venerdì, 16 Aprile, 2021

Presente e futuro della crisi del sindacalismo tradizionale

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La recente crisi di governo ha evidenziato, in maniera assai pronunciata, lo stato attuale di ininfluenza del sindacalismo italiano rispetto al sistema politico-istituzionale. Purtroppo non sono più i tempi in cui il potere sindacale teorizzava e praticava il modello del “sindacato soggetto politico” per cui appare, ormai, evidente l’abdicazione del sindacalismo italiano alla propria funzione di soggetto che discuta e si confronti, a livello istituzionale, sui grandi temi dell’economia utilizzando lo strumento del conflitto per incidere sulle scelte politiche. In aggiunta la presenza sempre più cospicua di nuove forme di sindacalismo autonomo, e di base, oltre che di organizzazioni datoriali, espressione del nuovo sistema produttivo reticolare in profonda trasformazione, hanno fatto da contraltare allo sviluppo di un elevato pluralismo associativo che ha eroso consensi e rappresentatività riscrivendo ed aggiornando nuove relazioni industriali che hanno mostrato i germi della necessità di una nuova capacità di elaborazione programmatica e di mobilitazione sociale dei sindacati anche, e soprattutto, su temi di attivismo nuovi, quali il diritto alla salute. Ciò sarebbe doveroso da effettuarsi principalmente avanzando proposte nel solco dell’idea della cosiddetta “democrazia economica” e rispetto alle quali, purtroppo, ad oggi si registra un assordante silenzio quale tratto distintivo della piu’ generale crisi della rappresentanza sociale. Se l‘ultimo rapporto annuale del Censis ha dimostrato che l’85% degli italiani ha manifestato preoccupazione sul proprio grado di protezione nei settori del lavoro e dei redditi è pur vero che un sindacalismo liberale, legato ai valori democratici e di socialità, non può, nel proprio manifesto politico culturale, non partire anche dall’assunto che risulta ormai necessario stroncare sul nascere il monopolio del diritto alla salute in un’epoca, quale quella del covid, in cui tutto sembra spesso poter essere sacrificato nell’altare della sanità. Risulta, certamente, importante l’equilibrio tra i vari diritti, inteso come una parola in contrapposizione verso chi sostiene che la libertà sia stata minata a colpi di “dpcm”. In tutti i paesi, infatti, il diritto alla salute si deve confrontare con gli altri diritti fondamentali poiché non esistono diritti che prevalgono incondizionatamente sugli altri. I diritti devono convivere ed un governo li deve tenere in perfetto equilibrio giuridico. Non, quindi, la salute prima di tutto ma i diritti prima di tutto. Oggi, ad esempio, una categoria che ha parecchio subito il contraccolpo di tale concezione “gerarchica dei diritti” risulta essere stata quella degli anziani, la quale è risultata essere caratterizzata dalle persone più deboli, più fragili e più vulnerabili della società. L’alto numero di morti registrate tra gli anziani durante la pandemia ha, infatti, portato alla luce la tragicità delle scelte effettuate in nome di una sanità selettiva a volte cozzante con il diritto morale e giuridico della parità di trattamento tra gli individui e che ha perpetrato una forma di discriminazione che ha violato apertamente la dignità della persona. Gli anziani, risorsa fondamentale del paese, custodi della memoria collettiva, interpreti di ideali e di valori comuni hanno vissuto le dinamiche di una “modernità senza memoria” basata sulla “cultura dello sconto”, che li ha considerati come un peso per la società, e su una sanità “selettiva”, che ha considerato come residuale la loro vita. Tante affermazioni, anche pubbliche, contemporanee, hanno profilato una disparità di trattamento e di accesso al diritto universale alle cure sottacendo la necessità di iniziative sociali ed umanitarie volte a rinsaldare la solidarietà tra le generazioni e la riumanizzazione della nostra società che non consideri gli anziani solo dei numeri. Oggi urge lottare sindacalmente per riaffermare una tutela della salute intesa come diritto fondamentale anche della cosiddetta “generazione della terza età”. In tal senso dovrebbe essere ampio l’apporto delle organizzazioni sindacali come titolari dei diritti attribuiti dalla costituzione e come esplicitazione pratica del principio di autorganizzazione per la gestione degli affari