sabato, 16 Ottobre, 2021

Quando i Beach Boys rivoluzionarono la musica pop

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Il 16 maggio 1966, cinquantacinque anni fa, escono contemporaneamente due album fondamentali per la storia della musica pop: “Blonde on Blonde” di Bob Dylan e “Pet Sounds” dei Beach Boys. Con il primo Dylan supera il folk elettrico dei suoi due dischi del 1965 (“Bringing It All Back Home” e “Highway 61 Revisited”) attraverso una cascata di sonorità e di testi visionari mai visti. Il secondo album è forse ancora più importante del primo, in quanto rappresenta un’autentica innovazione nella musica pop. E’ la rielaborazione del rock and roll in chiave sinfonica, incorporando basi musicali eseguite da un’orchestra, che vengono registrate e sovrapposte per fondersi con la classica strumentazione basso-chitarra-batteria. A tutto questo si aggiungono, in alcuni brani, rumori della strada: campanelli di biciclette, abbaiare di cani, sfrecciare di treni. E naturalmente, come matrice comune di tutta la musica dei Beach Boys, armonie vocali costruite ad arte.
In entrambi gli album si respira un’atmosfera molto diversa da quella di pochi mesi prima, basata sui semplici accordi di chitarra del periodo beat. La controcultura psichedelica proietta la musica pop in un’altra dimensione, mentre nel frattempo il movimento hippy invade la scena della West Coast. Con le nuove tecniche di produzione musicale inaugurate da Phil Spector (“the wall of sound”) e con un disco eclettico come “Rubber Soul” dei Beatles del 1965 già si avvertiva che il vento stava cambiando. Mancava però il salto definitivo. A compierlo è Brian Wilson, il vero genio dei Beach Boys, che compone l’album quasi interamente da solo, insieme al paroliere Tony Asher, tra dicembre 1965 e febbraio 1966, mentre il resto della band è in tournée in Estremo Oriente. Al loro ritorno i restanti membri del gruppo – gli altri due fratelli Wilson, il cugino Mike Love e Al Jardine, cui si deve aggiungere Bruce Johnston, che di lì a poco sarebbe entrato ufficialmente a far parte della band – troveranno, non senza qualche disappunto, il lavoro già fatto. A loro non resterà che contribuire attraverso le parti vocali.
Il cambiamento rispetto ai primi dieci album dei Beach Boys è molto forte. Il loro classico sound dei primi anni ‘60, che ha fatto da colonna sonora al surf spensierato dei ragazzi californiani sulle onde dell’oceano accompagnati da splendide ragazze bionde con la Coca Cola in mano, viene superato da sonorità più complesse. Per tutti è venuto ormai il momento – non senza rimpianti (vedi “Caroline No”) – di diventare adulti e di fare i conti con la realtà, anche con il rischio di non essere adatti ai tempi che cambiano (“I Just Wasn’t Made For These Times”). Il disco rende perfettamente quest’atmosfera di passaggio da un’età a un’altra (“Wouldn’t It Be NIce”) e di trepida attesa (“I’m Waiting for the Day”), in cui ci si dibatte perennemente tra sicurezze (“I Know There’s an Answer”) e insicurezze (“That’s Not Me”) e si cercano degli ancoraggi stabili tra le mura di casa (“Sloop John B”) e soprattutto nell’amore – “You Still Believe in Me”, “Don’t Talk (Put Your Head on My Shoulder)”, “God Only Knows”, “Here Today”. Nella loro semplice spontaneità i testi si amalgamano perfettamente con la musica, esprimendo le sensazioni che Brian Wilson sentiva e voleva trasmettere.
La parte più innovativa dell’album è però rappresentata dai due brani interamente strumentali – “Let’s Go Away for Awhile” e “Pet Sounds” – frutto dell’apporto dei numerosi musicisti ingaggiati da Brian Wilson e del grande lavoro tecnico svolto in studio. I richiami a Burt Bacharach e al cool jazz sono evidenti. Il risultato finale è splendido. I primi ad accorgersi della portata innovativa dell’album sono i Beatles, in particolare Paul McCartney, che verranno influenzati fortemente dal nuovo sound nella preparazione di “Sgt. Pepper’s”, da molti considerato il loro capolavoro assoluto. Da lì prenderanno le mosse anche i Moody Blues (“Days of Future Passed”, 1967) e tutto quell’ampio filone del rock progressivo e barocco (Alan Parsons, Procol Harum, Genesis, Emerson Lake & Palmer, Yes), che conoscerà molta fortuna a partire dalla fine degli anni ’60 e per tutto il decennio seguente.
L’impronta dei Beach Boys rimane comunque unica e inimitabile. Quella spontaneità, quella freschezza, quell’uscire dal rock ‘n roll per entrare nei canoni della grande musica americana e poi rientrare nel pop, non saranno raggiunti da altri. E pensare che dalla composizione finale di “Pet Sounds” viene escluso il loro pezzo più famoso: “Good Vibrations”, concepito sempre da Brian Wilson in quei fantastici mesi, che da lì a poco sarà lanciato come 45 giri sul mercato per conquistare, con il suo inconfondibile marchio di fabbrica, i giovani di tutto il mondo!

 

Attilio Pasetto

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