domenica, 28 Novembre, 2021

Pubblica amministrazione, Italia indietro sui servizi digitali

0

L’Italia si classifica al 18esimo posto in Ue sui servizi pubblici digitali. Gli utenti, che usano servizi di amministrazione online (e-government), sono passati dal 30% del 2019 al 36% nel 2020, ma restano molto al di sotto della media dell’Ue. Per Forum Pa, se gli oltre 3 mln di lavoratori pubblici rinunciassero a stampare 500 fogli l’anno si consumerebbero 8.142 tonnellate di carta in meno. Un pieno passaggio ai documenti digitali avrebbe un impatto forte sulla sostenibilità. Ma il 53% dei dipendenti stampa i documenti da studiare o leggere.
Finalmente, è uscito il DESI 2021, il Digital Economy and Society Index, che quest’anno è stato rinnovato per metodologia e indicatori utilizzati. L’Italia si colloca al 20esimo posto fra i 27 Stati membri dell’UE, rispetto al 25esimo dell’edizione precedente. In realtà, però, non sembra cambiato molto. Ancora nessuna “rivoluzione digitale” è arrivata dalla pandemia. Per alcuni indicatori ci si sarebbe aspettati un balzo in avanti maggiore, in particolare quello sul numero di utenti di servizi di e-government. In generale si conferma la prospettiva di un percorso ancora molto lungo per allinearci ai Paesi vicini che sono digitalmente più avanzati.
C’è stata una grande attesa per questa relazione annuale con cui la Commissione europea fotografa i progressi compiuti dagli Stati membri nel campo della digitalizzazione, elaborando diversi indicatori, sulla base di dati provenienti da numerose fonti ufficiali. Grande attesa, non solo perché il report è arrivato con una tempistica più lunga rispetto agli altri anni, ma anche perché è la prima edizione in cui si fa il punto dopo la pandemia e perché quest’anno è stata rivista la metodologia con l’obiettivo di rispecchiare, come si legge all’interno del report “le due principali iniziative politiche che avranno un impatto sulla trasformazione digitale nell’UE nel corso dei prossimi anni: il dispositivo per la ripresa e la resilienza e la bussola per il decennio digitale”.
In questa edizione, quindi, gli indicatori sono strutturati in base ai quattro “punti cardinali” della bussola digitale per il 2030: Competenze (Capitale umano), Infrastrutture digitali (Connettività), Trasformazione digitale delle imprese (Integrazione delle tecnologie digitali), Digitalizzazione dei servizi pubblici (Servizi pubblici digitali). Questa articolazione sostituisce la precedente a cinque dimensioni, in particolare è stata eliminata la dimensione “Utilizzo di internet/servizi digitali” in cui il nostro Paese risultava ben al di sotto della media UE, nel 2020 al 26esimo posto su 28 Stati. Sono stati inoltre inseriti nuovi indicatori: quello che misura il livello di sostegno che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), l’adozione di misure più rispettose dell’ambiente (TIC per la sostenibilità ambientale), la diffusione di servizi Gigabit, la percentuale di imprese che offrono formazione in materia di TIC e quelle che utilizzano la fatturazione elettronica.
In realtà, per l’Italia, non sembra che sia cambiato molto rispetto agli anni precedenti. Per alcuni indicatori L’Italia si posiziona molto bene (come l’utilizzo della fatturazione elettronica da parte delle imprese, che del resto però nel nostro paese è obbligatoria), per altri siamo migliorati (come la diffusione dei servizi di connettività che offrono velocità di almeno 1 Gbps), per alcuni ci si sarebbe aspettati un balzo in avanti maggiore (in primo luogo la percentuale di utenti di servizi di e-government). In generale si conferma la prospettiva di un percorso ancora molto lungo per allinearci ai nostri vicini più digitalmente avanzati. Il vero nodo su cui lavorare è quello delle competenze.
Se guardiamo la “classifica” complessiva del DESI 2021, il nostro paese si colloca al 20esimo posto fra i 27 Stati membri dell’Ue, dal 25esimo dell’edizione precedente (dove gli Stati erano ancora 28, essendo presente il Regno Unito). Sembrerebbe un (seppur modesto) passo avanti, ma la comparazione rispetto allo scorso anno non è agevole né immediata, dato che è cambiata la metodologia.
