioiosa si alza e va e partecipa al ballo, non per mettersi in mostra ma per onorare la nuova sposa, così vidi Giovanni, lo splendore che mi era apparso, farsi più chiaro degli altri, venire verso Pietro e Giacomo, i due che volteggiavano al ritmo del canto come si conveniva al loro ardente amore. E si mise lì, nel canto e nella danza in tondo. E la mia donna teneva lo sguardo su di loro, proprio come una sposa silenziosa e immobile. «Questi ha riposato sul petto di Cristo, il nostro pellicano che si è cavato il sangue per darlo ai suoi figli, ed è stato scelto dal sommo della croce per il grande compito di succedergli». Così la mia donna la quale, parlando, non distolse l’attenzione dagli apostoli che si fece anzi più intensa di prima. Come chi aguzza gli occhi e tenta di vedere almeno un po’ eclissarsi il sole, e per guardare diventa cieco, così avvenne a me davanti a quell’ultimo fuoco che era sopraggiunto, mentre esso mi diceva: «Perché abbagli i tuoi occhi per vedere qualcosa che qui non c’è? È terra sulla Terra il mio corpo, e resterà così con gli altri finché il numero dei beati non sarà quello stabilito da Dio per l’eternità. Due soltanto sono le luci che sono salite in Paradiso, nel chiostro beato, vestite di entrambe le stole dell’anima e del corpo, e sono Cristo e Maria: e questo farai sapere agli uomini».

A queste parole l’infiammata danza circolare si quietò e con essa la dolce miscela che si produceva nel suono della voce dei tre apostoli, come, al cessare della fatica o al venir meno di un pericolo, i remi prima tuffati nell’acqua si fermano tutti insieme al suono del fischio di chi guida l’imbarcazione.

Quanto si turbò la mia mente quando mi voltai per vedere Beatrice e non riuscii a vederla benché le fossi accanto e nel mondo felice!

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Canto XXVI

Mentre me ne stavo così, turbato perché non riuscivo più a vedere Beatrice, dalla fulgida fiamma di Giovanni che mi aveva spento la vista uscì un soffio come una voce che richiamò la mia attenzione. Diceva: «Fino a quando recupererai la vista che hai bruciato guardandomi, è bene che ne compensi la perdita ragionando. Comincia dunque, e dimmi dove mira la tua anima, e convinciti che la tua vista è smarrita, non spenta per sempre, perché la donna che ti conduce per questa regione divina ha nello sguardo la virtù che ebbe la mano di Ananìa, il discepolo a cui il Signore comandò di sanare la vista di Saulo di Tarso persecutore dei cristiani, accecato sulla via di Damasco, e di battezzarlo col nome di Paolo, colui che sarebbe stato il suo primo missionario nel mondo». Io dissi: «A suo piacere, presto o tardi, giunga il rimedio per i miei occhi che furono le porte dalle quali ella entrò nel mio cuore con il fuoco di cui brucio sempre. E ora rispondo alla tua domanda. Il bene che appaga questa corte celeste è Alfa e Omega, principio e fine, di tutto ciò che Amore mi insegna con minore o maggiore passione».

Quella stessa voce -la voce dell’apostolo Giovanni- che mi aveva tolto la paura dell’improvviso accecamento, mi mise ancora alla prova del ragionamento e disse: «Certo, devi chiarire il tuo pensiero a un vaglio più serrato, attraverso un setaccio più stretto, e dire chi ha rivolto il tuo arco verso un tale bersaglio, la tua anima verso Dio». E io: «Come dev’essere, tale amore si imprime in me sia attraverso gli argomenti filosofici sia attraverso l’autorità del racconto biblico che discende da qui; perché il bene, compreso in quanto bene, senza riferimento ad altro, per ciò solo accende l’amore, e tanto maggiore quanta più bontà contiene in sé. Dunque, più che verso altre direzioni, verso l’essere tanto superiore che ogni bene al di fuori di esso non è che un riverbero della sua luce, deve muoversi, amandolo, la mente di chiunque distingue la verità su cui si fonda questa argomentazione logica. Aristotele chiarisce al mio intelletto tale verità, egli mi ha dimostrato quale sia il primo amore di tutti gli esseri creati eterni. Lo dichiara la voce del vero autore delle Sacre Scritture, la voce di Dio, là dove dice a Mosé, parlando di sé nel libro dell’Esodo: “Io ti mostrerò tutto il bene”. La dichiari questa verità anche tu, Giovanni, iniziando il tuo Vangelo con il sublime annuncio che laggiù sulla Terra comunica davanti a tutti il mistero dell’universo, con maggior forza di ogni altra Scrittura». E udii: «Attraverso le prove razionali e l’autorità teologica che concorda con esse, il tuo amore più grande guarda a Dio. Ma dimmi anche se senti altre corde tirarti verso di Lui, e con quanti denti ti morde questo amore».