interni alla società al fine di sostenere i diritti di garanzia individuale. Certo non si tratta di fanatico attaccamento alle proprie verità ma di necessita di affermazione di un nuovo concetto di autonomia sindacale di un aspetto fondamentale della società contemporanea. Il sindacato, infatti, non deve esprimere più soltanto gli interessi dei lavoratori ma anche delle tante singole e vulnerabili componenti della società contemporanea, richiedendo la capacità quotidiana di risolvere il dilemma del rapporto con la politica in un contesto di autonomia dai partiti ove l’autonomia è in primo luogo la capacità di scegliere in piena indipendenza i propri orientamenti e regole di comportamento. La scelta dell’autonomia richiede la capacità quotidiana di risolvere il dilemma del rapporto con la politica trovando un punto di equilibrio che eviti i pericoli del tatticismo politico o delle azioni corporative e particolaristiche, costruendo una struttura sindacale che sia solo una libera associazione di interessi collettivi e persegua l’affermazione dei diritti connessi alla dignità della persona. Certo il sindacato non può essere indifferente alla politica, in quanto essa incide sulle condizioni di lavoro e di vita delle categorie sociali mediante azioni sindacali che abbiano contenuti, tempi di realizzazione e forme di lotta che risultino diversi da quelli tipici dei partiti politici. Il sindacato è una delle più importanti manifestazioni di vitalità della società civile ove la sua identità e la sua funzione di espressione intermedia della società civile deve essere autonoma dalle istituzioni pubbliche e che definisca le regole per il rapporto fra stato e società civile tramite la contrattazione collettiva. Anche la legge, infatti, può avere una origine sindacale frutto delle sue mobilitazioni. La forza del metodo contrattuale sta, infatti, nel fatto che può avere una ragione sindacale frutto delle sue mobilitazioni. La forza del metodo contrattuale sta, peraltro, nella reciproca legittimazione delle parti, nel pieno riconoscimento del loro diritto a rappresentare interessi diversi con uguale diritto all’esistenza in un modello di economia mista ove il metodo contrattuale sia proprio catalizzatore dello sviluppo economico del paese basato sulla solidarietà. Solidarietà, però, non significa egualitarismo poiché non esiste la formula della solidarietà e dell’equità da applicare in ogni tempo ed ogni luogo. Umanizzare la società significa per il sindacato aprirsi alla tutela di tutte le sue componenti in una nuova “età dei diritti” in cui il movimento sindacale attenzioni le problematiche inerenti al tessuto senile della società senza parimente dimenticare l’attenzione per quelle problematiche inerenti ad un’altra componente “debole” del tessuto sociale quali i giovani, che oggi sono stati messi ai margini dei percorsi di formazione e lavoro, a causa della pandemia, e che risultano assai colpiti nella loro dimensione di benessere sociale e psicologico. Il rapporto stesso del gruppo di esperti su demografia e covid istituito presso il Dipartimento Nazionale per le Politiche della Famiglia recentemente ha messo in evidenza che un disagio crescente del tessuto giovanile si manifesta con un aumento dei comportamenti aggressivi e dei dissidi nelle relazioni sia orizzontali che verticali all’interno della famiglia. Oggi il sindacato non può ignorare proprio questo disagio crescente, sottovalutando l’espansione di questa parte sommersa della realtà. Necessita, quindi, anche per questo settore, oltre che per quello senile già individuato, un nuovo modello culturale basato su un approccio di impegno attivo sindacale rivolto agli anziani come ai giovani “neet” ed a coloro che rischiano di perdersi nella dispersione scolastica, valutando in itinere le diverse ricadute del covid ma considerando sempre sia la questione “giovanile” che quella “senile” come aspetti fondamentali della crisi della società “post covid” verso la quale il sindacato non può girare il capo volgendo il proprio sguardo soltanto ai tradizionali settori di impegno. Urge, insomma, tornare all’impegno attivo ma soprattutto tornare ad essere nella coscienza collettiva della società uno strumento di lotta per i propri diritti e non un mero strumento di conservazione di status quo per un’elitè privilegiata.

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