giovedì, 5 Agosto, 2021

Oh Divina! Una prosa settimanale per capire Dante

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In occasione dei 700 anni della morte di Dante, autore della Divina Commedia, il quotidiano Avanti! pubblica in esclusiva e settimanalmente la prosa del sommo poeta iitaliano. Lo facciamo per rendere omaggio a Dante Alighieri, ma soprattutto per rinnovare lo scopo con cui siamo nati come giornale e andiamo avanti “essere comprensibili”.

Oggi i primi tre canti dell’Inferno a cura di Claudio Rocco


Inferno

Canto I

Alla metà del cammino della nostra vita mi ritrovai in una selva tenebrosa perché avevo smarrito la strada maestra. Ah, quant’è difficile dire com’era questa selva selvaggia, inestricabile e fitta che nel pensiero rinnova la paura! È tanto terribile che la morte lo è poco di più. Ma per trattare del bene che ho trovato, dirò delle altre cose che ho visto. Non so ben dire come entrai nella selva, tanto ero smarrito in quel punto in cui abbandonai la via della verità. Ma quando giunsi ai piedi di un colle, là dove terminava quella valle che mi aveva trafitto il cuore di paura, guardai in alto e vidi le sue spalle già vestite dei raggi del sole che guida sicuro ciascuno in ogni luogo. Allora si acquietò un poco la paura che mi era durata nel cuore la notte che trascorsi con tanta pena. E come colui che con affanno uscito dal mare e raggiunta la riva, si volge verso l’acqua piena di pericoli e guarda, così il mio animo che ancora fuggiva si voltò indietro a guardare il passo che non permise mai ad alcuno di sopravvivere.

Dopo aver riposato un poco il corpo stanco, ripresi la via per la landa deserta, così che il piede fermo era sempre il più basso: cominciavo a salire. Ed ecco, quasi all’inizio della salita, una lonza leggera e molto agile, coperta di pelo screziato, e non mi si toglieva davanti, anzi impediva tanto il mio cammino che fui più volte sul punto di tornare indietro. Era la prima ora del mattino e il sole saliva su con quelle stelle che erano con lui quando l’amore divino impresse per la prima volta il movimento in quelle cose belle: sicché l’ora del mattino e la dolce stagione primaverile mi inducevano a sperare di superare la fiera dalla pelle variegata, ma non fino al punto di vincere la paura che mi diede la vista di un leone. Questo sembrava venire contro di me a testa alta e con fame rabbiosa così che anche l’aria pareva temerlo. E una lupa, che con la sua magrezza sembrava carica di tutte le voglie, e molti fece già vivere nel dolore, produsse in me un turbamento così grande con la paura che incuteva il suo aspetto, che persi la speranza di giungere sulla vetta. E come accade a colui che volentieri accresce i suoi beni e che, quando viene il tempo in cui perde tutto, piange e ha pensieri soltanto tristi, così avvenne a me a causa della bestia che non trova pace, la quale, venendomi incontro, a poco a poco mi spingeva verso la selva dove il sole non penetra. Mentre rovinavo in basso mi apparve dinanzi agli occhi qualcuno che sembrava spento a causa del lungo silenzio.

