domenica, 28 Novembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXXII)

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PARADISO

XXVIII

Poi che la donna che imparadisa la mia mente ebbe aperto la visione della verità sulla presente vita dei miseri mortali, come vede la fiamma di una torcia riflessa in uno specchio chi ne viene illuminato da dietro, non avendola vista o immaginata prima, e si gira per verificare se lo specchio gli dice la verità, e si accorge che l’immagine riflessa si accorda con l’oggetto reale come le note musicali con il loro ritmo: così la mia memoria ricorda che accadde a me che guardavo nei begli occhi di cui Amore fece il laccio per catturarmi. E quando mi voltai indietro e i miei occhi furono colpiti da ciò che appare nel cielo del Primo Mobile, come avviene ogni volta che si guardi bene dentro la sua orbita, vidi un punto che irradiava una luce così forte che gli occhi che essa abbacina sono costretti dalla sua straordinaria intensità a chiudersi: e la stella che appare dalla Terra più piccola sembrerebbe grande quanto la luna, se fosse paragonata a quel punto come stella a stella.

Tanto vicino, forse, a quel punto di luce quanto un alone sembra avvolgere da vicino la stella che lo colora con il suo chiarore quando il vapore che lo produce è più denso, intorno al punto girava un cerchio di fuoco fatto di angeli, così velocemente che avrebbe superato il movimento del Primo Mobile, il cielo che più veloce avvolge l’universo: e questo cerchio di fuoco era cinto da un altro, e quello dal terzo e il terzo poi dal quarto, il quarto dal quinto, e ancora dal sesto il quinto. Al disopra di tutti ruotava il settimo, di larghezza tanto ampia che Iride, l’arcobaleno messaggero di Giunone, pur completando il suo arco avrebbe una circonferenza troppo angusta per contenerlo intero. Così l’ottavo e il nono, e ciascun cerchio si muoveva più lentamente quanto più il suo numero d’ordine era distante dall’uno, da quel punto luminosissimo: e il cerchio che meno era distante da quella prima scintilla, la più pura, aveva la fiamma più viva, certo perché si invera di essa più degli altri angelici cerchi di fuoco, più contemplando e conoscendo l’essenza divina.

La mia donna che mi vedeva catturato da una grande incertezza, disse: «Da quel punto dipende il cielo, e tutta la natura. Contempla il cerchio che gli sta più vicino e sappi che il suo movimento è così rapido perché esso è stimolato da un amore bruciante». E io a lei: «Se l’universo fosse regolato con l’ordine che vedo in quei cerchi di angeli i quali girano intorno a Dio, ciò che hai detto mi avrebbe appagato, ma nell’universo sensibile si possono vedere i cieli tanto più vicini a Dio quanto più sono lontani dal centro della Terra. Per cui, se il mio desiderio deve trovare il suo termine in questo meraviglioso e angelico tempio che ha per confini solo amore e luce, allora è bene che io comprenda perché l’esempio e l’esemplare non vanno d’accordo: perché non si muovono allo stesso modo il modello – offerto dal mondo spirituale dei cieli angelici- e la sua copia, data dal mondo materiale dei cieli planetari; io da solo non arrivo a capirlo». «Non devi meravigliarti se le tue dita non sono sufficienti a sciogliere il nodo: si è fatto tanto stretto perché nessuno ha mai tentato!». Così Beatrice che poi aggiunse: «Se vuoi saziarti afferra bene quanto ti dirò e appuntisci su di esso la tua mente. I cieli materiali sono ampi e stretti secondo la maggiore o minore virtù che si distende in tutte le loro parti. Maggiore bontà irradia maggiore virtù salvifica, ed essa richiede un corpo più grande che la trasmetta e che sia omogeneo e perfetto in tutte le sue parti. Dunque il Primo Mobile che trascina nel suo giro tutto il resto dell’universo, corrisponde al cerchio che ama di più e che conosce di più: perciò, se applichi il tuo modo di giudicare alla virtù, e non all’aspetto esteriore delle sostanze angeliche che ti appaiono come cerchi concentrici, vedrai la mirabile corrispondenza tra la maggiore velocità e la maggiore virtù, e tra la minore velocità e una virtù minore, in ogni cielo, secondo la comprensione che ciascuno di essi ha di Dio».

Come rimane splendido e sereno l’emisfero del cielo che ha il suo limite nell’orizzonte, quando il vento del nord, Borea, soffia dalla guancia destra dov’è più debole, per cui la nuvolaglia che prima turbava il cielo si dirada e scompare, così che esso ride bello in ogni sua parte: così mi feci io, quando la mia donna mi offrì la sua risposta chiara, e la verità fu visibile come una stella nel cielo. Appena ella cessò di parlare, i cerchi angelici sfavillarono non diversamente da come fa faville un ferro incandescente. Ogni scintilla girava nel suo cerchio incendiato, ed erano tante che il loro numero s’inmilla avanzando nelle migliaia più di quanto fa il raddoppiare dalla prima all’ultima delle sessantaquattro caselle del gioco degli scacchi. Sentivo di coro in coro osannare il punto fisso che le tiene e le terrà sempre, nella sede nella quale sono da sempre.

E Beatrice che vedeva formarsi i dubbi nella mia mente, disse: «I primi cerchi di fuoco ti hanno mostrato Serafini e Cherubini. Assecondano così veloci i loro legami con Dio per assomigliare a Lui, il punto intorno a cui vorticano, quanto possono: e possono quanto si sublimano elevandosi nella sua visione. Quegli altri amori angelici che girano loro intorno si chiamano Troni dell’immagine divina, e concludono la prima terna di quei cori. E devi sapere che tutti godono quanto la loro vista si profonda nella verità in cui trova pace ogni intelligenza. Da ciò si può capire come l’essere beato si fondi nell’atto della visione, non in quello di amare, che lo segue. E misura del vedere è il merito che la grazia e la buona volontà partoriscono: così si procede di grado in grado nella gerarchia delle beatitudini. L’altra terna che germoglia in questa primavera eterna tanto che l’autunno, notturno Ariete, non riesce a spogliare, canta in perpetuo “Osanna” con tre melodie che suonano nei tre ordini di letizia nei quali l’unità di quell’ordine angelico si divide. In questa gerarchia sono le altre intelligenze celesti: prima Dominazioni, poi Virtù, e il terzo ordine è delle Potestà. Poi nel terzultimo e nel penultimo dei cerchi tripudianti roteano Principati e Arcangeli; l’ultimo è tutto dei giochi festosi degli Angeli. Questi ordini guardano tutti contemplando verso l’alto, e in basso impongono la loro influenza: in questo modo sono tutti attratti da Dio e tutti attraggono a Dio. Dionigi l’Areopagita si mise a contemplare questi ordini con tanto desiderio di conoscerli da dare ad essi il nome, e li distinse come ti ho detto. Poi Gregorio I papa si allontanò dalla sua dottrina, ma appena aprì gli occhi in questo Paradiso rise di se stesso. E non devi meravigliarti se Dionigi, un uomo, è riuscito a spiegare agli uomini una verità tanto segreta, occulta e misteriosa, perché gliela svelò san Paolo che ne ebbe la visione quassù, assieme a molte altre verità di questi cieli».

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Canto XXIX

Per un tempo brevissimo i figli di Latona, il sole e la luna, riparati nelle costellazioni contrapposte dell’Ariete e della Bilancia, formano insieme la cintura dell’orizzonte: dal momento in cui lo Zenit, il punto dove la sfera celeste incontra la perpendicolare alzata dalla superficie terrestre, tiene sole e luna in equilibrio sul piano dell’orizzonte come due piatti della bilancia equidistanti da sé, fino al momento in cui l’uno e l’altra si liberano da quella cintura cambiando emisfero. In quell’istante il sole e la luna si scambiano sito tramontando il primo a nord nell’emisfero boreale e la luna sorgendo a sud in quello australe. Per un tempo ugualmente breve Beatrice restò in silenzio, col volto dipinto dal sorriso, guardando fissamente nel punto che mi aveva abbagliato.

