domenica, 28 Novembre, 2021

PENSIONI E TASSE

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Pensioni a quota 103, stretta sul Reddito di cittadinanza e taglio delle tasse, sono i tre problemi sul tavolo del Governo Draghi da risolvere guardando al futuro. A frenare sulle soluzioni ci sono le valutazioni dei partiti condizionati da logiche populiste e dal timore di perdere consensi elettorali.
Sotto questo aspetto, anche la Legge di Bilancio che sarà varata a giorni diventerà una prova politica, oltre che un passo amministrativo importante su scala nazionale ed europea.
Su ciò che deciderà la politica in alternativa a quota 100, le attenzioni sono massime. Non ci sono partiti di governo che sono esposti su un ritorno al sistema prima del 2019, prima cioè che il governo gialloverde mettesse in piedi l’opzione di ritirarsi dal lavoro con pieni diritti previdenziali a 62 anni di età e 38 di contributi.
Questo però solo fino al 2021. Draghi e il suo staff tecnico, come ha spiegato il Corriere della Sera, sono rimasti da soli a tirar fuori dal cilindro un sistema che metta le pensioni a traino della sostenibilità finanziaria. Dal canto loro i partiti potrebbero cadere in tentazione, prendersi consensi subito e intestarsi il ruolo di argine a questa sorta di controriforma in attesa di un altro governo con un premier più malleabile e con Draghi spedito al Quirinale. Con queste logiche demagogiche e populiste di alcuni partiti, si parte già con il piede sbagliato ed a pagarne le spese in futuro saranno i giovani.
Sarà necessario ridimensionare il Reddito di Cittadinanza per poter operare in concretezza e consentire il famoso taglio di sette miliardi delle tasse sui redditi personali che il governo vuole avviare da subito.
Per quanto riguarda le pensioni, il probabile percorso tracciato sarebbe il seguente: quota 102 nel 2022, Quota 103 nel 2023 e Quota 104 (in pensione a 66 anni) nel 2024. Il costo supplementare di questa spalmatura lenta sarebbe di 150 milioni di euro.
La grande incognita della legge di Bilancio da varare questa settimana riguarda  ciò che deciderà il sistema politico per i prossimi anni dopo l’uscita da quota 100.
Il premier Mario Draghi e i suoi tecnici sono rimasti da soli a progettare un ritorno del sistema pensionistico verso la sostenibilità finanziaria, l’equità fra generazioni e a un’economia in cui non manchi manodopera, mentre entro il 2040 il Paese perderà quasi sei milioni di persone in età di lavoro per il declino demografico.
La tentazione dei partiti di guardare di nuovo al consenso di breve termine, quando la transizione messa in cantiere in questi giorni finirà e sarà in carica un altro governo è come una spada di Damocle. Il tentativo di rendere meno probabile un’altra controriforma farà parte dei calcoli, in questi giorni. Così sarà anche per l’obiettivo di frenare l’espansione continua delle platee del Reddito di cittadinanza, tramite una stretta in entrata e più vincoli in uscita. Senza queste precauzioni, rischia di diventare difficile sostenere negli anni il taglio di sette miliardi delle tasse sui redditi personali che il governo vuole avviare da subito.
Nel 2021, il costo del Reddito di Cittadinanza, dovrebbe salire a una cifra fra 8,5 e 9 miliardi di euro, perché il numero dei beneficiari ha continuato a salire, malgrado il rimbalzo dell’economia e la creazione di oltre 500 mila posti. Le famiglie beneficiarie ad agosto sono state il 5,7% in più rispetto all’anno precedente: 1,67 milioni di nuclei che includono circa 3,8 milioni di persone (oltre un milione in più rispetto al 2019).
L’analisi dei dati, e non solo, rivela che le frodi sono frequenti. Inoltre, ha influito negativamente sul mercato del lavoro alterando il punto di incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Per prevenirle, diventerà obbligatorio allegare alla domanda un certificato di residenza recente e si dovrà firmare la “Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro” del richiedente e dei suoi familiari, prima ancora che la domanda venga presa in esame. Poi, è previsto un intervento sulla potenziale via di uscita dal sussidio che al momento appare, quantomeno, ostruita.
I sindacati hanno già bocciato la proposta del governo sulle pensioni. Una riunione della cabina di regia dovrebbero precedere l’approdo della manovra in Cdm. Finora non risultano convocazioni, ma appare difficile che il Consiglio dei ministri si svolga martedì (in mattinata il premier Mario Draghi è atteso a Bari) e anche la data di mercoledì sembra difficilmente praticabile, per gli impegni nell’agenda del ministro dell’Economia Daniele Franco. Dunque, giovedì sarebbe la data più plausibile, poiché venerdì il premier è impegnato nel G20.
Matteo Salvini e Silvio Berlusconi riuniranno i ministri di Lega e Fi sulla manovra, per incontrare successivamente Draghi sui temi in discussione. Un colloquio, secondo fonti parlamentari, potrebbe esserci anche con il leader M5s Giuseppe Conte, che preme per la proroga dello ‘status quo’ (ad oggi non prevista).
Per tutto il weekend è andato avanti il lavoro dei tecnici, con contatti informali con i ‘luogotenenti’ dei partiti.
Da un’analisi dell’Osservatorio Previdenza della Fondazione Di Vittorio e della Cgil Nazionale, risulterebbe che solo 10 mila persone potranno usufruire di Quota 102 e 104 tra il 2022 ed il 2023. Ghiselli per la Cgil reclama: “Governo ci convochi e avanzi proposte che tengano conto dei contenuti della nostra Piattaforma unitaria”.
La stima della Cgil è stata ricavata proiettando nel prossimo biennio i dati relativi a chi ha usufruito finora di ‘Quota 100’, e assumendo i nuovi vincoli anagrafici previsti dalla nuova normativa 64 e 66 anni.
Ezio Cigna, responsabile Previdenza pubblica della Cgil nazionale, ha spiegato: “Dai nostri studi sarebbero 8.524 le persone coinvolte nel 2022 e 1.924 nel 2023, visto che molti dei soggetti che potrebbero perfezionare ‘Quota 102’ nel 2022 e ‘Quota 104’ nel 2023 hanno già maturato il requisito di ‘Quota 100’ al 31 dicembre 2021. In particolare, nel 2022 potrebbero accedere a ‘Quota 102’ solo le persone con
almeno 64 anni di età, ossia chi è nato dal 1956 al 1958 e con 38 anni di contributi, non un contributo in più altrimenti avrebbero maturato ‘Quota 100’, non un contributo in meno altrimenti non raggiungerebbero il requisito contributivo, essendo ‘Quota 102’ una misura della durata di un solo anno. Nel 2023 potrebbero utilizzare ‘Quota 104’ esclusivamente le persone che avranno 66 anni di età, cioè nate nel solo 1957 e con 38 anni di contributi, e che non avevano maturato tale requisito nel 2021 così da poter usufruire di ‘Quota 100’”.