Quando vidi costui nel vasto deserto, «Miserere di me/Misericordia di me», gli gridai, «chiunque tu sia, ombra o uomo vero!». Mi rispose: «Non sono uomo, un tempo lo fui, e i miei genitori furono Lombardi, entrambi di patria mantovana. Nacqui sotto Giulio Cesare anche se tardi per conoscere colui che conquistò la Gallia e, passando il Rubicone, mise in fuga Pompeo Magno e gli altri suoi nemici in ogni parte del mondo, e vissi a Roma sotto il buon Augusto, che dette inizio all’Impero, al tempo degli dei falsi e bugiardi. Fui poeta e cantai di Enea, quel giusto figlio di Anchise che venne dalla superba Troia quando fu data alle fiamme dagli Achei dopo dieci anni di guerra. Ma tu perché ricadi in tanta angoscia? Perché non sali il monte di delizia che è principio e ragione dell’unica gioia vera?». «Dunque sei tu Virgilio, quella fonte che spande un così grande fiume di parole?», gli chiesi con la fronte bassa. «Onore e luce degli altri poeti, mi renda gradito a te il lungo studio e il grande amore che mi ha fatto cercare il tuo libro Eneide. Sei tu il mio maestro e il mio Autore, da te soltanto ho tratto il bello stile per cui vado onorato. Guarda la bestia che mi ha fatto tornare indietro: salvami da lei famoso saggio, perché mi fa tremare le vene e i polsi». «Ti conviene tenere un’altra strada», rispose Virgilio quando mi vide lacrimare, «se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio, perché questa bestia a causa della quale invochi aiuto, non lascia passare nessuno per la sua strada, ma glielo impedisce fino a ucciderlo; e ha una natura tanto malvagia e viziosa, che mai soddisfa la sua infinita brama, e dopo il pasto ha più fame di prima. Molti sono gli animali a cui si accoppia, e saranno ancor di più fino a quando verrà il veltro che la farà morire con dolore. Esso non avrà desiderio di dominio né di denaro, ma di sapienza, di amore e di virtù, e nascerà di umile condizione. Sarà la salvezza di quell’umile Italia per la quale morirono per le ferite la vergine Camilla figlia del re dei Volsci, e Turno, figlio del re dei Rutuli, combattendo contro i Troiani invasori, e nello schieramento nemico, Niso l’amico di Enea. Il veltro caccerà la lupa da ogni terra finché l’avrà precipitata nell’Inferno, là da dove la liberò l’invidia del demonio. Per cui, per il tuo bene, credo e giudico che tu debba seguirmi, e io sarò la tua guida e ti porterò via da qui in un luogo eterno dove udirai le urla disperate e vedrai gli antichi spiriti sofferenti, ciascuno dei quali bestemmia la propria dannazione; e vedrai coloro che sono contenti nel fuoco perché sperano, quando sarà, di venire tra i beati. Verso i quali, poi, se vorrai salire, ti guiderà un’anima per questo compito più degna di me; andando via ti lascerò con lei, perché Dio, l’imperatore che regna lassù, non vuole che io vada nella sua città: fui ribelle alla sua Legge non avendo ricevuto il battesimo. Su ogni luogo Egli impera e lì governa, lì sono la sua città e l’alto trono: felice colui che vi viene scelto!».

«Poeta» gli dissi, «per quel Dio che non hai conosciuto, perché io possa fuggire questo male e di peggio, ti chiedo di condurmi là dove ora hai detto, in modo che veda la porta di San Pietro e coloro che tu dici così miseri».

Allora egli si mosse e io gli andai dietro.

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Canto II

Il giorno se ne andava, e l’imbrunire sottraeva alle loro fatiche gli esseri viventi che sono sulla terra, e io, unico e solo, mi preparavo a sostenere la fatica del cammino e della pietà, che la memoria ritrarrà fedelmente. Muse, elevato ingegno, aiutatemi ora. Memoria che hai inciso ciò che ho visto, qui si dimostrerà il tuo valore. Cominciai: «Poeta che mi guidi, verifica se la mia virtù è forte, prima di affidarmi al difficile viaggio. Tu dici che, ancora vivo, il padre di Silvio, Enea, si recò negli Inferi, il luogo eterno, e lo fece con il corpo. E se l’avversario di ogni male gli concesse tale grazia, ciò non stupisce chi consideri la grande conseguenza che doveva venire dal suo viaggio, e chi e cosa, ovvero il popolo romano e l’Impero: perché egli fu scelto nell’Empireo, sede di Dio, quale padre della nobile Roma e dell’Impero: i quali, a voler dir la verità, furono stabiliti come luogo santo dove ha il suo seggio il successore del primo papa. Grazie a questo viaggio negli Inferi per il quale lo hai reso famoso con il tuo poema, egli ascoltò cose che furono ragione della sua vittoria e del potere papale. Nell’aldilà si recò poi San Paolo, il Vaso di perfezione, per portare conferma a quella fede che è principio della via per la salvezza. Ma io, perché dovrei andarvi? Chi lo permette? Io non sono Enea, io non sono Paolo, non credo di esser degno di ciò, né altri lo crede. Al punto che avrei timore di commettere una follia se mi avventurassi nel viaggio. Tu sei saggio: comprendimi, perché io non riesco a capire».

