sabato, 25 Settembre, 2021

Regeni. Un’impronta di fango e vergogna sul regime di Al Sisi

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La speranza è che tutto non finisca come per certi crimini impuniti  commessi dalla Brigate Rosse. È ciò che purtroppo viene in mente dopo il rinvio a giudizio da parte del giudice per le indagini preliminari di Roma dai quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. Anche qui , pur in contesti storicamente diversi, come è successo con la Francia fino all’intervento recente di Macron  per i brigatisti,  assistiamo al ruolo di un Paese straniero (in questo caso l’Egitto) che protegge la latitanza degli inquisiti. Infatti il regime di Al Sisi non ha mai fornito gli indirizzi degli imputati per la notifica dell’udienza né la magistratura del Cairo ha collaborato con quella italiana, anzi la accusata di superficialità e di mancato approfondimento delle indagini. Ciò nonostante, le eccezioni della difesa a questo riguardo sono state respinte e il giudice Pierluigi Balestrieri ha fissato per il 14 ottobre  la prima udienza del processo che vedrà coinvolti il colonnello Uhsam Helmy, il colonnello Atar Kamel Mohammed Ibrahim, il generale Tariq Ali Sabir e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. È stato ritenuto  che la copertura mediatica data a quanto avvenuto abbia  fatto assurgere a fatto notorio la pendenza del processo e la fissazione dell’udienza preliminare. Una valutazione, quella del giudice romano che avviene dopo cinque anni di indagini e che non sembra proprio in linea con la recente dichiarazione del nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che aveva raccomandato il silenzio sulla vicenda che riguarda il vergognoso stato di arresto di Patrick Zaki per non urtare la sensibilità di Al Sisi. Come se l’atteggiamento di collaborazione con l’Egitto al quale continuiamo a vendere armamenti e navi militari ci avesse portato qualche beneficio. Lo stesso Romano Prodi, dopo che ieri la custodia in carcere dello studente dell’Università di Bologna è stata prorogata di altri 45 giorni, non è stato zitto parlando di vero e proprio ricatto politico. L’udienza di Roma ha riconosciuto la completa validità dell’impianto accusatorio con elementi a carico degli imputati che sono stati definiti consistenti. Uno dei problemi che dovranno essere  affrontati nel processo che si aprirà ad ottobre sarà quello di acquisire  prove documentali dalla magistratura egiziana che nella  prima  parte delle indagini si era mostrata collaborativa mentre negli ultimi mesi si è chiusa a riccio o ha percorso piste investigative procurate appositamente per provocare confusione e alleggerire il ruolo degli imputati. Comunque per i genitori di Giulio e i loro avvocati si è potuto finalmente  raggiungere un risultato positivo per arrivare a quella verità che consenta di avere giustizia rispetto alla tortura e all’assassinio del giovane studente e ricercatore friulano. Nonostante la latitanza dei quattro esponenti della National Security egiziana il processo va avanti. E lo scarno comunicato che ha reso noto un incontro dei genitori di Giulio Regeni con il nostro Premier Mario Draghi sta forse a testimoniare un approccio politico diverso, più concreto e meno propagandistico ad una vicenda che ha indignato l’opinione pubblica italiana e internazionale e che , nonostante il positivo ruolo di mediazione svolto dall’Egitto nel recente conflitto tra Hamas e Israele,  getta sul regime di Al Sisi, un’ impronta di fango e di vergogna.

 

Alessandro Perelli

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