Già a poche ore dalla pubblicazione del DESI, Francesco Olivanti (Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano) evidenziava, in un post su Linkedin, che “con la stessa metodologia di quest’anno, l’anno scorso saremmo stati 19esimi. Quindi in realtà abbiamo perso una posizione”.
Insomma, non dovremmo vedere il “bicchiere mezzo pieno”. Del resto leggendo i dati, che ci collocano al di sotto della media UE su tanti indicatori fondamentali per la ripartenza tracciata dal Next Generation UE e dal PNRR, parlare di salita o discesa appare molto relativo. L’unica cosa evidente è che, data la situazione di partenza e il noto ritardo del nostro paese in tema di trasformazione digitale, non ci si poteva certo aspettare un cambiamento radicale in un lasso di tempo tanto breve, nonostante le condizioni eccezionali dell’ultimo anno e mezzo, che certamente hanno dato una spinta notevole al tema della digitalizzazione, soprattutto perché le carenze maggiori si riscontrano in un campo, quello delle competenze, che richiede strategie di lungo periodo e di ampio respiro per poter vedere dei risultati davvero incisivi.
Nel DESI 2020 l’Italia era ultima nella dimensione del capitale umano, quest’anno siamo 25esimi su 27 Stati. Alcuni indicatori sono rimasti identici e fanno riferimento ancora al dato 2019 (non essendo oggetto di rilevazione annuale): tra questi, le persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni che possiedono almeno competenze digitali di base (42% contro il 56% di media UE) e quelle con competenze digitali superiori a quelle di base (22% contro il 31% di media UE). Altri dati sono stati aggiornati, ma tutti si collocano comunque sotto la media UE. Tra questi, la percentuale di specialisti TIC (3,6 % dell’occupazione totale, contro una media UE del 4,3%) e la quota di laureati nel settore TIC che è solo l’1,3 % contro il 3,9% della media UE. L’unico dato che ci avvicina alla media UE è quello degli specialisti TIC di sesso femminile, che rappresentano il 16 % degli specialisti TIC (la media UE è del 19 %). Infine, solo il 15 % delle imprese italiane eroga ai propri dipendenti formazione in materia di TIC, cinque punti percentuali al di sotto della media UE.
È evidente come questo quadro rischi ancora una volta di portare da un lato all’esclusione digitale di una parte significativa della popolazione (il famoso digital divide culturale), dall’altro di limitare la capacità di innovazione delle imprese, come si evidenzia nello stesso DESI. Entrambi aspetti che non possiamo più permetterci. Senza dimenticare, ovviamente, il settore pubblico dove il tema delle competenze è giudicato ormai da tutti dirimente, in primo luogo per portare avanti le progettualità del PNRR, ma in prospettiva per avere finalmente una PA che sia davvero in grado di rispondere alle esigenze e alle aspettative di imprese e cittadini. In questo contesto, il DESI guarda positivamente alla Strategia Nazionale per le Competenze Digitali varata nel 2020, che “definisce un approccio globale allo sviluppo delle competenze digitali per colmare i divari con gli altri paesi dell’UE”, e al suo Piano Operativo che fissa obiettivi ambiziosi per il 2025 e comprende 17 progetti specificamente volti a rafforzare le competenze digitali nel settore pubblico.
Un altro elemento che sembra emergere dal DESI è come, anche nelle dimensioni in cui andiamo meglio, segniamo il passo sugli aspetti e i settori maggiormente innovativi. Un esempio? La dimensione “Integrazione delle tecnologie digitali”, ovvero la digitalizzazione del settore produttivo, dove ci collochiamo al decimo posto con un punteggio del 41,4% (superiore rispetto alla media UE del 37,6%). Lo scorso anno eravamo 22esimi, ma sono stati inseriti degli indicatori che nella precedente edizione non erano presenti e in cui abbiamo ottimi risultati, come la percentuale di PMI con un livello di intensità digitale almeno di base (69%, al di sopra della media UE del 60%) e l’uso della fatturazione elettronica, in cui registriamo un 95% contro il 32% delle media UE. È poi aumentata notevolmente la percentuale di imprese che utilizzano servizi cloud raggiungendo il 38% (rispetto al 15% del 2018). Tuttavia, siamo ancora deboli nell’uso dei big data e di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, le cosiddette tecnologie “di frontiera” che oggi non possono neanche più essere definite tali, dato che permeano ormai la nostra vita quotidiana.
Anche la dimensione Connettività ci parla di progressi e, allo stesso tempo, di limiti. I dati sono positivi per i progressi fatti sia in termini di copertura che di diffusione delle reti, ma si deve lavorare ancora sulla rete ad altissima capacità e sul 5G. In particolare, il 3,6% delle famiglie disponeva nel 2020 di una velocità di almeno 1 Gbps: grande crescita (nel 2019 erano sotto lo 0,01%), percentuale che ci pone al di sopra della media UE. Per quanto riguarda la copertura della banda larga veloce NGA, la percentuale di famiglie incluse è del 93%, al di sopra della media UE pari all’87%. Ma se passiamo alla copertura della rete fissa ad altissima capacità, nel 2020 la percentuale di famiglie coperte era del 34%, un aumento di quattro punti percentuali rispetto al 2019, ma ancora notevolmente al di sotto della media UE del 59%. Per quanto riguarda il 5G, poi, risulta coperto solo l’8% delle zone abitate, un dato inferiore alla media UE del 14%.
Il DESI cita alcune iniziative avviata in concomitanza con la pandemia, come il “Piano Voucher” per le famiglie e il “Piano Scuole Connesse”. Inoltre, ricorda gli investimenti e i progetti previsti dal PNRR in questo settore, per un importo totale di 6,7 miliardi di euro. L’augurio è che questi possano contribuire a risolvere problemi strutturali che si rivelano ancora complessi e che ci collocano al momento al 23esimo posto in termini di connettività tra gli Stati membri dell’UE.
L’Italia si colloca, infine, al 18esimo posto per la dimensione Servizi pubblici digitali e l’indicatore che più colpisce è quello relativo all’utilizzo dei servizi di e-government: la percentuale di utenti di internet che usa anche i servizi pubblici online è aumentata, dal 30% nel 2019 al 36% nel 2020, ma siamo ben al di sotto della media UE del 64%. In un contesto in cui, come ricorda lo stesso DESI, l’Italia ha continuato a migliorare i servizi pubblici digitali per i cittadini e le imprese, si è registrata, per esempio, una fortissima accelerazione nel rilascio di SPID. Nell’utilizzo della app IO, il numero di utenti non è aumentato come ci si sarebbe aspettati. È evidente che si deve lavorare ancora molto dal lato degli utilizzatori, promuovendo la conoscenza dei servizi disponibili, progettandoli secondo principi di accessibilità e usabilità, garantendo a tutti infrastrutture e competenze adatte ad utilizzarli.
Tuttavia non va dimenticato che anche quest’anno l’Italia ottiene risultati migliori rispetto alla media UE per quanto riguarda l’offerta di servizi online per le imprese, tuttavia, si colloca al di sotto della media in termini di offerta di servizi pubblici digitali per i cittadini (nuovo indicatore inserito in questa edizione del DESI). Inoltre, siamo sotto la media UE anche per “moduli precompilati”, indicatore che misura il grado con cui i dati già conosciuti dalla pubblica amministrazione vengono utilizzati per compilare automaticamente i campi dei form online utilizzati dai cittadini per usufruire di un determinato servizio. Parliamo quindi di interoperabilità tra basi dati della PA, necessaria ad abilitare quel principio once only tante volte evocato, ma rispetto al quale il nostro paese ha ancora molto da fare.
L’edificio non può reggere se non si fortificano entrambe le fondamenta e se non si lavora su tutte le dimensioni. Ecco perché si parla del PNRR come occasione imperdibile, un Piano che, come si ricorda anche nel DESI, è il più ampio dell’UE, per un valore totale di circa 191,5 miliardi di euro. E in cui il 25,1% di tale importo (circa 48 miliardi di EUR) è destinato proprio alla transizione digitale.
Il problema è anche quello di educare i cittadini all’uso delle nuove procedure digitali che dovranno essere facilmente accessibili e sicure. Poi c’è anche il problema della formazione ed educazione scolastica sull’uso corretto del digitale.

 

Salvatore Rondello

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply