mercoledì, 19 Maggio, 2021

Peste, colera e nemici invisibili: letture ai tempi del Coronavirus

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Se siete più che stufi (come sicuramente siete) della realtà cui vi ha costretto la quarantena, potete seguirci nella seconda puntata (la prima la trovate qui) del viaggio in quel mondo della fantasia che ha anticipato scenari di un futuro prossimo venturo non esattamente rosei.
Prima, però, facciamo un passo indietro perché, anche se questi passeranno alla storia come gli anni del regno del Coronaviurs, la regina incontrastata delle paure dell’Occidente resta ancora la Morte Nera, la pandemia di peste che ha imperversato in Europa dal 1346 al 1353 circa.
Per approfondire l’argomento suggeriamo “La Peste Nera e la fine del Medioevo – La storia della più spaventosa epidemia che abbia mai attraversato l’Europa” (1996). saggio di Klaus Bergdolt. Notevole quello che scrive l’autore nell’introduzione: «L’epidemia della peste fece morire un terzo della popolazione europea. Per cinque terribili anni, la morte proiettò ovunque la sua sinistra ombra. Si diffuse il panico, si insinuarono agghiaccianti sospetti che non risparmiavano neppure i vincoli familiari, si misero in atto impensabili mezzi di prevenzione. E all’improvviso si scatenarono selvagge cacce ai presunti colpevoli. Alla fine di questa tragedia, l’Europa non fu più la stessa». Scenari che, guarda caso, si stanno ripetendo anche in questo periodo.

Passando alla narrativa, pensavate che un virus letale come il Covid-19 fosse il massimo della paura? Sbagliato. C’è di peggio. Immaginate, giusto per tenervi allegri, cosa succederebbe se si spandesse all’improvviso un’epidemia che rende tutti ciechi, chiedetevi quanto durerebbe quel sottile velo di cipolla che chiamiamo civiltà. L’unica buona notizia è che non ci sarà più nessuno a spiarvi dalla finestra. E’ proprio quello che succede nella città senza nome dove è ambientato “Cecità” (Ensaio sobre a Cegueira, 1995), romanzo apocalittico dello scrittore portoghese José Saramago, Nobel per la letteratura 1998. Dal libro è stato tratto il film “Blindness – Cecità” del 2008, regia di Fernando Meirelles, con Julianne Moore, Mark Ruffalo e Danny Glover.
E che dire della Scaglia di drago? Una più che scottante pandemia raccontata da Joe Hill, non a caso figlio di Stephen King, in “The Fireman” (2010), pubblicato in Italia in due volumi, “L’uomo del fuoco” e “L’isola della salvezza”. In un futuro prossimo l’umanità dovrà vedersela col virus della Trichophyton draco incendiarius, o Scaglia di drago, che si trasmette con il semplice contatto della pelle. L’effetto è devastante perché chi ne viene colpito diventa, in poco tempo, una torcia umana, e non esiste nessuna cura. La pandemia si spande minacciando di trasformare l’intero pianeta in un deserto di cenere.

Anche Jack London si è cimentato sul tema con “Guerra alla Cina – L’inaudita invasione” (The Unparalled Invasion, 1910) e “La peste scarlatta” o “Il morbo scarlatto” (The Scarlet Plague, 1912). Il primo dovrebbe essere il racconto che ha aperto il versante della guerra batteriologica nel genere apocalittico, scritto in tempi non sospetti, quando persino il gas nervino non era stato ancora inventato. Per London, il pericolo giallo era una realtà concreta, ed era certo che in pochi anni avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza stessa dell’Occidente. Come difendersi? Ma con una bella guerra batteriologica, con uno sterminio di massa da realizzarsi usando un esercito di virus, ovviamente coltivati in laboratorio: vaiolo, febbre gialla, colera, scarlattina e, dulcis in fundo, il colpo finale della Morte Nera, la peste bubbonica. Nessuno può scappare perché eserciti e flotte degli Alleati hanno chiuso la Cina in una morsa d’acciaio.
“La peste scarlatta” è un romanzo breve, ovviamente di genere post-apocalittico, che London ha ambientato nel 2073, sessant’anni dopo che il “morbo rosso”, inarrestabile pandemia di pestilenza, ha quasi sterminato gli otto miliardi di abitanti della Terra, ritornata all’età della pietra. Nei dintorni di San Francisco, l’anziano James Howard Smith, uno dei pochi sopravvissuti, racconta ai nipotini – e ai lettori – la storia del crollo della civiltà.
A proposito di nemici invisibili, non possiamo dimenticare “Virus” (1970) racconto di Max Bunker, alias Luciano Secchi, inventore di Kriminal, Satanik, Alan Ford, e decine di altri personaggi che hanno fatto la storia del fumetto italiano dal secondo dopoguerra in poi. Cinquant’anni fa, Bunker si è immaginato un mondo dove l’umanità, grazie alla scienza medica, è praticamente immortale, ma senza abbondanza di risorse. Il problema, quindi, sono quelli che producono poco e costano troppo, che hanno bisogno di assistenza medica e sociale, e della pensione. Se tutto questo vi ricorda recenti interventi di titolati economisti sui provvedimenti da prendere per risollevare l’economia mondiale, avete una buona memoria. Nel racconto il governo globale pensa al final cut e cerca il rimedio dei rimedi. Lo trova in un virus che ha effetti molto, ma molto subdoli.

Concludiamo come abbiamo iniziato: con un saggio, utile a riconciliarci col mondo dopo tante visoni apocalittiche: “La nera signora Antropologia della morte” di Alfonso M. di Nola (Newton Compton, 1995). Un libro che, come spiega l’autore nell’introduzione, «richiama ai vari aspetti del problema della morte secondo un’aggressione decisamente laica e indagando il grande peso che nelle storie umane, secondo propri particolari, hanno assunto le invenzioni pacificatrici dell’uomo per liberare la sua esperienza dai terrori che in ogni tempo lo hanno circondato». Da leggere prima di addormentarsi perché, con questo intrigante compagno di letto, i dolci sogni sono garantiti.


Antonio Salvatore Sassu

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