Poi cominciò: «Ti dico quello che vuoi ascoltare, senza domandartelo perché l’ho visto in Dio che contiene ogni ubi/dove e ogni quando. L’amore eterno si schiuse in nuovi amori, gli angeli, non per acquisire per sé il bene, perché ciò non può essere, ma perché risplendendo nelle sue creature il suo splendore potesse dire “Subsisto/Sono”, nella sua eternità fuori dal tempo, fuori da ogni altro confine, come gli piacque. E prima della Creazione non restò inattivo, poiché il trascorrere di Dio sopra questi cieli cristallini come acque non avvenne né prima né dopo. Congiunte e pure forma e materia emersero all’esistenza priva di imperfezioni, come le tre saette lanciate dall’arco a tre corde della Trinità. E come un raggio risplende nel vetro, nell’ambra o nel cristallo, senza intervallo dal momento in cui giunge al momento in cui brilla dentro l’oggetto, così la conseguenza della triplice azione del loro re tutta insieme irradiò nell’essere degli angeli, in origine senza distinzione tra pura forma, pura materia, e unità di forma e materia. Insieme con le sostanze triformi fu creato e stabilito il loro ordine nell’universo. E nell’Empireo sopra tutti i cieli furono posti gli angeli, le sostanze create come atto puro; mentre la pura potenza, la materia, fu collocata sulla Terra, la parte più bassa dell’universo; nel mezzo, i cieli tengono stretti potenza e atto con un legame così forte che non sarà mai sciolto. Gerolamo -monaco e asceta e poi consigliere del papa e difensore della vera fede- scrisse che molti secoli trascorsero tra la creazione degli angeli e quella del mondo sensibile, ma la verità che ti ho spiegato è stata scritta in molti testi della Bibbia dagli scrittori dello Spirito Santo, che hanno scritto sotto il suo dettato, e te ne accorgerai se consideri bene la questione: e anche la ragione la vede chiaramente perché non può ammettere che gli angeli, motori dei cieli, possano essere rimasti tanto tempo privi dei cieli, privati della propria perfezione che si esplica nel muovere i cieli. Ora sai dove, quando e come furono creati gli angeli, e dunque sono soddisfatte tre domande poste dal tuo desiderio di sapere. Contando non si giungerebbe al numero venti così presto come trascorse velocemente il tempo dalla Creazione fino al momento in cui precipitò a sconvolgere la Terra quella parte degli angeli ribelli che cadde con Lucifero. L’altra restò nei cieli e iniziò questo ufficio a cui assisti con tanta gioia, e non smette mai di girare intorno a Dio. Causa della caduta fu il maledetto insuperbirsi di Lucifero che hai visto schiacciato da tutti i pesi del mondo. Quelli che invece vedi qui furono umili nel riconoscersi frutto della bontà che li aveva resi così capaci di comprendere il mistero di Dio: perché la loro visione fu esaltata dalla grazia illuminante e dal loro merito, tanto da dare ad essi una piena e ferma volontà di contemplare Dio. E non devi dubitare ma anzi devi essere certo che ricevere la grazia si deve al merito di desiderarla, tanto maggiore quanto lo è la disposizione a riceverla. Ora, se hai fatto tue le mie parole, senza altro aiuto puoi contemplare molto intorno a questo collegio di angeli. Ma poiché sulla Terra, nelle vostre scuole di teologia, si legge che la natura angelica è tale che comprende, ricorda e vuole, parlerò ancora perché tu veda la pura verità che laggiù sulla Terra viene confusa equivocando tale insegnamento. Queste sostanze angeliche gioiose del