domenica, 13 Giugno, 2021

Omicidio Saman, condanna delle comunità islamiche

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Una storia macabra in cui una famiglia programma l’uccisione di una ragazza perché non si sottomette a un matrimonio combinato.
La Procura di Reggio Emilia contesta la premeditazione ai cinque indagati – i genitori, i due cugini Nomanulhaq Nomanulhaq, 34 anni, e Ikram Ijaz, 29, e lo zio – per l’omicidio di Saman Abbas: aveva 18 anni, è scomparsa dopo essersi rifiutata di sposare in matrimonio combinato un connazionale in patria. Lo ha confermato la procuratrice Isabella Chiesi. Quanto al fatto che lo zio, Danish Hasnain, sia ritenuto l’esecutore materiale del delitto, Chiesi si è limitata a dire: “Difficile sapere adesso chi è l’esecutore materiale, non sappiamo neppure la modalità”. Secondo il Gip lo zio, attualmente ricercato, sarebbe dunque l’esecutore materiale dell’omicidio, mentre per quanto riguarda i genitori, attualmente in Pakistan, “è certo – scrive il giudice – che costoro avessero programmato anche di ucciderla per punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione alla volontà familiare nonché per le continue fughe di casa”.

Adesso però è tutta la comunità islamica a condannare l’accaduto. Le comunità del mondo arabo in Italia(Co-mai) e la confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia) e l’Osservatorio anti violenza del movimento Uniti per Unire ribadiscono la loro condanna per tutto quello che è successo alla ragazza Saman. Sarebbe stata ingannata dalla famiglia Saman Abbas, la ragazza di 18 anni scomparsa da oltre un mese da Novellara, comune della provincia di Reggio Emilia e che si ipotizza sia stata uccisa dalla famiglia dopo essersi opposta ad un matrimonio combinato con un cugino. In una conferenza stampa tenutasi questa mattina il procuratore ha spiegato che la giovane era tornata a casa ad aprile dopo diversi mesi trascorsi in una struttura protetta dopo che la sua famiglia le aveva fatto credere che non sarebbe tornata in Pakistan. Saman, che si era rivolta agli assistenti social del suo comune, per denunciare quel matrimonio combinato al quale non voleva cedere, dopo aver raggiunto la maggiore età si era nuovamente avvicinata alla sua famiglia. Ma i genitori, con la complicità dello zio, avrebbero abbindolato la figlia raccontandole che quel matrimonio combinato era saltato e che quindi non sarebbe tornata in Pakistan con loro.
“Bisogna tutelare i nostri figli e la seconda generazione in Italia e in Europa dalle interpretazioni ‘fai da te’ e dai matrimoni combinati e l’usanza ‘spose minorenni’ vittime dei loro genitori e famigliari che non si sono mai integrati nella società italiana e europea nella loro cultura ed usanze.
Per fortuna è una piccolissima minoranza che si porta dietro alcune abitudini culturali tribali che non c’entrano nulla con la vera religione islamica. Chi non rispetta le leggi e la cultura del paese che lo ospita e continua a viverci solo fisicamente e senza nessuna connessione con la realtà e della società dove vive meglio che torni al suo paese di origine. Le Comunità arabe e musulmane della Co-mai e di Cili-Italia condannano e rifiutano ogni forma di violenza e interpretazione individuale della religione islamica con azioni o leggi fai da te e non italiane”. Così dichiara Foad Aodi Presidente Co-mai e del Movimento Uniti per Unire membro Commissione Salute Globale.

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