martedì, 19 Ottobre, 2021

Paolo Trovato
Linea politica e strategia

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Apprendo dal quotidiano online Romatoday.it che le legittime scelte elettorali del PSI romano sarebbero in linea con quelle del nazionale (“… a Roma e a livello nazionale abbiamo rimesso il partito al posto suo.”), in particolare su tre elementi di novità, secondo le dichiarazioni del segretario metropolitano: La proposizione del simbolo PSI nelle liste elettorali, un riposizionamento a sinistra e un rinnovato rapporto con il PD.

Considerando che questi tre fattori non sono marginali, in quanto implicitano linea politica, strategia, posizionamento e alleanze, sorge spontanea la domanda sulla base di quale dibattito politico in seno al Psi sia stato definito tale orientamento.

Rimango sorpreso nel leggere che il posizionamento a sinistra del PSI sarebbe una novità, non ricordo di aver militato nella destra in questi ultimi dieci anni.

Rimango altrettanto perplesso da un’alleanza strategica (oggi!) con il PD, esattamente nel momento in cui lo stesso PD vive probabilmente il suo momento più difficoltoso, in termini di consensi e di alleanze, ma soprattutto di visione politica e di autorevolezza.

La questione invece della proposizione del proprio simbolo deve essere considerata a mio modo di vedere come un atto certamente corretto e coraggioso per una comunità-partito, ma che tuttavia non riesce ad affrontare il tema di essere stimolo e parte della costruzione di un nuovo e necessario soggetto riformista (e di sinistra) nel nostro Paese, ossia quell’area potenziale ma che purtroppo è rappresentata in maniera inadeguata, nonostante la presenza dell’attuale presidente del consiglio.

Qualsiasi osservatore, anche il meno scaltro, non può non notare che da quando Mario Draghi si è insediato a Palazzo Chigi, il nostro Paese ha riacquisito dopo moltissimi anni un’autorevolezza e quindi un certo soft-power internazionale che ci ha permesso (tanto per citarne una) la possibilità di ricevere dal Fondo europeo per la ripresa più denaro di qualsiasi altro Stato membro. Ovviamente le garanzie verso l’Unione Europea a fronte dell’investimento, sono state fornite attraverso una sostanziale revisione (premesse, obiettivi e modalità attuative) del “Recovery plan” (PNRR), contenente anche un importante e non trascurabile programma di riforme.

Questa fortunata condizione, rimarrebbe tale se a programmare, definire e vigilare l’attuazione del PNRR, dall’immediato ai prossimi anni, permanesse il medesimo spirito politico.

Un eventuale ripensamento su riforme e direzioni di spesa, rischierebbe di vanificare gli sforzi di questo ultimo anno fin qui messi in campo.

E’ evidente che semestre bianco e successiva campagna elettorale per la prossima legislatura non possano non tenere conto di questa “rivoluzione silenziosa”, nata in seno ad un’emergenza pandemica e sociale ma che sta dimostrando di possedere anche un indirizzo politico piuttosto che tecnico, con il non scontato obiettivo di fermare una fase di declino del nostro Paese, quest’ultima cominciata ben prima dell’emergenza sanitaria.

Sul fronte europeo, la Brexit e l’uscita di scena della cancelliera Angela Merkel determinano il venir meno di alcuni riferimenti autorevoli e di stabilità nel panorama internazionale, con particolare riferimento alle relazioni con gli Stati Uniti. L’Italia, oltre alla Francia e qualche altro Paese europeo potrebbero potenzialmente sostituire Germania e Regno Unito nel garantire oggi quel ruolo guida dell’Unione Europea e questo rappresenterebbe per l’Italia un importante opportunità per riacquisire un ruolo propositivo all’interno della gestione di delicati processi internazionali; un’opportunità indispensabile anche alla ripresa stessa dell’Italia.

L’alternativa politica a questo scenario è rappresentata dalla riproposizione dalla maggioranza dell’attuale parlamento, eletto nel 2018, ma che appare oggi alla luce degli eventi come un orpello proveniente dal passato, sebbene la maggioranza dei gruppi che lo compongono stiano sostenendo questo stesso governo.

Vi è la sensazione di un parlamento composto da soggetti politici in estrema difficoltà che si occupano d’altro, ossia di sé stessi, poiché le narrazioni pre-pandemiche (i cui effetti si misurano sui sondaggi elettorali commissionati e pubblicati dalla stampa compiacente) sembrano un retaggio stonato del passato rispetto alle reali necessità di oggi. Partiti autoreferenziali piuttosto abituati a cavalcare il disagio economico e sociale piuttosto che combatterlo e per questo poco inclini ad un “New Deal” del XXI secolo accompagnato da una nuova stagione di riforme: la “casalinga di Voghera” non capirebbe, abituata in questi ultimi anni alla percezione della politica filtrata dai “talk show” e determinata da una campagna elettorale permanente rivolta esclusivamente ad un manipolo di soggetti politici.

Oggi in Italia, come in molte altre realtà europee e non solo, vi sono alcuni nodi che si sono divaricati con gli effetti dell’emergenza sanitaria, assistendo ad un acuirsi dello scontro tra soggetti politici liberali ed illiberali, tra realtà nazional-popolari ed internazionaliste, tra un progressismo sostenibile ed un antistorico tradizionalismo di facciata. Ma l’elemento di novità è che le spinte illiberali non sono più patrimonio esclusivo dell’estrema destra, ma si annidano anche in parti sempre più numerose della sinistra, una sinistra che in Italia si riassume nelle riesumazione della “premiata ditta”.

E’ quindi assolutamente indispensabile domandarsi come si potrebbe oggi dare un importante contributo socialista e quindi di una sinistra riformista all’interno di un campo liberale, progressista, europeista ed internazionalista. Tentare di dare un volto politico a questa nuova stagione di auspicate riforme e se il Partito socialista intravvede l’opportunità, che è poi parte importante del proprio DNA, di esser parte (ri)fondatrice di un nuovo fronte riformista, alternativo ai demagogismi nazional-popolari di destra e di sinistra.

 

Paolo Trovato

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