venerdì, 17 Settembre, 2021

Il PSI e gli anni dei rubli
Una difficile autonomia

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LelioBasso

Lelio Basso

Il PSI dei primi anni Cinquanta era un partito asservito al PCI, politicamente e finanziariamente. Sul piano politico c’era il patto di unità di azione, stipulato in Francia contro il Fascismo e poi sempre confermato; i soldi per pagare i funzionari e far uscire l’Avanti! venivano tutti dalle Botteghe Oscure. C’erano poi i sentimenti unitari che nel PSI erano forti e condivisi. Era ormai passata la sbornia bassiana (Basso diceva che la vera sinistra italiana era il PSI, il PCI solo una propaggine sovietica), tramontato il breve periodo lombardiano seguito alla catastrofe del fronte popolare, la sinistra filocomunista dominava nel Partito. Bastava il più lieve accenno a una funzione autonoma del PSI per essere zittiti.

Naturalmente le mie cronache piacevano poco. Io parlavo dei cattolici, qualche volta anche dei socialdemocratici e dal Partito piovevano proteste. Un giorno fui affrontato a Montecitorio da Pasquale Franco, un deputato pugliese professore nei licei con cui avevo confidenza. “Sai che cosa dicono i compagni quando vedono la tua firma sul giornale?” “No, che cosa dicono?” “Dicono: che disgrazia è successa oggi?”. Non avevo mai pensato di essere un menagramo.

L’attenzione ai cattolici che Nenni mi suggeriva ebbe uno sbocco imprevedibile. Se ne impadronì Morandi che, d’accordo con Togliatti, organizzò il congresso di Torino. Nella sua relazione Morandi offrì alla DC l’appoggio dei socialisti come anticipazione e pegno dell’intera sinistra, spingendosi fino al riconoscimento dell’intero mondo cattolico “compresa la gerarchia”. Insomma, la tesi di Togliatti che amava ripetere che il potere, in Italia, non è a Roma ma a Mosca e in Vaticano, cioè nelle due chiese, la comunista e la cattolica.

Quando Nenni mi invitava a scrivere della DC pensava a Fanfani che si era impadronito della segreteria. Ma Fanfani non pensava di aprire a sinistra, voleva sfondare a sinistra (difatti ci provò, fallendo). Così a Torino non venne la sinistra DC, venne l’ala più vicina alla Chiesa capeggiata da Guido Gonella.

Per bilanciare l’avventurosa proposta al mondo cattolico e alla gerarchia, a Torino venne restituita la parola a Basso, che non era certo amico dei clericali, da anni tenuto in naftalina. Basso aveva fatto vedere il suo discorso prima di pronunciarlo, avendone l’assenso. Ma nonostante questo Morandi mandò alla tribuna Vecchietti a contestarlo. Insomma, stalinismo puro.

Basso era uno dei fascinatori del PSI. Aveva scritto un libro di successo “Il Principe senza scettro” e si atteggiava a Lenin italiano, cui un poco somigliava e ne ricalcava le mosse. Era un oratore formidabile, capace di battute e di ironia a non finire, una voce morbida, flessuosa, un po’ femminile che persuadeva e incantava. Le donne lo adoravano e lui adorava le donne. Ho nella memoria una sera – ma non saprei dire quando né la circostanza – nella hall di un albergo di Milano ci trovammo assieme io, Indro Montanelli, Lelio Basso e una bella ragazza, corrispondente dell’Avanti! di Firenze che mi sembra si chiamasse Laura Griffo. Eravamo nella sala del bar. Tardi io e Montanelli ci accorgemmo che prolungando la conversazione guastavamo la festa.

La lunga battaglia per l’autonomia del Partito fu una lotta eroica. Smantellare una frase fatta come “l’unione fa la forza” era un’impresa. Far capire che i socialisti avevano una funzione da svolgere per non lasciare la democrazia italiana e il progresso sociale nelle mani incerte della DC, un problema quasi irrisolvibile. In ogni sezione si trattava di affrontare e di convincere gli iscritti uno per uno.

Il punto di forza era la Federazione di Milano dove Guido Mazzali perpetuava la tradizione riformista milanese. Poi venne Achille Corona, futuro ministro dello spettacolo, Venerio Cattani che non è andato oltre un sottosegretariato all’agricoltura, Lello Lagorio, poi ministro dello spettacolo e della difesa, infine, tra i maggiori, determinante, la conversione di Giusto Tolloy, che aveva in mano l’organizzazione del Partito.

Tolloy era un crociano, ex maggiore dell’esercito, che aveva fatto la campagna di Russia con l’Armir. Uomo tutto d’un pezzo, sapeva imporre una disciplina di ferro. Un giorno era andato a Bologna e, ad accoglierlo, aveva trovato solo un funzionario del Partito. Lo chiamò e gli disse brusco: “Io mi metto al bar. Tu vai, svegli il segretario della Federazione, il vice segretario e almeno tre membri del direttivo e li porti qui per l’omaggio che mi si deve”. E non si mosse finché la delegazione al completo non gli fu davanti.

Altri tempi, altri partiti, altri uomini. Ma sono stati questi uomini che hanno consentito al Partito Socialista di recuperare autonomia e dignità e di svolgere per trent’anni in Italia un ruolo insostituibile. (2/segue)

Franco Gerardi

Questo è il secondo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Il primo: La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti

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