Il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, ha osservato: “La proposta di ‘Quota 102 e 104’, se venisse confermata dal Governo, costituirebbe una misura inutile, che non darebbe alcuna risposta. Il punto principale non è come rendere più graduale l’uscita da ‘Quota 100’, ma come riformare complessivamente il sistema. Da tempo abbiamo presentato unitariamente al Governo la nostra Piattaforma che prevede: una flessibilità in uscita per tutti dopo 62 anni di età o 41 anni di contributi; interventi che tengano conto della specifica condizione delle donne, dei lavoratori disoccupati, discontinui e precoci, dei lavoratori gravosi o usuranti; l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia per i più giovani”.
Per questo, secondo Ghiselli: “È necessario che il Governo ci convochi nei prossimi giorni e si dichiari disponibile ad aumentare sensibilmente le risorse previste nella prossima legge di Bilancio per la previdenza, attualmente pari alla cifra ‘simbolica’ di 602 milioni, e avanzi proposte che tengano conto dei contenuti della nostra Piattaforma unitaria”. Il confronto tra Governo e sindacati va al di là di qualsiasi speculazione politica di parte nel ricercare la soluzione ottimale: quella che risponde meglio alle esigenze degli italiani per garantire la dignità dei lavoratori ed un futuro migliore ai giovani, ricordando che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

 

Salvatore Rondello

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