venerdì, 18 Giugno, 2021

Pensioni, rata di gennaio 2021 anticipata. CIG, 240mila lavoratori “dimenticati”. Istat, chiuse 73mila imprese

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Pensioni
PAGAMENTI ANTICIPATI ANCHE PER LA RATA DI GENNAIO 2021

Dal 28 dicembre via al pagamento anticipato delle pensioni di gennaio 2021. ”Ieri sera ho firmato una nuova ordinanza per il pagamento anticipato delle pensioni di gennaio a dicembre”, ha recentemente detto il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, intervistato dall’ex ministro Antonio Guidi a Radio Radio.
Nell’ordinanza si legge che “allo scopo di consentire a Poste Italiane S.p.A. la gestione dell’accesso ai propri sportelli dei titolari del diritto alla riscossione delle predette prestazioni, in modalità compatibili con le disposizioni in vigore adottate allo scopo di contenere e gestire l’emergenza epidemiologica da Covid-19, salvaguardando i diritti dei titolari delle prestazioni medesime, il pagamento dei trattamenti pensionistici, degli assegni, delle pensioni e delle indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili, di cui all’articolo 1, comma 302, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 e successive integrazioni e modificazioni, di competenza del mese di gennaio 2021, è anticipato dal 28 dicembre 2020 al 2 gennaio 2021; di competenza del mese di febbraio 2021, è anticipato dal 25 gennaio 2021 al 30 gennaio 2021”.
“Resta fermo che, ad ogni altro effetto, il diritto al rateo mensile delle sopra citate prestazioni si perfeziona comunque il primo giorno del mese di competenza dello stesso” è scritto nell’ordinanza.

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COME CALCOLARE I RATEI DI TREDICESIMA PER LA CIG COVID

La tredicesima mensilità di questo difficile 2020, ovviamente a causa della pandemia Covid, sarà per ovvi motivi più leggera.
L’ammontare complessivo delle tredicesime quest’anno, infatti, è inferiore a quello del 2019 (41,2 miliardi contro 43,3 dello scorso anno) essenzialmente per effetto del calo dell’occupazione e della Cig, di conseguenza anche la quota di tredicesima destinata a consumi risulta in flessione di circa il 12% con una riduzione di spesa per famiglia dell’11,1%, scesa a 1.334 euro da 1.501 euro del 2019.
Particolare attenzione va riservata, quest’anno, al caso in cui l’azienda sia ricorsa alla cassa integrazione Covid-19. Come va computato il rateo di tredicesima per la sospensione a zero ore o ad orario ridotto?
Con CIG a zero ore
L’integrazione salariale corrisposta dall’Inps o altri enti previdenziali comprende purtroppo anche la quota di retribuzione destinata alla tredicesima, per tutte le ore in cui il lavoratore è messo in cassa integrazione. Dunque non è prevista maturazione di retribuzione differita. E quindi, a fine anno, dalla tredicesima maturata si scalano i mesi in cui l’attività di lavoro risulta sospesa causa Cig. Con la conseguenza di un importo complessivo più povero (pari alla somma degli importi maturati ogni mese durante il periodo di lavoro effettivo svolto nell’anno).
Con Cig a orario ridotto
Nell’ipotesi in cui la cassa integrazione disposta per il lavoratore abbia invece comportato soltanto una contrazione dell’orario di lavoro, i relativi periodi generano comunque due quote di tredicesima: sia quella per le ore effettive di lavoro (maturate anche in malattia, infortunio, ecc.), sia quelle relative ai periodi di cassa (con parziale integrazione salariale). In questo caso, però, il datore di lavoro deve verificare però se l’80% della retribuzione non supera il massimale orario di integrazione: solo in questa fattispecie infatti potrà essere corrisposta anche una parte delle mensilità aggiuntive fino al limite del massimale.

Consulenti Del lavoro
SONO 240MILA I LAVORATORI DIMENTACATI DALLA CIG PER COVID-19

