martedì, 13 Aprile, 2021

Parla Paola Biribanti: Mateldi, un “cold case” su cui indagare

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Attore teatrale, disegnatore satirico, illustratore di moda e per l’infanzia, cartellonista pubblicitario, pittore e caricaturista, Filiberto Vittorio Emanuele, Luigi Mateldi (Roma 25 gennaio 1882 – Milano 1 febbraio 1942) è stato uno dei più importanti illustratori e disegnatori italiani del Novecento che, per lunghi decenni, ha rappresentato una sorta di oggetto misterioso, un rebus che nessun biografo o studioso è mai riuscito a districare.
Però, prima di parlare di matite e pennelli, non possiamo non accennare al suo incontro un po’ tumultuoso con i socialisti di Terni. Tra le sue tante attività artistiche, infatti, Filiberto Mateldi è stato anche proprietario e capocomico della Compagnia del Teatro Futurista, che si fregiava della direzione artistica di Filippo Tommaso Marinetti, Emilio Settimelli e Mario Dessy. Questa compagnia è stata protagonista di una delle tournée più disastrate della storia, che ha toccato il fondo il 18 aprile 1920 a Terni, la città dell’acciaio e sede di svariate industrie, covo di operai socialisti che mal avevano digerito l’assalto dei fascisti alla sede milanese dell’Avanti! di un anno prima, e che aspettavano al varco Marinetti, noto come il mangiasocialisti, sicuramente per discutere con modi garbati e urbani di arte, teatro e altre amenità. A Terni, in pratica, si chiude l’avventura della Compagnia del Teatro Futurista, che nel frattempo aveva cumulato un passivo di 50mila lire dell’epoca (con il crollo di Wall Street ancora da venire). Lo spettacolo non va in scena, parte del pubblico si era organizzata con patate e ortaggi vari, intervengono carabinieri e pubblica sicurezza, Marinetti più che al Futurismo pensa al suo futuro e se la dà a gambe precipitevolissimevolmente. La compagnia di scioglie e Mateldi decide di dedicarsi esclusivamente al disegno e all’illustrazione collaborando con le più importanti testate dell’epoca: “Il giornalino della Domenica”, “Il Balilla” “Corriere dei Piccoli”; con raffinate riviste di moda tipo “Dea” e “Lidel”, e con “L’illustrazione italiana”. Dai primi Anni Trenta entra nello staff della Utet e realizza le illustrazioni di quattordici romanzi della collana per ragazzi “La Scala d’oro”.
Sarà perché le informazioni su Filiberto Mateldi sono sempre state scarse e imprecise, a partire dalla sua data nascita, ma un autore così rilevante senza uno studio completo e approfondito che ne celebri lo straordinario talento sembra quasi un ossimoro. Ma così è, anzi era, perché quello che possiamo definire un cold case (termine che, come ben sanno gli appassionati di serial tv, sta a indicare delitti e misteri insoluti da lunga data), è stato affrontato e risolto da Paola Biribanti (Terni, 1977), studiosa, saggista e giornalista che, forte della sua laurea in Storia dell’Arte, coltiva una inesauribile passione per il disegno e l’illustrazione. Al suo attivo, Paola Biribanti ha anche una serie di biografie su altri grandi talenti: “Boccasile. La Signorina Grandi Firme e altri mondi” (Castelvecchi, 2009; II edizione 2019), “L’ironia è di moda. Brunetta Mateldi Moretti, artista eclettica dell’eleganza” (Carocci, 2018) e, insieme a Bruno Prosdocimi, “Prosdocimi. La vita è un gioco: Topolino, umorismo, figurine, Tv” (Iacobelli, 2018).
E, ultimo ma non ultimo, “Il caso Filiberto Mateldi. Misteri, Futurismi e Immagini di un grande illustratore del Novecento”, pubblicato il mese scorso da Graphe.It nella collana Pecile. Cold case risolto, quindi, con dati storici e anagrafici da fonti ufficiali, a partire dalla data di nascita, che quasi tutte le biografie riportavano, sbagliando, essere il 1885.
Come scrive Gianni Brunoro nella prefazione: «(Paola Biribanti) con la sua ostinazione guidata dalla curiosità si è trovata ad avere in mano un filo che, tira tira, si è rivelato poi una intricata matassa, ancorché appetitosa».
Abbiamo intervistato Paola Biribanti proprio per toglierci la curiosità su come è riuscita a districare questa intricata matassa.

