martedì, 3 Agosto, 2021

Poveri altruisti, benestanti egoisti

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I ricordi del Dopoguerra, quando la migrazione italiana era quasi tutta interna, ci raccontano che nelle famiglie povere la porta era sempre aperta…come non ci fosse nulla da portare via! In fondo, quando non si possiede niente la vita trascorre con una certa inedia e non si fa caso al nuovo vicino di casa e al le sue abitudini. Il riferimento è sempre a quegli anni che hanno visto le regioni più dinamiche del Paese crescere grazie alle braccia di uomini in cerca di fortuna che stipavano i treni diretti al Nord per avere una vita. La porta blindata, all’inizio degli anni Settanta, è stata messa con l’idea che avrebbe protetto le nostre cose, non certo per difenderci dai ladri che forse allora avevano più paura di noi. Erano i segni del benessere, quel benessere che d’improvviso ci aveva trasformato da altruisti in egoisti. Finalmente, dopo anni di rinunce e miseria, avevamo da perdere qualcosa. Erano gli anni della speranza, della scalata ai diritti sociali che offrivano a tutti la possibilità di curarsi e vivere più a lungo; anni in cui la catena di montaggio sociale aveva saputo creare un’armonia tra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato al tempo libero, tra opportunità lavorative ed economiche e libertà dei diritti, tra risparmio, investimenti e consumi. Le banche reinvestivano oculatamente i depositi prestando danaro ad imprenditori intraprendenti che con il loro impegno creavano le condizioni per la crescita di nuove opportunità di lavoro. E là dove non arrivava l’iniziativa privata, ci pensava lo Stato, la mano pubblica ad intervenire, generando una continua crescita della domanda interna. Ancora oggi, in molti luoghi, le persone sono fiduciose e accolgono chi è in difficoltà, ma la maggior parte si è incattivita quando si è vista espropriata del lavoro e della sicurezza sociale garantita da tutele e diritti; in altri termini, quando ha visto ridursi quel modesto benessere su cui si reggeva la fiducia e la sicurezza del futuro. Non capire tutto questo si è rivelato devastante per la nostra società. La politica è andata fuori strada perché diventata incapace di guidare il Paese, distratta dalle luci colorate dei ricchi egoisti che hanno fatto pagare con un prezzo altissimo la loro crisi alla popolazione. Quelle lucine colorate hanno distratto gli stessi governanti, attratti come api sui fiori dalla promessa di ricchezza, lusso e prestigio, per quanto forte era la brama di frequentare gli ambienti più esclusivi e prestigiosi. La semplicità, quel volano che aveva fatto crescere l’Italia, è stata sostituita da sistemi più sofisticati, quali gli algoritmi dei mercati finanziari delle Borse. Così siamo caduti nell’errore pensando si potesse vivere di più e meglio senza lavorare, diventando noi stessi speculatori dei nostri risparmi. Cosicchè abbiamo autorizzato banchieri senza scrupoli a giocare con noi come il gatto e la volpe, salvo poi essere stati sopraffatti dalla morsa della speculazione e della finanza mondiale. Questa è la triste parabola di quell’ egoismo generato dalla nostra avidità e dalla nostra bramosia di arricchimento che ci ha condotto oggi dritti dritti nel vicolo cieco dell’impoverimento, della distruzione del ceto medio e, con esso, di ogni sicurezza sociale ed economica. Inoltre – ed è questa la cosa peggiore – ad aver cancellato in noi ogni forma di sano altruismo. Che avesse ragione Pasolini a rimpiangere l’italia “povera ma bella” delle borgate e del mondo contadino? Il Dio denaro e il Dio mercato hanno fatto sì che proprio quell’Italia del dopoguerra, scomparisse nell’arco di un trentennio.

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