sabato, 25 Settembre, 2021

Parla Arditti: Draghi, i leader, i partiti e gli equilibri politici

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I rivolgimenti nel centro sinistra e nel Movimento 5 Stelle, la ridislocazione in campo delle forze di centro destra con le nuove posizioni della Lega, il ruolo di Renzi e delle forze minori, le opzioni per la fine della legislatura e non solo.
Il varo dell’esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea ha provocato una «rivoluzione» e un «robusto sconvolgimento degli equilibri politici» e intra-partitici. Con il Governo Draghi si inaugura una «lunga stagione di governo» con «relativamente poche tensioni interne» ed, al contempo, inizia una «lunghissima campagna elettorale» fino alle prossime Politiche.
Così analizza il quadro politico Roberto Arditti, in una intervista all’Avanti! on line.
Fondatore di Kratesis e direttore editoriale di Formiche.net, Arditti è stato, tra l’altro, direttore delle news di RTL 102,5, del quotidiano Il Tempo e delle relazioni esterne e comunicazione di Expo 2015.

 

Direttore Roberto Arditti, il varo del governo Draghi ha provocato notevoli rivolgimenti in molte forze politiche, in particolare nel centro sinistra e nell’alleato M5S. Il Partito Democratico vede il traumatico passaggio Zingaretti-Letta; ci sono convulsioni nel Movimento 5 Stelle con il sopravvento dei ‘governisti’, ma dove il ruolo dell’ex Premier Giuseppe Conte non è ancora definito; poi la divaricazione nel gruppo di LeU, ma anche in forze intermedie esterne alla precedente alleanza governativa come +Europa. E’ uno sconvolgimento del quadro politico imprevedibile?

Indubbiamente sì. Lo dimostra il in modo plastico l’accelerazione sulla segreteria Zingaretti che, senza i fatti nuovi delle ultime settimane, in particolare la nascita del governo, non si sarebbero certamente verificati con questa tempistica. La nascita del governo Draghi è veramente una rivoluzione della politica italiana.
Basti soltanto registrare che in questo momento abbiamo un esecutivo sostenuto non in modo surrettizio, ma apertamente, Urbi et Orbi direi, dal Partito Democratico e dalla Lega di Matteo Salvini assieme. Qualcosa di totalmente non prevedibile e fuori dallo scenario politico fino a poche settimane fa.
E, inoltre, il governo vede assieme nello stesso governo il Movimento 5 Stelle con Forza Italia di Silvio Berlusconi: il partito contro il quale M5S ha scatenato qualunque tipo di critica più o meno elegante negli ultimi 15 anni. Quindi, siamo evidentemente di fronte a una situazione totalmente imprevedibile e che ha sconvolto tutti gli equilibri. Se non fosse nato il governo Draghi, nulla di questo sarebbe accaduto e Zingaretti sarebbe ancora segretario del Partito Democratico. Siamo dinanzi ad uno sconvolgimento robustissimo.

 

Passando al centro destra, come vedi la situazione nella coalizione con la frattura interna e con Fratelli d’Italia all’opposizione? Matteo Salvini, dopo un tentennamento iniziale è stato convinto dal realista Giancarlo Giorgetti, ma non solo, ad impegnarsi nel governo. Forza Italia è entusiasta di Draghi e già era alquanto collaborativa sui provvedimenti più rilevanti del precedente esecutivo. Ma FdI, con questa posizione particolarmente severa nei confronti dei nuovi equilibri di maggioranza? Giorgia Meloni forse raccoglierà i frutti nella prossima legislatura, conducendo questa campagna di opposizione così decisa?

Sì, possiamo ben dire questo, ma direi che c’è dell’altro in questa storia.
C’è qualcosa che riguarda in particolare Salvini. E’ una decisione strategica del leader della Lega, che va nella direzione auspicata da Giorgetti, e che però compie anche un passo che lo accredita in un modo tutt’altro che banale dinanzi all’intero panorama politico continentale.
E questo direi che è l’elemento decisivo per cogliere effettivamente cos’è accaduto in casa della Lega.
Pensiamo allo scenario internazionale e come era vista: la Lega era in alleanza strategica con Marie Le Pen, era il partito delle missioni a Mosca e con Salvini fortissimo tifoso di Donald Trump, che nel frattempo ha perso le elezioni statunitensi.
Non dimentichiamo mai poi, che in termini di consenso da molti mesi la Lega è il primo partito italiano. E su pressione di Giorgetti, che è tra i protagonisti della politica italiana e aveva parlato esplicitamente per primo, alcuni mesi fa, di un governo Draghi, è scattato nella Lega anche un meccanismo di questo tipo: guardare a equilibri futuri, anche internazionali che hanno consigliato a Salvini di fare un ragionamento in parte diverso rispetto a quello fatto sin qui.

