domenica, 28 Novembre, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante (parte XXXIII)

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PARADISO

Canto XXXI

In forma dunque di candida Rosa mi si mostrava la milizia santa dei beati che Cristo sposò nel suo sangue; e l’altra, la milizia degli angeli, che volando contempla e canta la gloria di Colui che la innamora, e la sua bontà che la rende felice fino a questo punto, scendeva nel grande fiore che si adorna di tanti petali come uno sciame di api che ora s’infiora e ora torna nell’alveare dove il suo lavoro si insaporisce trasformando il nettare in miele, e poi risaliva là dove il suo amore soggiorna per sempre.

Tutti avevano i volti di fiamma viva, e le ali d’oro e l’abito tanto bianco che non c’è neve che raggiunga quel limite di candore. Quando gli angeli scendevano nel fiore, di corolla in corolla, porgevano ai santi quanto di pace e ardore di carità acquistavano ventilando le ali verso Dio. E l’interporsi di tanta moltitudine volante tra l’alveare e il fiore, tra Dio e il calice della Rosa non interrompeva la visione né offuscava lo splendore che emanava: perché la luce divina penetra per l’universo a seconda di quanto le sue parti sono degne di riceverla, così che nulla può esserle di impedimento. Aveva occhi e amore rivolti a un unico obiettivo questo regno sicuro e gioioso, molto abitato da gente dell’Antico e del Nuovo Testamento, da quanti sperarono in Cristo e da quanti credettero in lui nato e risorto dopo la morte. Oh luce che emani da tre persone e da un’unica stella scintilli agli occhi dei beati appagandoli perfettamente! Guarda quaggiù alla tempesta in cui siamo messi!

Se i barbari che vengono dalla regione del Nord dove ogni giorno dell’anno è coperto nel cielo dalla ninfa Elice che vi transita seguendone la rotazione con suo figlio Arcade -lei amata da Giove che l’aveva trasformata nella costellazione dell’Orsa maggiore, mettendole accanto il figlio da cui ella non voleva separarsi-: se quei barbari rimasero stupefatti vedendo Roma e la sua complessa costruzione, quando il Laterano fu posto al di sopra delle cose mortali prefigurando come sede dei papi la Città di Dio, io che ero venuto al divino dall’umano, all’eterno dal tempo, e da Firenze a un popolo giusto e salvo, di quale stupore dovevo traboccare! Certo, preso tra di esso e la gioia, ero contento di non udire nulla e di restare in silenzio. E come il pellegrino ricrea il proprio animo nel santuario dove ha fatto voto di recarsi, e si guarda intorno sperando già di raccontare, al ritorno, com’è fatto, io passeggiando sulla luce viva portavo gli occhi per la gradinata, ora su, ora giù, ora girandoli attorno. Vedevo volti persuasi alla carità, fregiati della luce di Dio e del loro stesso sorriso, e atti adorni di ogni dignità.

La forma generale del Paradiso aveva già tutto colmato il mio sguardo non ancora soffermatosi a fissare alcuna sua parte, e mi voltai verso la mia donna con ravvivato desiderio di domandarle cose delle quali la mia mente era incerta. Attendevo lei ma mi rispose un altro: credevo che avrei visto Beatrice e vidi invece un vecchio vestito come vestono le anime gloriose, di una stola bianca. Aveva occhi e guance soffusi di benevola letizia, in atteggiamento affettuoso quale si conviene a un tenero padre. E «Dov’è lei?» chiesi subito. Al che egli: «Per soddisfare il tuo desiderio Beatrice mi ha indotto a lasciare il mio posto, e se guardi su nel terzo giro a partire dal gradino più alto, tu la rivedrai sul trono che i suoi meriti le hanno assegnato». Senza rispondere alzai gli occhi e la vidi che si faceva corona riflettendo dal volto i raggi eterni. Nessuno sguardo di un uomo che s’inabissi nel mare più profondo sarebbe tanto distante da quella regione dello spazio più alto dove nascono i tuoni, quanto distava lì il mio sguardo da Beatrice, ma la distanza non indeboliva la visione perché la sua immagine scendeva verso di me pura, non alterata dall’atmosfera.