Non mi era nascosta la santa intenzione di san Giovanni, quell’aquila di Dio, ma anzi mi accorsi a quali conseguenze essa volesse portare la mia professione d’amore. Perciò ricominciai: «Tutti i morsi che possono far volgere il cuore a Dio hanno contribuito a formare la mia carità: la vita dell’universo, e la mia, la morte che Cristo soffrì perché io viva, e la salvezza, che è quel che spera ogni uomo di fede come me, assieme alla conoscenza di cui ho parlato che vive negli argomenti logici e nei testi sacri, tutto questo mi ha tratto fuori dal mare dell’amore deviato e mi ha posto sulla riva dell’amore giusto. Io amo le anime, le fronde di cui si adorna tutto l’orto dell’eterno ortolano, quanto da Lui sono fornite di bene».

Appena tacqui un dolcissimo canto risuonò per il cielo: era la mia donna che assieme agli altri beati intonava: «Santo, santo, santo!». E come ci strappa dal sonno una luce abbagliante perché la vista risale alla luce penetrata nell’occhio di membrana in membrana, e, svegliati, rifiutiamo ciò che vediamo, tanto siamo inconsapevoli dell’improvviso risveglio finché non ci soccorre la capacità di valutare le percezioni, così Beatrice fugò dai miei occhi ogni quisquilia, ogni scoria, con il raggio dei suoi occhi che rifulgeva per più di mille miglia, per cui poi vidi meglio di prima. E quasi stupefatto domandai della quarta luce che vedevo tra di noi. E la mia donna rispose: «Dentro quei raggi contempla il suo Creatore, Adamo, la prima anima che Dio, prima virtù, abbia mai creato». Come l’albero che flette la cima al passare del vento e poi s’innalza di nuovo in virtù della sua propria natura che lo eleva, così mi accadde di stupirmi, mentre Beatrice parlava, e poi di recuperare sicurezza, con il bruciante desiderio di parlare. E cominciai «Tu che, solo, sei stato creato frutto già maturo, nato adulto, antico padre di cui ogni sposa è figlia e nuora perché discendendo da te ha sposato la tua progenie, ti supplico devoto quanto posso, parlami: tu conosci il mio desiderio, e per sentire subito la tua voce non lo esprimerò».

Talvolta un animale coperto da un panno si agita e il suo sentimento si manifesta attraverso il panno che ne asseconda i movimenti: allo stesso modo la prima anima creata, Adamo, mi esprimeva attraverso i bagliori della sua coperta di luce, quanto fosse gioiosa di essere venuta per compiacermi. Poi soffiò queste parole: «Senza che tu debba manifestarlo, distinguo il tuo desiderio meglio di quanto tu possa distinguere qualunque cosa della quale sei più certo, perché io lo vedo nello specchio di verità che riflette identiche a sé le cose, mentre nessuna riesce a farsi identica a lui. Tu vuoi ascoltare quanto tempo fa Dio mi pose nell’eccelso giardino del Paradiso terrestre dove Beatrice ti ha predisposto a salire una scala tanto alta, e vuoi sapere per quanto tempo quel giardino è stato gioia per i miei occhi, e la ragione specifica della collera divina che di là mi scacciò, e la lingua che inventai e che parlavo. Ora, figlio mio, la ragione di un esilio così duro non fu l’aver gustato del frutto dell’albero proibito ma l’aver passato il segno, il limite posto da Dio. Poi dal Limbo in cui ero, e dal quale la tua donna ha inviato Virgilio in tuo soccorso, per quattromilatrecentodue rotazioni annuali del sole ho desiderato salire a questo concilio di beati; e mentre ero sulla Terra ho visto il sole tornare novecentotrenta volte a illuminare tutte le costellazioni che incontra sulla sua strada. Già prima che il popolo del re Nembròth fosse impegnato nella costruzione della torre di Babele in Mesopotamia -quell’opera che non poteva essere conclusa-, la lingua che parlavo era del tutto morta: nessun prodotto della ragione umana è mai durato per sempre, per il piacere che l’uomo ha di cambiare, soggetto agli influssi del cielo. Che l’uomo parli è opera della natura, ma che lo faccia in un modo o nell’altro, la natura lascia a voi uomini la scelta, a vostro piacere. Prima che io scendessi nell’angoscia dell’Inferno, il sommo bene da cui proviene la gioia che mi fascia della sua luce venne chiamato I” sulla Terra, e poi “El” nella Bibbia: e ciò si comprende, perché l’uso che gli uomini fanno della lingua è come la fronda sul ramo che cade e viene sostituita da un’altra. Nel Paradiso terrestre, che è la cima del monte del Purgatorio il quale più degli altri si eleva sull’onda marina, io ho dimorato con vita insieme pura e disonesta, dalla prima ora del giorno in cui fui creato fino all’ora che segue la sesta dopo che il sole ha mutato il suo quadrante, dall’alba fino all’ora successiva alla metà del giorno».