volto di Dio, da quando furono create non distolgono mai lo sguardo da esso a cui nulla si nasconde, perché la loro visione non è interrotta da un nuovo oggetto che si frapponga, e perciò non hanno bisogno di ricordare come se un concetto si fosse allontanato dalla mente e dovesse esserne richiamato. Nella loro visione è sempre tutto presente. Così sulla Terra, credendo o meno di dire la verità, gli uomini sognano anche quando non dormono, ma in chi sa di dire il falso c’è più colpa e più vergogna. Voi uomini, filosofando, non percorrete un unico sentiero: tanto vi trasporta l’amore dell’apparenza e la preoccupazione di apparire! E in cielo ciò è tollerato con sdegno minore di quello provato quando le Sacre Scritture sono trascurate o stravolte. Gli uomini non pensano quanto sangue costa seminarle nel mondo, e quanto piace a Dio chi si accosta umilmente ad esse. Per apparire, ciascuno si ingegna e lavora di fantasia: e i predicatori parlano di quelle fantasie e tacciono del Vangelo. Uno dice che durante la passione di Cristo la luna volse indietro il suo corso e si interpose tra il sole e la Terra impedendo alla luce di giungervi: e mente, perché la luce si nascose da sé, perciò tale eclissi fu visibile agli Spagnoli, agli Indiani, come ai Giudei, in ogni parte dell’emisfero abitato. Firenze non ha tanti Lapi e Bindi quante simili favole ogni anno vengono gridate dal pulpito, da una parte all’altra; sicché le pecorelle, che non sanno, tornano dal pascolo pasciute di vento, e non le assolve il non vedere il danno della mancata conoscenza dei Testi Sacri. Cristo non disse agli apostoli, sua prima comunità: “Andate e predicate al mondo ciance”; ma diede loro un fondamento di verità, e quell’insegnamento risuonò sulla loro bocca, a tal punto che nel combattere per accendere la fede fecero del Vangelo scudo e lance. Ora si va a predicare con facezie e insulsaggini, e, purché si rida, i frati gonfiano il loro cappuccio di vanagloria, e non chiedono altro. Ma nella punta del cappuccio si annida il demonio, un uccello tale che se il popolo lo vedesse comprenderebbe che non vale nulla l’indulgenza in cui confida e a causa della quale sulla Terra è cresciuta tanta stoltezza che la gente accorrerebbe ad ogni promessa di remissione dei peccati, anche non autorizzata dalla Chiesa. Di questo ingrassa il porco di sant’Antonio, e molti altri che sono ancora più porci, che pagano con monete false come fanno i monaci del santo che allevano i maiali con le elemosine dei contadini. Ma poiché ci siamo molto allontanati dall’argomento, rivolgi nuovamente l’attenzione alla via maestra del ragionamento in modo che insieme con il poco tempo che resta da trascorrere in questo cielo, anche la strada sia più breve. Di grado in grado, questa natura angelica si eleva tanto nel numero che non è mai esistita lingua o concetto umano che possa seguirla, e se guardi ciò che è stato rivelato dal profeta Daniele, vedrai che il numero degli angeli è altissimo seppure determinato. La natura angelica riceve la luce di Dio che la illumina tutta, in tanti modi quanti sono gli angeli ai quali essa si unisce: per cui, poiché alla visione di Dio segue l’amore, in quella visione può scottare o essere tiepida la dolcezza dell’amare Dio. Ormai puoi comprendere l’altezza suprema e la bontà dell’eterno valore che ha creato tanti specchi in cui frantumarsi, tante creature a cui donarsi rimanendo uno in se stesso come prima della Creazione».