E come colui che non vuole più ciò che prima aveva voluto, e che l’insorgere di nuovi pensieri induce a cambiare proposito, sicché si distoglie completamente da ciò che aveva iniziato, tale mi feci io in quell’oscuro luogo dove mi trovavo, e, dubitando, abbandonai l’idea dell’impresa fin dall’inizio così difficile.

«Se ho capito bene le tue parole», rispose l’ombra di quel grande, «la tua anima è offesa dalla viltà la quale molte volte ostacola l’uomo fino a distoglierlo dalle imprese onorevoli, come fa l’ombra che con immagini false inganna le bestie impaurendole. Perché tu possa superare questo timore ti dirò la ragione che mi ha condotto da te e ciò che ho ascoltato il primo momento in cui ho provato pietà per te. Ero tra coloro che stanno sospesi nel Limbo -né dannati né nella grazia di Dio-, quando fui chiamato da una donna beata e bella tanto che le chiesi di comandarmi. I suoi occhi rilucevano più delle stelle, ed ella iniziò a parlarmi in maniera soave e limpida, con voce angelica: Anima cortese mantovana, di cui la fama ancora dura nel mondo, e durerà fino a quando esso esisterà, l’amico mio ma non della fortuna, nella landa deserta è tanto ostacolato nel suo cammino che la paura lo sta facendo tornare indietro, e temo, per ciò che di lui ho ascoltato in cielo, che si sia già smarrito perché troppo tardi mi sono mossa per soccorrerlo. Ora va e aiutalo con la tua parola forbita, e con ogni mezzo utile alla sua salvezza, e ne sarò consolata. Sono io, Beatrice, che ti chiedo di andare. Vengo dal luogo dove desidero tornare; mi ha mosso quell’amore che detta le mie parole. Quando sarò dinanzi al mio Signore, gli farò spesso le tue lodi”. Quindi tacque e cominciai a parlare io: “Donna la cui virtù soltanto rende la specie umana in grado di superare i limiti del cielo della luna che intorno alla Terra compie i giri più stretti, i tuoi ordini mi sono tanto graditi che ubbidire ad essi, se pure già l’avessi fatto, mi sembrerebbe comunque tardi, e non è necessario che tu aggiunga altro. Ma dimmi come mai non temi di scendere quaggiù, in questo luogo chiuso, dal luogo ampio in cui spasimi di tornare”. “Poiché vuoi comprendere fino in fondo”, mi rispose, ti spiegherò in breve perché non ho paura di venire qua dentro. Temere si deve solo di quelle cose che hanno il potere di fare del male, delle altre no, perché non fanno paura. Io sono fatta da Dio, per Sua grazia, tale che la vostra miseria non mi tocca, né fiamma di questo incendio mi assale. C’è una donna gentile nel cielo, Maria, che si addolora per questo impedimento che ostacola Dante, a rimuovere il quale ti chiedo di andare: solo a lei è dato spezzare nel cielo l’inflessibile legge divina che impedisce alle anime di lasciare il luogo a cui essa le ha destinate. Ella convocò Lucia e disse: ‘il tuo fedele ora ha bisogno di te e io te lo raccomando’. Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse e venne nel luogo dove mi trovavo seduta assieme all’antica Rachele, la moglie di Giacobbe patriarca di Israele. Disse: ‘Beatrice, vera lode di Dio, perché non soccorri colui che ti amò tanto, che lasciò per te la massa degli uomini volgari? Non senti l’angoscia del suo pianto, non vedi la morte che lo combatte mentre egli si trova come su di un fiume che non perde il suo impeto nemmeno gettandosi nel mare?’. Non sono mai esistite al mondo persone pronte a cercare il proprio vantaggio o a fuggire il proprio danno, come fui pronta io dopo tali parole a venire quaggiù lasciando il mio beato seggio, per affidarmi alle tue parole oneste che onorano te e quanti le hanno ascoltate”. Dopo avermi detto questo, lacrimando volse gli occhi splendenti, il che mi indusse a venire il più velocemente possibile. E giunsi da te come lei volle: ti levai davanti a quella bestia che ti impediva la via breve del bel monte. Dunque: che c’è? Perché, perché non hai ardire e coraggio, dopo che tali donne benedette si sono prese cura di te nella corte celeste, e le mie parole ti promettono un grande bene?».