«O donna che dai vigore alla mia speranza, e che per la mia salvezza hai sopportato di lasciare le tue impronte nell’Inferno, delle tante cose che ho visto, della grazia e della forza che me lo hanno consentito, mi riconosco debitore alla tua potenza e alla tua bontà. Tu mi hai tratto dalla servitù alla libertà, per tutte le strade e in tutti i modi che avevi il potere di percorrere. Custodisci in me la tua magnificenza, così che la mia anima, che hai sanato, si distacchi, a te cara, dal mio corpo». Così pregai; e lei tanto lontana quanto appariva sorrise e mi guardò; poi tornò all’eterna fonte della luce. E il vecchio santo: «Perché tu compia perfettamente il tuo cammino per il quale mi hanno mosso preghiera e amore santo», disse, «vola con gli occhi per questo giardino: ammirarlo renderà il tuo sguardo capace di salire ancora più su per il raggio divino. E la Regina del cielo per la quale brucio tutto d’amore, ci farà ogni grazia perché io sono il suo fedele Bernardo».

Come chi è venuto forse dalla Croazia per vedere la nostra Veronica -il velo, custodito nella Basilica di san Pietro a Roma, con cui una donna asciugò il volto insanguinato di Cristo sulla via del Calvario-, e non si sazia mai di ammirarla perché è tanto che lo desidera, e nel pensiero finché l’immagine resta esposta dice: “Signore mio Gesù Cristo, Dio vero, era fatto così il Tuo aspetto?”; tale era la mia condizione interiore mentre ammiravo l’inesauribile carità di san Bernardo che in questo mondo terreno gustò quella pace paradisiaca nella contemplazione, a Clairvaux nell’abbazia che fondò e di cui fu il primo abate, egli che ispirò la cavalleria, diede la regola ai Templari, e predicò la seconda crociata. «Figliolo della Grazia», cominciò san Bernardo, «non conoscerai questa felicità tenendo gli occhi sempre rivolti in giù, verso il fondo della candida Rosa, guarda invece i suoi petali fino al più lontano e allora vedrai sedere la regina alla quale questo regno è suddito e devoto».

Alzai gli occhi; e come al mattino la parte orientale dell’orizzonte supera in luminosità quella dove il sole declina, così, come andando con gli occhi da valle a monte, vidi sulla gradinata più alta una parte superare per luminosità quella di fronte. E come sulla Terra il cielo s’infiamma di più nel punto dove è attesa l’alba guidata senza perizia da Fetonte al timone del carro solare, e da una parte e dall’altra scema la luce, così quell’orifiamma di pace, stendardo con fiamme d’oro, si ravvivava al centro mentre nelle altre parti la fiamma diminuiva d’intensità in modo uguale. E in quel centro vidi infiniti angeli festanti con le ali aperte, ciascuno diverso nello splendore e nel modo di manifestare la sua gioia. Qui vidi sorridere ai loro giochi e ai loro canti la bellezza della Vergine Maria, una bellezza tale che risplendeva come letizia negli occhi di tutti gli altri santi; e se possedessi tanta ricchezza nel dire quanta ne ho nell’immaginare, non avrei il coraggio di provare minimamente a descrivere la delizia che dava la sua visione. Come Bernardo vide i miei occhi farsi fissi e attenti nel calore di quel calore, volse i suoi verso Maria, con tanto amore da rendere i miei ancora più desiderosi di ammirarla.