Come è nata l’idea della biografia su Filiberto Mateldi?
«L’idea è nata da una proposta del nipote di Brunetta Moretti Mateldi, la nota disegnatrice di moda e moglie di Filiberto, alla quale, alcuni anni fa, ho dedicato una monografia. Massimo Moretti (il nipote di cui sopra) l’ha letta e gli è piaciuta, così mi ha contattato dicendomi che, se avessi voluto scriverne una anche su Filiberto, su cui si sapeva pochissimo, mi avrebbe messo a disposizione tutti i disegni originali che conservava e che conserva.
Inizialmente ho preso un po’ di tempo per valutare la fattibilità, anche perché le notizie bio-bibliografiche su Mateldi, oltre ad essere poche, erano anche confuse e i soli disegni non pensavo sarebbero bastati a fornirmi materiale sufficiente per un libro. Le sfide, però, mi sono sempre piaciute e così mi sono avventurata nell’impresa».

Quando la sua ricerca è diventata un cold case?, cioè quando ha capito che Mateldi rappresentava un caso insoluto, un mistero che aspettava proprio lei per essere risolto e raccontato?
«Che quello di Mateldi era un “caso” su cui indagare l’ho capito prestissimo. Direi quasi subito. Troppo grande era la sproporzione tra la vastità e l’importanza della sua opera e l’esiguità delle notizie biografiche esistenti su di lui. Questa “asimmetria” l’avevo notata già durante il lavoro di ricerca su Brunetta, quando, anche se non in modo approfondito, mi ero trovata a occuparmi incidentalmente di lui. Allora, però, ancora non erano molto sviluppati gli strumenti informatici che, invece, oggi ho potuto utilizzare. Un aiuto determinante a dissolvere la nebbia intorno a Mateldi mi è arrivato proprio da lì. È stato grazie a un archivio online che sono riuscita a trovare la vera data di nascita del Nostro, che non è quella riportata dalle fonti. Quello è stato solo l’inizio, perché la messa a fuoco dell’anno di nascita, il conseguente ritrovamento del foglio matricolare e di fotografie e documenti, emersi successivamente dal carteggio di Filiberto, hanno aperto nuove strade da percorrere e scenari sorprendenti, non solo per me, ma anche per i nipoti di Brunetta».

Di Terni abbiamo già parlato. Ma lei si aspettava di trovare nella sua città natale questo fil rouge che in qualche modo la collega al caso Mateldi?
«Assolutamente no. La connessione Terni-Mateldi è stata una vera sorpresa. Il fatto singolare è l’aver trovato le notizie sull’evento ternano non a Terni, ma a Milano! Frugando nel carteggio di Mateldi, mi sono trovata davanti un telegramma del 1920, con il quale si chiedeva al Nostro conferma delle date di Perugia e Terni degli spettacoli teatrali della Compagnia del Teatro Futurista, di cui era capocomico.
Quell’episodio è pressoché misconosciuto nella mia città, dove invece è molto più studiato il rapporto con il Futurismo negli anni Trenta, quando Terni, a causa delle sue acciaierie, era nota e ammirata come “città dinamica”, perfettamente aderente al mito futurista di modernità.
Dopo il ritrovamento del telegramma, le mie indagini si sono spostate a Terni, dove ho rinvenuto la cronaca della serata su “La Turbina”, il giornale socialista di allora che, insieme a quella raccontata dai futuristi, reperita per altre vie, mi ha permesso di ricostruire il fatto nella sua interezza.
Nel libro, ho definito quell’episodio tragicomico, perché ha rappresentato la collisione di forze provenienti da direzioni diverse e totalmente incapaci di dialogare. Da una parte la compagnia di Mateldi, paladina del teatro moderno; dall’altra i socialisti, per i quali il futurismo era sinonimo di Marinetti, vale a dire di interventismo, ossia di nemico; quindi le forze dell’ordine, coinvolte nel disordine, e, infine, il pubblico in sala, che aveva pagato per uno spettacolo d’avanguardia mai andato in scena».

Un po’ biografa, un po’ detective e anche un po’ cronista. E’ stato difficile districarsi tra i misteri di un caso da libro giallo, oppure la ricerca biografica è già di per sé una sorta di investigazione?
«La ricerca biografica è, di per sé, un’investigazione. In questo caso, l’errore di trascrizione della data di nascita tramandato di fonte in fonte (il copia e incolla non è un problema solo dei nostri tempi), i vari vuoti temporali da colmare e la scoperta di personaggi determinanti nella vita di Mateldi, ma fino ad oggi sconosciuti, hanno colorato di giallo tutta la vicenda.
Usando un eufemismo, non è stato semplice mettere insieme i pezzi della storia, anche perché, oltre che presso gli eredi di Brunetta, molto del materiale grafico di Mateldi è contenuto in riviste del primo Novecento, difficilissime da reperire.
Mi sono dovuta spostare tra Roma, Milano e Bergamo, avvicinandomi anche a mondi di cui non sono un’esperta, come il teatro negli inizi del Novecento e il cinema muto. In queste realtà ho incontrato specialisti generosissimi e subito disposti a indicarmi direzioni in cui cercare.
Alla fine, se penso al lavoro su Mateldi, più che la fatica mi viene in mente il divertimento».

 

Antonio Salvatore Sassu

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