Come i piccoli fiori chinati e chiusi dal gelo notturno, dopo essere stati illuminati dal sole si drizzano tutti aperti sul loro stelo, così accadde alla mia virtù stanca, e tanto buon coraggio mi corse al cuore che iniziai a parlare rinfrancato: «Pietosa Beatrice che mi ha soccorso! E te cortese che ubbidisti subito alle parole di verità che ti ha rivolto! Con le tue parole mi hai disposto il cuore al desiderio di venire, tanto che son tornato nel mio primo proposito. Ora va, perché una sola volontà è di entrambi: tu sarai la mia guida, il mio signore e il mio maestro».

Così gli dissi, e quando si fu mosso entrai per il cammino aspro e selvatico.

§§§

Canto III

ATTRAVERSO DI ME SI VA NELLA CITTÀ DEL DOLORE, ATTRAVERSO DI ME SI VA NEL DOLORE ETERNO, ATTRAVERSO DI ME SI VA TRA LA GENTE PERDUTA. LA GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO CREATORE. MI FECERO IL POTERE DIVINO, LA SOMMA SAPIENZA E IL PRIMO AMORE. DINANZI A ME NON FURONO CREATE COSE SE NON ETERNE, E IO PER L’ETERNITÀ DURO. LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATE.

Queste parole di colore oscuro vidi incise sulla sommità di una porta, al che: «Maestro, il loro significato mi fa paura». Ed egli a me, con prontezza: «Qui bisogna lasciare ogni timore, occorre che cessi qui ogni viltà. Siamo giunti al luogo dove ti ho detto che vedrai le persone sofferenti che hanno perduto il bene dell’intelletto». E presomi per mano con una espressione lieta che mi confortò, mi condusse dentro le cose segrete. Qui sospiri, pianti e alte grida risuonavano per l’aria senza stelle, e io all’inizio ne piansi. Lingue disumane, pronunzie orribili, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e basse, e con esse rumore di mani, facevano un tumulto che si aggira sempre per quell’aria eternamente offuscata, come la sabbia quando spira il turbine del vento. E io che avevo la testa colma di dubbi chiesi: «Maestro, cos’è quello che sento? E che gente è questa che sembra così oppressa dal dolore?». Ed egli: «In questa misera condizione si trovano le anime colpevoli di coloro che vissero senza infamia e senza lode. Sono mescolate a quel cattivo coro degli angeli che non furono ribelli né fedeli a Dio, ma scelsero di essere solo per se stessi. Li cacciano i cieli per non perdere la propria bellezza, e il profondo inferno non li accoglie perché da essi nemmeno i dannati trarrebbero gloria». E io: «Maestro, cosa gli è tanto terribile da farli lamentare in questo modo?». Rispose: «Te lo dirò in breve. Costoro non hanno speranza di morire, e la loro cieca vita è tanto infima da farli invidiosi di ogni altro destino. Il mondo non permette che di essi resti traccia, misericordia e giustizia li sdegnano: non parliamo di loro ma guarda e passa oltre». E io, che guardai, vidi un’insegna che girando correva tanto rapidamente da sembrarmi incapace di sosta, e dietro le veniva una così lunga schiera di anime che non avrei mai creduto che la morte ne avesse disfatte tante. Riconosciutovi qualcuno, vidi e riconobbi poi l’ombra di papa Celestino V che per viltà rifiutò il seggio pontificio, indottovi dal futuro papa Bonifacio VIII. Compresi subito e fui certo che questa era la setta dei cattivi disprezzati da Dio e dai suoi nemici demoni. Questi sciagurati, che vivi non lo furono mai, erano nudi e molto esposti alle punture di mosconi e vespe. Gli insetti rigavano il loro volto di sangue che, mescolato alle lacrime, era raccolto ai loro piedi da vermi fastidiosi.