Sono 240mila i lavoratori dipendenti potenzialmente esclusi dall’accesso agli ammortizzatori sociali emergenziali in quanto assunti dalle circa 86 mila nuove imprese nate tra il 13 luglio e il 31 ottobre 2020 che restano ‘fuori’ dalla possibilità di richiedere il trattamento di integrazione salariale in quanto non beneficiari delle precedenti settimane previste dalla normativa Covid-19. Queste ultime, infatti, hanno potuto avere accesso alla cig solo a partire dal 9 novembre 2020. Sono le stime recentemente raccolte dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro nel loro consueto approfondimento.
Secondo i consulenti del lavoro di queste nuove imprese, almeno l’8,4% è ascrivibile a settori, come turismo e tempo libero, duramente colpiti dalla ripresa della seconda ondata pandemica e dalle successive chiusure. Una problematica risolta soltanto in parte. Infatti, l’art. 13 del dl n. 157/2020, recante ‘misure in materia di integrazione salariale’, ha recuperato un deficit di coordinamento tra il decreto n. 104/2020 ed il successivo n. 137/2020, equiparando la condizione dei lavoratori dipendenti assunti dopo il 13 luglio 2020 a quella dei lavoratori già in forza presso le aziende, consentendo pertanto anche ai primi di accedere ai trattamenti di cassa integrazione connessi alla pandemia. Una platea rilevante di soggetti che, stando alle stime della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, avrebbe interessato circa 2,5 milioni di lavoratori dipendenti, assunti a partire dal 13 luglio 2020 fino al 31 ottobre. Eppure, anche il tentativo a posteriori di evitare disparità tra lavoratori nelle medesime condizioni, comunque evidentemente degni di ricevere adeguate tutele, non è stato risolutivo.
“È assolutamente necessario – ha dichiarato Pasquale Staropoli, responsabile scuola alta formazione Fondazione studi consulenti del lavoro – che vengano previste misure atte a realizzare una moratoria per la presentazione delle domande, qualora queste non siano state presentate per il divieto preesistente alla introduzione dell’art. 13 del Dl n. 157/2020, e comunque impediscano gli effetti discriminanti”. Diversamente si darebbe luogo ad una grave ingiustizia sociale ed errore giuridico. “Il legislatore ha recuperato un deficit di coordinamento tra il decreto n. 104/2020 ed il successivo n. 137/2020, nell’ambito di un disegno governativo che più volte ha fatto del ‘non lasciare nessuno indietro’ e della promessa della intangibilità del livello occupazionale un impegno ed una promessa caratterizzanti, ma questo messaggio e questo recupero devono essere realizzati fino in fondo, concretamente e con norme corrette”, ha infine concluso Staropoli.

Istat
COVID: CHIUSE 73MILA IMPRESE

Il 68,9% delle imprese è in piena attività nonostante l’emergenza sanitaria da Covid, il 23,9% è parzialmente aperta, svolgendo la propria attività in condizioni limitate in termini di spazi, orari e accesso della clientela, mentre il 7,2% è chiusa. E’ quanto emerge dal report Istat – ripreso dall’agenzia Ansa – sulle imprese di fronte al Covid nel quale sono state intervistate oltre un milione di imprese tra ottobre e novembre con riferimento al periodo giugno-ottobre. Circa 73 mila imprese, che pesano per il 4% dell’occupazione, hanno dichiarato di essere chiuse: 55 mila prevedono di riaprire e 17 mila no (l’1,7% delle imprese pari allo 0,9% degli occupati). 
I quattro quinti delle imprese oggetto di indagine (804mila, pari al 78,9% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 189 mila (pari al 18,6%) appartengono al segmento delle piccole (10-49 addetti) mentre sono circa 22 mila quelle medie (50-249 addetti) e 3 mila le grandi (250 addetti e oltre) che insieme rappresentano il 2,6% del totale. Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 29,3% nel Nord-ovest e il 23,4% nel Nord-est), il 21,5% al Centro e il 25,9% nel Mezzogiorno.
L’85% delle unità produttive “chiuse” sono microimprese e si concentrano nel settore dei servizi non commerciali (58 mila unità, pari al 12,5% del totale), in cui è elevata anche la quota di aziende parzialmente aperte (35,2%). Le attività sportive e di intrattenimento presentano la più alta incidenza di chiusura, seguite dai servizi alberghieri e ricettivi e dalle case da gioco. Una quota significativa di imprese attualmente non operative si riscontra anche nel settore della ristorazione (circa 30 mila imprese di cui 5 mila non prevedono di riprendere) e in quello del commercio al dettaglio (7 mila imprese). Il 28,3% degli esercizi al dettaglio chiusi non prevede di riaprire rispetto all’11,3% delle strutture ricettive, al 14,6% delle attività sportive e di intrattenimento e al 17,3% delle imprese di servizi di ristorazione non operative.
Tra le imprese attualmente non operative, quelle presenti nel Mezzogiorno sono a maggior rischio di chiusura definitiva: il 31,9% delle imprese chiuse (pari a 6 mila unità) prevede di non riaprire, rispetto al 27,6% del Centro, al 23% del Nord-ovest e al 13,8% del Nord-est (24% in Italia).

Carlo Pareto

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