giovedì, 23 Settembre, 2021

Pino Turi, Uil: “Se la scuola riparte, riparte anche il Paese”

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E’ un’Italia che si muove spinta dalle pressioni politiche e dalle emergenze sanitarie quella che la scuola si trova a vivere in questo inizio di anno. Una condizione che dura dal marzo scorso con un unico accordo rispettato, quello per gli esami di Stato, e molte intese lasciate nei cassetti dei Palazzi. Decisioni prese, scaricate sulle scuole, poi modificate come in un gioco dell’oca dove si ricomincia sempre daccapo.
L’aver spostato la data di apertura delle scuole serve solo a prendere tempo in un compromesso tutto politico avulso dalla realtà.
Persino la scienza è messa in condizioni di marginalità, stretta tra contrapposizioni politiche e narrazione governativa.
La scuola è luogo di libertà e non di omologazione e standardizzazione. Non può essere eterodiretta da una politica che vorrebbe utilizzarla per il proprio consenso. La comunità educante si rafforza con l’autogoverno, con la democrazia, con la condivisione e con la partecipazione. L’autonomia delle scuole serve proprio a questo.
Ci sono voluti mesi per capire che gli interventi devono essere molteplici e diversificati per aree geografiche e ancora non si agisce di conseguenza. Non bastano gli investimenti finanziari, che pure ci sono stati, ma senza una visione d’insieme, serve un ripensamento complessivo. Riaprire le scuole chiuse e trovare spazi per nuove ‘scuole di prossimità’ sarebbe una scelta saggia che dovrebbe andare oltre l’emergenza.
Se la scuola riparte, riparte il Paese. E’ vero, ma è importante il modo nel quale ripartirà. Per questo siamo molto preoccupati. Chiediamo certezze sulla sicurezza di scuole e lavoratori, che non vanno lasciati alla deriva delle decisioni dei vari opinionisti. Non si può giocare sulla pelle dei lavoratori che, invece, vanno tutelati nel bene supremo della propria vita a cui nessun ristoro è possibile.
E’ questa la cifra del cambiamento. Le persone prima delle cose. Ci vogliono strategia, coraggio e visione del futuro.
La politica semplificata, di natura populista, oltre a non conciliarsi con la democrazia e la partecipazione, si è rivelata inefficace nel risolvere problemi seri e complessi. Manca la cultura di governo che sostituisca questa politica di opposizione, persino al mondo reale. La pandemia non risponde alla narrazione e ai decreti, approvati in assoluta autoreferenzialità, se non hanno fondamento sui dati scientifici su cui ottenere e misurare il consenso sociale. I fatti americani dovrebbero fare riflettere anche a casa nostra. Il ruolo del sindacato è anche quello di tenere sotto controllo la temperatura democratica di un Paese. Agire da anticorpo della democrazia come è stato nella stagione del terrorismo, battuto dall’unità e dalla condivisione sociale a cui, proprio il sindacato confederale, ha conferito forza e determinazione.
Serve il contatto con la società, attraverso i metodi democratici del confronto e della condivisione con le forze vive del paese.
Il ricorso sempre più diffuso a task force estranee alla gestione e alla responsabilità politica e amministrativa derogano alle garanzie di gestione democratica e partecipata ed escludono dalle decisioni, la scuola, espropriandola da quella gestione autonoma che la dovrebbe preservare dal condizionamento della politica che, invece si sostituisce alle responsabilità decisionali che le competono.
La sfida da cogliere è quella di mettere in sintonia le città, le attività produttive, i tempi del Paese con la scuola e non viceversa. Gestire tempi, spazi, opportunità, distinguendo tra aree metropolitane e altri territori. Nei piccoli centri la presenza della scuola è già elemento trainante e di garanzia di socialità. Perseguire una nuova offerta sul territorio significa passare dalle aggregazioni numeriche, dai dimensionamenti fatti a tavolino, alle scuole di prossimità. Un progetto nuovo da perseguire in controtendenza rispetto alle politiche orientate al mercato alla concentrazione numerica e ai tagli degli ultimi anni.
Siamo ancora in attesa di dati certi degli effetti pandemici sulle scuole mentre è chiaro che è saltato il meccanismo di prevenzione e tracciamento. In questa situazione la scuola non è imputata, è parte lesa.
La responsabilità dell’azione sindacale non è mai venuta meno nonostante le pessime relazioni istituzionali: è stato sottoscritto l’accordo per gli Esami di Stato che ha dato i risultati per i quali era stato predisposto, e quello per il rientro in sicurezza, poi abbandonato nella convinzione che il peggio fosse passato con la buona stagione e si è riproposto lo stucchevole scaricabarile incagliato nelle difficili relazioni Stato-Regioni.
Una democrazia è forte se si regge sui dati scientifici e non sulle narrazioni propagandistiche. La realtà è più complessa di come la si vuole rappresentare e per governarne gli effetti negativi, servono azioni coraggiose e condivise che si costruiscono con il confronto e con le relazioni democratiche.
Le misure che continuiamo a rivendicare sono: riduzione degli alunni per classe; presidi sanitari per il tracciamento e per la vigilanza sanitaria; trasporti dedicati e diversificati per ambiti geografici, con le aree metropolitane distinte dalle altre; innovazione tecnologica e digitale della pubblica amministrazione
Vanno usati i soldi del MES per i presidi sanitari nelle scuole e per i dispositivi di protezione individuale (Dpi). Priorità assoluta nel piano di vaccinazione del personale scolastico che è in prima linea nel contrastare gli effetti della pandemia. In questa fase di avvio di campagna di vaccinazioni si pensi al personale della scuola. A scuole chiuse non serve.
Guardando alle strategie di sviluppo, e per dare risposte alla piaga del precariato, bisogna agire sugli organici stabili, almeno triennali, su cui programmare e reclutare il personale anche a tempo determinato con contratti pluriennali. La scuola ha bisogno di certezze e stabilità che negli ultimi venticinque anni le sono state negate.

 

Pino Turi

segretario generale Uil Scuola

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