Quando mi misi a guardare più in là, vidi persone sulla riva di un grande fiume, e a tale vista dissi: «Maestro, concedi ora ch’io sappia chi sono, e quale legge le fa sembrare così pronte di passare dall’altra parte, come vedo attraverso la scarsa luce». Ed egli: «Le cose ti saranno chiare quando fermeremo i nostri passi sulla desolata riva del fiume Acheronte». Allora, temendo che le mie parole lo avessero disturbato, con gli occhi vergognosi e bassi cessai di parlare fin quando giungemmo al fiume. Ed ecco venire verso di noi su una barca, un vecchio di pelo bianco per l’età, che gridava: «Guai a voi, anime perverse! Non sperate mai di vedere il cielo: io vengo per portarvi sull’altra sponda, nelle tenebre eterne, nel caldo e nel gelo. E tu che ti trovi qua, anima viva, separati da questi che sono morti». Ma poiché vide che non mi separavo da esse, disse: «Per un’altra via, per altri scali giungerai alla spiaggia per passare all’altra sponda, non qui: c’è bisogno per te di una barca più leggera». E la mia guida a lui: «Caronte, non crucciarti: si vuole questo là dove potere e volere sono una cosa sola -in Dio-, e non porre più domande». Allora si fece quieta l’espressione del nocchiero della livida palude, che intorno agli occhi aveva ruote fiammeggianti. Ma quelle anime, che erano abbattute e nude, cambiarono colore e batterono i denti appena ascoltarono le crude parole del demone. Bestemmiavano Dio e i loro genitori, la specie umana e il luogo, il tempo e il seme dei loro antenati e della loro nascita. Poi, piangendo molto, si ritrassero tutte quante insieme sulla riva malvagia che attende ogni uomo che non ha timor di Dio. Caronte demonio, con occhi di brace, facendo loro cenni le raccoglie tutte: colpisce con il remo chiunque indugi. Come d’autunno le foglie si staccano una dopo l’altra finché il ramo vede in terra la propria veste, similmente il cattivo seme di Adamo si getta da quella spiaggia, anima dopo anima, al cenno di Caronte, come l’uccello a un cenno di richiamo. Se ne vanno così sull’onda scura, e prima che siano discese dall’altra parte, già da questa si raduna una nuova schiera di anime. «Figlio mio», disse il cortese maestro, «quelli che muoiono nell’ira divina convengono tutti qui da ogni Paese, e sono pronti ad attraversare il fiume perché la giustizia divina li sprona al punto che la paura si trasforma in desiderio. Da queste parti non passa mai un’anima buona, e perciò, se Caronte si lamenta di te, ora puoi ben capire cosa significhino le sue parole».

Appena Virgilio ebbe pronunciate queste parole, quella pianura buia tremò così fortemente che dallo spavento il ricordo ancora mi bagna di sudore. La terra lacrimosa sprigionò vento, e balenò un bagliore rosso che mi tolse l’uso dei sensi: e caddi come vinto dal sonno.

 

Claudio Rocco

Giornalista.
Ha pubblicato per l’Università di Urbino studi di Italianistica su Italo Svevo e su Dino Garrone e la cultura degli anni Venti e Trenta in Italia. Ha pubblicato inoltre studi storici sulla guerra civile spagnola e sulle origini del socialismo.
Menzionato da Carlo Bo per il saggio introduttivo alla traduzione di Alfredo Rocco di Benito Perez Galdòs, Tormento, 1998, in “Gente” Anno XIV, 5 aprile 2001, n. 14; e da Stefano Trojani, in Memoria e profezia, “MC Marche contemporanee, Centro Regionale per la storia dei Movimenti sociali cattolici e la Resistenza nelle Marche”, n. 1-2, 1986, Editrice Fortuna, Fano.
Ha partecipato nel 2007 al primo Congresso di Psicotecnica internazionale dell’Università di Bari, con uno studio pubblicato nel II volume degli Atti del Congresso da Aracne Editrice, 2011.

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