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Canto XXX

Forse seimila miglia lontano brucia l’ora sesta, il mezzogiorno, dal punto in cui la Terra china già la sua ombra quasi sul piano dell’orizzonte quando, altissima su di noi uomini, il centro della volta celeste comincia a farsi talmente chiara al nostro sguardo che qualche stella diventa invisibile nel fondo dell’universo. E come più avanza la chiarissima ancella del sole, l’aurora, il cielo si spegne di stella in stella, fino alla più bella. Non diversamente a poco a poco venne meno alla mia vista il trionfo degli angeli, sempre in festa intorno a quel punto luminoso che mi aveva abbagliato apparendo contornato da quei fuochi angelici che abbraccia: per cui l’esaurirsi della visione, e l’amore, mi spinsero a tornare con gli occhi a Beatrice. Se quanto è stato detto fin qui di lei fosse raccolto tutto in una sola lode, essa sarebbe insufficiente ad adempiere al compito. La bellezza che vidi travalica non solo la nostra capacità di comprensione ma so per certo che soltanto il suo creatore può goderla interamente. Mi riconosco vinto da questa impresa, più di quanto un autore comico o tragico -scrittore di cose umili oppure di argomenti elevati- sia mai stato sopraffatto dal punto chiave del tema che deve svolgere, poiché, come la luce solare negli occhi più deboli e tremuli, il ricordo del dolce sorriso di Beatrice m’indebolisce la mente. Dal primo giorno che nella mia vita vidi il suo sguardo, fino a questa visione celeste, non è stato proibito alla mia poesia di seguire la sua bellezza, ma ora il mio correrle dietro, poetando, deve desistere come accade a ogni artista davanti al punto limite delle sue possibilità.

Quale la affido a una voce più potente di quella della mia tromba, che ormai porta a conclusione la sua ardita materia, Beatrice con atteggiamento e voce di condottiero deciso ricominciò: «Noi siamo usciti fuori dal corpo celeste più grande, il Primo Mobile, al cielo che è pura luce: l’Empireo, luce intellettuale, piena d’amore; amore di vero bene, colmo di gioia; gioia che trascende ogni dolcezza. Qui nell’Empireo vedrai entrambi gli eserciti del Paradiso, i beati e gli angeli, e vedrai i primi con l’aspetto che avranno quando sarà compiuta la giustizia del Giudizio Universale».

Come un lampo improvviso che disperda gli spiriti visivi, annientando la facoltà della vista, tanto da privare gli occhi della capacità di guardare oggetti più luminosi, così la vivida luce dell’Empireo mi rifulse attorno e mi lasciò avvolto da un tale velo del suo fulgore che non vedevo altro.

«L’amore che appaga questo cielo tenendolo fermo, accoglie sempre in sé con questo saluto per disporre il beato che vi è stato eletto a sopportare la sua visione, come una candela che viene resa adatta a sostenere la sua fiamma».

Non giunsero queste brevi parole a fissarsi in me più rapidamente di quanto mi resi conto che stavo superando il limite delle mie facoltà, e mi riaccesi di una vista nuova e tale che nessuna luce era lì tanto pura che i miei occhi non potessero sostenerla. E vidi una fonte di luce nella forma di un fiume sfolgorante di splendore, tra due rive dipinte dei fiori di una meravigliosa primavera. Dal fiume uscivano scintille vive -gli angeli- che da ogni parte si posavano nei fiori -le anime beate-, quasi rubini incastonati nell’oro; poi come inebriate dai profumi le scintille si tuffavano di nuovo nel mirabile gorgo di luce, e se una entrava l’altra balzava fuori. «Il desiderio sublime che ora ti infiamma e urge dentro di te, di aver notizia di ciò che vedi, mi piace tanto quanto più è turgido, ma prima che la tua grande sete si sazi devi bere quest’acqua»: Questo mi disse il sole dei miei occhi. E soggiunse anche: «Il fiume e i topazi che vi entrano ed escono, e il riso dei fiori e delle piante, sono prefigurazione della loro verità che lasciano solo intravedere, come nell’ombra; non perché queste cose non siano ancora mature, ma per i limiti della tua vista che non possiede ancora occhi tanto penetranti».