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Canto XXVII

«Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, gloria!» cominciò a cantare tutto il Paradiso, e la dolce melodia mi inebriava. Quel che vedevo -il canto e il volo dei beati- mi sembrava un sorriso dell’universo, e l’ebbrezza che suscitava entrava in me attraverso l’udito e la vista. Oh gioia! Oh ineffabile allegria! Oh vita perfetta d’amore e di pace! Oh ricchezza sicura senza essere desiderata, perché già posseduta da chi è nella grazia di Dio! Dinanzi ai miei occhi stavano accese le quattro fiaccole degli apostoli Pietro, Giacomo, Giovanni e del primo uomo, Adamo, e la fiaccola che era venuta per prima nel luogo dove mi trovavo, Pietro, incominciò a farsi più viva e chiara diventando, alla vista, come diventerebbe Giove, il pianeta bianco, se lui e Marte, il pianeta rosso, fossero uccelli e si scambiassero le penne di colore diverso. La Provvidenza che qui distribuisce riti e compiti, aveva imposto il silenzio all’intero coro dei beati quando udii Pietro dire: «Non meravigliarti se trascoloro, perché mentre parlo vedrai tutti cambiare colore. Bonifacio VIII, che sulla Terra usurpa la mia cattedra, la mia cattedra di papa, la mia cattedra che è vacante alla presenza del Figlio di Dio, ha fatto della mia tomba cloaca del sangue e della puzza, perciò Lucifero il perverso che cadde da quassù, ha di che essere soddisfatto laggiù sulla Terra».

Allora vidi tutto il cielo cosparso di quel colore rosso che tinge dall’alba al tramonto una nuvola quando essa ha il sole di fronte. E come una donna onesta che, pur sicura di sé, si intimidisce al solo ascoltare le colpe di altre donne, così Beatrice cambiò aspetto, e credo che una tale eclissi si produsse in cielo solo quando l’Onnipotente fattosi uomo subì l’estremo martirio. Poi le parole di Pietro proseguirono con voce diversa almeno quanto era mutato l’aspetto del santo: «La Chiesa, sposa di Cristo, non è stata allevata con il mio sangue, con quello di Lino, il secondo papa, e con quello di Cleto che fu il terzo, perché fosse usata poi per ottenere l’oro, ma per meritare questa vita gioiosa, e i pontefici Sisto e Pio e Callisto e Urbano sparsero il loro sangue dopo aver molto pianto a causa delle persecuzioni degli imperatori romani. Non fu nostra intenzione che alla destra dei nostri successori sedesse una parte del popolo cristiano, e alla sinistra l’altra, divise e discriminate dai papi che sostengono una contro l’altra; né che le chiavi che mi furono concesse diventassero sulla bandiera pontificia emblema della guerra contro altri battezzati, come nella guerra combattuta da Bonifacio VIII contro i cristiani della città di Palestrina tenuta dai cardinali Colonna; né che la mia immagine venisse impressa sul sigillo di privilegi venduti e falsi, per i quali arrossisco spesso e brucio di collera. Da quassù si vedono lupi in vesti di pastori su tutti i pascoli: difesa di Dio perché non intervieni? I papi che verranno da Cahors e dalla Guascogna, Giovanni XXII e Clemente V, si preparano a bere il nostro sangue: buon inizio del pontificato, verso quale vile fine devi precipitare! Ma l’inconoscibile Provvidenza che con Scipione assicurò a Roma l’Impero gloria del mondo, contro la minaccia di Cartagine, presto verrà in soccorso, come so guardando in Dio, liberando la Chiesa dalla sua prigione avignonese. E tu, figliuolo, che sei mortale e che sarai portato giù, sulla Terra, dal corpo che ti pesa addosso, parla quando sarai lì e non tenere nascosto quello che io non ti nascondo».

Come la nostra atmosfera fiocca sulla Terra la neve quando il corno del Capricorno celeste tocca il sole -ed esso entra alla fine di dicembre nella sua costellazione-, vidi l’etere adornarsi e fioccare all’insù un trionfo di fuochi fiammanti: gli spiriti che avevano qui indugiato con noi. Il mio sguardo li seguiva e li seguì finché lo spazio tra di essi e i miei occhi si dilatò tanto da impedire di vedere oltre, e la mia donna che mi scorse non più intento a guardare in su, mi disse: «Abbassa lo sguardo e guarda per quanto spazio sei salito nel giro dei cieli».