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Canto XXXII

Assorto nel piacere di contemplare Maria, san Bernardo assunse liberamente il compito di maestro e cominciò a parlarmi con queste parole sante: «La piaga che Maria richiuse e curò con unguenti, l’aveva aperta e inasprita Eva, quella donna tanto bella che sta ai suoi piedi. Nell’ordine composto dal terzo giro dei seggi, petali della Rosa celeste, al di sotto di Eva siede Rachele con Beatrice, come puoi vedere -Rachele che Giacobbe sposò dopo aver sposato Lia, e dalla quale ebbe Giuseppe. Sara, moglie di Abramo che seguì dalla Mesopotamia in Egitto e poi in Palestina e al quale partorì Isacco; e Rebecca madre di Giacobbe e moglie di Isacco; Giuditta che uccise Oloferne liberando la città ebraica di Betulia dall’assedio degli Assiri; e Ruth che fu bisavola di David, il re cantore che scrisse e recitò il Salmo “Miserere mei/misericordia di me” per il dolore del peccato commesso abusando di Betsabea e preparando la morte di suo marito in guerra; tutte puoi vederle di gradino in gradino disporsi così come vado nominandole mentre con lo sguardo vado giù per la Rosa, di petalo in petalo, di seggio in seggio. E dal settimo gradino in giù, o guardando, al contrario, dal basso fino al settimo, stanno le donne ebree, la cui disposizione divide da una parte e dall’altra tutti gli ordini dei gradini, petali del fiore, perché, secondo la direzione che ebbe la fede in Cristo -nel Cristo che sarebbe venuto e nel Cristo nato-, esse sono la parete che divide le sacre scalinate, corolla degli ordini beati. Da questa parte dove il fiore è maturo in tutti i suoi petali, dove, alla sinistra delle Ebree, sono tutti occupati i seggi, sono seduti coloro che credettero nel Cristo che sarebbe venuto per incarnarsi; dall’altra parte, dove i semicerchi sono contrappuntati da seggi vuoti che attendono i beati che verranno ad occuparli, stanno quanti tennero lo sguardo verso Cristo credendo in lui sceso sulla Terra come uomo tra gli uomini. E come da una parte questa grande separazione è segnata dal glorioso trono della signora del cielo, Maria, e sotto di esso dai seggi delle altre donne nominate prima, così, di fronte, ha la stessa funzione il seggio del grande Giovanni Battista che sempre santo soffrì il deserto della Giudea dove predicò l’avvento del regno dei cieli, e soffrì il martirio -con il taglio della testa ordinato da Erode Antipa, governatore della Palestina, per premiare Salomè che lo aveva sedotto con la danza, la figlia della sua amante Erodiade e di suo fratello Erode Filippo I; poi il Battista soffrì l’Inferno nel Limbo per due anni, fino alla morte di Gesù. Sotto il suo scranno nella Rosa celeste ebbero in sorte di fare da divisorio i seggi di san Francesco, san Benedetto da Norcia e sant’Agostino -che trovò la morte a Ippona difendendola dai Vandali di Genserico- e di altri fino alla base, di gradinata in gradinata. Ora ammira l’imperscrutabile Provvidenza divina che colmerà dei suoi ultimi petali questa Rosa, ugualmente con l’uno e l’altro aspetto della fede: la fede in Cristo che sarebbe venuto e la fede nel Cristo venuto; e sappi che dal gradino che taglia a metà i due emicicli, giri di petali, fino in giù, siedono i beati non per merito proprio ma per merito altrui e a certe condizioni: qui sono tutti gli spiriti sciolti dal corpo prima che fossero in grado di compiere vere scelte morali, sono i beati bambini. Se li guardi bene e li ascolti con attenzione, te ne accorgerai facilmente dai volti e anche dalle voci puerili. Ora dubiti, e dubitando circa l’età alla quale i morti risorgeranno, taci. Ma io scioglierò il nodo intricato che stringe i tuoi pensieri sottili. Dentro l’ampiezza di questo regno nessun punto può avere una collocazione casuale, non tristezza, non sete o fame: perché tutto quello che vedi è stabilito dalla legge eterna in modo giusto, come l’anello corrisponde al dito. E perciò queste anime giunte precocemente alla vera vita, non sono qui differenziate tra loro sine causa/senza ragione, in gradi più o meno elevati di beatitudine. Il Re grazie al quale questo regno Empireo riposa in tanto amore e in tanta gioia che nessuna volontà osa desiderare di più, creando tutte le anime nella sua letizia, a suo piacere le dota di grazia in misura diversa; e qui basti affermare il fatto, senza tentare di capirne le cause. E ciò è stato espresso e chiaramente comunicato a voi uomini dalle sante Scritture a proposito dei gemelli Esaù e Giacobbe, che già nel ventre della madre Rebecca, posseduti dall’ira combattevano tra di loro: e Giacobbe era destinato a defraudare Esaù del diritto della primogenitura, e della benedizione del padre Isacco, eppure era il preferito di sua madre Rebecca e il prescelto da Dio col quale lottò e che gli diede il nome di Israele. Perciò è giusto che l’altissima luce di tanta grazia coroni degnamente le anime nel grado diverso scelto da Dio, come è diverso il colore dei capelli. Dunque, senza merito delle loro azioni, sono collocati su gradini differenti, diversi solo nell’intensità della grazia donata loro in origine. Nei secoli nuovi, all’inizio del mondo, per avere la salvezza bastava, con l’innocenza, la sola fede dei genitori, e dopo che si furono concluse le prime età, bisognò che i maschi venissero circoncisi per rendere le loro innocenti ali forti tanto da volare in cielo. Ma quando giunse il tempo della Grazia, questa innocenza degli spiriti bambini fu relegata laggiù nel Limbo se priva del perfetto battesimo di Cristo. Ora ammira il volto che assomiglia di più a quello di Cristo perché soltanto la sua luminosità ti può disporre a vedere Dio».

