sabato, 19 Giugno, 2021

PRIMA GRANA

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Nemmeno il tempo di giurare, che il governo Draghi deve subito fare i conti con uno dei problemi più gravi e annosi dell’industria italiana: l’ex Ilva di Taranto. Sabato scorso, il Tar di Lecce ha ordinato lo spegnimento entro 60 giorni dell’area a caldo dell’impianto siderurgico. L’azienda ha già detto di voler impugnare la sentenza.
Secondo Giuseppe Romano, del sindacato Fiom-Cgil, il provvedimento imposto dal giudice amministrativo “significa chiudere Ilva”, mettendo a rischio il futuro di 13mila persone fra i dipendenti attivi, quelli in cassa integrazione e i lavoratori dell’indotto.
La sentenza del Tar contiene diversi dati sanitari allarmanti: ad esempio nell’area di Taranto, fra gli abitanti d’età compresa tra i 20 e i 29 anni, si registra un eccesso del 70% di incidenza dei tumori della tiroide, mentre i nati da madri residenti nel periodo 2002-2015 sono stati 25.853; nello stesso periodo sono stati osservati 600 casi di Malformazione Congenita, con una prevalenza superiore all’atteso calcolato su base regionale.
Ad oggi, l’ex Ilva è sotto sequestro, con una facoltà d’uso dettata dal crono programma di interventi di ambientalizzazione che erano stati programmati. Il problema è che quel programma, come ha evidenziato il Tribunale amministrativo, è di fatto saltato. A breve i pubblici ministeri parleranno con la custode, Barbara Valenzano, per capire quali debbano essere i prossimi passi. In teoria, i pm potrebbero anche revocare la facoltà d’uso dell’impianto, accorciando ulteriormente i tempi dello spegnimento dell’area a caldo rispetto a quanto indicato dal Tar.
Il Tar di Lecce ieri ha respinto il ricorso di ArcelorMittal e di Ilva in AS contro l’ordinanza del sindaco di Taranto, a suo tempo emanata, con la quale aveva disposto che i gestori del sito individuassero e superassero le criticità derivanti da fenomeni emissivi dell’acciaieria, stabilendo però, in difetto di interventi idonei, la fermata dell’area a caldo.
Il Tribunale amministrativo, dopo una prima sospensiva accordata nei mesi scorsi per consentire valutazioni di merito di quanto contenuto nell’ordinanza comunale, ha condiviso nel merito le sue motivazioni e ha assegnato un termine di 60 giorni dalla pubblicazione della sentenza perché gli impianti siano spenti. Arcelor e Ilva in AS hanno già preannunciato ricorso al Consiglio di Stato.
Nel suo dispositivo il Tar, fra l’altro, ha affermato: “L’adeguamento tecnologico degli impianti e la conversione dell’alimentazione dei forni dal carbone all’elettrico avrebbe probabilmente scongiurato un gran numero di decessi prematuri e un’incidenza così elevata di malformazioni e patologie oncologiche anche in età pediatrica e infantile”.
In tal modo però, secondo alcuni osservatori, il Tar da un lato avrebbe considerato ormai incontrovertibile un rapporto tra emissioni inquinanti e determinate patologie, che in realtà è oggetto del processo ‘Ambiente svenduto’ in corso a Taranto contro i presunti colpevoli di inquinamento e che non è ancora giunto a sentenza di primo grado, e dall’altro avrebbe puntato a prefigurare scelte di natura impiantistica, specificando le tecnologie (i forni elettrici) che dovrebbero caratterizzare l’assetto produttivo del sito, sostituendovi totalmente gli altiforni.
Ora, è noto che nelle scorse settimane era stato definito il piano industriale fra Invitalia e AmInvestco Italia, in cui entrerà la finanziaria pubblica con una quota del 50%, destinata a salire al 60% nel 2022, che prevede il revamping e la riattivazione nel 2023 dell’altoforno n.5, con un investimento in tre anni di 226 milioni, l’esercizio nel frattempo degli Afo, 1, 2 e 4 e l’installazione di un forno elettrico con la costruzione di un impianto per la produzione del preridotto di ferro che dovrebbe alimentare forno elettrico e altiforni.
Da quanto è avvenuto, sorge spontanea qualche domanda: può la sentenza di un Tar prefigurare specifici assetti impiantistici di uno stabilimento, in questo caso richiamando la necessità di imperniarvi la produzione solo su forni elettrici? La sentenza di un Tribunale amministrativo può sicuramente auspicare l’adozione di tecnologie e procedure che abbattano l’inquinamento, ma può spingersi, come in questo caso, sino ad affermare che debba esservi una conversione dei forni dal carbone all’elettrico?
E il governo? L’esecutivo giallorosso aveva stabilito l’ingresso di Invitalia nel capitale dell’ex Ilva accanto ad Arcelor Mittal. Ma il decreto del ministero dell’Economia che stanziava i 400 milioni necessari all’operazione non è mai stato emanato. L’ex ministro Gualtieri aveva ricevuto il via libera della Ragioneria, ma per firmare stava aspettando il parere dell’Avvocatura, che avrebbe dovuto stabilire se la questione potesse rientrare nel perimetro degli affari correnti.