 

Forza Italia e, soprattutto, Fratelli d’Italia?

Forza Italia direi che, tendenzialmente, con il suo leader ha un suo approccio più ‘governista’, a prescindere. Potrà sembrare inelegante, ma è così.
Ma soprattutto, in quest’area, c’è Giorgia Meloni che, secondo me, ha fatto innanzitutto una scommessa quasi di carattere generazionale. Lei ha inteso fare una scelta coerente, scegliendo di restare all’opposizione per l’intera legislatura e questo dovrebbe rappresentare per FdI il modo migliore di presentarsi nel prossimo Parlamento.
La leader di Fratelli d’Italia ha scelto di non scommettere assolutamente su questa legislatura, anche in considerazione del fatto che FdI non è un movimento politico come la Lega, con molti dirigenti giovani e con una storia politica alle spalle, e che hanno anche fatto i ministri o i governatori come Zaia o Fontana.
Insomma, Fratelli d’Italia è un movimento politico che ruota intorno alla sua leader, per certi versi anche più della Lega, e quindi la scommessa della Meloni è, secondo me, quella di giocare interamente sulla prossima legislatura.

 

Cosa accadrà in quest’area? E cosa prevedi durante questa stagione politica?

Nel centro destra non tutto è stabilito in vista del futuro prossimo: i risultati interni alla coalizione nelle prossime elezioni saranno molto rilevanti per andare a capire davvero chi farà che cosa.
Quindi, siamo entrati in una lunga stagione di governo, con relativamente scarse tensioni interne fino alla fine della legislatura. Ma, al tempo stesso, direi che entriamo anche in una lunghissima campagna elettorale che durerà fino al giorno del voto.
E questo vedrà coinvolti tutti i giocatori delle diverse coalizioni in campo e le diverse componenti al loro interno. Ma in particolare saranno da osservare, sulla destra, i tre partiti dell’alleanza, più coloro che vi si aggiungeranno.
Solo nelle urne, tutti, centro destra, centro sinistra e Cinquestelle, misureranno i reali rapporti di forza.

 

E le ipotesi che prevedono lo stop del governo prima della fine della legislatura, con l’elezione dello stesso premier Mario Draghi al supremo Colle, al momento della scadenza del mandato del Presidente Mattarella?

Molto dipenderà dal governo. Se, come ha fatto in queste settimane, l’esecutivo si incanalerà sui binari giusti, con il premier che riuscirà a conservare fino a Natale l’attuale, forte consenso, svolgendo un’azione vincente sul piano di vaccinazione, operando interventi economici più apprezzabili e tonici con aiuti alle categorie maggiormente in difficoltà, nonché e per il suo ruolo e notevole credibilità in Europa, secondo me, la soluzione che si farà strada tra le forze politiche sarà di consentire al governo di completare la legislatura.
E quindi non escluderei la rielezione dell’attuale Capo dello Stato che, con un gentlemen agreement, potrebbe concludere il mandato presidenziale ‘bis’ subito dopo le elezioni politiche del 2023.
Se invece, a fine anno, il governo farà fatica, i partiti, probabilmente, recupereranno un ruolo, orientandosi ad anticipare la conclusione della legislatura ed andare al voto l’anno prossimo.
Io non credo molto a questa seconda via, anche se, in condizioni normali e per fare chiarezza nel quadro politico, sarebbe la soluzione migliore. Ma non lo credo, innanzitutto, poiché il prossimo Parlamento avrà 345 membri in meno.

 

A questo proposito, ancora deve essere approvata la nuova legge elettorale, di cui si discute a intermittenza e con idee e posizioni contraddittorie dei diversi partiti sul sistema da adottare.

Certamente, è una questione aperta. Ed anche questo contribuisce ad allungare notevolmente la vita della legislatura.