E vidi piovere su Maria tanta gioia portata dalle menti sante degli angeli create a trasvolare per quell’altezza, che tutto ciò che avevo visto prima non mi tenne sospeso in una ammirazione così grande quanta ne provai allora, né mai prima mi si mostrò una così grande somiglianza con Dio. E quell’amore che per primo discese su di lei cantando “Ave Maria, gratia plena/Ave Maria, piena di grazia”, distese le sue ali dinanzi a lei. Al divino canto rispose da ogni parte la corte beata, e l’aspetto di ogni santo si fece più sereno.

«O santo padre che per me accetti di essere quaggiù, nel centro della candida Rosa, lasciando il dolce luogo nel quale siedi per eterno destino, quale angelo è quello che guarda così giocoso la nostra regina negli occhi, innamorato al punto da sembrare di fuoco?». Così ricorsi ancora alla dottrina di colui che si adornava della bellezza di Maria come la stella mattutina di Venere fa del Sole.

E san Bernardo mi rispose: «Quante ce ne possono essere in un angelo e in un’anima, sicurezza in sé e letizia sono tutte in lui, e così noi santi vogliamo che sia -noi la cui volontà coincide con quella di Dio-, perché è lui, l’arcangelo Gabriele, che portò sulla Terra la palma dell’Annunciazione a Maria, quando il Figlio di Dio volle caricarsi del nostro corpo. Ma ora segui con gli occhi il procedere del mio discorso e nota i grandi patrizi di questo impero giustissimo e pio. Quei due che siedono lassù più felici perché vicinissimi all’Augusta Vergine, sono come due radici di questa Rosa: colui che le sta accanto, a sinistra, è il padre Adamo a causa della cui superba trasgressione la specie umana gusta tanta amarezza; a destra vedi san Pietro, l’antico padre della Santa Chiesa a cui Cristo raccomandò le chiavi di questo nobile fiore del Paradiso. E siede accanto a lui san Giovanni che prima di morire vide tutti i tempi della sofferenza della Chiesa, la bella sposa che ottenemmo con la lancia e con i chiodi del martirio di Cristo; e accanto all’altro siede Mosè il condottiero sotto il quale vissero di manna gli Ebrei, gente ingrata, volubile e ritrosa nell’obbedire ai precetti divini. Di fronte a Pietro vedi sedere Anna, madre della Vergine, tanto contenta di ammirare sua figlia da cantare “Osanna” senza distogliere lo sguardo da lei; e di fronte al primo padre di famiglia siede Lucia che indusse Beatrice, la tua donna, a muoversi in tuo soccorso quando chinasti in terra lo sguardo precipitando, respinto dalle tre fiere sul colle. Ma poiché fugge il tempo della visione che ti mantiene sospeso come nel sonno, qui metteremo il punto, come il buon sarto che fa la veste con il panno che possiede, e volgeremo gli occhi al primo amore in modo che guardando verso di esso, tu possa penetrare quanto è possibile nel suo fulgore. Veramente, affinché muovendo le ali tu non arretri credendo di avanzare, occorre pregare per chiedere la grazia, la grazia da colei che può aiutarti. E mi seguirai col sentimento in modo da non tenere il tuo cuore lontano dalle mie parole». E cominciò questa santa preghiera:

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Canto XXXIII

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e grande più di ogni altra creatura, termine di salvezza stabilito dall’eterno decreto di Dio, sei tu che hai nobilitato la natura umana così che il suo Creatore non disdegnò di farsi sua creatura. Nel tuo ventre si riaccese il patto d’amore tra Dio e gli uomini, grazie al cui calore questo fiore -la Rosa celeste- è germogliato così nella pace eterna. Qui sei per noi fiaccola di carità accesa come il sole di mezzogiorno, e giù, tra i mortali, sei fontana viva, inesauribile, di speranza. Sei tanto grande, Signora, e tanto grande è il tuo valore che colui che aspira alla Grazia e non ricorre a te vede il suo desiderio volare senza ali. La tua benevolenza non solo soccorre chi chiede, ma molte volte liberamente anticipa la preghiera. In te la misericordia, in te la pietà, in te la magnificenza dell’offerta d’amore, in te si raccoglie quanta bontà è in ogni creatura. Ora, costui che dall’infima voragine infernale dell’universo, salendo fino a qui, ha visto ad una ad una le condizioni spirituali delle anime, ti supplica, per grazia, di infondergli tanta virtù che possa innalzare lo sguardo più in alto, verso l’ultima salvezza, il suo termine definitivo, Dio. E io, che arsi di desiderio di vedere Dio mai più di quanto desidero che Dante Lo veda, ti porgo tutte le mie preghiere -e prego che siano sufficienti- perché con le tue preghiere lo liberi da ogni nube della sua condizione mortale, così che gli si manifesti la somma bellezza della verità. Ti prego ancora, Regina che puoi ciò che vuoi, di conservare sani i suoi sentimenti -e le sue percezioni, e la sua memoria-, dopo tanto vedere. La tua protezione gli consenta di vincere su ciò che in lui è mortale, passioni e intelligenza umane: vedi Beatrice con quanti beati congiunge le mani associandosi alle mie preghiere!».

Gli occhi di Maria, diletti e venerati da Dio, fissi in san Bernardo che pregava, ci mostrarono quanto le sono gradite le preghiere fedeli e sincere; quindi si rivolsero alla luce eterna, che nessun’altra creatura può vedere chiaramente come la Vergine. E io che mi avvicinavo, come dovevo, al termine di tutti i desideri, la fiamma del desiderio consumai dentro di me. Bernardo mi faceva cenni e sorrideva perché guardassi in su, ma già da solo avevo fatto quanto voleva: e la mia vista divenendo sempre più chiara penetrava più e più nel raggio dell’alta Luce che si avvera da sé. Da qui in avanti la mia vista superò le possibilità di riferire quel che vidi, di cui dispone la lingua umana la quale cede di fronte a tale visione come cede la memoria di fronte a una prova così soverchiante.

Come colui che malgrado stia sognando vede, ma dopo il sogno resta impresso nella sua mente soltanto il sentimento delle cose mentre il contenuto del sogno non torna alla mente: nella medesima condizione mi trovo io sentendo ora venir meno quasi del tutto la mia visione che ancora mi distilla nel cuore la dolcezza che da essa era sgorgata. Così la neve si scioglie al sole; così al vento il responso della Sibilla si perdeva sulle foglie leggere. O somma Luce che tanto trascendi l’intelligenza umana, restituisci alla mia memoria un po’ di quel che apparivi, e fai la mia lingua tanto potente ch’io possa lasciare agli uomini che verranno una sola scintilla della tua gloria: perché tornandomi qualcosa alla memoria e risuonandone un poco in questi versi, la tua vittoria sarà meglio compresa.

So che mi sarei smarrito tanto era straordinaria l’intensità del raggio luminoso che mi colpì, se i miei occhi si fossero distolti da esso. E ricordo che per questo fui ancora più ardito nel sopportarlo, fino a congiungere il mio sguardo con Dio, il valore infinito. Oh abbondante grazia per la quale osai ficcare lo sguardo nella luce eterna, tanto da consumare la vista spinta fino all’ultimo limite! Nella sua profondità vidi inoltrarsi, legato con l’amore, come le pagine di uno stesso libro, quel che si squaderna nell’universo rivelandosi: sostanze -cose o nature esistenti senza bisogno di cause- e accidenti -essenze o nature che esistono determinate da altre esistenze-, modalità dell’esistere, e le loro relazioni, quasi amalgamate insieme, in un modo tale che quel che sto dicendo fa solo un po’ di luce.