Non esiste lattante che, svegliatosi molto più tardi del solito, si avventi con la bocca verso il latte materno così prontamente, come fui pronto io a chinarmi sull’acqua per fare dei miei occhi specchi più fedeli: su quell’acqua che scorre affinché gli uomini contemplandola diventino migliori. E appena i miei occhi sotto le ciglia, gronde delle mie palpebre, bevvero da quel fiume di luce, esso mi apparve trasformato: la sua lunghezza era diventata ampiezza circolare. Poi, come le persone che si sono mascherate sembrano diverse da prima appena si svestono dell’aspetto che non gli è proprio, nel quale era scomparsa la loro identità, così cambiarono sotto i miei occhi in un tripudio più grande i fiori e le scintille, e io potei vedere entrambi gli eserciti del cielo nella loro vera identità di angeli e di beati. Splendore di Dio che mi hai concesso di contemplare il sublime trionfo del regno infallibile, dammi la virtù necessaria a descriverlo così come l’ho visto!

C’è lassù nell’Empireo un fiume di luce che rende visibile il Creatore ad ogni creatura che soltanto in Lui trova la sua pace. Il fiume si distende in una forma circolare tanto ampia che la sua circonferenza sarebbe una cintura troppo larga per il sole: appare interamente come un raggio riflesso sulla sommità del cielo del Primo Mobile che da esso prende la vita e il potere di trasmetterla ai cieli inferiori. E come un declivio specchia le sue falde nell’acqua, come per ammirarsi tutto adorno di piante e di fiorellini quando in primavera ne è ricco, così vidi le anime, quanto di noi uomini ha fatto ritorno nel cielo, specchiarsi in quel raggio sovrastandolo tutto intorno da infinite gradinate. E se quella più bassa raccoglie in sé una luce tanto forte, quanto deve essere immensa la grandezza di questa rosa di angeli e di beati fino ai suoi petali più distanti! La mia vista non si smarriva in quell’ampiezza e in quell’altezza, ma riusciva a cogliere tutta la molteplicità e la varietà di quell’allegria di beatitudini. Vicino e lontano, lì, non aggiungono e non tolgono, perché dove governa Dio attraverso se stesso, senza bisogno d’altro, non hanno alcun ruolo le leggi della natura.

Nel giallo che colora l’interno della rosa perpetua mi condusse Beatrice mentre tacevo e avrei voluto parlare ma non potevo: la rosa eterna che si apre in giri di petali via via più elevati, e si dilata e sprigiona profumo di lode al sole che illumina sempre quella primavera. E disse: «Contempla la vastità dell’assemblea delle stole bianche, i beati che sono qui in anima e in corpo! Ammira quanto spazio racchiude la nostra città, Gerusalemme celeste! Ammira i nostri seggi occupati in tal numero che pochi beati vi sono ancora attesi. E in quel gran seggio, sul quale tieni gli occhi attratti dalla corona che già vi è collocata sopra, prima che tu venga a cenare a queste nozze -lasciando la tua vita terrena- siederà l’anima del nobile Enrico VII che sulla Terra sarà rivestita dell’autorità imperiale, il quale verrà troppo presto per raddrizzare l’Italia, prima che essa sia disposta ad essere ricondotta sul giusto cammino. La cieca cupidigia che ammalia gli uomini, vi ha reso simili al lattante che muore di fame ma caccia via la balia. E allora a capo della Chiesa verrà posto Clemente V, un tale che con l’imperatore non terrà una sola condotta, mostrandola favorevole di fronte a lui mentre in segreto gli è avversa. Ma Dio lo sopporterà per poco nel santo compito di guidare la Chiesa, ed egli verrà precipitato nell’Inferno, là dove Simon Mago merita di trovarsi: il mago di Samarìa respinto da Pietro cui aveva offerto denaro perché l’apostolo gli donasse il potere di dare lo Spirito Santo con l’imposizione delle mani. E l’arrivo di Clemente nella fossa dei papi simoniaci caccerà più sotto Bonifacio VIII, quello che fu schiaffeggiato ad Anagni».

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Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

Oh divina (parte XXVIII)

Oh divina (parte XXIX) 

Oh divina (parte XXX)

Oh divina (parte XXXI)

 

Claudio Rocco

 

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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