 

Sottolineavi prima anche l’autorevolezza del nuovo premier nella comunità internazionale.

Sì, molto rilevante. Consideriamo che, dopo le elezioni tedesche dell’autunno prossimo e l’uscita di scena di Angela Merkel, Mario Draghi sarà la figura istituzionale di gran lunga più importante del Continente europeo. E questo anche per il suo status e per ragioni d’età. Per un periodo, in questo senso, in Europa vi saranno due figure di rilievo: Draghi e il Presidente francese Emmanuel Macron, in una quasi coabitazione.

 

Dopo l’uscita di scena di Zingaretti ed i sondaggi non proprio brillanti che collocano il PD addirittura in terza o quarta posizione, specie al momento in cui si ipotizzava un partito personale dell’ex premier Conte o come leader M5, pensi che il Nazareno riuscirà a recuperare consenso, nonostante le permanenti convulsioni interne?

Sì, direi che sarà abbastanza recuperabile. Letta è una soluzione di grande equilibrio, è una persona molto stimabile, ma tra fare il premier o il capo politico, secondo me a Letta risulta meglio fare il premier.
Quindi si tratta di una soluzione di pacificazione interna. E’ una persona stimata da tutti, sostenuta anche da coloro che nel PD avrebbero preferito una soluzione diversa.
Non che la sinistra italiana abbia trovato il suo condottiero, questo no, ma si è richiamato in servizio una figura tra le più giovani e tra le più autorevoli del suo gruppo dirigente e che, da alcuni anni, era a fare altro all’estero.
E’ più un percorso di emergenza che l’approdo al vertice di un leader che si afferma come tale. Penso che Enrico Letta sarà in grado di mettere ordine ed accompagnare saggiamente la conclusione di questa legislatura.
Ma rilevo, peraltro, che alla fine di questa legislatura il Partito Democratico sarà stato al governo ininterrottamente per quasi dodici anni, cioè dal governo Monti nel 2011 fino alle Politiche del 2023, con una pausa soltanto con il governo giallo-verde.

 

Il Partito Democratico ha sperimentato formule governative tra le più diverse. Ha pesato?

Certamente, in precedenza il PD ha sostenuto, ed era in combinazioni più classiche, governi di centro sinistra, e poi si è impegnato con altre formule non previste. Ma direi che dodici anni consecutivi al governo logorano qualunque movimento politico.

 

Quale futuro per le forze intermedie? E soprattutto del partito di colui che ha avviato il terremoto politico, quindi Italia viva e Matteo Renzi? E le altre forze, come PSI, + Europa o i centristi classici come Tabacci?

Partirei da questi ultimi: per giocare un ruolo, i piccoli partiti dovrebbero dimostrare più capacità di aggregazione. Certo è che se tutti i leader di ognuna delle formazioni più piccole pensano ad un partito su misura, personalistico, risulta tutto alquanto difficile.
Il discorso è diverso per Matteo Renzi, perché pur alla guida di un piccolo movimento, ha in realtà un numero di parlamentari tutt’altro che irrilevante. E difatti il governo Conte senza i numeri di Iv ha mostrato di non poter andare avanti.
Renzi, poi, ha dimostrato due volte su due, nell’estate 2019 ed anche nel passaggio tra il 2020-2021, di saper manovrare politicamente con grande abilità ed efficacia. Non dimentichiamo che due governi su tre della legislatura sono nati non solo, ma certamente anche grazie all’iniziativa di Renzi.

 

Roberto Arditti, nei fatti, il fondatore di Iv ha un suo gruppo parlamentare e ne influenza un altro, da cui proveniva, ma sarà sempre così rilevante nell’agone politico, oggi con il governo tecnico-politico e nel prossimo futuro?

Non credo che Renzi possa sperare di recuperare consensi in tempi rapidi ma, tra gli attori della politica italiana, resta uno dei giocatori di maggiore abilità e capacità manovriera.
Questo non è irrilevante in un panorama politico che tende al proporzionale.
Nel quadro politico di dieci o 15 anni fa, con i due blocchi contrapposti, avrebbe avuto minore importanza, ma nel prossimo Parlamento, i cui numeri saranno ridimensionati, e specialmente al Senato, chi controlla un gruppo di 10 o 15 senatori condizionerà non poco la vita o la morte dei governi.

 

Roberto Pagano

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