giovedì, 24 Giugno, 2021

Perché è utile rileggere i Promessi sposi, un romanzo oltre i banchi di scuola

0

Nel 2021 cade il bicentenario dei “Promessi Sposi”, un romanzo oltre i banchi di scuola, che ci aiuta a comprendere meglio la storia d’Italia del nostro tempo


Quest’anno si è si parlato molto di Dante Alighieri, e giustamente, perché nel 2021 ricorreranno 700 anni dalla morte dell’autore della “Commedia”. Non dovremmo dimenticare però che il 2021 è anche l’anno che ci riporta alla scrittura dei “Promessi Sposi”, iniziata nel 1821 e terminata, a varie riprese, nel 1823, 1827, 1840. Anno, quest’ultimo, che vide la stampa dell’edizione definitiva dell’opera, pubblicata a dispense presso gli editori milanesi Guglielmini e Redaelli con illustrazioni di Francesco Gonin e con in appendice “La storia della Colonna Infame” A proposito dei “Promessi sposi” lo scrittore Andrea Camilleri dichiarò: “Da ragazzo non sopportavo Manzoni. La lettura[dei “Promessi Sposi”]che ci veniva propinata a scuola lo rendeva odioso, noioso. La colpa non era sua, ma della lettura penitenziale e penitenziaria che ne veniva fatta”. A differenza del giovane Camilleri e dei tanti  studenti che anche oggi mal sopportano leggere e commentare i  “ Promessi Sposi”, il giovane Leonardo Sciascia  nelle aule delle magistrali di Caltanissetta si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse poi attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. A Sciascia  i “Promessi Sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I Promessi Sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è da consorterie, complicità, impunità, silenzi e codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca ritratti nella varietà delle professioni, dai religiosi ai medici, dai mugnai agli eruditi, Manzoni smentisce il pregiudizio che vuole l’omertà e la mafia iscritte nel Dna delle popolazioni meridionali. Ci aiuta a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato da clientelismo, corruzione, patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Di qui la secolare diffidenza degli Italiani verso lo Stato e la loro inclinazione a farsi i fatti propri, e quindi il deficit di senso civico e di società civile che nel corso degli anni ha complicato la lotta contro la criminalità organizzata. Per questo nel nostro Paese, se non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

 

Lorenzo Catania 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply