domenica, 26 Settembre, 2021

Orban in cerca il consenso mette a rischio l’Ungheria

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Aveva già usato il referendum nel 2016, Viktor Orban, per rispondere ai rilievi dell’Unione Europea sul regime restrittivo di quote dei migranti che il Governo ungherese aveva approvato in barba ai valori e alle indicazioni europee. Ma nonostante lo strombazzato risultato di oltre il 90% di voti anti migranti, non lo aveva potuto utilizzare in quanto non aveva raggiunto il quorum minimo di votanti fermandosi a poco più del 40%. Era l’inizio di un contenzioso intrapreso con i Paesi del patto di Visegrad, contenzioso ancora in corso nonostante un tentativo di mediazione di Angela Merkel e che aveva portato Fidesz, il partito del Premier di Budapest alla sospensione dal gruppo del Partito popolare europeo, sospensione che poi recentemente si era trasformata in un addio. E un referendum è stato convocato anche per un altra legge contestata da Bruxelles e cioè quella sulla difesa dei minori che da tre settimane vieta la diffusione ai minorenni di contenuti legati al mondo omosessuale. Solo che questa volta l’Unione Europea ha deciso di sospendere la concessione dei 7,2 miliardi del Recovery fund all’Ungheria se, entro due mesi, non verranno introdotte modifiche atte a tutelare i principi di tolleranza e di libertà individuale calpestati dalla normativa. Anche per questo motivo, nella manifestazione del Gay Pride svoltasi nei giorni scorsi nella capitale ungherese più di diecimila partecipanti sono sfilati ribadendo con una serie di slogan la resistenza della comunità LGBT alle politiche anti gay del Primo Ministro Viktor Orban. Ma il Premier sovranista, anche con la decisione di indire il referendum, marcia diritto nella direzione scelta mostrandosi paladino della famiglia tradizionale e legato alle teorie più conservatrici della Chiesa. Orban, con questo atteggiamento, cerca di consolidare il consenso nelle grandi aree rurali del Paese dove Fidesz mantiene la maggioranza dei consensi. Al contrario di quanto sta avvenendo nelle grandi città: clamorosa è stata infatti la sconfitta del suo candidato nelle amministrative della capitale Budapest, dove si è imposto come sindaco Gergely Karacsony, europeista convinto e di orientamento liberal progressista. Qui invece il Premier ungherese gioca la carta di fare la vittima dei soprusi europei difendendo quelli che lui chiama gli interessi del popolo ungherese. E ha già dichiarato che non accetterà gli aiuti del Recovery fund se saranno subordinati all’ abolizione della normativa che difende la famiglia tradizionale. Dichiarazioni chiaramente propagandistiche in quanto l’Unione Europea ha chiesto unicamente la cancellazione delle norme discriminatorie. Ma tant’è, Viktor Orban si rende conto che il suo consenso non è più quello di una volta e reagisce inserendo nella polemica politica il tema della tutela e dell’educazione dei bambini contro le insidie della modernità intesa come minaccia alla famiglia tradizionale e liberazione della propria sessualità. Si rivolge agli ungheresi con una visione arcaica e distorta della realtà negando i più elementari principi di libertà. La sua ultima sparata è cioè che l’Ungheria uscirà dall’Unione europea entro il 2030 è in realtà solo mettere le mani avanti prima di ricevere probabili sanzioni che sarebbero dirompenti per la situazione economica del Paese.

 

Alessandro Perelli

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