Sono certo di aver visto la forma universale di questo nodo che unisce tutte le creature, perché raccontandola sento aumentare il mio godimento. Ma un solo istante di quella visione e di quella gioia provoca in me l’oblìo più di quanto venticinque secoli abbiano fatto dimenticare l’impresa che stupì Nettuno, il dio del mare quando lo vide solcato dalla prima nave, Argo, sulla quale viaggiavano gli Argonauti che Giasone guidò all’impresa del vello d’oro. Così la mia mente completamente assorta ammirava fissa, immobile, attenta, e si accendeva sempre più del desiderio di contemplare. Esposti al raggio di Dio è impossibile distogliere la vista per un’altra visione, poiché il bene, oggetto della volontà, si raccoglie tutto nella visione di Dio: e fuori dalla sua luce è imperfetto tutto ciò che in essa è perfetto.

Ormai le mie parole saranno più brevi -anche per quel poco che ricordo-, di quelle di un infante che succhi ancora alla mammella. Non perché la viva luce che contemplavo mostrasse dentro di sé una successione di apparenze diverse, di forme e sostanze differenti: essa è sempre quale era prima. Ma, grazie alla mia vista che acquistava potenza mentre contemplavo un’unica immagine, ai miei occhi essa sembrava alterarsi e invece ero io che cambiavo riuscendo a penetrare sempre più nella visione del mistero divino.

Nella profonda e chiara essenza della luce divina mi apparvero tre cerchi di tre colori e della stessa dimensione; e l’uno pareva riflesso dall’altro come arcobaleno da arcobaleno -il Figlio pareva generarsi dal Padre-, e il terzo, lo Spirito Santo, pareva fuoco che divampi ugualmente alimentato dall’uno e dall’altro. Quanto è insufficiente la mia parola, e debole, rispetto alla mia comprensione! E questa, di fronte a ciò che ho visto, è così scarsa che non basta dire “poca”. Luce eterna che solo in te riposi, che sola intendi te stessa, e nell’essere da te stessa intesa -in quanto Figlio- e nell’intenderti -in quanto Padre-, ami e sorridi a te stessa! Quel cerchio che in te appariva generarsi dal primo come luce riflessa il Figlio-, dopo che l’ebbi osservato alquanto e da ogni parte, mi apparve dipinto al suo interno con il suo stesso colore, dell’immagine umana, per cui il mio sguardo si affissò interamente in esso.

Come lo studioso di problemi di geometria, tutto assorto a misurare il cerchio, riflette ma per quanto si impegni non trova il principio di cui ha bisogno per ottenerne la quadratura, così stavo io di fronte a quella nuova visione: volevo capire come potesse iscriversi l’immagine al cerchio e come vi s’indova/come potesse trovarvi il suo dove -come potesse l’immagine dell’uomo trovare il suo luogo in quella di Dio-, ma le mie ali non erano adatte per tanto compito, senonché la mia mente fu colpita da una folgorazione che appagò il suo desiderio di comprendere. A questo punto la forza venne meno alla virtù immaginativa che mi aveva elevato fino a quella contemplazione, e cessò ogni visione. Ma già volgeva con sé il mio desiderio e la mia volontà, come una ruota che si muove con moto uniforme, l’amore che muove il sole e le altre stelle.

Finis

Le puntate precedenti

Oh Divina (parte I)

Oh Divina (parte II)

Oh Divina (parte III)

Oh divina (parte IV)

Oh divina (parte V)

Oh divina (parte VI)

Oh divina (parte VII)

Oh divina (parte VIII

Oh divina (parte IX)

Oh divina (parte X)

Oh divina (parte XI)

Oh divina (parte XII)

Oh divina (parte XIII)

Oh divina (parte XIV)

Oh divina (parte XV)

Oh divina (parte XVI)

Oh divina (parte XVII)

Oh divina (parte XVIII)

Oh divina (parte XIX)

Oh divina (parte XX)

Oh divina (parte XXI)

Oh divina (parte XXII)

Oh divina (parte XXIII)

Oh divina (parte XXIV)

Oh divina (parte XXV)

Oh divina (parte XXVI)

Oh divina  (parte XXVII)

Oh divina (parte XXVIII)

Oh divina (parte XXIX) 

Oh divina (parte XXX)

Oh divina (parte XXXI)

Oh divina (parte XXXII)

 

Claudio Rocco

 

Giornalista

Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.

Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.

È stato consulente per l’informazione e la cultura presso la Presidenza del Consiglio regionale delle Marche.

Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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