A questo punto, rimane da capire come vorranno muoversi i nuovi ministri dell’Economia e dello Sviluppo economico, Daniele Franco e Giancarlo Giorgetti. Quest’ultimo ha preso contatti con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che ha spiegato: “La strada è strettissima: non ci sono alternative allo spegnimento dell’area a caldo. Su questo il Tar è stato chiarissimo. O si cambia rotta subito o l’Ilva non può continuare a lavorare”.
L’unico cambiamento possibile sembra essere quello della transazione dell’area a caldo a forno elettrico. Ormai, però, non c’è più tempo.
Qualche altra domanda sorge spontanea: dopo la sentenza del Tar, il Piano industriale approvato dai contraenti l’accordo fra Invitalia e AmInvestco Italia, già presentato ai sindacati che hanno espresso riserve sui livelli occupazionali previsti da quel piano che dovrebbe raggiungere gli otto milioni di tonnellate di produzione, ma solo entro il 2025, per conservare l’attuale occupazione di 8.200 addetti a Taranto da collocare, però in lunghi periodi di Cigs, deve essere totalmente riscritto, come vorrebbero ormai da tempo amministrazione comunale e Regione Puglia?
Quel piano potrebbe essere accelerato nei crono programmi sinora previsti, con migliori specificazioni per quanto riguarda costi, tempi di entrata in esercizio e livelli occupazionali anche (eventualmente) con un secondo forno elettrico e con l’impianto per la produzione del preridotto?
Però, non bisognerà mai dimenticare che l’acciaieria di Taranto resta strategica per la siderurgia italiana, ed è anche per il numero dei suoi attuali occupati diretti (8.206) la prima fabbrica manifatturiera d’Italia, dalla quale peraltro dipendono per lavorazioni a valle anche i siti di Genova e Novi Ligure. Pertanto dovrà continuare a produrre in piena eco sostenibilità, ma senza scardinarne, come vorrebbe invece l’estremismo ambientalista, l’impalcatura complessiva con danni devastanti per l’occupazione e la situazione economica della città e della provincia.
La Confindustria ha lanciato un allarme al governo e a tutte le istituzioni coinvolte, a seguito della pronuncia del Tar di Lecce: “Evitare lo spegnimento del ciclo integrale a caldo dell’ex Ilva. Interrompere la produzione e la fornitura dell’acciaio prodotto a Taranto mette in seria difficoltà le intere filiere della manifattura italiana che ne hanno necessità”.
Fonti legali vicine al dossier Arcelor Mittal hanno comunicato all’Ansa: “La fermata forzata degli impianti, stabilita dal Tar di Lecce senza la disponibilità di una stazione di miscelazione azoto e metano, non permetterebbe la tenuta in riscaldo dei forni e ne conseguirebbe il loro crollo e quindi la distruzione dell’asset aziendale di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria”. Inoltre, le stesse fonti paventano: “Rischi per la sicurezza. Ci sarebbe un totale blocco della produzione dello stabilimento, qualificato di interesse strategico, l’unico sul territorio nazionale a ciclo integrato per la produzione di acciaio”.
“Il problema delle emissioni nocive dell’ex Ilva non deve essere contrastato aumentando le risorse per le cure dei cittadini, ma intervenendo sulle fonti inquinanti”. E’ questo, in sintesi, il pensiero del presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto, Cosimo Nume, il quale sostiene di aver riascoltato tra le reazioni alla sentenza del Tar la proposta di rendere disponibili ulteriori risorse economiche per affrontare l’emergenza sanitaria connessa all’impatto delle emissioni inquinanti, cui sembrerebbe sottendere tuttora un’ottica eminentemente risarcitoria per i danni alla salute.
Secondo il presidente dell’Ordine dei Medici: “Un danno alla salute non deve essere compensato quanto piuttosto prevenuto, adottando tutte le misure che il principio di precauzione impone a qualunque attività antropica che presenti rischi per l’integrità psicofisica dei cittadini”. Il dottor Nume ha chiesto: “Che si abbia cura in primo luogo di attivare, predisporre e rendere operative, da parte di quanti ne hanno responsabilità a qualunque livello, tutte le procedure che escludano per il futuro altro nocumento ai lavoratori e ai cittadini di Taranto. Tutto il resto non è neppure politica, arte antica e nobile, ma molto più probabilmente una pervicace miopia con cui si guarda al complesso problema senza alcuna capacità di trovarne le soluzioni”.
Molto probabilmente, se l’acciaieria di Taranto fosse stata gestita secondo i principi delle teorie economiche di James Meade (Agathotopia), i problemi conflittuali tra territorio e produzione sarebbero già stati prevenuti dalle scelte endogene insite nell’amministrazione dell’azienda. Se questo fosse avvenuto sin dalla sua origine, oggi a Taranto ci sarebbe un ambiente ecosostenibile che non influirebbe sulla salute dei cittadini.

 

S. R.

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