Da quando la prima volta avevo guardato in giù, vidi che mi ero mosso sull’arco dell’emisfero delle terre emerse, per tutta la parte compresa tra la sua metà e la sua fine, dal meridiano di Gerusalemme fino al meridiano di Cadice, così che al di là di Cadice potevo scorgere le colonne d’Ercole, il varco del folle viaggio di Ulisse, e al di qua, a oriente, la spiaggia fenicia sulla quale la ninfa Europa divenne un dolce peso per il dorso di Giove che la rapì trasformato in toro. E più ancora mi sarebbe stato visibile l’aspetto dell’aiuola terrestre, ma sotto i miei piedi il sole procedeva lontano da me più di un segno dello Zodiaco, trovandosi in Ariete mentre io mi trovavo nel segno dei Gemelli, nel cielo delle Stelle Fisse. La mia mente innamorata che sempre amoreggia con la mia donna, bruciava più che mai dal desiderio di portare gli occhi su di lei; e se la natura o l’arte hanno messo nelle creature o nelle loro raffigurazioni, bellezze tali da catturare gli occhi per fissarsi nella mente, tutte insieme esse sembrerebbero niente confrontate con la bellezza divina che mi rifulse negli occhi quando mi voltai verso il volto di Beatrice che rideva. E la virtù che quello sguardo mi donò, mi sradicò dal bel nido di Leda -la costellazione dei Gemelli Castore e Polluce, figli della regina di Sparta-, e mi spinse nel cielo velocissimo del Primo Mobile, la nona sfera. Le sue parti lucentissime e altissime sono tanto uniformi che non so dire quale di esse scelse per me Beatrice. Ma lei che vedeva il mio desiderio di sapere dove mi trovassi, incominciò ridendo con tanta gioia che nel suo volto sembrava gioire Dio: «La natura dell’universo che mantiene fermo il suo centro, la Terra, e muove tutto il resto intorno ad esso, ha origine qui come dal suo limite, e questo cielo non ha altro dove che la mente di Dio, la quale è il suo spazio, e nella quale si accendono l’amore che lo fa vorticare, e la virtù che piove da esso sui cieli inferiori. Il cerchio di luce e amore dell’Empireo lo contiene come esso include gli altri cieli: e l’esistenza di quel cerchio può comprenderla solo Dio che lo abbraccia. Il suo movimento non è misurato da altri movimenti perché sono i moti degli altri cieli a essere misurati da questo cielo, come il numero dieci si commisura alla propria metà e alla propria quinta parte; e ormai ti può essere chiaro che il tempo ha le sue radici in questo vaso celeste, e negli altri ha le fronde. Oh cupidigia che anneghi sotto di te gli uomini finché nessuno può trarre il capo fuori dalle tue onde! Negli uomini la volontà fiorisce verso il bene ma la pioggia continua delle tentazioni trasforma le susine sane in bozzacchioni, frutti guasti. Fede e innocenza si trovano solo nei bambini, poi fuggono entrambe prima che le guance si coprano di peluria. Chi, quando balbetta ancora, osserva il digiuno della vigilia, poi, quando avrà la lingua sciolta, divora qualunque cibo in qualunque mese dell’anno. E qualcun altro, quando è piccolo e balbetta, ama e ascolta sua madre, ma poi, quando ha imparato a esprimersi compiutamente, vuole vederla sepolta. Così la pelle bianca si annerisce al primo mostrarsi della luce, la bella figlia del sole che la porta con sé di giorno e l’abbandona di sera. Tu per non meravigliarti pensa che non c’è sulla Terra chi governi -mancando la guida della Chiesa e la guida dell’Impero-, e così la famiglia umana si svia. Ma questi cieli superiori irradieranno i loro influssi prima che gennaio sverni del tutto inaugurando la primavera a causa della centesima parte del giorno che laggiù sulla Terra gli uomini trascurano, ma che si aggiunge giorno dopo giorno calcolando l’anno sul calendario giuliano: allora il fortunale della Provvidenza, tanto atteso, invertirà la rotta della flotta volgendo le prue dove ora sono le poppe, così che essa navigherà veloce e dritta verso il porto; e dopo il fiore verrà il vero frutto».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

Oh divina (parte XXVIII)

Oh divina (parte XXIX) 

Oh divina (parte XXX)

 

Claudio Rocco

 

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

 

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