lunedì, 29 Novembre, 2021

Reggio Emilia, quando tornare a teatro è un evento eccezionale

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Succede che la pandemia cambi le abitudini, muti le prospettive e che la prima della Stagione operistica, un tempo avvolta nelle spirali della mondanità e dello sfarzo, nonché imperniata sui titoli più amati del repertorio, si svolga nel segno della eccezionalità, vada a intrecciarsi con un festival di musica contemporanea e proponga un’opera nuova, commissionata per l’occasione.

Accade a Reggio Emilia al teatro “Ariosto”, dove venerdì scorso è stata rappresentata Else, opera in un atto di Federico Gardella, coproduzione dei Teatri di Reggio Emilia, Festival Aperto e Cantiere d’arte di Montepulciano.

La Else del titolo è quella del celebre monologo di Arthur Schnitzler, Fräulein Else (La signorina Else), che mette in scena il disagio psicologico di una giovane diciannovenne dell’alta società viennese, spinta dalla madre ad ingraziarsi un ricco amico di famiglia allo scopo di ottenere una somma in denaro, necessaria a ripianare un debito del padre. Il prezzo da pagare sarà quello di esporsi nuda davanti all’anziano ammiratore, provocando nella giovane uno sconvolgimento tale da portarla al suicidio. Il corpo denudato ed esibito pubblicamente, anziché nel chiuso di una stanza, come avviene per scelta di una Else ormai stravolta, si fa metafora di una autenticità gridata come denuncia contro la falsità imperante che la circonda.

Tema scottante, affrontato da Schnitzler nel clima della Vienna degli anni Venti, sullo sfondo di una società colta e decadente, moderna e conservatrice, dove la crisi produceva nuovi linguaggi espressivi e Freud, indagava con metodo scientifico la psiche umana, rivelandone la potenza dell’inconscio.

Gardella, realizza un’opera in un atto della durata di poco più di un’ora, con quattro personaggi su cui campeggia, sia per vocalità che per presenza scenica, la protagonista eponima, la formidabile Maria Eleonora Caminada, soprano di grande duttilità nel passare dal parlato al canto e nell’attraversare l’ampia varietà di registri che la parte prevede. Il flusso interiore del suo interrogarsi trova un’eco suggestivo nella parte strumentale, un ensemble di dieci strumenti, che si fa interprete dei tormenti, delle angosce della protagonista registrandone in maniera sismografica i sussulti, gli spasimi, le angosce, ma anche i momenti di profondo lirismo. Attorno al centro drammatico di Else gli altri personaggi si rappresentano sia come persone reali: la madre, l’amico Paul, il ricco amico di famiglia Dorsday, che come “voci”, ulteriore espansione dell’inconscio della protagonista e dello scontro in atto tra la vita reale e i suoi risvolti interiori.

La regia di Cecilia Ligorio, autrice anche del libretto, si muove non sempre agilmente tra i due poli espressivi della vicenda: la realtà fatua di una società ricca e superficiale, e la tragica profondità di un animo agitato, inquieto, privo di punti di riferimento cui aggrapparsi. La partita a tennis, l’entrata di Paul su una specie di monopattino, se si offrono giustamente come situazioni avulse, oggetti insensati non riescono sempre a fondersi con il centro drammatico, rallentandone e disturbandone la tenuta; complice di tale squilibrio anche la musica, la quale, se raggiunge momenti di alta espressività nella resa del flusso interiore della protagonista, scade in zone opache e irrisolte nel ritrarre la realtà del contesto che la circonda.

L’insistenza su un declamato spesso piatto e incolore, se mima la vacua sostanza interiore dei protagonisti a margine di Else, non li riscatta in termini musicali, compito precipuo di ogni arte.

Di grande pregio comunque la prova dei tre cantati, Alda Caiello, Leonardo Cortellazzi e Michele Gianquinto. Piena di suggestione e fascino la parte strumentale, diretta da Tito Ceccherini.

Pubblico attento e partecipe e, vista l’assenza del contesto mondano, realmente interessato.

 

Daniela Iotti

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