lunedì, 18 Ottobre, 2021

Quel tragico 2 settembre del ’92. Ricordo di Sergio Moroni

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Ancora una volta un due settembre. Ancora una volta IL due settembre. Ancora una volta lo stesso dolore, sordo e devastante. Era il 1992, il due di settembre, quando l’on. Sergio Moroni, parlamentare socialista poco più che quarantenne, indagato in uno dei filoni di quell’inchiesta che sarebbe passata alla storia del nostro Paese come “Mani Pulite” , scese nella cantina della propria abitazione e, con un colpo di fucile, pose fine alla sua vita.
Fu una scelta che siamo certi abbia meditato a lungo. Non lo prova solo la circostanza che su un ripiano della stanza pose delle lettere, scritte in largo anticipo, nelle quali spiegava i motivi del suo gesto. Avendolo incontrato qualche tempo prima avevo visto chiaramente un uomo provato, ferito nella propria dignità da una presunzione di colpevolezza di ogni infamia stigmatizzata socialmente senza uno straccio di sentenza.
Delle estreme missive, alla famiglia, e di quella ad uno dei suoi amici più cari fin dai tempi dell’”Arnaldo”, giustamente non è dato sapere. Ma una la indirizzò anche al Presidente della Camera, l’on. Giorgio Napolitano. Quella lettera, che era e rimane un documento profondamente politico, spiegava il suo drammatico gesto, anch’esso profondamente politico. Per questo mi permetto di chiedere uno spazio pubblico per una riflessione che ribadisca la natura esclusivamente politica di un gesto che potrebbe apparire, soprattutto dopo trent’anni, un fatto privato. Sergio Moroni non è stato solo un padre, un marito. Sergio Moroni è stato, è e sarà sempre un “uomo totalmente politico” e che, come tale, resterà patrimonio dei socialisti. Nella lettera a Napolitano Sergio espresse alcune considerazioni che ripropongo, per ricordarlo come merita e sottrarlo all’umiliazione di un’oblio – quasi necessario, per taluni, in un Paese ormai stravolto rispetto a quello che abbiamo conosciuto in gioventù – citandone qualche passo.

“Egregio Signor Presidente,

ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita.
E’ indubbio che stiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro Paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono l’espressione. Al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo”.

La crisi dei partiti. L’abbiamo vista bene, cosa è stata. Tutti hanno potuto capire quale dramma sia stato non averla affrontata in termini politici, ma esclusivamente giudiziari. E ne abbiamo subito le conseguenze nefaste. Un perverso circuito mediatico-giudiziario aveva creato quello che il presidente Craxi, in visita a Brescia alla salma di Sergio, definì, con le lacrime agli occhi, “un clima infame”: per certi giornalisti (che abusando di quel termine ricavarono celebrità e fortune economiche) i partiti erano diventati “la casta”, mentre per alcuni magistrati erano diventati ormai delle speciali associazioni a delinquere. Quel clima, quel ludibrio pubblico, spesso basato solo su un avviso di garanzia, resero accettabile ad un’opinione pubblica di tricoteuse televisive, si potrebbe dire che glielo suggerirono, che non venissero più rispettate
nemmeno le elementari regole di civiltà e le garanzie costituzionali. Ci si costruiscono teatrini televisivi, dove le “quinte” erano il tetro Palazzo di Giustizia di Milano. E, come si sarebbe saputo dopo, i direttori delle principali testate si sentivano regolarmente per concordare l’andamento dell’informazione.

Un altro brano della lettera dice: “Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste stesse regole”.

Anche qui l’aveva vista giusta, Sergio, come sempre gli capitava: tutti sapevano che i bilanci dei partiti erano farlocchi, tutti sapevano che la Politica aveva (ed ha) costi che mai sarebbero stati coperti con il semplice finanziamento pubblico. Tutti sapevano che la Democrazia costa. Il presidente Craxi, nel celeberrimo intervento alla Camera ammise pubblicamente questa realtà. Ed ebbe l’intelligenza e il coraggio di proporre l’unica soluzione possibile che non poteva essere giudiziaria, ma doveva essere politica. Naturalmente ciò non avvenne anche perché, e cito un altro passaggio del testo di Sergio, A ciò si aggiunge la propensione allo sciacallaggio di soggetti politici che, ricercando un utile meschino, dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori. Per intenderci: qualcuno che cercò di farla franca ci fu. Molto probabilmente ci riuscì. Qualcuno di quella stagione è ancora in giro e si dice non stia con le mani in mano.

C’è un altro passaggio che trovo particolarmente importante:

“Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da «pogrom» nei confronti della classe politica, i cui limiti sono noti, ma che pure ha fatto dell’Italia uno dei Paesi più liberi dove i cittadini hanno potuto non solo esprimere le proprie idee, ma operare per realizzare positivamente le proprie capacità e competenze”.

Quel “futuro” di cui parlava Sergio è diventato rapidamente il “presente”: nelle nostre istituzioni sono arrivati rappresentanti piuttosto “speciali” che molto spesso hanno manifestato tutta la propria insipienza, i limiti, le incompetenze prodottesi nella scintillante Seconda Repubblica nella quale non sarebbe più stato necessario, per poter governare il Paese, studiare le soluzioni, approfondire le questioni, incontrarsi con le persone. Un “presente” tragico in cui al politico la caratteristica più richiesta sarebbe stata quella della “simpatia” della telegenia. Quella di sembrare “uno di noi” . Abbiamo avuto così ministri nemmeno tanto bravi in Geografia, per dire. Per non parlare della Storia. Abbiamo avuto comici che hanno cominciato a far ridere per davvero dal giorno in cui si sono messi a straparlare di politica. E cantanti, opinionisti, camorrologi, immancabilmente, magistrati. Alcuni di essi, dopo quell’avventura così “eroica” addirittura assunsero essi stessi incarichi politici. Dopo essere stati un paese con 50.000.000 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio ci siamo ritrovati ad essere diventati un enorme bar con cinquanta milioni
di Presidenti del Consiglio che si accapigliano.
Mentre quel “futuro” diventava “presente”, altri cari compagni e amici sono andati via e molti di noi, quelli più fortunati, sono diventati degli anzianotti. E io che, all’epoca, ero un ragazzotto di belle speranze che ti considerava un fratello maggiore, caro Sergio, anche se ormai vecchio la memoria l’ho mantenuta vivida, non ho dimenticato nulla e rivendico tutto con orgoglio. A partire dall’affetto e dall’amicizia che mi hai riservato.
E ti ricordo così, – con un nodo alla gola che è trent’anni che è lì, e non si muove e anzi, ogni maledetto due settembre che Dio manda in Terra, si anima e mi inumidisce gli occhi – con le ultime parole della tua ultima
lettera:

“Mai e poi mai ho pattuito tangenti, né ho operato direttamente o indirettamente perché procedure

amministrative seguissero percorsi impropri e scorretti, che risultassero in contraddizione con l’interesse collettivo. Eppure oggi vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo tangenti, accomunato nella definizione di «ladro» oggi così diffusa. Non lo accetto, nella serena coscienza di non avere mai personalmente approfittato di una lira. Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più serie e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima”.

 

Sergio Moroni

 

 

 

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